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Sissi ed io trascinammo i nostri bagagli lungo la strada sotto un sole senza pietà.
Attendemmo così tanto la corriera da temere che non sarebbe più passata.
Ma alla fine, sorprendentemente, riuscimmo a partire verso Napoli ed il treno che ci attendeva.

Onestamente ricordo poco di quel tragitto in autobus, presumibilmente condito, come quello dell'andata, da chiacchiere e mancanza di aria condizionata.
Ma, di contro, ricordo perfettamente il viaggio in treno dal capoluogo partenopeo a quello romagnolo: Sissi ed io ci addormentammo a Napoli e riprendemmo il controllo delle nostre teste ciondolanti a 5 minuti da Bologna.

Mentre la mia amica tornava tra i propri numerosi uomini in quel di Cesena (Borello, per la precisione). Io continuavo la migrazione, salendo su su fino a Trento.
All'uscita della stazione Ciccio mi caricò in macchina, per poi scaricarmi a casa.
Svenuta.

"Amore non sei felice di vedermi?"
"Ronf"
"Amore non credi che dovresti almeno spogliarti prima di metterti a letto?"
"Ronf"
"Amore mi sembri un poco stanchina"
"Ronfffffffffffffff"

Sono passati dodici anni dall'Erasmus e, seppur di maturità ancora non vi sia traccia, il corpo comincia a sentire il tempo che passa. Insomma, non ho più il fisico per fare simili sfacchinate. Quasi 2000 km in 3 giorni. Quasi 2000 km percorsi in treno, corriera e auto. Quasi 2000 km inframmezzati dall'evento mondano del secolo.
Quasi 2000 km che mi ridussero un rottame. Un simpatico, adorabile, cazzaro rottame.

Mi ci volle un mese intero tra le fresche, tranquille e soporifere montagne trentine, per riprendermi completamente.
Poi, Ciccio ed io, raccogliemmo le nostre numerose carabattole e ci accingemmo a percorrere la Pianura Padana da est ad ovest. Da Campiglio a Torino.

Tornati nel cuore del regno Sabaudo fummo accolti da un tempo infame e da una delle pubblicità più cretine che la storia ricordi: "Mi fa Mole la testa", dichiaravano cartelloni sparsi in ogni angolo della città.
Superato lo shock per una tale fesseria, ci preparammo per il secondo evento della stagione: l'anniversario di nozze di mia zia. I festeggiamenti per i 50 anni di matrimonio tra Concetta, santa produttrice dei cannoli più buoni del globo terracqueo, e Nino, campione di bocce di fama mondiale, o quasi.

Continua...
Trascinata Renée in auto, ci avviammo fiduciosi verso la Villa dove avrebbe avuto luogo il ricevimento.
Alla guida Gianluca, al comando un navigatore satellitare ubriaco, a vociare e fare confusione noi tre meravigliose Comari ancora senza fede al dito.

Andammo a Nord.
Andammo a Sud.
Andammo a Sinistra.
E andammo persino a Destra,
Per poi finire nel cortile di una fattoria, tra oscuri soggetti che ci osservavano impauriti e cani che ci abbaiavano contro con grande trasporto.

"Abbiamo sbagliato strada. Scusate. Non vi volevamo disturbare", ci parlammo l'uno sull'altro.
"Non è che sapreste indicarci la Villa?", chiedemmo disperati.
"Là", ci venne detto semplicemente dalle agresti genti di poche parole.
Tutto ciò mentre Sissi, notoriamente terrorizzata dai cani, perdeva sorprendentemente l'uso della parola e si limitava a squittire e frignare, cercando di nascondersi dentro il vano portaoggetti del cruscotto.

Una volta lasciata la Fattoria degli Orrori riuscimmo finalmente a raggiungere il luogo del ricevimento. Un posto stupendo, addobbato meravigliosamente. Dove, accanto all'eleganza degli arredi e la ricercatezza dei dettagli, si esibivano orgogliose le delizie Campane più colesteroliche e libidinose. Il Paradiso!

Godemmo di una serata meravigliosa, illuminata da mille fiammelle e da una luna benevola.
Godemmo di un perfetto clima serale che, lontano anni luce dal forno pomeridiano, ci coccolò con un abbraccio tiepido e mai invadente.
Godemmo della compagnia di facce sconosciute ma cordiali. Facce che ci venivano incontro sorridendo, recando il solito divertito quesito: "Voi siete le amiche di Berlino, giusto?"

Dopo una certa ora la sposa ci stupì, eliminando lo strascico e mettendo in mostra le sue belle gambe, pronta a scatenarsi nelle danze.
Dopo una certa ora ballammo tutti. Ballammo sull'erba. Ballammo a piedi nudi.
E meno male! Perché, se fossi stata costretta a tenere i miei zamponcini in bilico sopra un tacco 10 per un secondo di più, mi sarei rotolata a terra in preda ad una crisi isterica.

La serata, ormai fattasi notte, si concluse con il romantico e beneaugurante lancio delle lanterne cinesi volanti. Lancio che venne accolto dalla padrona della Villa con una reazione sobria e controllata: "Prenderanno fuoco i campi! Vi denuncio tutti! All'anema 'e chi t'è muort!"
Reazione che tolse almeno 10 anni di vita alla povera Enza, testimone, organizzatrice e responsabile dell'incauto e poco gradito acquisto.

Enza non è colpa tua: era quella ad essere isterica!

Le mie stanche membra poterono godere del meritato riposo dopo le 3 di mattina. I miei piedi a panzerotto poterono trovare requie fino alle 8. Poi, purtroppo, Sissi ed io ci dovemmo alzare per correre a prendere la corriera. L'autobus. Il pullman. Insomma quel robo là!

Ci alzammo fresche e belle come due rose.
Due rose novantenni.

Continua...
Un'obsoleta tradizione, perpetuata ogni anno ad uso e consumo degli adulti.
Una tassa imposta ai bambini, sotto forma di stress e confusione.
Un delirio di genitori isterici e nonni gongolanti.
Un'accozzaglia di siparietti coercitivi e stereotipati.

La recita di Natale dell'Asilo è il male.
Ma...

... mio nipote fra 15 anni lo troverete a Broadway! 
Il piccoletto è un vero talento. Tutto zia sua!

Prima di tutto, com'è tradizione, passammo a trovare la sposa a casa.
Gra' si ergeva in tutto il suo splendore.
Gra' sorrideva come una Regina e ringhiava ordini come un Rottweiler.
Gra' era una donna in precario equilibrio tra la letizia e la crisi di nervi.
Insomma, Gra' era proprio una Sposa.

Tutto scivolò liscio tra foto e confetti.
Tutto se non si considera quell'insignificante attimo in cui, due minuti prima di lasciare Buckingham Palace per recarmi in chiesa, rischiai di pestare lo strascico. Solo un ultimo provvidenziale colpo di reni, le lezioni di danza prese durante l'infanzia, e la mia buona stella fecero in modo che non mi macchiassi della colpa di tutte le colpe. Evitando così che una giornata di festa cominciasse con le percosse e la defenestrazione di una delle invitate. La più caruccia e simpatica, tra l'altro!

Mentre la sposa era ancora presa dagli ultimi preparativi, noi invitati raggiungemmo lo sposo alla Cattedrale di Ariano Irpino. E là ci chiudemmo dentro a doppia mandata, fuggendo il sole peggio di un gruppo di vampiri.
Ogni 2 minuti qualcuno, il cui nome veniva estratto dalla mano innocente di un biondo chierichetto, metteva piede sull'arroventato sagrato per annunciare l'arrivo di Gra'.
Nonostante fosse pomeriggio inoltrato la temperatura reale si aggirava intorno ai 50 gradi e quella percepita intorno ai 75. Per questo motivo l'agnello sacrificale di turno, dopo solo pochi attimi, tornava in Chiesa vittima di ustioni, allucinazioni ed un principio di mummificazione.
Nel disperato tentativo di reidratarlo gli venivano somministrate poche gocce di vino benedetto, strappato a forza dalle mani avide del sagrestano. A quel punto il malcapitato, rinvigorito dallo squisito nettare, sussurrava: "la sposa non è ancora arrivata", per poi perdere i sensi ed essere trascinato in canonica a morire riprendersi.
L'impietosa scena si ripeté per un numero imprecisato di volte, provocando un numero imprecisato di vittime. Molti amici si sacrificarono per il bene di tutti. E noi saremo sempre grati loro.

Dopo un'attesa che, dati i precedenti di Gra', fu comunque più breve del previsto, la sposa finalmente fece il proprio ingresso nella navata in un trionfo di candida bellezza.
Le macchinette scattarono e pixelarono allegre.
Le donne sospirarono romantiche.
Gli uomini continuarono a sudare come ramarri strozzati dalle loro cravatte.

Una volta che i due giovani (relativamente parlando) sposi vennero dichiarati uniti per sempre in matrimonio, noi giovani (relativamente parlando) invitati uscimmo di corsa, scendemmo le scale e prendemmo posizione in strada.
Obiettivo? Formare un perfetto plotone d'esecuzione armato di riso, bolle di sapone, e tubi spara coriandoli.
I bambini e le donzelle più aggraziate vennero messi alle bolle di sapone.
I bruti e le donne più volenterose e meno aggraziate agli spara coriandoli.

Indovinate cosa toccò a noi tre (Sissi, Renée ed io)?
Sì, esatto, echevelodicoafare?
Tubi spara coriandoli doveva essere e tubi spara coriandoli fu.

La caratteristica fondamentale di questi aggeggi infernali è che non puoi mai avere la certezza che funzionino fino a quando non li usi. Al momento del bisogno possono esplodere in un poderoso BOOM o in uno stitico puf oppure, nella peggiore delle ipotesi, possono non esplodere affatto.

Gli sposi scesero le ultime scale affrontando il destino che li attendeva con coraggio e dignità.
Il riso rise.
Le bolle bollirono.
I tubi spara coriandoli tubisparacoriandolarono.
Sissi ottenne un fragoroso BOOM.
Io me la cavai con un dignitoso boom.
Renée, secondo fonti ben informate, staziona ancora di fronte alla chiesa nel vano tentativo di avere la meglio sul diabolico marchingegno. Gianluca, il di lei fidanzato, dorme su una panchina poco distante, nella paziente e vana attesa che la terza comare si arrenda.

Non mollare Renée!

Continua...
E finalmente albeggiò sul giorno destinato a veder compiersi il grande evento.
Il matrimonio del secolo?
Macché!
La riunione delle quattro Comari!

In vista della cerimonia, furono due i pensieri che occuparono ossessivamente la mia testa riccia:
  • che fine aveva fatto Renée?
  • dove potevo trovare un adattatore per il phon?
Le ultime notizie, circa la quarta comare mancante ed il di lei fascinoso compagno, li davano in Provenza a raccogliere lavanda, zompettando nei prati profumati come due chinchilla in amore.
Ma ora dove si trovavano?
Ancora in Francia?
A Roma?
A Napoli?
L'unica cosa certa è che non avevano ancora raggiunto Ariano Irpino.
Le ore passavano. Il tempo stringeva. Il ritardo sulla tabella di marcia si accumulava.
Sissi, vestiti i panni della stalker, scelse di tormentare telefonicamente i due fidanzatini dispersi.
I quali, vittime di un navigatore satellitare anarchico e rimbambito, scelsero a loro volta di risponderle pazientemente, prima. Di mandarla velatamente a quel paese, poi. Ed infine di rendersi "momentaneamente irraggiungibili".

"Ma secondo te hanno staccato il telefono volontariamente?"
"Noooooo, ma che dici?"

Ma mentre da una parte si consumava questo terribile dramma, dall'altra se ne consumava uno anche peggiore.
Mi ero portata da Torino il mio prezioso phon di fiducia. Quello con cui ottenere una piega perfetta, quello con cui domare l'indomabile, quello con cui farmi la frangia. Sapevo benissimo di non poter affidare la mia importante chioma a quei phon tristanzuoli e privi di carattere presenti solitamente negli alberghi, quelli che sputacchiano fuori una brezzolina primaverile.
Che me ne facevo io di una brezzolina primaverile?
Per me ci voleva una bora triestina calda come uno scirocco!
La mia previdenza, però, non era arrivata a considerare la necessità di un riduttore, e così mi trovai con un phon da professionista tristemente inutilizzabile.
Per risolvere il problema chiamai in soccorso tutto il personale dell'albergo e, dopo lunghe contrattazioni, mi venne concesso l'utilizzo (solo per 5 minuti!) della spina del computer della Reception.

Finalmente la mia frangettina frou frou prese forma!
Per poi riperderla immediatamente, vittima di un caldo umido degno dei tropici.
E vabbè, non si può aver tutto dalla vita!

Nel frattempo, gli astri si allinearono, gli equilibri si ristabilirono, e Renée si materializzò magicamente in albergo.


Continua...

 

Qualche anno fa la mia vecchia classe del liceo organizzò la tipica rimpatriata in pizzeria. C'eravamo tutti, la bella che s'era inchiattita, il brutto che era sbocciato, il cretino che si era dato alla politica, non mancava proprio nessuno.

C'eravamo tutti, compresi Stefano ed io. Ormai non ci vedevamo più da anni, ma ai tempi delle superiori avevamo condiviso banco, risate e confidenze. E lo stesso facemmo anche in quell'occasione. Seduti fianco a fianco dividemmo bruschette, ricordi e risate.

A fine serata lo riaccompagnai a casa in auto e, come ai bei tempi andati, ci mettemmo a fare grandi chiacchiere. Da quelle più terra terra, "ma secondo te quella c'era poi stata con quell'altro?", a quelle più elevate e filosofiche, "ma secondo te è vero che l'acqua del water in Australia gira al contrario?" 

Allora Stefano già veleggiava convinto verso le nozze, mentre io passeggiavo svogliata lungo il tortuoso percorso di un rapporto a distanza. Lui mi sembrava così felice e convinto. Talmente tanto che non riuscii a trattenermi e ad un semaforo gli chiesi:

"Ma tu non hai paura?"

"Paura di che?"

"Paura di aver fatto tutte le scelte, di non avere più alternative"

"Paura? Terrore!"

 

Quella conversazione mi consolò molto. Talmente tanto che ancora adesso, a distanza di anni, ci ripenso spesso.

Il segreto sta tutto nell'avere o nel crearsi delle alternative. Dei bivi dove scegliere. Delle strade diverse da poter percorrere.

Il segreto sta tutto nel non aver paura del cambiamento, nel cercarlo, nell'assecondarlo, nel considerarlo un'opportunità da cogliere.

Il segreto sta tutto nell'aver ancora mille risposte per cento domande.

Le alternative posso riguardare i campi più diversi: lavoro, amore, il luogo dove vivere, le mille scelte da fare. E sono il nostro più grande tesoro.

Ecco, io questa cosa qui l'ho sempre pensata, e immaginatevi la mia sorpresa quando ho scoperto di un sito, sponsorizzato dalla toyota, dedicato proprio a questo argomento. Alle alternative. Alle infinite possibilità.

Collegatevi a vogliounalternativa.it e lasciate il segno del vostro passaggio. Raccontate la vostra alternativa e leggete quelle lasciate dagli altri.

La mia? Per ora non ve la dico. Forse un giorno la saprete.

 

Articolo sponsorizzato

Con il tramonto giunse finalmente il momento d'incontrare la futura sposa.
Dopo millemilioni di anni rividi Gra', bella quanto in gamba, svitata quanto simpatica.

L'incontro si svolse a casa dei suoi genitori, piccola dimora che potremmo evocativamente battezzare "Buckingham Palace". Da un lato c'eravamo Sissi ed io, sempre un poco stropicciate e appese al limite del "noi siamo belle al naturale e non ci piace sforzarci più di tanto". Dall'altro Gra': un femminone esagerato!

A Berlino era la più bella del gruppo, a distanza di 12 anni è diventata ancora meglio. Mentre noi altre, che a differenza sua non abbiamo stretto diabolici patti con il maligno, arranchiamo faticosamente lungo la via che dagli enta si ostina a volerci portare agli anta.
Io sto cercando un bivio dove fare inversione ad U e tornare ai venti ma, sorprendentemente, non l'ho ancora trovato. L'assessore celeste all'urbanistica e viabilità un giorno dovrà darmi delle spiegazioni!

Dopo essere state accolte e coccolate dai genitori di Gra', ed aver conosciuto anche il fortunato futuro sposo, ci ritrovammo tutti a festeggiare l'addio al nubilato e l'addio al celibato assieme.
Enza, conscia del proprio ruolo di responsabilità ed afflitta da un'ansia da prestazione al cui confronto persino la mia scompare, passò il tempo a correre come un'ossessa da una parte all'altra per assicurarsi che tutto fosse perfetto.
Marco, testimone della sposa, ci erudì con maniacale dovizia di particolari circa tutte le regole fondamentali da seguire durante una cerimonia nuziale religiosa. E a fine serata distribuì dei diplomi di frequenza firmati da Enzo Miccio e Benedetto XVI, validi per essere esonerati dal corso prematrimoniale, usufruire di due ingressi gratuiti ai musei vaticani, e partecipare all'estrazione finale di un sobrio abito da "Barbie Raperonzolo Sposa Meringa".
Sissi ed io, una volta orgogliosamente nottambule, abbattute da una giornata tanto intensa, ci accasciammo rapidamente sulle nostre sedie, cercando però di tenere almeno un occhio aperto in due e di non russare troppo rumorosamente.

Una volta tornate in albergo potemmo liberamente svenire sui nostri giacigli.
Solo una bella nottata di sonno ci avrebbe permesso di recuperare l'aspetto e l'attitudine adatti per affrontare il matrimonio del secolo.

Continua...

Facebook può essere un'ottima vetrina.
Molte ditte la sanno usare. Altre no.

Non sono un'esperta del settore ma, sicuramente, un modo per attrarre e legare la clientela è quello di offrire occasioni, stimoli e, dove possibile, dialogo.

L'UniCredit vanta una pagina che in poco tempo è diventata frequentatissima e molto viva, merito di chi la gestisce e di chi vi partecipa.
La scelta felice, che ha garantito un tale successo, è stata quella di non dedicare spazio solo ai prodotti economici e finanziari, ma di pubblicizzare e sponsorizzare anche attività ludiche e culturali, legate al mondo dei giovani e del sociale.

L'UniCredit ha scommesso su un'immagine meno rigida e più vicina ai clienti ed ai loro interessi e, dai risultati finora ottenuti, si può dire che sia una scommessa vinta.

In particolare, l'attenzione si è focalizzata sull'arte e sullo sport, proponendo di volta in volta diversi concorsi, e con questi la possibilità di vincere biglietti a numerosi eventi.

Con lo SmART Quiz, rispondendo a domande sull’arte, i partecipanti possono vincere svariati premi. Quelli in palio in questi giorni fino al 20 dicembre consistono in un ingresso per due persone allo spettacolo "Sound, Music" a Milano, oppure in un ingresso per due alla mostra "Raffaello verso Picasso" a Vicenza o, ancora, in uno dei tanti cataloghi su questa mostra.  

Per gli amanti dello sport, invece, richiedendo la nuova Genius Card in versione UEFA Champions League, e ricaricandola con almeno 100€, si partecipa all'estrazione dei biglietti per la Finale di Londra 2013. 

Indovinate su cosa punto io? 
Vicenza I'm Coming!
Moltissimi anni or sono, la mia ormai celeberrima maestra Egle ci portò nella saletta proiezioni della scuola.
Noi ci mettemmo buoni buoni al nostro posto, lei litigò per un quarto d'ora con la tecnologia ostile, fino a quando non cominciò lo spettacolo.

Non so perché, non so quale funzione educativa fosse stata ravvisata nella pellicola, fatto sta che quel giorno la mia classe ed io godemmo della visione di "Ritorno al Futuro", e dei suoi 118 minuti di puro divertimento.

Alla fine la povera insegnante si trovò a dover gestire una folla di piccoli esaltati, in piedi su sedie e banchi, che urlavano come degli ossessi: "Corri Marty, corri!", con il trasporto e la fede che solo a quell'età ancora si possiedono.

Questo film per me è un dolce ricordo d'infanzia, che mi ha poi accompagnata per tutta l'adolescenza, e che ancora adesso occupa un posto speciale nel mio cuore.

Immaginatevi dunque lo stupore quando ho scoperto che proprio oggi, 5 dicembre 2012, in tutta Italia questa pellicola tornerà ad essere proiettata. Solo per questa sera si potranno godere le avventure di Doc, Marty e della pazzesca Delorean nuovamente sul grande schermo.

È giunto il tempo di tirare fuori dagli armadi i piumini smanicati, e correre tutti al cinema per rivivere un sogno!
Scese dalla corriera, l'autobus, il pullman, o come diavolo lo chiamate voi, Sissi ed io attendemmo fiduciose l'arrivo della nostra guida.
Il nostro faro, la nostra baby-sitter, la poveraccia a cui sarebbe spettato l'onere e l'onore di accogliere le cosiddette "amiche di Berlino".
Nientepopodimeno che: la testimone della sposa.
E scusate se è poco!  
Gra', impossibilitata a muoversi da mille bigodini e dalla pettinatrice che la teneva in ostaggio, scelse di affidarci alle amorevoli cure della solerte Enza.
Poverina.
No, non Gra' con la sua chilata di bigodini sulla capoccia.
Povera Enza, la testimone. Ella non poteva certo immaginare in che guaio stesse andando a cacciarsi.

Dopo averci fatte salire in auto, l'innocente ci chiese: "Avete mica qualche idea per giochi o scherzi da fare durante il ricevimento?"
Ecco. Il danno era fatto. Il tappo dello spumante saltato. La valanga partita.
Io, mi accucciai sul fondo del sedile cercando riparo.
Sissi, di fronte alla possibilità di organizzare qualcosa, come sempre perse la testa.
La sua gemella delirante e logorroica prese il controllo della situazione.
La figlia delle notti brave in Romagna, colse la palla al balzo, e cominciò a sparare una proposta al secondo: "Potremmo fare questo, o questo, o questo, oppure questo. Potremmo fare un quiz, una caccia al tesoro, uno spettacolo di mimo. Potremmo scrivere una poesia, una canzone, un romanzo in tre volumi. Potremmo girare un cortometraggio, un musical, un colossal alla Ben Hur"

Sissi, ipereccitata, parlava a manetta.
Enza, terrorizzata, teneva lo sguardo fisso sulla strada progettando di mollarci sulla statale. Rallentando o meno, era tutto da vedere.
Io, brandendo la frusta da domatore, cercavo di rendere inoffensiva la mia amica cesenate: "Sta buona, rilassati, respira, tira indietro gli artigli"

"Potremmo fare questo", insisteva lei.
"Non abbiamo abbastanza tempo", cercavo di farla ragionare io.
"E se facessimo quest'altro?"
"Ci sbatterebbero fuori"
"E quest'altra cosa ancora?"
"Ci farebbero arrestare!"

"Enza tu che ne pensi?", cercavamo di coinvolgerla.
"Non lo so, fate voi", ci rispondeva la poverina con un filo di voce, sognando il momento in cui avrebbe potuto mollarci in albergo per poi cavalcare serena e libera verso l'orizzonte.

Alla fine, cercando una soluzione che rendesse felice Sissi, avesse la mia approvazione, e liberasse dal pesante fardello Enza, svaligiammo una cartoleria e poi ci ritrovammo a scrivere, ritagliare, incollare. Incollare, ritagliare e scrivere.

"E sai cosa sarebbe anche bello, Jane?", chiese Sissi, con il suo miglior sguardo da pazza, agitando le forbici a punta arrotondata.
"Cosa?"
"Potresti fare un bel discorso"
"Ma che fai, scherzi?"
"Eddai, tu scrivi così bene"
"Io queste cose da film americano non le faccio, scordatelo!"
"Eddaiii"
"No!"
"Eddaiiiiiiiiiiiiiiiiii"
"No"
"Eddaiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii"
"No, e poi mi vergogno a leggere in pubblico!"
"E qual è il problema? Tu scrivi. Io leggo. Eddaiiiiiiiiiiiiiiiii"
"Basta! Va bene. Io scrivo un capolavoro LacrimeeRisate e tu lo leggi. Ma guai a te se sbagli i tempi comici!", decisi io con un piglio da genio esaltato.

Il rapporto tra me e Sissi è sempre stato così. Anche ai tempi gloriosi di Berlino.
Lei aveva le idee pazze.
Io le limavo, aggiustavo, bocciavo ma alla fine le restavo accanto.
Perché? Perché nessuna delle due si è mai lasciata scalfire dagli sguardi sbigottiti degli altri.
E perché era tanto divertente un tempo, così come lo è oggi.

Continua...
Ad inizio agosto Sissi ed io, una in partenza da Cesena e l'altra da Torino, ci ritrovammo sullo stesso treno.
Direzione Napoli.

Appena la vettura si fermò, allungai il collo cercando di rendere visibile la mia testa riccia. Sissi mi individuò immediatamente, ci sedemmo vicine e, da quel momento, iniziò l'inferno.
No, non per noi. Per tutti gli altri.
Per tutti gli altri passeggeri che dovettero subire chiacchiere, confidenze, ricordi e risate di due amiche che non si vedevano da anni.

Iniziammo a parlare appena sedute e non chiudemmo le nostre boccucce sante fino all'arrivo nel capoluogo partenopeo.

Qualche nostro compagno di viaggio tentò di togliersi la vita, o di strapparsi le orecchie e farne due deliziosi ciondoli.
Qualche altro provò a toglierci la vita, o a strapparci le corde vocali e farne una comoda arpa tascabile.
Alla fine, comunque, giungemmo tutti a destinazione.
Sani e salvi.
Noi un po' svociate. Gli altri un poco esauriti.

Dopo il treno, per raggiungere la provincia di Avellino, ci toccò imbarcarci sopra una corriera priva di aria condizionata e con l'umidità pari a quella di un bagno turco.
E a me, personalmente, toccò pure sopportare il dileggio telefonico di Gra'.
"Dove siete?"
"Siamo in corriera, appena partite dalla stazione"
"In corriera? uahuahauahauah corriera? uahauhauahauahauh ma come parli? uahauahauhauah come sei vintage!"

Sissi cercò di rassicurarmi:
"Anch'io dico corriera, non ti preoccupare"
Io, invero, non mi sentii affatto rassicurata.
La mia amica cesenate, infatti, è famosa per "parlare strano". Lei, ad esempio, usa il termine "bagaglio" per indicare qualsiasi cosa.
"Mi passi quel bagaglio?", ti dice.
E mentre tu cerchi da qualche parte una valigia, o almeno una borsa, scopri che lei voleva l'aspirapolvere, il tostapane, o un set di posate da 24.
Perché, come disse un giorno Martino, il nostro compagnuccio veneto, "a fare l'Erasmus non solo ho imparato il tedesco, ma soprattutto ho imparato che nessuno parla bene l'italiano. Né a nord né a sud. Subiamo tutti fortissime influenze locali."
Per lui non era una cosa buona. Affatto.
Per me, invece, è un'enorme ricchezza.

Io, ad esempio, ho cominciato ad usare i termini "assai" e "scostumato" proprio dopo aver conosciuto Gra' di Avellino. Ariano Irpino per la precisione.
Termini che non appartengono alla mia terra, ma che sono di inarrivabile perfezione.
Perché "assai" è infinitamente meglio di "molto". Più ricco. Più pieno. Più denso. Con un peso specifico maggiore.
E perché se dico "scostumato" ho detto tutto, senza bisogno di aggiungere altro. Se ti do dello scostumato sappi che ti odio.
Assai.

Continua...
Lo scorso agosto ho visto passare cinquant'anni in un mese.

E perché ve ne parlo solo adesso?
Perché di cose da raccontare ne ho tante e quindi spesso, per scrivere di alcuni argomenti mi tocca rimandarne altri. E poi perché parlarvi di un mese intero è impegnativo e finora mi era mancata la forza di affrontare tale impresa. E infine perché il blog è mio e faccio come mi pare!
Quindi zitti, buoni e se vi becco con la cicca in bocca vi butto fuori dalla classe!

Bene.
Ricominciamo.

Lo scorso agosto ho visto passare cinquant'anni in un mese.

Ehi voi due! Sì, dico proprio a voi in fondo all'aula! Che c'avete da chiacchierare?
"Noi ci chiedevamo, Signora Maestra, ma quanto sarà lungo un post che parla di un mese intero?"
Parecchio. E, infatti, lo dividerò in episodi.

"Nooooo"
"Di nuovo?"
"Cosa???"
Smettetela di rumoreggiare tutti quanti!

E che sarà mai?
Voglio solo legarvi mani e piedi al mio blog per una settimana.
C'avete altro da fare?
Si???
Disdite.

E ora: silenzio che si comincia sul serio.

Tutto ebbe inizio con l'annuncio del matrimonio della mia amica Gra'.
In quell'occasione, quattro delle sei comari berlinesi, avrebbero avuto la possibilità di rincontrarsi, con tutte le conseguenze del caso.

Appena venute a conoscenza della data fatidica, ognuna di noi iniziò ad organizzarsi.

Sissi, madre di tre creature, chiamò all'appello compagno e nonni:
"Ad agosto vado a fare festa con le mie amiche. Quindi, per sole miserrime 48 ore, i miei adorati figliuoli verranno affidati alle vostre amorevoli cure. Gradirei ritrovarli lavati, satolli, e pure vivi al mio ritorno. Grazie."
Spietata.

Renée, da vera stratega esperta in pacchetti vacanze, organizzò le proprie ferie e quelle del di lei fidanzato in modo da arrivare in tempo in Chiesa. All'ultimo minuto. Ma comunque prima della sposa.
Mezz'ora prima si fiondava in albergo stanca, stropicciata e profondamente provata. Mezz'ora dopo, varcava la sacra soglia profumata di violette e vestita di tutto punto.
Mentre le altre invitate, preparatesi col giusto anticipo, erano già distrutte dal caldo afoso e cominciavano a perdersi i pezzi.
Astuta.

Io, appena invitata alle nozze-evento, liquidai la perenne mancanza di tempo libero di Ciccio con un lapidario: "Io al matrimonio ci vado. Chi c'è c'è."
Lui, ovviamente, non ci fu.
Fidanzata immaginaria.

Continua...
Ormai si sente questa canzone ovunque.
Sono sicura che ben presto non ne potrò più e comincerò ad odiarla.
Ma per ora l'effetto che il suo ritmo ha sul mio umore ed il movimento oscillatorio dei miei fianchi è dirompente.

E quindi, per ora, me la godo!

Oh yeah yeah 
Oh yeah yeah yeah 
Ooh! 
Oh yeah yeah 
Oh yeah yeah yeah 
Ooh!


In un tempo lontano la magia si compì.
Ciò che era stato non fu più. E ciò che fu lasciò il mondo senza parole.

Non se ne conosce il giorno, l'ora o il minuto.
Tronchi d'albero affondavano da tempo nel fango più profondo, leggeri passi di uomini e animali attraversavano calli e campi, le case avevano imparato a seguire l'andamento della terra e dell'acqua.
Improvvisamente Lei smise di dormire, serena e inconsapevole. E si destò, cominciando ad essere.

Ma non scrollò le proprie spalle per far fuggire tutti, non si alzò in piedi per ergersi a dominatrice. Rimase sdraiata, tranquilla, tra acqua e terra, tra sassi e mare, tra cielo e radici. Gli occhi rivolti verso l'azzurro. Le narici a riempirsi dell'aria di mare. I capelli aggrovigliati come alghe a occupare la laguna.

Da quel momento Lei esiste. Respira, vede e sente. Nessun'altra è come lei. Nessun'altra fa parte del ciclo della natura come lei. Le acque si gonfiano e lei le accoglie. L'uomo lavora e lei lo sorregge. Frotte di invasori la calpestano e lei li sopporta, troppo superiore per provar fastidio.

Le altre sono semplici città. Lei è Venezia, una dea, un essere mitologico, una donna. Lei respira l'aria degli uomini ma potrebbe tranquillamente tornare a riassopirsi per sempre, sommersa dall'acqua della laguna.
Lei ci sarà. Sopravvissuta ai suoi padri, sopravvivrà ai suoi figli. Sopra o sotto le acque. Fra dieci come fra mille anni.

Le dee non muoiono mai.

Tutte le altre sono solo città. Lei no.
Mani da vecchia. Ho mani da vecchia.
Ossute, rugose, orribili.

Mani da bambino. Lui ha mani da bambino.

È curioso che sia questo il mio ultimo pensiero: le sue mani da bambino intorno al mio collo.

Uccisa da uno stronzo con le mani più belle delle mie.
Qual è il giorno in cui ci si sveglia con le occhiaie di un panda, i capelli di un leone fonato e l'incarnato di un ramarro?

Ovvio. Il giorno in cui bisogna rinnovare la carta d'identità.

All'anagrafe hanno deciso di farmela valida per l'espatrio ma non per il rimpatrio.
Chiuse il blog e, da quel momento, dovette sopportare il mio molesto disappunto, il mio chiassoso dispiacere, i miei assillanti interrogativi.
"Perché l'hai fatto?", gli chiesi ad ogni piè sospinto con voce acuta e fastidiosa.
Fino a quando, mosso da disperazione, fervida fantasia ed innegabile talento, decise di darmi una spiegazione.

Una spiegazione che merita di essere condivisa.

"Quel giorno avevo scritto quattro righe, quando arrivò una telefonata e dovetti lasciare tutto per correre al lavoro.
Presi la giacca, che avevo poggiato accanto al pc, e andai verso la porta.
Mi tuffai giù veloce per le scale scivolando sul passamano. Evitai la Signora del terzo piano e saltai sulla moto. Anzi no, quella mi era stata rubata. Saltai su un motorino lentissimo. E, lentissimamente, volai verso l'ufficio.

Arrivato in Studio presi a discutere in modo veemente con la collega detonaballe. Lo scambio di vedute differenti si fece diatriba. La diatriba divenne diaspora. La diaspora andò un momento in bagno a cambiarsi, e tornò incazzata che sembrava una lite. E fu a quel punto che, giunto sul cocuzzolo più alto del mio sermone, mi prese una paresi.

Muto. La bocca spalancata nel bel mezzo della parola "impo-ssibile".

Cos'era accaduto? Non riuscivo a realizzare la stranezza che mi era presa e pensai a un brutto male. Fino a quando l'occhio della insopportabile collega cadde in basso, a terra. Fu lei a farmi notare che mi pendeva qualcosa. Proprio lì dietro a me. 
Guardai atterrito.

Nella frenesia del momento m'era rimasta impigliata addosso l'ultima parola di quelle quattro righe, e mi ero tirato appresso tutto il resto. Ero partito da casa e avevo sfilato via l'intero blog.

Provai a ripercorrere la strada e riavvolgere tutta la collana verbacea, ma dopo un centinaio di metri il filo era rotto. Le parole perdute.

La mia azione era stata troppo violenta. Insostenibile in sintassi."

Ha chiuso il blog ma non ha smesso di scrivere. Per fortuna.
Ed è un piacere, oltre che un onore, poter ospitare questo suo surreale e delizioso racconto.

Chi ne è l'autore? Sta a lui palesarsi.
Ma solo se lo desidera.

Caro Michael,
ti conobbi pochi anni fa, quando mi raccontasti la storia di Ella e John.
Ti scoprii per caso in una fiera affollatta tra milioni di altre pagine. In un angolo speciale ricco di tinte calde, titoli accattivanti e nomi sconosciuti.

Ci incontrammo nuovamente un anno dopo, nello stesso posto.
Ti presi per mano, senza pensarci un attimo, e trascinai a casa mia.
Fu bello come la prima volta ma diverso. Non fummo né gentili né romantici. Ci scambiammo i nostri lati più spigolosi, meno accoglienti, più dolenti e dolorosi.
Ci lasciammo senza una parola. Ma con la consapevolezza che il destino ci avrebbe sicuramente regalato un'altra occasione.

E così è stato.

Pochi mesi fa, avvolti da un caldo autunno cittadino, ci siamo ritrovati. Ancora una volta.
Eravamo in un cortile dove una donna suonava un pianoforte, bambini chiassosi si rincorrevano, e piccoli incerti tavolini reggevano le parole di molti.

È stato un meraviglioso tuffo nel passato. Ho trovato i tuoi primi passi, quelli che ancora mi mancavano per completare il quadro. Ho attraversato l'origine di tutto, la tua storia più vera e personale. Ho conosciuto il personaggio che più ti assomiglia e l'ho amato.

Credo di aver anche conosciuto il personaggio che più assomiglia a lei. Tua moglie Rita.
L'ho conosciuta. L'ho amata. E invidiata.

Donna fortunata.
Musa e compagna.

Va bene, me ne farò una ragione.
Forse io non avrei mai potuto rendere felice te.
Forse tu non avresti mai potuto rendere felice me.
Ma io continuerò comunque a leggerti.
Tu, mi raccomando, continua a scrivere.

Con la devozione che solo una lettrice può avere,
per sempre tua,
Pancrazia.
Domenica sono tornata a Venezia.
Per un giorno solo. Anzi, per meno. Per nove ore.
Nove ore di pura gioia.

Pochi luoghi mi colpiscono cuore e mente quanto il gioiello lagunare.

Domenica ho cominciato a sognare quando ero ancora sulla terra ferma.
Ho elaborato il primo di una lunga serie di post quando, dalla pancia del battello, osservavo la sagoma della città che si faceva sempre più vicina.
Rapita dall'eloquio fluente e dai succosi aneddoti della guida, mi sono aggirata per calli e campi con un sorriso estatico dovuto al fisico piacere della scoperta.

Venezia è piena di storie da raccontare. Storie vere, storie inventate, storie reinterpretate.

Venezia è la mia idea di paradiso. Anche quando fa freddo. Anche quando bisogna andare in giro con le galosce. Anche quando la pioggia si prende gioco di occhiali e ricci.

Perché io non amo Venezia. O, almeno, non solo.
Io vorrei essere Venezia. Nel bene e nel male.

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