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Il bello di scoprire interessanti iniziative online consiste anche nel seguirne gli sviluppi. Il tutto con la curiosità e l'occhio benevolo della zia. Zia giovane, gnocca e svitata. Ça va sans dire.

Ed è per questo che vi propongo il backstage della parte di Erasmus 24_7 dedicata a Berlino.
Un filmato di pochi minuti che mette allegria, aumenta la curiosità circa il risultato finale e promette meraviglie.




Io li amo tutti i protagonisti di questo progetto, sia quelli davanti (Rita ueber alles!) sia quelli dietro la cinepresa. Anzi, ora parlo direttamente con questi ultimi: se avete bisogno di una collaboratrice femminile che se la cavi nella scrittura, conosca l'inglese e il tedesco, regga tranquillamente la birra germanica, e sia capace di mettere lo stucco ai muri scrivetemi, contattami, stagizzatemi. Il mio indirizzo è janecole(chiocciolina)live.it e sono proprio la psicopatica che stavate cercando!

Come? Non stavate cercando nessuna psicopatica? Ne siete proprio sicuri?
Non ho mai fallito.
Per questo hanno scelto me.

Attendo in mezzo alla folla.

Lo vedo. Sparo. Una. Due volte.

Si accascia ma non muore.

Ho fallito.
(1981)
Partecipo ad un sit-in in Piazza Navona.
Si raccolgono firme e si festeggia il terzo anniversario del referendum sul divorzio.

Tafferugli. Spari. Agenti in borghese.

Mi chiamo Giorgiana Masi e muoio a 19 anni.
(1977)
Eseguo il primo trapianto cuore-polmoni.
Sono il dottor Bruce Reitz.
(1987)
Maria viveva con la mamma e i suoi tre fratelli in un enorme palazzo.
I pavimenti erano di marmo e i soffitti riccamente affrescati.
La camera della mamma era grande e luminosa con un imponente letto a baldacchino al centro. I vestiti nel guardaroba erano meravigliosi, fatti di seta e pizzi, ornati da perle e pietre preziose. La piccola Maria amava trascorrere ore in mezzo a tutto quello splendore e, mentre la Tata la sgridava, la sua dolce mamma, invece, si divertiva a darle corda e a giocare con lei. L'avvolgeva in stole di morbido ermellino e le ornava i capelli con diademi e coroncine.
"La mia principessa", la chiamava con amore.
"Un giorno diventerò bella come te?", le chiedeva la piccola addobbata come una damina.
"No, amore mio, un giorno tu diventerai anche più bella"
"E sposerò un uomo bello come il babbo?"
"Sì", le rispondeva la madre con un velo di tristezza ad oscurarle lo sguardo.

I fratelli di Maria erano poco più piccoli di lei: Marco aveva 6 anni, Matteo 4, e Luca 2. Erano vivaci e pestiferi, ma anche divertenti e spiritosi. Portavano tanta allegria nelle stanze dell'appartamento occupato dalla famiglia. Correvano, giocavano a palla, si arrampicavano, cadevano, piangevano, si rialzavano, e ricominciavano a correre.

Quando il cielo era coperto ed i meravigliosi giardini del palazzo si svuotavano dai soliti visitatori, la Tata li portava tutti e quattro a fare una bella passeggiata e a prendere un poco d'aria. Il gioco che veniva proposto loro era  sempre lo stesso: "Mi raccomando, angioletti, non si parla e non si urla, fate finta di essere trasparenti come il cristallo dei lampadari".
La più brava a rendersi invisibile era sempre Maria, donnina docile ed obbediente che veniva ripagata con latte caldo e biscotti al burro, una vera squisitezza.

Una volta a settimana Lui passava a trovarli. Era sempre vestito come un imperatore, aveva il viso buono e trattava i suoi bimbi e la sua compagna con tutto l'amore possibile.
Loro lo chiamavano "babbo". Il resto del mondo "Sua Santità".
Vengo eletto presidente.
Il primo presidente nero del mio paese.
Il primo presidente dopo la fine dell'apartheid.
(1994)
Grazie alla sollecita segnalazione dell'amico Torquitax ecco a voi un altro numero dell'avvincente rubrica Nella Rete.
Protagonista di questo post è un'iniziativa del Goethe Institut.

Ormai è risaputo ai più: su questo blog e nella mia vita la Germania la faccio uscire dalla porta e mi rientra dalla finestra. Ma che ci posso fare? Nulla! E' inutile opporsi al destino. Inutile resistere al Deutsch Karma.

L'iniziativa suddetta si chiama Cambio d'aria e consta nello scambio di redazione di una coppia di giornalisti alla volta. Un tedesco viene in Italia. Un italiano va in Germania.

Riporto direttamente dal sito:
Quattordici città, quattordici diversi punti di vista: con “Cambio d’aria” altrettanti giornalisti tedeschi e italiani si scambiano la casa e la redazione. Con uno sguardo “da stranieri” e una curiosità tutta giornalistica si mettono nei panni di corrispondenti per raccontare le loro impressioni dal luogo che li ospita.
Berlino, Torino, Roma, Friburgo. Luoghi e persone che s'incrociano e studiano.
Un esperimento interessante anche se a volte non troppo riuscito.
Non tutti i giornalisti sono portati per fare i blogger. Alcuni, ignorando le diverse regole della comunicazione online, risultano francamente noiosi. Ma l'idea di base è comunque ottima e merita un plauso.

Attentato sui binari della ferrovia.
Attentatore suicidia.
E' questo ciò che dobbiamo fare credere al paese.
E il paese ci crede.
(1978)
Mi alleno da anni. Anzi no. Mi alleno da quando sono nata.
Nessuna distrazione.
La mia grandezza rende grande il mio paese.

Il mio grande paese dichiara che non parteciperà alle olimpiadi di Los Angeles.
Mi alleno da anni. Anzi no. Mi alleno da quando sono nata.
Ho appena perso l'occasione della mia vita.
(1980)
Nessuno ci credeva. "Impossibile", dicevano.
Eppure ce l'ho fatta. Ce l'abbiamo fatta.
8.848 metri. Senza ossigeno.
(1978)
Ho vinto le elezioni.
Sono il ventiquattresimo presidente della Repubblica Francese.
Mi chiamo Francois Hollande.
(2012)
Sciopero generale.
Siamo tutti in piazza.

La Grecia brucia.
(2010)
Ieri il mio partito ha ottenuto la maggioranza alla Camera dei Comuni. 
Oggi vengo ufficialmente nominata Primo Ministro del Regno Unito.

Una donna. Non era mai accaduto.
(1979)
Mi chiamo Gary Thuerk e ho avuto un'idea fantastica.
Scrivo un'email di promozione del prodotto e poi la invio a 400 possibili clienti su ARPAnet.

Ho appena inventato lo SPAM.
(1978)
Salgo le scale.
Sfondo la porta.
Due colpi.

E'  morto.
Ho ucciso Osama Bin Laden.
(2011)
Sono le 14:17.
Il settimo giro.
250 km/h.

L'impatto.

Alle 19 vengo dichiarata clinicamente morta.
(1994)
Mi alzo dal mio posto in mezzo al pubblico.
Nessuno mi nota.
In un attimo sono alle sue spalle e affondo la lama.

Lei urla.

Mi trascinano via. 

L'ho fatto per Steffi. Lo rifarei.
(1993)
Conoscete qualcuno più ossessionato di me dal prorpio passato Erasmus?
No, vero?
E quindi chi meglio di me può apprezzare un progetto come Erasmus 24_7?
Nessuno!

Ma cos'è questo Erasmus 24_7?
Un documentario che si sta realizzando proprio in questi giorni.
Un film che ha come scopo quello di raccontare le 24 ore di 7 studenti sparsi per l'Europa.
7 studenti in 7 città diverse. Istanbul, Valencia, Praga, Bordeaux, Berlino, Roma, Lisbona.

Questa idea è nata dalle fertili menti di due ragazzi italiani: Stefano De Marco e Niccolò Falsetti. E a loro si sono successivamente uniti Alessandro Grespan, Benjamin Maier e Lorenzo Schirru.
Un brillante quintetto che sta girando l'Europa filmando, importunando, stalkerando sette poveri studenti Erasmus.

E tra questi sette sapete chi c'è? Rita!!! 
Come Rita chi? Rita lei (sì, lo so che il nome è un altro ma, fidatevi, è lei)! 

Spesso mi leggono passati, presenti e futuri studenti Erasmus. Alcuni chiedono consigli, altri conforto, la maggiorparte semplicemente di farsi quattro risate con le mie avventure berlinesi.
Io e la giovanissima Rita (ha solo 20 anni!) siamo rimaste in contatto tramite facebook. Io l'ho seguita a distanza come una vecchia zia. Lei, nel frattempo, ha allungato di un altro semestre la permaneneza in terra germanica e, per non farsi mancare nulla, è diventata la protagonista berlinese di questo interessante documentario. 

Brava, Rita, sei l'orgoglio e l'invidia di Tante Pancrazia!

Aspettando le immagini berlinesi godiamoci il backstage di Valencia.

Erasmus 24_7 - Valencia [Behind the Scenes] from Zero on Vimeo.
Sono seduta in mezzo ai miei colleghi.
Votiamo.
Risultati.
"La Camera non concede l'autorizzazione a procedere nei confronti dell'onorevole Craxi Bettino"

 (1993)
Guardo distrattamente la televisione.
Sono stravaccata sul divano. E ho i piedi sul tavolino del soggiorno.
Tra le mani un enorme sandwich. La mia cena.

La CBS annuncia uno scoop.
"Immagini impressionanti", dicono.
Inizia lo spettacolo. I nostri ragazzi torturano i prigionieri iracheni. Ridono. Si mettono in posa.

Mi è passata la fame.
(2004)
Oggi è iniziata la costruzione della Freedom Tower.
Spengo la televisione. Stacco il telefono. 
Scelgo di celebrare l'evento fissando la parete e bevendo un bicchiere di vino.
Sono sola. A casa nostra. A casa mia.
(2006)
E' notte. Sto allattando mio figlio.
Un boato.
Io sobbalzo. Lui piange.

Viviamo a Pryp'jat'.

(1986)
Sotto il caldo sole etiope, assisto alla restituzione dell'ultima parte dell'obelisco di Axum.
(2005)
Gli italiani si dividono tra Settentrionali e Meridionali. Continentali e Isolani. Montanari e Costieri.
Gli italiani si dividono in mille modi diversi.
Noi e Voi.
Voi e Noi.

Chi siamo noi?
Chi siete voi?

Noi siamo quelli che non vivono nella terra dove sono nati, cresciuti e morti i propri antenati.
Noi siamo figli di siciliani, calabresi, pugliesi, sardi, veneti. Ma non stiamo in Sicilia, Calabria, Puglia, Sardegna, Veneto.

Noi siamo quelli che quando ci chiedono "Di dove sei?", rispondono "Di..., ma i miei genitori vengono da..."

Io sono di Torino ma i miei genitori vengono dalla Sicilia. Da Palermo. Dalla provincia di Palermo. Da Lercara Friddi.


Io sono quella a cui c'è sempre qualche piemontese che si premunisce di far notare "Tu sei nata qua, ma non sei piemontese."
Io sono quella a cui c'è sempre qualche siciliano che si premunisce di far notare "I tuoi genitori sono siciliani, ma tu no."

Io non lo so di dove sono.
Sono di Torino. Certamente.
Sono anche di Berlino. Per scelta, storia personale e naturale predisposizione.
Sono di Ajaccio col pensiero e di Atrani con i sogni.
Sono di Venere e pure un poco di Saturno.

Io sono della mia famiglia.
Appartengo ai timpuluna di nonna e ai cannoli di zia.
Al tivio. Alla cuccia.
Ai regali del 24 dicembre. Ai ricordi della festa di Costantinopoli.

Io non so cosa si provi a vivere nella stessa terra calpestata dai propri antenati.
Io non sono una quercia con profonde radici.
Io sono una pianta d'appartamento.
Ho il mio vaso. La mia terra.
Ma non fatevi ingannare, non sono una piantina delicata. Posso stare al sole oppure all'ombra. Vicino alla finestra o accanto a una porta. In montagna o in pianura.
Delle volte m'ingiallisco e perdo le foglie. Ma, a quel punto, basta travasarmi e acquisto nuova vita.

Io non ho le radici di un albero secolare ma i miei rami puntano in alto e sono carichi di gemme.

Io sono di Torino. Berlino. Ajaccio. Atrani. Venere. Saturno.
Io sono di questi luoghi e di tutti quelli di cui deciderò di essere.
E sì, sono anche di Lercara. Magari non sono siciliana. Ma sono di Lercara. Là c'è l'inizio della mia storia. Là c'è mio nonno. Là, prima o poi, ci sarò di nuovo anch'io.
E, potrete scommetterci, quel giorno qualche vecchietto si avvicinerà per dirmi: "Una Cole, vero? Si 'na stampa e 'na figura con tuo padre!"
Non ho bisogno di radici profonde. Chi sono e da dove vengo ce l'ho scritto in faccia.
A Houston siamo tutti con il naso all'insù.
Il lancio è perfettamente riuscito.
Il telescopio spaziale Hubble è in orbita.

(1990)
Sono al volante di una Fulvia Blu.
Alle 22:45 mi fermo in via Bertola, davanti alla sede de La Stampa.
Scendo e accendo la miccia.

Boom!

Si rompe solo la vetrina. Peccato. Scappo.
(1977)
Aveva passato anni credendosi un perdente.
Aveva sprecato una vita intera.
Era un perdente.
Io e i miei compagni scendiamo in piazza. Piazza Tien'anmen.
(1989)


Sono un soldato serbo e bombardo l'ospedale di Gorazde.

Così mi hanno detto di fare.
Così faccio.

(1994)
E io pensai a quella vecchia barzelletta, sapete.
Quella dove uno va dallo psichiatra e dice: "Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina", e il dottore gli dice: "perché non lo interna?", e quello risponde: "e poi a me le uova chi me le fa?".

Be', credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi.
Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.

(Citazione tratta da "Io e Annie")
Le luci si spengono ed inizia la proiezione.
Assisto alla prima mondiale di "Io e Annie".

Woody Allen è seduto due file davanti a me.

(1977)
Delle volte mi capita di leggere un racconto e pensare: "questo avrei voluto scriverlo io"
Delle volte mi capita di vedere un film e pensare: "una storia così avrei voluto che fosse venuta in mente a me"
Delle volte mi capita di ascoltare una canzone e pensare: "vorrei anch'io essere in grado di creare un testo così"

Quando mi sono imbattuta per la prima volta in "Maddalena" di Alessandro Mannarino ho pensato: "Questo avrei voluto scriverlo io. Avrei voluto che una storia così fosse venuta in mente a me. Vorrei essere in grado, un giorno, di creare un testo così"

Più forte dell'inadeguatezza, più importante della consapevole inferiorità, la meraviglia per la creazione altrui può farti credere in un mondo migliore, in un'umanità più degna o, semplicemente, nell'arrivo della primavera.


Maddalena
Gli presero la casa ed il giardino
In nome della grande santità
E Giuda prese a fare a nascondino
Con lo specchio e con la dignità

Poi venne Dio che tutto da e tutto toglie
Chiamò un taxi e ci mise su la moglie
E Giuda andò a morire nella notte
Per il vino, per le donne e per le botte

Lo raccolse per la giacca Maddalena
Che viveva alle baracche allo sfacelo
In mezzo a una comune di ubriaconi
Che credevano in un regno su nel cielo

E fu amore e fu rivoluzione
Discorsi sulla strada e vita piena
Ma Giuda amava più d'ogni sermone
Le urla dolci della Maddalena

Il fattaccio poi successe in una sera
Giuda fu preso e messo alla galera
Gesù Cristo era scappato fra la gente
E Giuda disse di non sapere niente

Ma quando vide Maddalena in parlatorio
che stava male e aveva perso un dente
"Ispettore", disse, "è stato Gesù Cristo
A portare tutto l'oppio dall'Oriente"

E ritornò dal suo amore col bottino
Trenta denari per sette amari, grazie un marsala
Per poi vedere scritta doppia al botteghino
L'insegna di una grande multisala

Diceva: "Gesù Santo alla stazione
Un nuovo film davvero commovente
Con un cast del tutto eccezionale
C'è pure Dio, l'immenso onnipotente"

Il cinema è un buio di persone
I grandi divi sono stelle da ammirare
E nessuno vide giù fra le poltrone
Che quei due cominciavano a scopare

"Maddalena, io ti amo tanto
lui voleva il cielo e io voglio stare qua
Lo uccidessero, va bene tanto al tempo
Ha detto a tutti che poi risorgerà

Ma il paradiso mio sta solo nei tuoi fianchi
Seni dolci per occhi stanchi
Bocca rossa di caramella
Questa vita sulla terra è così bella"

Dallo schermo Dio li vide e alzò la voce
"Io ti fulmino, Giuda l'Iscariota,
Mio figlio sta morendo sulla croce
Per colpa di un mortale così idiota"

Maddalena allora s'alzò e urlò con tutto il cuore
"Dio non mi fai paura
Tu che hai fatto un figlio senza far l'amore
Che vuoi capirci di questa fregatura?

Lascia stare Giuda e guarda altrove
Ecco, guarda la mia scollatura
E io mi guarderò dalla tua invidia
Perchè Dio non gode come una creatura"

Dio scappò nel cielo e nella furia
Mise su un grandissimo cantiere
Per costruire una potente curia
Che potesse Maddalena far tacere

Giuda e Maddalena stanno insieme
E girano nascosti fra la gente
E vanno al fiume a far l'amore
Su una barchetta che va controcorrente

Salgo le scale.
Attraverso l'ingresso.
Passo il metal detector.
Finalmente mi siedo sulla mia poltrona blu.

Dieci anni fa brindavo arrampicata sul muro.
Oggi sono uno dei  parlamentari tedeschi e partecipo alla prima seduta plenaria nel rinato Reichstag di Berlino.

(1999)
Ci chiamano per un intervento.
"Una perdita d'acqua in via Gradoli 96, interno 11, secondo piano", dicono.
Io sono la prima ad entrare.

Dentro c'è di tutto.

(1978)
Sono stata a Bologna.
"Capirai che notiziona", starete dicendo voi. "E' un mese che vai avanti con questa storia!"
Embè? Questo è indice di quanto io poco viaggi e, soprattutto, di quanto più dovrei farlo. E voi non siete affatto carini a farmelo notare.

Ma ora vi prego di darmi retta, perché la cosa potrebbe farsi interessante.
Sono stata a Bologna.
Non ero mai stata a Bologna.
In realtà ho frequentato poco l'Emilia tutta.
Però ho una lunga tradizione di vacanze romagnole. A tal proposito vi potrei raccontare di quella volta che mi persi tra i mille ombrelloni tutti uguali di Rivazzurra, oppure del mio amore incondizionato per i passatelli, o ancora di quando, a sedici anni, venni avvicinata dall'aiuto bagnino che, trattenendo il fiato per rendere più scolpiti addominali e pettorali, mi chiese:
"Che leggi di bello? Un romanzo d'amore?"
"No, Apologia della Storia di Bloch"
"Ah"

Ma, ne converrete con me, se vi parlassi di tutto questo uscirei fuori tema e anche fuori strada.

Oggi voglio parlarvi del mio fine settimana a Bologna.
Ma non del fatto che a Bologna ci siano i portici, le librerie e le botteghe. Perché tutta questa roba ce l'abbiamo anche a Torino.
E neanche dello spettacolo teatrale di mia cugina. La quale è stata bravissima, mi ha reso molto orgogliosa, e ha confermato la mia certezza che nel sangue della nostra famiglia scorra talento puro, anzi purissimo, ad ettolitri.
E neppure del locale/bettola/antrodell'inferno in cui sono stata trascinata la prima sera. Luogo ameno grazie al quale ho capito che Stefano Benni sarà pure uno scrittore eccezionale ma, a vivere in una città con certi luoghi e certi personaggi, non serve mica tanta fantasia per inventarsi racconti assurdi e surreali.

Io oggi voglio parlarvi del Mambo.
No, non il ballo.
Il Mambo, il museo d'arte moderna di Bologna.
Ci sono finita quasi per caso, alla ricerca della collezione di Giorgio Morandi. Il pittore bolognese famoso soprattutto per le nature morte. L'uomo che trascorse gran parte della propria vita a dipingere chiuso nella sua stanzetta, come se tutto il talento racchiuso dentro di sé non avesse quasi bisogno di arricchirsi, confrontarsi e nutrirsi del mondo esterno. L'uomo mite e gentile che visse per rappresentare la luce, e la luce soltanto.

Prima di perdermi tra le numerose opere di Morandi sono però passata in mezzo alla collezione permanente del museo. E lì mi sono innamorata. Sono stata stregata. Mi sono commossa. Ed esaltata.

Tutto.
Mi è piaciuto tutto.
Ma, più di ogni altra cosa, mi ha rapita: "Sono stata io. Diario 1900 - 1999".
Un'opera di Daniela Comani.

Un'enorme tela dove sono descritti 366 momenti dello scorso secolo. Uno per ogni giorno dell'anno.
Un anno virtuale. Una lunga sequenza di eventi raccontata in prima persona, come se l'artista fosse stata testimone diretta di cento anni di storia. Vittima o carnefice. Spettatrice o protagonista. Individuo.
Cronaca. Politica. Arte. Spettacolo.
Daniela Comani scrive tutto. E legge tutto. Perché quest'opera, oltre ad essere guardata, può anche essere ascoltata. Attraverso la voce della stessa autrice che legge in ordine i 366 giorni.

L'arte contemporanea che diventa letteratura. Un racconto. Una vita.
Storia, arte, romanzo, emozione: tutto assieme.

Ne sono rimasta così colpita da decidere di portare avanti un progetto simile anche su questo blog.
Da domani comincerò il mio diario. Racconterò anch'io la mia storia. Quella del mio mondo e del mio tempo. 365 piccoli post. 365 momenti che potranno andare, in rigoroso disordine cronologico, dal 9 gennaio 1977 al 17 aprile 2014.

"Perché?", vi starete chiedendo.
Non saprei darvi una risposta. Forse solo perché ne sento il bisogno. Istintivo. Irrazionale. Genuino.

Non temete, miei più abitudinari lettori, questo progetto non interferirà con l'andamento del blog come lo avete conosciuto finora, ma lo accompagnerà e, spero, arricchirà.

Per oggi vi ho detto tutto.
Ci ritroviamo domani.
"ZAC", dissero le forbici tagliando i ponti.
Ed eccomi di nuovo qui con l'imperdibile rubrica dedicata ai piccoli tesori scovati Nella Rete.
Rubrica che, com'è nel mio inconfondibile stile, ripropongo in maniera casuale e disordinata, praticamente alla "membro di segugio".
Del resto, non vi aspetterete mica di trovare un appuntamento fisso e coerente su queste pagine?
Ma per chi mi avete presa?

Fatta questa dovuta premessa, passo alla ciccia, al ripieno, al cuore di questo post. Ossia: al protagonista scovato nel web.
Questa volta si tratta di Giuliano Dottori, un cantautore italiano, nato a Montreal.
Chitarrista e anche produttore, potete ascoltare la sua musica qui, qui e anche qui.
Ma pure qui.

Insomma, Giuliano è uno che la rete la usa e la sa usare, e quindi in questa rubrica ci sta a pennello.
E, il suddetto artista, da amante e fruitore del web, si è anche inventato una bella iniziativa per realizzare il suo prossimo video.
Come scrive lui stesso...


Prima di correre alla finestra per dare il vostro piccolo contributo a questa bella idea, fermatevi ancora un attimo qua ad ascoltare ciò che ho scelto per voi...




NdA: se avete iniziative, vostre o di chiunque altro, da segnalarmi scrivete pure a janecole@live.it
Lei finalmente cacciò fuori le lacrime.
Queste andarono a dormire sotto un ponte.
Domani partirò per visitare una città che ancora non conosco, e per andare a vedere uno spettacolo teatrale di cui vi ho già parlato.
La città è Bologna. Lo spettacolo è la versione riveduta e corretta di Romeo & Giulietta, in scena sabato alle 21, al teatro Centofiori, in via Gorky 16.


Per salutarvi e augurarvi, in anticipo, un buon week end vi lascio un racconto.
Un racconto che non è stato scelto a caso, ma ripescato tra i miei appunti proprio per l'occasione.
Si tratta della mia personale versione del prologo di una commedia famosissima.

Commedia padovana scritta dalle medesime mani che composero la tragedia dei due amanti veronesi.
Che vi devo dire? Al bardo gli garbava assai il Veneto!

Prologo
Quando Donna Lucrezia scoprì di portare in grembo una nuova vita gli occhi le si riempirono di lacrime, il viso di gioia e il cuore di speranza. Sognò una figlia dalla pelle candida e i lineamenti delicati, una creaturina docile da accudire e proteggere.

Quando il Cavalier Battista scoprì che presto sarebbe diventato padre il petto gli si riempì d'orgoglio, il sorriso di denti e la testa di progetti. Immaginò un figlio forte e vigoroso, un erede a cui trasmettere ricchezze e doveri, conoscenze e privilegi.

Ma, purtroppo, fu subito evidente che quella non sarebbe stata una gravidanza lieve.
Infatti, più Donna Lucrezia si gonfiava più l'umore d'Ella peggiorava.
Ogni giorno veniva torturata dalle voglie più strane: fragole con aringhe in salsa di soya, straccetti di Gnù con contorno di polenta nera, biscotti bagnati nella grappa e sbriciolati sopra un cosciotto di Caribù.
Ogni notte veniva tormentata dagli incubi più angosciosi: percepiva il calore soffocante delle fiamme dell'inferno, sentiva le urla disperate dei dannati, e tremava per lo stridere di mille unghie sulla lavagna.

Il povero Battista, che tanto amava la propria consorte, le rimase accanto soffrendo con lei, cercando di confortarla e di alleviarne il disagio. Assunse tre cuoche, e sperperò una fortuna per trovare in giro per il mondo gli astrusi ingredienti e sapori che la sua Madonna desiderava. Ed ogni notte, durante l'infinita attesa, le rimase vicino, vegliandola quando vegliava, o cullandola quando si ridestava in lacrime da uno dei numerosi incubi.

Entrambi i coniugi giunsero al momento del parto con profonde occhiaie, molto sonno arretrato, ed il principio di un esaurimento nervoso.
Eppure il peggio doveva ancora arrivare.

Caterina venne al mondo una notte senza luna, in cui il vento gelido s'infilava all'interno delle mura della villa, e una pioggia scrosciante spazzava il cortile.
Caterina iniziò la sua vita abbaiando come un cane rabbioso, con il viso rosso di collera ed i piccoli pugni stretti e pronti a colpire.

Quando Battista si avvicinò per osservarla, la piccolina tacque, aprì gli occhi ed osservò i genitori con lo sguardo profondo di un adulto, il cipiglio di un condottiero, ed un sorriso beffardo che non prometteva niente di buono.
Lucrezia ne fu talmente impressionata da venir meno. Il Cavalier Battista, uomo tutto d'un pezzo, finse noncuranza e prese a cullare nervosamente la strana creatura che il Signore, o Chi per esso, gli aveva mandato.

La piccola Caterina crebbe sana, forte, bella e prepotente. Regina e terrore di tutta la casa.
I suoi non erano i semplici capricci di una bimba ma gli ordini di un inflessibile generale.
I suoi non erano gli sbalzi d'umore di un intrattabile adolescente ma gli squilibri incontrollati di una sociopatica.

La povera Bianca, venuta al mondo pochi anni dopo la sorella, trascorse l'infanzia e la giovinezza tra paura e vessazioni, ridotta a schiava e vittima prediletta.
I servi lasciarono il palazzo a frotte. Tutti i precettori si licenziarono dopo la prima lezione.
Il prete svuotò l'acquasantiera cercando di chetare Caterina, ma neanche questo parve funzionare. La bambina, che in quell'occasione aveva solo 8 anni, bagnata come un pulcino, tentò di dar fuoco alla tonaca del parroco, urlando sconcezze che avrebbero fatto arrossire anche il più navigato dei marinai.

Caterina cresceva e la sua famiglia sperava che qualche pretendente se la portasse finalmente via. Lontano.
Ma neanche la sua indubbia bellezza e l'abbondante dote bastavano a far dimenticare l'animo da demonio.
Ogni corteggiamento si concludeva con feriti, o quasi.
Claudio, un signorotto di Verona, riportò solo qualche piccola bruciatura ed un grande spavento.
Astolfo, un lanciere di Venezia, perse due dita della mano sinistra e dieci anni di vita dalla paura.
Pancrazio, un mercante giunto addirittura dalla nebbiosa Mediolanum, se ne tornò di corsa a casa, lasciando dietro a sé la lunga chioma corvina e gran parte della propria dignità.

Caterina riuscì a far scappare tutti.
Tutti tranne Petruccio.

Perché, per domare un diavolo, ce ne vuole un altro, meno selvaggio ma più spietato.

To be continued...
Finalmente si decise a fare un passo avanti.
L'ultimo.

L'altro giorno, di punto in bianco, mi è tornato in mente il libro delle cornicette.
Voi ce l'avevate il libro delle cornicette?
La mia maestra di prima elementare, l'anziana Giannetta che venne poi sostituita dalla giovane Egle, ne possedeva diverse versioni. C'era quella delux, quella intermedia e quella per bambini particolarmente imbranati.
Pagine e pagine di cornicette da copiare sul proprio quaderno per dividere le lezioni dai compiti, l'italiano dalla matematica, le note dai bei voti.
Credo che, in realtà, la vera funzione di questi grafici orpelli fosse rendere noi giovani neoalfabetizzati più abili con penna e matita, meno impacciati nei movimenti, più disinvolti nell'approccio alla scrittura.
Insomma, le cornicette dei miei tempi erano la versione moderna e creativa delle "aste" delle generazioni a me precedenti.

Perché vi sto dicendo tutto questo?
Perché il ricordo delle cornicette e, soprattutto, dell'assurdo libro che ne custodiva al proprio interno millemilioni di differenti versioni, si è tirato dietro tutta una serie di memorie e riflessioni strettamente legate ai miei anni delle elementari.
Anni durante i quali si poteva tenere il mondo in ordine con l'uso di semplici disegni geometrici ad ornare una pagina.
O questo è un falso ricordo? Una ricostruzione faziosa del tempo che fu?
Forse, a guardar bene, ad osservare più da vicino, si riescono a vedere anche le scalfiture, le ammaccature dell'imperfetto tempo andato.
Forse anche quelli erano anni incasinati, anni di delusioni e traumi, anni di rapporti appassionati e burrascosi.

Ve la ricordate l'amicizia ai tempi delle cornicette?
Io sì.
Mi ricordo soprattutto le mie tre migliori amiche. Le mie tre compagne di classe preferite.
Noi ci muovevamo sempre in quattro: Rita, Paola, Silvia ed io.

Il padre di Rita lavorava in banca. La madre insegnava inglese. Nelle dinamiche interne della mia proletarissima scuola elementare, ciò era più che sufficiente per darle un ruolo privilegiato, per metterla sopra un piccolo invisibile gradino.
Il tutto era amplificato dalla sua naturale e pacata eleganza, dal suo principesco atteggiamento, dalla sua connaturata aristocratica sobrietà.
Sobrietà che scricchiolò solo per pochi secondi durante uno dei primi giorni di scuola. Quando Rita si presentò in classe con un volantino di un negozio di giocattoli. E io mi avvicinai, come gli altri, per dare un'occhiata.
"È inutile che guardi. I tuoi genitori fanno gli operai: non te le puoi permettere queste cose", disse lei, perdendo il suo proverbiale aplomb ed esibendo una sorprendente acidità.
"I miei genitori lavorano tanto e mi vogliono bene. Quello che puoi avere tu lo posso avere pure io!", risposi, reprimendo faticosamente il desiderio di attaccarle una caccola tra i capelli, e dimostrando tutto il mio amore per le dichiarazioni enfatiche da colonna sonora drammatica.
Questo semplice scambio bastò a farmi guadagnare il ruolo di sua parigrado. I giocattoli non c'entravano niente, era questione di rispetto, dato e dovuto.
A lei piaceva il fatto che io non facessi alcuno sforzo per guadagnarmi il suo affetto.
A me piaceva il fatto che, dietro quella laccatissima maschera, fossero presenti difetti e debolezze. E che solo io conoscessi il suo lato oscuro, più oscuro di tutti, la sua notevole capacità nel fare rutti a comando.

Sempre un passo dietro alla reginetta della classe, a tenerle servilmente il nobile strascico, c'era Paola.
Paola era amica mia solo per sbaglio, per convenzione, per noiosa abitudine.
Lei ed io non avevamo niente in comune, ma ci toccava condividere tutto: la strada per andare a scuola, il cortile, e persino le nostre due migliori amiche.
Io ho sempre pensato che l'antipatia fosse evidente e reciproca. Ma, in realtà, una volta finite le elementari lei cercò, a differenza mia, di mantenere i contatti. Atteggiamento inspiegabile, se non partendo dal presupposto che Paola un po' di bene me ne volesse sul serio.
A tal proposito, fu indimenticabile una sua telefonata fattami in terza media. Io ero di corsa e così, semplicemente, finsi che avesse sbagliato numero.
E quando, pochi giorni dopo, lei mi richiamò per raccontarmi il curioso episodio, e aggiungere "Strano, però, al telefono sembravi proprio tu", io negai. Negai con tutta la sfacciataggine di cui ero e di cui sono capace. Negai. Non per proteggere i suoi sentimenti ma il santino di "buona" che faticosamente mi ero autocostruita. Santino che ancora porto con me. Perché peggio delle prigioni che ci erigono gli altri, esistono solo quelle che ci erigiamo da soli.
Buona? Ma buona de che? Posso essere stronza come gli altri. Anzi, no, lo posso essere in maniera molto più creativa ed esuberante della media. E ciò mi riempie d'orgoglio.
Per la cronaca: sono convinta che lei non mi credette neanche per un secondo.

L'ultima del gruppo era Silvia. La mia anima gemella.
Nella foto di classe Rita e Paola sono sedute, eleganti come due damine e si tengono per mano.
Silvia ed io siamo in piedi, dietro di loro, ognuna con il braccio intorno alla spalla dell'altra.
Le prime due sorridono compite.
Noi ridiamo sguaiate.
Loro sembrano appena arrivate da una festa di famiglia.
Noi da un pomeriggio ai giardinetti.

Le cornicette mi hanno portato a ripensare ad Silvia e alla nostra amicizia. Ho ripensato che pure in quel periodo di cartoni animati, collezione dei puffi e maglioncini rosa i rapporti potevano essere complicati. Anche se ci si provava, delle volte era difficile rispettare i quadretti del foglio, il tratto diveniva incerto, la matita sbavava, le mani sudaticce si attaccavano alla carta.
Silvia era la mia migliore amica. La più migliore di tutte. Meglio di Rita. Un milione di volte meglio di Paola. Eppure litigavamo come cane e gatto. Non ricordo minimamente quali fossero le motivazioni. Ricordo solo che ci urlavamo contro e ci facevamo del male. Passavamo dall'affetto incondizionato alle ripicche più ridicole.
Eppure eccoci là nella foto, abbracciate, testa riccia contro testa riccia, sorridenti. E non solo perché quello era evidentemente un momento di serena tregua, ma perché eravamo amiche sul serio. Non c'era bisogno di troppe spiegazioni. Ci volevamo bene. Nella nostra maniera chiassosa, sconclusionata ma sincera.

Ora che sono passati mille anni le cornicette non le faccio più. Ma litigo ancora, alternando al dolore dello scontro la gioia della riappacificazione.
Silvia non la frequento più, ma ho trovato un suo degno sostituto.
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Ve ne ho già parlato in passato e torno a riparlarvene.
Di cosa?
Della pagina Facebook dell'Unicredit e di tutte le iniziative e possibilità ad essa correlate. Iniziative rivolte soprattutto a un pubblico giovane e ricco d'interessi.

E se qualcuno si sta chiedendo: "Giovane? E tu, Pancrazia, che c'entri?" Sappia che verrà corcato di mazzate a breve. Anzi a brevissimo.

Ma torniamo a parlare di cose serie.
Fino al 5 aprile su Facebook è disponibile UNIversiTag. Un'applicazione legata a UniCredit & Universities Foundation, la fondazione che sostiene e promuove la specializzazione all'estero degli studenti europei più meritevoli. 

Sulla fanpage di UniCredit voi, miei giovanissimi (e secchioni) lettori, potrete condividere le vostre foto.

Ma mica delle foto qualsiasi!
Dovrete scegliere gli scatti che meglio rappresentino i vostri studi passati o attuali.  

Poi, una volta caricata l'immagine, avrete la possibilità di lasciare un ricordo o un pensiero sulla vostra esperienza. E, infine, dovrete taggare (anvedi come parlo gggiovane!) la foto con una delle parole già predisposte dall’applicazione.

Se la vostra immagine sarà approvata, verrà sottoposta al giudizio di una giuria. 

E, se la giuria la dovesse selezionare, il vostro bel faccino finirà all’interno del documento di bilancio della fondazione UniCredit & Universities. 

Che non sarà Vogue e neanche Sports Illustrated ma, con quelle facce lì, che pretendete?!?
I suoi occhi si aprirono e mi fissarono.
Il viso, pallido e gonfio, ebbe un tremito.

Mi chinai per salutarla. Poggiai la mia mano sinistra sulla sua spalla destra. La camicia da notte era liscia e sottile.

Le baciai il volto.
Il sapore e l'odore erano ancora i suoi: un misto di caramelle alla menta, sapone di Marsiglia e naftalina.

"Ciao". La voce, invece, era solo la mia.
La sua non l'avrei sentita mai più.
Una volta superato il cancello, la loro attenzione venne attratta dal vezzoso comignolo rosa che puntava verso il cielo. La piccola bocca soffiava un fumo bianco e denso come le nuvole, ma profumato come le fragole selvatiche.

Improvvisamente, da dentro la casa giunse un urlo. Un unico urlo acuto e breve.
Solo questo. E nulla più.

I due non si spaventarono ma corsero gli ultimi metri che li separavano dal bizzarro edificio.
Poi, per guardare dentro, appoggiarono le mani al vetro della finestra.
Si stupirono: non era freddo e neanche liscio. Ma tiepido e ruvido.

"Zucchero", sentenziò Hansel dopo un'unica sapiente passata di lingua.
Il miglior ritornello di sempre


Per il terzo appuntamento con la rubrica Nella Rete ho scelto di dare spazio ad un evento che con il web, in realtà, non ha molto a che fare. Ma del resto il blog è mio, la rubrica pure, e faccio e disfo come più mi garba!

Fra meno di un mese, sabato 6 aprile 2013, al teatro Centofiori di Bologna andrà in scena il classico dei classici: Romeo e Giulietta. Ma sarà diverso da qualunque cosa abbiate visto prima. Sarà moderno, ironico e un poco noir.

A dare vita a questa speciale versione ci penserà una giovanissima compagnia teatrale, "La Scene Subite", nata solo nel 2012.

Se siete di Bologna o d'intorni questa potrebbe essere davvero un'occasione da non perdere per vedere un bello spettacolo.
E conoscere Pancrazia.
Ebbene sì, ci sarò anch'io!
Ma non, non vi eccitate. Purtroppo non calcherò le tavole del palcoscenico, ma starò comodamente seduta tra il pubblico.

Sul palco, nei panni di Giulietta, nonché di cofondatrice della compagnia, ci sarà nientepopodimeno che MIA CUGINA!
Che volete che vi dica? Siamo una famiglia di artisti. E ci facciamo spudoratamente (ma meritatamente) pubblicità tra di noi.

L'appuntamento è al teatro Centofiori, in via Gorky 16, alle ore 21.

Le anticipazioni più succose le potete leggere qui.

Come già vi avevo annunciato in questo post, nei prossimi giorni/settimane/mesi (chi potrà mai dirlo?!?) scriverò e illustrerò una serie di racconti brevi, anzi brevissimi.
Ogni racconto, un protagonista diverso.
Tutti i protagonisti, il medesimo autobus.
Il 68, il Karonte's Bus.

Le storie si possono anche leggere singolarmente, ma l'ideale sarebbe seguire il loro ordine.
La prima la potete trovare a La Pozione Magica di Eireen.
La seconda qui di seguito.


 
Ogni giorno la stessa storia.
Esco dal campo e cammino per dieci minuti.
Arrivo alla fermata. Arriviamo. Mamma sale sul 77. La mia sorellina sul 13. Io aspetto il 68.

È sempre pieno il 68.
Dò una gomitata a destra e una a sinistra. Una spinta a destra e una a sinistra. Qualcuno mi fa gli occhiacci. Qualcun altro m’insulta. Tutti controllano svelti svelti tasche e borse.
“La zingara. La zingara che ruba.
Attenti alla zingara che ruba!”

Io non rubo. Ma mi diverto a farglielo credere.
Mica mi farebbe schifo rubare. Papà sarebbe così contento ed orgoglioso. Ma ho la mano troppo pesante. Non sono capace.

Eccola là.
La vecchia.
Anche lei tutti i giorni sul 68.
Sempre arrabbiata. O forse triste. Che è molto peggio.

Il primo giorno che la incontrai spinsi anche lei.
Mi fece gli occhiacci. Poi controllò la borsa.

Alla sua fermata ci mise un’ora per scendere con la gamba rigida e un vecchio bastone.
Da quella volta non la spinsi più.
Come promesso, continuano i miei aggiornamenti dalla Svezia.
Per chi li leggesse solo ora, non si agiti, non mi sono trasferita in mezzo alla neve, le biondone, e le librerie Billy. Sono sempre qua, nella città del Grande Gianduiotto, ma ricevo costanti notizie provenienti dal Nord dalla mia storica amica LaMati, membro orgoglioso dello staff della FISIP (Federazione italiana sport invernali paralimpici).

Il tempo in quel di Solleftea è più caldo e soleggiato del previsto. Ciò aiuta sicuramente l'umore, ma è difficile dire l'effetto che abbia invece sulle piste.

Le gare sono cominciate ieri con lo Sprint.
Il percorso purtroppo presentava pendenze eccessive, tanto da risultare persino pericoloso per gli atleti. Non è un caso, infatti, che si siano verificate molte cadute, tra cui anche quelle di Francesca Porcellato e Ronald Ruepp, due tra i nostri nomi di maggior spicco.

Sportivi con... no, non mi viene nessuna versione edulcorata...sportivi con i controca##i!

Giusto per farvi capire il loro livello, oggi vi butto là, come se nulla fosse, i "numeri" di Francesca. 
La meravigliosa rossa di Castelfranco Veneto vanta otto partecipazioni ai Giochi paralimpici.
Sei agli estivi nella squadra di atletica leggera. E due agli invernali in quella di sci di fondo.
Finora, tra atletica e sci, ha conquistato undici medaglie olimpiche, nove mondiali e dieci europee.
E non è da escludersi che i miei numeri non siano aggiornati e quindi un poco al ribasso.

Insomma, l'Italia a Solleftea ha mandato fior fior di atleti: ci vorrà ben altro che delle piste discutibili per fermarli. 

Forza azzurri, noi facciamo il tifo per voi!
La scorsa settimana ho ricevuto una proposta indecente.
Una di quelle proposte a cui io non riesco proprio a dire di no.
Una di quelle proposte che sono al tempo stesso un onere ed un onore.

Eireen, meravigliosa blogger tenutaria de La pozione magica, mi ha chiesto di scrivere un guest post. Di lasciare la mia immeritevole traccia sulle sue pagine.

A me andava la scelta del contenuto e della forma. Insomma, avevo carta bianca.
Cosa c'è di più terribile di avere completamente carta bianca?
Per me, miss AnsiaDaPrestazione, niente!

E, infatti, mi è servita più di una settimana per riuscire a fare un poco di ordine tra i pensieri ed i progetti.
Ho scritto un'intera storia per poi buttarla nel cestino.
Mi sono interrogata senza trovare risposta.
Alla fine, però, mi è venuta un'idea. Un'idea per il blog di Eireen e anche per Radio Cole.

Nei prossimi giorni pubblicherò dei piccoli racconti illustrati. Ogni racconto sarà incentrato su un unico personaggio. Ogni personaggio avrà in comune con gli altri solo il fatto di viaggiare accidentalmente sullo stesso autobus: il 68, il Karonte's Bus.

Il primo di questi mini racconti lo potete già trovare a La Pozione Magica.
Gli altri, nei prossimi giorni/settimane/mesi, su Radio Cole.

E, già che andate a trovare Eireen, vi consiglio di dare un'occhiata a tutti i suoi post, gli Esorcicci di stile, gli Omaggi, i Flussi di Coscienza, etc etc...

Buona lettura!
Ieri sera mi è arrivata questa email:
Inviata speciale dalla Svezia a Blogger gianduiottiana...

Dopo un lungo viaggio che ci ha visti gironzolare per 3 aeroporti ed un tragitto in bus tra i neri boschi svedesi, cumuli altissimi di neve e simpatiche renne curiose, eccoci finalmente arrivati a Solleftea.
L'albergo e' decisamente nuovo (non è neanche finito) e molto al di sopra dei nostri standard. Disfatti i bagagli e docciati, ora ci fiondiamo negli spettacolari letti, sotto morbidi piumoni e tra infiniti cuscini.
Se riuscirò ad emergere, domani faremo una perlustrazione della struttura e delle piste. Per poi andare ad una rigenerante sauna con piscina mozzafiato.

Secondo me, domattina ci dicono che c'è stato un errore e ci trasferiscono in una gelida dependance in mezzo ai boschi!
Baci!

LaMati

Che ci fa LaMati (come chi? Lei!) in Svezia tra saune, piste da sci, e renne curiose? Ve lo dico io!

L'amichetta mia è entrata da poco a far parte ufficialmente dello staff della FISIP, Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici.
Ella, forte di un'ottima conoscenza dell'inglese, fa la splendida durante le conferenze stampa, gira il mondo, vede paesaggi mozzafiato, raccoglie storie incredibili, e mi fa schiattare d'invidia.

L'anno scorso è stata in Siberia. In mezzo al nulla. E in pieni anni '70.
Un mese fa nel Wisconsin. In mezzo al nulla. E in pieni anni '90.
Ieri è arrivata in Svezia. In mezzo al nulla. Epoca ancora da definirsi.
In effetti, ora che ci rifletto bene, le invidio l'esperienza umana ma molto meno le destinazioni da pinguino eremita.

L'appuntamento che ha portato LaMati in Scandinavia è quello dei mondiali paralimpici di Fondo e Biathlon.
E, per l'occasione, a Pancraziuccia vostra è venuta un'idea geniale, una delle tante.
Ella, infatti, si è detta: "dato che l'amica mia e tutti gli atleti dopo gli allenamenti e le gare non sanno come far passare la giornata, perché non chiedere a lei e, di conseguenza, a tutti loro di riempire i tempi morti raccontando un po' quello che fanno?"

Che in Italia si parli poco degli sport cosiddetti minori è cosa risaputa, e che non si parli affatto di quelli paralimpici è cosa dolorosamente evidente. E ve lo dice una che, da torinese, ha visto con i propri occhi la differenza abissale di copertura mediatica, organizzazione, e sicurezza tra olimpiadi e paralimpiadi.
Quindi, ho deciso che, per una volta, invece di limitarmi al lamento senza costrutto (cosa che mi riesce benissimo) cercherò nel mio piccolo (piccolissimo) di fare qualcosa di utile, sopperendo a tale mancanza.
Nelle prossime settimane su Radio Cole verrà dedicato ampio spazio a questa realtà. A questi Azzurri che fanno sventolare il tricolore e collezionano medaglie in giro per il mondo.

Volete avere notizie circa i Campionati Mondiali di Fondo e Biathlon a Solleftea, in Svezia?
Bene, nei prossimi giorni passate di qua.
Troverete curiosità, risultati delle gare, e (spero) qualche foto.

LaMati e Pancrazia vi stupiranno!
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