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Finalmente si decise a fare un passo avanti.
L'ultimo.

L'altro giorno, di punto in bianco, mi è tornato in mente il libro delle cornicette.
Voi ce l'avevate il libro delle cornicette?
La mia maestra di prima elementare, l'anziana Giannetta che venne poi sostituita dalla giovane Egle, ne possedeva diverse versioni. C'era quella delux, quella intermedia e quella per bambini particolarmente imbranati.
Pagine e pagine di cornicette da copiare sul proprio quaderno per dividere le lezioni dai compiti, l'italiano dalla matematica, le note dai bei voti.
Credo che, in realtà, la vera funzione di questi grafici orpelli fosse rendere noi giovani neoalfabetizzati più abili con penna e matita, meno impacciati nei movimenti, più disinvolti nell'approccio alla scrittura.
Insomma, le cornicette dei miei tempi erano la versione moderna e creativa delle "aste" delle generazioni a me precedenti.

Perché vi sto dicendo tutto questo?
Perché il ricordo delle cornicette e, soprattutto, dell'assurdo libro che ne custodiva al proprio interno millemilioni di differenti versioni, si è tirato dietro tutta una serie di memorie e riflessioni strettamente legate ai miei anni delle elementari.
Anni durante i quali si poteva tenere il mondo in ordine con l'uso di semplici disegni geometrici ad ornare una pagina.
O questo è un falso ricordo? Una ricostruzione faziosa del tempo che fu?
Forse, a guardar bene, ad osservare più da vicino, si riescono a vedere anche le scalfiture, le ammaccature dell'imperfetto tempo andato.
Forse anche quelli erano anni incasinati, anni di delusioni e traumi, anni di rapporti appassionati e burrascosi.

Ve la ricordate l'amicizia ai tempi delle cornicette?
Io sì.
Mi ricordo soprattutto le mie tre migliori amiche. Le mie tre compagne di classe preferite.
Noi ci muovevamo sempre in quattro: Rita, Paola, Silvia ed io.

Il padre di Rita lavorava in banca. La madre insegnava inglese. Nelle dinamiche interne della mia proletarissima scuola elementare, ciò era più che sufficiente per darle un ruolo privilegiato, per metterla sopra un piccolo invisibile gradino.
Il tutto era amplificato dalla sua naturale e pacata eleganza, dal suo principesco atteggiamento, dalla sua connaturata aristocratica sobrietà.
Sobrietà che scricchiolò solo per pochi secondi durante uno dei primi giorni di scuola. Quando Rita si presentò in classe con un volantino di un negozio di giocattoli. E io mi avvicinai, come gli altri, per dare un'occhiata.
"È inutile che guardi. I tuoi genitori fanno gli operai: non te le puoi permettere queste cose", disse lei, perdendo il suo proverbiale aplomb ed esibendo una sorprendente acidità.
"I miei genitori lavorano tanto e mi vogliono bene. Quello che puoi avere tu lo posso avere pure io!", risposi, reprimendo faticosamente il desiderio di attaccarle una caccola tra i capelli, e dimostrando tutto il mio amore per le dichiarazioni enfatiche da colonna sonora drammatica.
Questo semplice scambio bastò a farmi guadagnare il ruolo di sua parigrado. I giocattoli non c'entravano niente, era questione di rispetto, dato e dovuto.
A lei piaceva il fatto che io non facessi alcuno sforzo per guadagnarmi il suo affetto.
A me piaceva il fatto che, dietro quella laccatissima maschera, fossero presenti difetti e debolezze. E che solo io conoscessi il suo lato oscuro, più oscuro di tutti, la sua notevole capacità nel fare rutti a comando.

Sempre un passo dietro alla reginetta della classe, a tenerle servilmente il nobile strascico, c'era Paola.
Paola era amica mia solo per sbaglio, per convenzione, per noiosa abitudine.
Lei ed io non avevamo niente in comune, ma ci toccava condividere tutto: la strada per andare a scuola, il cortile, e persino le nostre due migliori amiche.
Io ho sempre pensato che l'antipatia fosse evidente e reciproca. Ma, in realtà, una volta finite le elementari lei cercò, a differenza mia, di mantenere i contatti. Atteggiamento inspiegabile, se non partendo dal presupposto che Paola un po' di bene me ne volesse sul serio.
A tal proposito, fu indimenticabile una sua telefonata fattami in terza media. Io ero di corsa e così, semplicemente, finsi che avesse sbagliato numero.
E quando, pochi giorni dopo, lei mi richiamò per raccontarmi il curioso episodio, e aggiungere "Strano, però, al telefono sembravi proprio tu", io negai. Negai con tutta la sfacciataggine di cui ero e di cui sono capace. Negai. Non per proteggere i suoi sentimenti ma il santino di "buona" che faticosamente mi ero autocostruita. Santino che ancora porto con me. Perché peggio delle prigioni che ci erigono gli altri, esistono solo quelle che ci erigiamo da soli.
Buona? Ma buona de che? Posso essere stronza come gli altri. Anzi, no, lo posso essere in maniera molto più creativa ed esuberante della media. E ciò mi riempie d'orgoglio.
Per la cronaca: sono convinta che lei non mi credette neanche per un secondo.

L'ultima del gruppo era Silvia. La mia anima gemella.
Nella foto di classe Rita e Paola sono sedute, eleganti come due damine e si tengono per mano.
Silvia ed io siamo in piedi, dietro di loro, ognuna con il braccio intorno alla spalla dell'altra.
Le prime due sorridono compite.
Noi ridiamo sguaiate.
Loro sembrano appena arrivate da una festa di famiglia.
Noi da un pomeriggio ai giardinetti.

Le cornicette mi hanno portato a ripensare ad Silvia e alla nostra amicizia. Ho ripensato che pure in quel periodo di cartoni animati, collezione dei puffi e maglioncini rosa i rapporti potevano essere complicati. Anche se ci si provava, delle volte era difficile rispettare i quadretti del foglio, il tratto diveniva incerto, la matita sbavava, le mani sudaticce si attaccavano alla carta.
Silvia era la mia migliore amica. La più migliore di tutte. Meglio di Rita. Un milione di volte meglio di Paola. Eppure litigavamo come cane e gatto. Non ricordo minimamente quali fossero le motivazioni. Ricordo solo che ci urlavamo contro e ci facevamo del male. Passavamo dall'affetto incondizionato alle ripicche più ridicole.
Eppure eccoci là nella foto, abbracciate, testa riccia contro testa riccia, sorridenti. E non solo perché quello era evidentemente un momento di serena tregua, ma perché eravamo amiche sul serio. Non c'era bisogno di troppe spiegazioni. Ci volevamo bene. Nella nostra maniera chiassosa, sconclusionata ma sincera.

Ora che sono passati mille anni le cornicette non le faccio più. Ma litigo ancora, alternando al dolore dello scontro la gioia della riappacificazione.
Silvia non la frequento più, ma ho trovato un suo degno sostituto.
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Ve ne ho già parlato in passato e torno a riparlarvene.
Di cosa?
Della pagina Facebook dell'Unicredit e di tutte le iniziative e possibilità ad essa correlate. Iniziative rivolte soprattutto a un pubblico giovane e ricco d'interessi.

E se qualcuno si sta chiedendo: "Giovane? E tu, Pancrazia, che c'entri?" Sappia che verrà corcato di mazzate a breve. Anzi a brevissimo.

Ma torniamo a parlare di cose serie.
Fino al 5 aprile su Facebook è disponibile UNIversiTag. Un'applicazione legata a UniCredit & Universities Foundation, la fondazione che sostiene e promuove la specializzazione all'estero degli studenti europei più meritevoli. 

Sulla fanpage di UniCredit voi, miei giovanissimi (e secchioni) lettori, potrete condividere le vostre foto.

Ma mica delle foto qualsiasi!
Dovrete scegliere gli scatti che meglio rappresentino i vostri studi passati o attuali.  

Poi, una volta caricata l'immagine, avrete la possibilità di lasciare un ricordo o un pensiero sulla vostra esperienza. E, infine, dovrete taggare (anvedi come parlo gggiovane!) la foto con una delle parole già predisposte dall’applicazione.

Se la vostra immagine sarà approvata, verrà sottoposta al giudizio di una giuria. 

E, se la giuria la dovesse selezionare, il vostro bel faccino finirà all’interno del documento di bilancio della fondazione UniCredit & Universities. 

Che non sarà Vogue e neanche Sports Illustrated ma, con quelle facce lì, che pretendete?!?
I suoi occhi si aprirono e mi fissarono.
Il viso, pallido e gonfio, ebbe un tremito.

Mi chinai per salutarla. Poggiai la mia mano sinistra sulla sua spalla destra. La camicia da notte era liscia e sottile.

Le baciai il volto.
Il sapore e l'odore erano ancora i suoi: un misto di caramelle alla menta, sapone di Marsiglia e naftalina.

"Ciao". La voce, invece, era solo la mia.
La sua non l'avrei sentita mai più.
Una volta superato il cancello, la loro attenzione venne attratta dal vezzoso comignolo rosa che puntava verso il cielo. La piccola bocca soffiava un fumo bianco e denso come le nuvole, ma profumato come le fragole selvatiche.

Improvvisamente, da dentro la casa giunse un urlo. Un unico urlo acuto e breve.
Solo questo. E nulla più.

I due non si spaventarono ma corsero gli ultimi metri che li separavano dal bizzarro edificio.
Poi, per guardare dentro, appoggiarono le mani al vetro della finestra.
Si stupirono: non era freddo e neanche liscio. Ma tiepido e ruvido.

"Zucchero", sentenziò Hansel dopo un'unica sapiente passata di lingua.
Il miglior ritornello di sempre


Per il terzo appuntamento con la rubrica Nella Rete ho scelto di dare spazio ad un evento che con il web, in realtà, non ha molto a che fare. Ma del resto il blog è mio, la rubrica pure, e faccio e disfo come più mi garba!

Fra meno di un mese, sabato 6 aprile 2013, al teatro Centofiori di Bologna andrà in scena il classico dei classici: Romeo e Giulietta. Ma sarà diverso da qualunque cosa abbiate visto prima. Sarà moderno, ironico e un poco noir.

A dare vita a questa speciale versione ci penserà una giovanissima compagnia teatrale, "La Scene Subite", nata solo nel 2012.

Se siete di Bologna o d'intorni questa potrebbe essere davvero un'occasione da non perdere per vedere un bello spettacolo.
E conoscere Pancrazia.
Ebbene sì, ci sarò anch'io!
Ma non, non vi eccitate. Purtroppo non calcherò le tavole del palcoscenico, ma starò comodamente seduta tra il pubblico.

Sul palco, nei panni di Giulietta, nonché di cofondatrice della compagnia, ci sarà nientepopodimeno che MIA CUGINA!
Che volete che vi dica? Siamo una famiglia di artisti. E ci facciamo spudoratamente (ma meritatamente) pubblicità tra di noi.

L'appuntamento è al teatro Centofiori, in via Gorky 16, alle ore 21.

Le anticipazioni più succose le potete leggere qui.

Come già vi avevo annunciato in questo post, nei prossimi giorni/settimane/mesi (chi potrà mai dirlo?!?) scriverò e illustrerò una serie di racconti brevi, anzi brevissimi.
Ogni racconto, un protagonista diverso.
Tutti i protagonisti, il medesimo autobus.
Il 68, il Karonte's Bus.

Le storie si possono anche leggere singolarmente, ma l'ideale sarebbe seguire il loro ordine.
La prima la potete trovare a La Pozione Magica di Eireen.
La seconda qui di seguito.


 
Ogni giorno la stessa storia.
Esco dal campo e cammino per dieci minuti.
Arrivo alla fermata. Arriviamo. Mamma sale sul 77. La mia sorellina sul 13. Io aspetto il 68.

È sempre pieno il 68.
Dò una gomitata a destra e una a sinistra. Una spinta a destra e una a sinistra. Qualcuno mi fa gli occhiacci. Qualcun altro m’insulta. Tutti controllano svelti svelti tasche e borse.
“La zingara. La zingara che ruba.
Attenti alla zingara che ruba!”

Io non rubo. Ma mi diverto a farglielo credere.
Mica mi farebbe schifo rubare. Papà sarebbe così contento ed orgoglioso. Ma ho la mano troppo pesante. Non sono capace.

Eccola là.
La vecchia.
Anche lei tutti i giorni sul 68.
Sempre arrabbiata. O forse triste. Che è molto peggio.

Il primo giorno che la incontrai spinsi anche lei.
Mi fece gli occhiacci. Poi controllò la borsa.

Alla sua fermata ci mise un’ora per scendere con la gamba rigida e un vecchio bastone.
Da quella volta non la spinsi più.
Come promesso, continuano i miei aggiornamenti dalla Svezia.
Per chi li leggesse solo ora, non si agiti, non mi sono trasferita in mezzo alla neve, le biondone, e le librerie Billy. Sono sempre qua, nella città del Grande Gianduiotto, ma ricevo costanti notizie provenienti dal Nord dalla mia storica amica LaMati, membro orgoglioso dello staff della FISIP (Federazione italiana sport invernali paralimpici).

Il tempo in quel di Solleftea è più caldo e soleggiato del previsto. Ciò aiuta sicuramente l'umore, ma è difficile dire l'effetto che abbia invece sulle piste.

Le gare sono cominciate ieri con lo Sprint.
Il percorso purtroppo presentava pendenze eccessive, tanto da risultare persino pericoloso per gli atleti. Non è un caso, infatti, che si siano verificate molte cadute, tra cui anche quelle di Francesca Porcellato e Ronald Ruepp, due tra i nostri nomi di maggior spicco.

Sportivi con... no, non mi viene nessuna versione edulcorata...sportivi con i controca##i!

Giusto per farvi capire il loro livello, oggi vi butto là, come se nulla fosse, i "numeri" di Francesca. 
La meravigliosa rossa di Castelfranco Veneto vanta otto partecipazioni ai Giochi paralimpici.
Sei agli estivi nella squadra di atletica leggera. E due agli invernali in quella di sci di fondo.
Finora, tra atletica e sci, ha conquistato undici medaglie olimpiche, nove mondiali e dieci europee.
E non è da escludersi che i miei numeri non siano aggiornati e quindi un poco al ribasso.

Insomma, l'Italia a Solleftea ha mandato fior fior di atleti: ci vorrà ben altro che delle piste discutibili per fermarli. 

Forza azzurri, noi facciamo il tifo per voi!
La scorsa settimana ho ricevuto una proposta indecente.
Una di quelle proposte a cui io non riesco proprio a dire di no.
Una di quelle proposte che sono al tempo stesso un onere ed un onore.

Eireen, meravigliosa blogger tenutaria de La pozione magica, mi ha chiesto di scrivere un guest post. Di lasciare la mia immeritevole traccia sulle sue pagine.

A me andava la scelta del contenuto e della forma. Insomma, avevo carta bianca.
Cosa c'è di più terribile di avere completamente carta bianca?
Per me, miss AnsiaDaPrestazione, niente!

E, infatti, mi è servita più di una settimana per riuscire a fare un poco di ordine tra i pensieri ed i progetti.
Ho scritto un'intera storia per poi buttarla nel cestino.
Mi sono interrogata senza trovare risposta.
Alla fine, però, mi è venuta un'idea. Un'idea per il blog di Eireen e anche per Radio Cole.

Nei prossimi giorni pubblicherò dei piccoli racconti illustrati. Ogni racconto sarà incentrato su un unico personaggio. Ogni personaggio avrà in comune con gli altri solo il fatto di viaggiare accidentalmente sullo stesso autobus: il 68, il Karonte's Bus.

Il primo di questi mini racconti lo potete già trovare a La Pozione Magica.
Gli altri, nei prossimi giorni/settimane/mesi, su Radio Cole.

E, già che andate a trovare Eireen, vi consiglio di dare un'occhiata a tutti i suoi post, gli Esorcicci di stile, gli Omaggi, i Flussi di Coscienza, etc etc...

Buona lettura!
Ieri sera mi è arrivata questa email:
Inviata speciale dalla Svezia a Blogger gianduiottiana...

Dopo un lungo viaggio che ci ha visti gironzolare per 3 aeroporti ed un tragitto in bus tra i neri boschi svedesi, cumuli altissimi di neve e simpatiche renne curiose, eccoci finalmente arrivati a Solleftea.
L'albergo e' decisamente nuovo (non è neanche finito) e molto al di sopra dei nostri standard. Disfatti i bagagli e docciati, ora ci fiondiamo negli spettacolari letti, sotto morbidi piumoni e tra infiniti cuscini.
Se riuscirò ad emergere, domani faremo una perlustrazione della struttura e delle piste. Per poi andare ad una rigenerante sauna con piscina mozzafiato.

Secondo me, domattina ci dicono che c'è stato un errore e ci trasferiscono in una gelida dependance in mezzo ai boschi!
Baci!

LaMati

Che ci fa LaMati (come chi? Lei!) in Svezia tra saune, piste da sci, e renne curiose? Ve lo dico io!

L'amichetta mia è entrata da poco a far parte ufficialmente dello staff della FISIP, Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici.
Ella, forte di un'ottima conoscenza dell'inglese, fa la splendida durante le conferenze stampa, gira il mondo, vede paesaggi mozzafiato, raccoglie storie incredibili, e mi fa schiattare d'invidia.

L'anno scorso è stata in Siberia. In mezzo al nulla. E in pieni anni '70.
Un mese fa nel Wisconsin. In mezzo al nulla. E in pieni anni '90.
Ieri è arrivata in Svezia. In mezzo al nulla. Epoca ancora da definirsi.
In effetti, ora che ci rifletto bene, le invidio l'esperienza umana ma molto meno le destinazioni da pinguino eremita.

L'appuntamento che ha portato LaMati in Scandinavia è quello dei mondiali paralimpici di Fondo e Biathlon.
E, per l'occasione, a Pancraziuccia vostra è venuta un'idea geniale, una delle tante.
Ella, infatti, si è detta: "dato che l'amica mia e tutti gli atleti dopo gli allenamenti e le gare non sanno come far passare la giornata, perché non chiedere a lei e, di conseguenza, a tutti loro di riempire i tempi morti raccontando un po' quello che fanno?"

Che in Italia si parli poco degli sport cosiddetti minori è cosa risaputa, e che non si parli affatto di quelli paralimpici è cosa dolorosamente evidente. E ve lo dice una che, da torinese, ha visto con i propri occhi la differenza abissale di copertura mediatica, organizzazione, e sicurezza tra olimpiadi e paralimpiadi.
Quindi, ho deciso che, per una volta, invece di limitarmi al lamento senza costrutto (cosa che mi riesce benissimo) cercherò nel mio piccolo (piccolissimo) di fare qualcosa di utile, sopperendo a tale mancanza.
Nelle prossime settimane su Radio Cole verrà dedicato ampio spazio a questa realtà. A questi Azzurri che fanno sventolare il tricolore e collezionano medaglie in giro per il mondo.

Volete avere notizie circa i Campionati Mondiali di Fondo e Biathlon a Solleftea, in Svezia?
Bene, nei prossimi giorni passate di qua.
Troverete curiosità, risultati delle gare, e (spero) qualche foto.

LaMati e Pancrazia vi stupiranno!
Ho "incontrato" Daniel Cuello su twitter più di un anno fa.
Appena ho visto il suo sito mi sono ripromessa che, prima o poi, ne avrei parlato su Radio Cole.
E quale occasione migliore se non la mia fresca fresca rubrica "Nella Rete"?

Daniel disegna racconti e illustrazioni.
Narra storie attraverso le immagini.
Crea poesie e suggestioni con il suo tratto deciso e mai banale.

Autodidatta dal grande talento, mischia al piacere del racconto quello delle immagini in un equilibrio delicato e originale.

Trai tanti lavori e progetti che potete trovare sul suo blog vi segnalo in particolare People. Una carrellata di facce, persone, espressioni, personaggi.



Bravo, eh? Ve l'avevo detto!
Non guido spesso.
Quando lo faccio, di solito, m'innervosisco.
M'innervosisce il traffico e mi esaurisce cercare parcheggio.
Come a tutti, del resto.

Mi piace guidare solo di sera, di notte o al mattino presto.
Insomma, mi piace guidare quando ci sono poche macchine in giro.

Molti anni fa, quando lavoravo in una birreria vicino a Porta Nuova, mi piaceva tornare a casa in piena notte. Da sola.
La mia vecchia Peugeot sfrecciava per un Corso Vittorio muto e sordo.
Il corpo era stanco ma la mente ancora vigile. Il desiderio del riposo si alternava con il piacere di una città tutta per me.
A quell'ora erano solo quindici minuti di strada e delle volte era difficile resistere alla tentazione di mettermi a girare in tondo, per godere un poco più a lungo di quella solitudine e di quella pace.

Quando lavoravo ancora all'AVIS mi alzavo tutte le domeniche all'alba.
Tutte le domeniche. All'alba.
Sarebbe stata una tortura insopportabile se, oltre la salita del garage, non ci fosse stata ogni volta una Torino ancora addormentata ad attendermi.
Nessuno per strada. Nessuno sui marciapiedi.
Ed io, al sicuro nel mio bozzolo scarlatto, che facevo progetti, cantavo e ballavo.
Amoreggiavo con una città che era tutta mia.

Ieri sera ho riscoperto quella vecchia sensazione.
Non era poi così tardi ma le vie erano già quasi completamente sgombre.
C'ero solo io.
Io per i miei corsi grandi e vuoti.
Io con i miei pensieri e i miei spazi.
Io ancora padrona di questi luoghi.
Io come tanti altri. Ma più di tanti altri.
Io.
#Twitscript n°2

Da oggi sulle sfolgoranti pagine di Radio Cole si apre una nuova rubrica, un appuntamento settimanale con i tesori presenti Nella Rete, con tutto ciò che di bello, creativo e innovativo si trova navigando tra blog, siti, social network e chi più ne ha più ne metta.

La mia passione e la mia curiosità per i talenti sparsi nel web è cosa nota. Più volte in questo blog vi ho proposto iniziative e soggetti che, secondo me, meritavano la vostra attenzione.
D'ora in poi però questa mia attitudine da "scopritrice di talenti wannabe" sarà ancora più sfruttata e setaccerò la rete per voi (e per me) in cerca di piccoli e grandi tesori.

Con il primo numero di questa rubrica ho deciso di partire col botto, tanto che mi è già venuta l'ansia da prestazione per il secondo e la necessità di mantenermi all'altezza.

Tempo fa vi proposi "Motore", un corto di Alessandro Marinaro. Oggi raddoppio con "Buongiorno, sig. Bellavista", scritto e diretto sempre dallo stesso regista catanese.

Trenta minuti di emozioni e poesia.
Un cast sorprendente per un racconto sul piacere della scoperta. La scoperta della vita, del mondo, di tutto ciò che ci circonda. Un piacere che ci nutre, ci rinvigorisce e ci rende persino più graziosi.
Una scoperta che può avvenire attraverso gli occhi, le mani, una cinepresa o anche una penna. Questo Marinaro non lo dice, ma lo aggiungo io.

Non sono un'esperta di cinema e non voglio atteggiarmi a tale. Vi propongo questo film solo perché mi ha sorpresa e conquistata. E, del resto, vi pare poco?
Tra lo svolgersi dei dialoghi ho ritrovato una familiarità passata. Tra le immagini e la corsa forsennata del protagonista una presente e futura.
In effetti è questo che fanno i personaggi che Marinaro ama rappresentare: corrono! Alcuni scappano dai propri sogni altri si buttano in braccio alla vita. Di sicuro non stanno mai fermi.

Buona visione!

Entrambi i corti, sia "Motore" sia "Buongiorno, sig. Bellavista", partecipano alla seconda edizione del concorso "Short Movies" promosso da La3. Per votare e dare un'occhiata anche agli altri partecipanti andate sulla pagina Facebook ufficiale.
Deve esserci un errore. Ci riprovo.

Ci siamo visti per una sola ora in quel locale.
Da quel momento la mia vita non è stata più la stessa.

Mi manca. Mi manca come l'aria che respiro. Mi manca come l'acqua che mi disseta. Mi manca come il cibo che mi nutre.

Un incontro casuale. Gomito a gomito aspettando la consumazione al bancone del bar.
Un bel sorriso, una fossetta sulla guancia destra e gli occhi che si facevano piccoli piccoli.
Luca. Che nome meraviglioso.

"Maria? Bello. Così semplice"
Mi è bastato questo per capire che fosse quello giusto.

Gli altri erano stati solo pallidi surrogati.
Errori.
Piccole sviste lungo il percorso che mi aveva portato fino a lui.

Abbiamo trascorso un'ora, seduti fianco contro fianco.
Ci siamo raccontati. Storditi di chiacchiere. Ubriacati del reciproco interesse.

Studi. Famiglia. Amici. Passioni.
Ogni cosa che s'incastra perfettamente.
Le mani che si sfiorano. Il rossore sulle guance. Il suo sguardo sulle mie labbra.
E ancora parole, parole, parole.
A soffocarsi.
A sollevarsi.
A reinventarsi.

Seduti per terra, in un angolo, al buio.
Gli altri costretti a scavalcarci.
Al sicuro, protetti dal mondo, lontani da tutto.

Complicità.
Intimità.
Intensità.

Perfezione.

Certe coppie ci mettono una vita. Ad alcune neanche basta.
Ma a noi no. A noi è stata sufficiente un'ora per chiudere il cerchio.
Per trovare l'equilibrio.
Per ricongiungerci come le due metà di una mela.

Luca è mio ed io sono sua. Per sempre.

Gli ho detto tutto di me.
Tutto.
Sa che mi mangio le unghie.
Sa che dormo sul fianco sinistro. E russo.
Sa che ho rigato la macchina a Sandro dopo che mi ha lasciata. Che ho molestato telefonicamente Pino per non avermi invitata ad un secondo appuntamento. Che ho investito Roby con il motorino, dopo che si è rimesso con la sua ex. Che ho avvelenato il cane di Marco perché era evidente che tentasse di separarci. Che ho rotto il femore alla nonna di Gino perché diceva che non andavo bene per suo nipote.

Gli ho detto tutto di me.
Tutto.

"Ora devo proprio andare"
"Ci scambiamo i numeri?"
"Ma certo"

Ci riprovo.
Numero inesistente.
Non è possibile.

Deve esserci un errore. Ci riprovo.

Vi avevo già parlato, in un articolo precedente, dell'ottima pagina Facebook di Unicredit, e della possibilità di partecipare a concorsi il cui tema ed i cui premi appartengono al mondo dell'arte, della cultura, e agli interessi dei più giovani.
Anche molto più giovani di me, purtroppo. Sob.

A partire da questi giorni e fino alle ore 16 del 29 marzo, è possibile partecipare al concorso Word Genius.
Un quiz che mette alla prova la nostra conoscenza dell'italiano e ci rende dolorosamente consapevoli delle nostre imbarazzanti lacune.


Ma come si fa?
Ecco, vi dico come ho fatto io.
Passo passo, perché ormai, dopo tutti questi anni di blog, non sono invecchiata solo io ma anche voi, miei stagionati lettori.

Quindi, prima di darci tutti al Bingo, spariamoci le ultime cartucce con i concorsi online.

Ci si collega alla pagina Facebook di Unicredit. Si clicca sul link dedicato a Word Genius. Si diventa fan e poi...
E poi si gioca.

Prima, però, bisogna scegliere il livello di difficoltà ed il conseguente premio in palio.
Si va dal facile, al medio, per concludere con il difficile.
Ed i premi vanno da un buono per la Feltrinelli, a un Kindle Paperwhite, per finire con un Samsung Galaxy.   
Fanno eccezione solo i possessori della genius card, che hanno la possibilità di vincere un Samsung Galaxy Note 10.1.


Io, ovviamente, spocchiosa da par mia, mi sono subito buttata sul difficile. Facendo una figura di quelle che non si dimenticano.
Quindi sono passata al livello medio. E ho, con una gran botta di fortuna, fatto un figura decisamente migliore! Ora non mi resta che sperare di essere estratta tra i fortunati vincitori.

In bocca al lupo a tutti! E soprattutto a me!

Quasi un anno fa veniva organizzato il #Twitscript n°1.
In quell'occasione, a partire da una poesia dell'indimenticata e indimenticabile Wislawa Szymborska, era stato prodotto un video in cui si dava letteralmente voce agli utenti di Twitter e ai loro pensieri.

Ora è finalmente giunto il momento del #Twitscript n°2.
Per questo secondo progetto cambia l'argomento e la poesia d'ispirazione, ma il meccanismo è sempre lo stesso: bisogna scrivere un tweet, leggerlo ad alta voce, registrarsi e inviare il file ai responsabili.
Silvia Storelli, con la collaborazione dell’equipe di lebagatelle.net, ne farà un video con diversi nomi, identità, respiri e riflessioni.

La poesia scelta quest'anno è un piccolo capolavoro d'umorismo, frutto di quella mente geniale nonché penna felice, di Stefano Benni.

Io ti amo

Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà l’universo
Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l’incanto
di un solo tuo sguardo
Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sarà ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni
Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d’estate
per il caldo non dormi
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanculo.
(da: “Ballate” Feltrinelli, 1991)
Il tweet con cui partecipare deve nascere dal completamento di questa frase:
“Io ti amo e se non ti basta . . . . . . . . . . . .  se non ti basta vaffanculo ”

Vi sentite ispirati? Allora vi consiglio di fare un salto sulla pagina ufficiale dell'iniziativa, Le Bagatelle, per leggere per bene il regolamento (che io credo di averlo spiegato una schifezza!) e darvi subito da fare.

Non c'è tempo da perdere: l'invio del file audio deve avvenire entro il 1° febbraio. Presto che è tardi!

N.d.A: nel caso vi stiate chiedendo se parteciperò anch'io, onestamente non lo so. A parte il fatto che la mia vocetta da gallina strozzata mi è fonte d'indicibile imbarazzo, per ora non mi è venuto in mente proprio nulla per completare il tweet.
A me sembra già perfetto così: "Io ti amo e se non ti basta, e se non ti basta vaffanculo"
Ehi organizzatori, dico a voi, va bene? E' valido?



Ancora in fasce attraversò campi sfocati, per giungere in quella città così simile e così diversa dalla propria. Con la gente che sembra la stessa eppure la stessa non è.

Compì i primi passi lungo una piazza assolata, dove alzò gli occhi verso la luce e la madre, per poi inoltrarsi nel buio gotico di un pavimento calpestato da milioni di passi.

Ormai bambina corse attraverso una galleria da signori che così poche attrattive riservava per lei. Corse fino a giungere di fronte a quel teatro squadrato e severo, quel teatro privo di fronzoli e belletti, ma non per questo meno affascinante, meno dominante, meno.

Con andatura di ragazza percorse il breve tragitto fino al palazzo dell'arte. Attraversò il cortile. Salì le scale e finalmente giunse alla meta prefissatasi.

Visitò ogni sala e si perse tra mille dettagli. Venne inghiottita fin quasi a soccombere.
Vide dei, santi, miracoli, madonne e bambini.
Le prime immagini più note le vennero incontro a sorpresa, senza un avvertimento, senza lo spazio necessario per una riflessione.
La testa le girò di fronte all'immensità di tele che sovrastavano e aggredivano. Ma senza conquista, senza malia.
Ritrovò se stessa nella sala più stretta e raccolta, dove ad esprimersi erano uomini vicini a lei, mani che plasmavano il suo mondo, voci che raccontavano il tempo prossimo. Ritrovò se stessa dove la pietra si faceva a tempo stesso carne ed acqua per la più tragica delle donne di Danimarca.
Incontrò con gioia le immagini familiari, quelle scorte mille volte attraverso gli anni dell'educazione e della crescita. Sposalizi, cene, ma anche scorci amati.
Sussultò di fronte al ritratto del maestro. Pregò davanti alla folla come di fronte ad una reliquia.
Sorrise alla vista del bacio e della sua malinconica rappresentazione. Questi, posti uno di fronte all'altro, dialogavano all'infinito. Mentre lei avrebbe desiderato solo accucciarsi per terra e vivere là. Per sempre.
In mezzo alla bellezza, alla storia, all'arte. In mezzo al tutto.

N.d.A: non siete mai stati alla Pinacoteca di Brera? Andateci.
Io amo leggere, e credo che questa non sia una gran sorpresa per nessuno di voi.
Tale passione mi porta a consumare molti libri in un anno. Mai abbastanza, ma molti.
Raramente ne parlo o li recensisco su queste pagine poiché, in realtà, non credo di possedere gli strumenti adeguati, l'abilità necessaria e la giusta competenza.
Insomma, certe cose preferisco lasciarle a chi le sa fare come si deve.

Ma per tre titoli, letti durante l'anno che è appena passato, ho deciso di fare un'eccezione.
Perché sono storie scritte da autori poco noti e pubblicate da case editrici non particolarmente grandi.
Perché libri così hanno bisogno di tutta la pubblicità possibile, del tam tam della rete, del vecchio e caro passaparola.

Io li ho scelti, li ho letti e li ho apprezzati.
Ed ora ho deciso di condividerli con tutti voi.

"Il cavedio", edito da Fernandel, è un romanzo scritto da quattro donne.
Francesca Bonafini, Mascia di Marco, Patrizia Rinaldi e Nadia Terranova raccontano la storia di un uomo affascinante quanto egocentrico, amato quanto irrecuperabilmente egoista. Un uomo in grado di trovare mille giustificazioni per il proprio bisogno di prendere, ma cieco e sordo di fronte all'impossibilità di dare.
Intorno a questo personaggio ruotano le storie delle donne che lo hanno amato o che gli sono state compagne. Donne complesse, forti e caratterizzate da una qualità umana e morale a lui superiore.

Questo è un libro in cui donne scrivono di altre donne, ma anche di un uomo e delle diverse forme e sfaccettature dell'amore.

Le quattro autrici si sono occupate ognuna di una parte diversa. Ognuna ha raccontato la storia dal punto di vista di un personaggio. Il risultato è eccellente: equilibrato  e perfettamente armonico.
Le penne si distinguono tra loro ma non litigano e non si sovrastano. Si passano il testimone con gesti precisi. Dividono il palcoscenico senza mai pestarsi i piedi. Danno vita ad un coro che vale assolutamente la pena ascoltare.
O meglio, leggere.


Guardate la copertina di "Caterina fu gettata". Voi avreste potuto resistere ad un'immagine così curiosa, accompagnata da un titolo altrettanto accattivante? Io no!
E, infatti, durante il "Dorato - Festival indipendente dell'editoria e della musica" tenutosi a Torino lo scorso settembre, io non ho resistito e mi sono lasciata sedurre da questa storia piccina piccina in un libro bianco bianco. Storia scritta da Carlo Sperduti ed edita da Intermezzi.


Un romanzo che non è un romanzo. Una vicenda surreale con creature immortali, bucce di banana sessualmente aggressive, gatte sagge, artisti di strada diabolici, fidanzati vili ed una donna che ogni tanto si addormenta e ogni tanto muore, ma comunque si risveglia sempre.
Vi sembra una follia? Lo è.

Una follia breve e scorrevole. Originale ed ironica. Un titolo perfetto. Un autore capace.
Consigliatissimo.


Finisco con Christian Mascheroni ed il suo "Attraversami", edito da Las Vegas.

Silence è un paese dove il Regime ha vietato l'amore in ogni sua espressione, in quanto sentimento violento che acceca la ragione e stimola l'aggressività.

Il potere ufficialmente mette all'indice l'amore accusandolo di tutte le guerre. Ma in realtà lo imbriglia per fiaccare lo spirito della popolazione e poterla meglio controllare.

Una coppia di giovani è destinata ad aprire gli occhi ad un paese di vecchi, tali nell'animo e soprattutto nel cuore.

La scrittura di Mascheroni, che già avevo avuto modo di apprezzare in "Alex fa due passi", non è mai banale ma sempre immaginifica e poetica.
L'autore ci regala un viaggio struggente e doloroso. Passando da un capitolo all'altro, da un quadro all'altro, in un crescendo di ribellione e consapevolezza.
Le nozze d'oro di Concetta e Nino non sono state nozze d'oro qualunque.

Gli sposini stagionati, cinquant'anni prima, si erano uniti in matrimonio in un paesino nel cuore della Sicilia. Poi erano risaliti lungo tutto lo stivale in cerca del loro posto nel mondo.
Posto che trovarono in quel di Torino. Fredda, ostile ma industrializzata Torino.

Concetta e Nino, cinquant'anni prima, ebbero un matrimonio senza fronzoli, senza viaggio di nozze e quasi senza regali. Poi andarono a fare la vita dei veri emigranti. Quelli con le valige tenute su con lo spago, un appartamento diviso con fratelli e cognati, ed i cartelli minacciosi agli angoli delle strade, "Qui non si affitta ai meridionali".

Concetta e Nino negli anni hanno figliato, poco. Hanno lavorato, molto. Raramente si sono viziati con parche vacanze romagnole.
Dopo cinquant'anni, hanno deciso di regalarsi la festa che non avevano mai avuto. Ed hanno convocato tutta la famiglia a Torino. Città che ormai non è più tanto ostile ed industrializzata, ma è diventata casa.

Ciccio ed io abbiamo risposto prontamente alla convocazione degli zii.
Ci siamo presentati belli e in gran forma. Ed abbiamo recato in dono una cesta di leccornie trentine. Perché ormai la famiglia è diventata grande, e si è sparsa in tutta la penisola. E l'Italia, nel frattempo, è diventata più piccola, corta e stretta.

Lo scorso agosto per me è stato come un ponte gettato sullo spazio ed il tempo.
In un mese ho goduto dell'amicizia che sembra famiglia. E della famiglia chiassosa come un gruppo di amici.
In un mese ho percorso cinquant'anni. Dalle nozze all'anniversario. Dalla passione giovane all'amore di una vita.

Certi viaggi sono fuori, dentro e tutt'attorno.

Fine.
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