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Tutto il mondo conosce il mio impermeabile. Il mio sigaro. E persino il mio occhio di vetro.
Tutto il mondo sorride quando rifletto grattandomi la testa.

Sono un attore. Un commediante. Un pazzo. Un barbone. Un malato.

Tutto il mondo sa chi sono.
Tutto il mondo tranne me.

E ora cala il sipario.
(2011)
Non sono stato io. E' stata la Mano di Dio.
(1986)
"L'ho fatto per Jodie. Per dimostrarle il mio amore", dice John.
"Non colpevole per incapacità di intendere e volere", risponde la Corte.
(1982)
Prendiamo posto nella sala buia.
Biglietti, pop corn, e caramelle gommose. Non ci manca niente.

"Non mi piacciono i film musicali: sarà una noia!"
"Ma che dici? Belushi è uno forte!"

(1980)
Apro il giornale e, per la prima volta, ci trovo un gatto. Si chiama Garfield.
(1978)
Non ero mai stata nella capitale francese e l'occasione mi parve perfetta per rimediare alla grave mancanza. In questo modo, anche se non mi fossi rimessa col maschio volubile, avrei approfittato comunque dell'infelice momento per visitare La ville lumière.
Del resto, la praticità in certi frangenti non mi ha mai fatto difetto.
Il tempo per piangere e disperarmi l'ho sempre trovato. Ma anche quello per cavar qualcosa di buono da ogni situazione.

Arrivai in città di pomeriggio. Scesi dal TGV e vissi in solitudine il mio primo approccio con Parigi.
"Il mio amato bene", nel frattempo, affrontava la transumanza dalla Germania alla Francia in autobus. Stretto tra passeggeri molesti, rumorosi e maleodoranti. Allietato dalla vicinanza di un bambino iperattivo e della sua trombetta. Trombetta che, ovviamente, risuonò gioiosa per tutto il tempo.
Che si sappia, se spezzi il cuore di Pancrazia in un bar dell'isola di Krk, mentre ella sta sorseggiando tranquillamente una bibita e quasi rischia di strozzarsi per la sorpresa e il dolore, il minimo che ti possa capitare è che il destino cinico e baro ti presenti il conto. O almeno t'infastidisca un poco.
Che si sappia, a futura memoria di chiunque decida di ritentare l'impresa.

In attesa dell'arrivo del mio compagno di vacanza, mi tuffai nella capitale francese con molti dubbi e una certa ansia. Il fatto di non conoscere la lingua indigena mi faceva sentire in difetto e inadeguata, talmente tanto che anche le cose più semplici mi parevano complicatissime.
Fu per questo motivo che ci misi 30 minuti per decidere quale linea di metropolitana prendere.
Fu per questo motivo che per 30 minuti studiai la mappa dei treni regionali scambiandola per quella della viabilità urbana.
Fu per questo motivo che per 30 minuti ebbi lo sguardo vacuo di una mucca a un passaggio a livello.  

Superata questa prima impasse, raggiunsi l'albergo. Un'infima bettola. Legai un vezzoso foulard al collo. Molto francese. E mi buttai alla scoperta delle strade parigine. Et voilà.

Girai viali e viuzze, con il naso all'insù o il naso all'ingiù, con calma e con capriccio.
Feci la turista sfaccendata. Il mio tipo prediletto. Quella che ha solo una vaga idea di cosa farà, di cosa vedrà, di dove andrà e, seguendo l'ispirazione del momento, manda i piedi in avanti e prende confidenza col luogo. Manda i piedi in avanti e ad ogni passo si sente un poco più a casa. Manda i piedi in avanti e il cuore a seguire.

Forse avrei dovuto continuare a sfaccendare allegramente. E questa storia sarebbe stata diversa.
Invece decisi di prendere la cartina, la distesi ben bene e scelsi il primo monumento da visitare.
Il mio dito indice puntò il Sacro Cuore.  
Le Sacré-Cœur.


Continua...
Trovo il corpo sotto il  Blackfriars Bridge.
Suicidio. Dicono.
(1982)
Andai a Parigi molti anni fa.

L'occasione fu unica.

Il mio ex tedesco non aveva trovato niente di meglio che mollarmi durante le nostre vacanze estive in Croazia, per poi pentirsi un minuto dopo il ritorno nelle rispettive patrie, e iniziare una lenta e inesorabile manovra di riavvicinamento.

Ne erano seguite una serie infinita di telefonate fiume e trattative diplomatiche, degne di un summit mondiale per la legalizzazione dell'allevamento della cinciallegra zoppa o di una riunione familiare pre-natalizia per decidere vicino a chi far sedere lo zio con la fiatella.

Dopo tante parole, innumerevoli promesse e un patrimonio di scatti alla risposta, io decisi unilateralmente:
"Ci vedremo in autunno. Torneremo assieme o ci lasceremo per sempre"
"Vengo io da te?", chiese lui, disponibile e servizievole come solo uno macchiatosi della colpa di averti mollata durante le vacanze può essere.
"No", gli risposi, "ci troveremo in territorio neutrale"
"Dove?"
"A Parigi"

Continua...
Sono uno dei volti più amati della televisione italiana.
Mi arrestano. 
Inizia il calvario di un innocente.
 
(1983)
Divento presidente dell'Unione Sovietica.
Sono Brežnev.
(1977)
Lo scandalo mi ha travolto.
Mi dimetto dalla carica di sesto presidente della Repubblica Italiana.
(1978)
The war is over.
La guerra ha terminado.
(1982)
Ho lavorato alla sua progettazione per anni.
Ho trattenuto il respiro al momento del lancio.
E ora la Pioneer 10 lascia il sistema solare.
Buon viaggio.
(1983)
Mio figlio è sequestrato da 17 mesi.
Io m'incateno sulla piazza di Locri.
(1989)
Sono una parlamentare norvegese. 
I miei colleghi ed io abbiamo appena approvato una legge che legalizza il matrimonio fra persone dello stesso sesso.
(2008)
Cado in un pozzo.
(1981)
Mi chiamo Thomas Sutherland. 
Sono preside della facoltà di agronomia dell' Università Americana di Beirut. 
Oggi vengo rapito dalla Jihad. 

Verrò liberato 2353 giorni dopo.
(1985)
Quando non si scrive per un po' di tempo le dita si arruginiscono, i pensieri si confondono e anche l'umore peggiora.

Io scrivo tutti i giorni. Scrivo per lavoro e per diletto. Scrivo di cose interessanti e di cose di cui non mi frega nulla. Scrivo. Scrivo. Scrivo.

Ma sono quasi due settimane che non scrivo un post sul blog.
Certo, continuo ad aggiornare Il Mio Progetto, ma quello è altra cosa.

Ciò che non scrivo da quasi due settimane è un post di quelli in cui racconto cosa mi è successo oggi, ieri o vent'anni fa.
Un post in cui sproloquio allegramente o approfondisco pesantemente.
Un post dove filosofeggio o psicanalizzo.
Insomma, un normale, banalissimo, post alla Pancrazia.

Dopo quasi due settimane in cui il lavoro, la casa nuova, la febbre e i timidi tentativi di avere una vita sociale degna di essere vissuta hanno avuto la precedenza, oggi ho deciso finalmente di riprendere in mano la penna, o meglio di riprendere a pigiare sulla tastiera.
E appena ho deciso, ovviamente, nel mio cervello si è creato il vuoto pneumatico.
Nessuna idea nuova.
Nessuna idea vecchia.
Nessuna idea. Punto.

Faceva tutto schifo.
Gli appunti sparsi? Porcherie.
I racconti appena abbozzati? Abomini.
Gli spunti scritti negli angoli di vecchie agendine? Deliri di una folle.

I miei neuroni oggi non si parlavano tra loro. E anche se lo avessero fatto, probabilmente, si sarebbero solo insultati.

Ma, nonostante tutto ciò, io non mi sono arresa.
Alla faccia del BloccoDelloScrittore, ignorando lo SpietatoCensoreInterno, ho scelto di fare l'unica cosa che può funzionare in questi momenti: ho aperto una pagina bianca e ho cominciato a scrivere senza pensare.
Senza pensare a quanto fosse inutile questo post.
Senza pensare alle critiche interne e neanche a quelle esterne.
Senza pensare alla necessità di mettere giù "qualcosa di veramente buono".
Senza pensare. Ma con l'unico obiettivo di rimettermi a camminare lungo questa strada. Un passo dopo l'altro. Una parola dopo l'altra. Prima piano. Poi sempre più velocemente.

Perché la scrittura è così. Per me è così. All'inizio mi sembra di dover affrontare una salita con una pendenza impossibile. Poi mi ritrovo a ridere, mentre rotolo giù da una collina ricoperta da erba alta e soffice.

Che poi magari quello che ho scritto, a rileggerlo, fa schifo.
Ma non importa.
Ci sarà sempre tempo e modo di scrivere qualcosa di meglio.
Intanto conservo i quadrifogli rimasti impigliati tra i ricci, faccio tesoro degli ultimi scoppi di risa ingiustificati e incomprensibili ai più, e mi rimetto a lavorare di buona lena. Nuovamente carica di energia e voglia di fare.
E voglia di scrivere. Ancora.
Nasco oggi.
Sono il Telefono Azzurro.
(1987)
Sono in piazza a Padova.
Vedo Enrico stare male. 
Fa fatica a parlare, tossisce, si aggrappa al leggìo.

Quattro giorni dopo muore.
(1984)
Mio padre è Alexey Pajitnov. Ma a credere in me è soprattutto Henk Rogers.
Nasco oggi e faccio giocare un'intera generazione.
Mi chiamo Tetris.
(1984)
Stendo un comunicato ufficiale: cinque giovani californiani gay sono affetti da un rarissima forma di polmonite.
Un anno dopo nasce l'AIDS.

(1981)
Ho solo 41 anni e sono all'apice della carriera.
Il mio cuore si ferma dodici ore dopo l'ultimo ciak de "Il Postino".
(1994)
Siamo più di 10.000. Siamo studenti. Stiamo protestando in piazza da quasi 50 giorni.
Noi siamo a mani nude. Il nostro governo ci manda contro i carri armati. 
(1989)
Da oggi riprendono ufficialmente a festeggiarmi. 
Sono io: la Repubblica Italiana.
(2000)
Accendo la televisione. 
Un nuovo canale inizia le sue trasmissioni. Si chiama Cable News Network. CNN.
(1980)
Ho tenuto questo segreto per più di trent'anni, ma ora è giunto il momento che si sappia.
Sono io, William Mark Felt, la Gola Profonda. Sono io il responsabile del Watergate.
(2005)
La terra trema. Moriamo in 5000.
Neanche Dio lascia in pace il mio paese: l'Afghanistan.
(1998)
Mi chiamo Janet Guthrie. 
E sono la prima donna a qualificarsi per la 500 miglia di Indianapolis.
(1977)
Vi ho lavorato sopra per vent'anni. Tutti i giorni.
E oggi, finalmente, il pubblico può goderne.

Non so cosa farò domani. Probabilmente mi prenderò un giorno di ferie o forse comincerò un altro lavoro.

Intanto bevo vino, mangio salatini, incasso complimenti, e ancora mi commuovo di fronte alla bellezza del "mio" Cenacolo.
 
(1999)
Dopo il treno fu la volta della metropolitana.
Dopo la metropolitana riemersi finalmente all'aria aperta.
La prima cosa che vidi fu un Black Cab. Ero proprio a Londra.

Londra è una delle poche città al mondo immediatamente riconoscibile. Basta un piccolo scorcio qualunque per capire, senza dubbio alcuno, di trovarsi nella capitale inglese. Altre città, seppur ugualmente belle, famose o suggestive non posseggono la medesima caratteristica.
Londra non è uguale a nessun altra. Basta un taxi per riconoscerla.

Innamoratami al primo sguardo, presi a girare seguendo l'istinto ed i nomi più evocativi delle fermate della metro. Passeggiai per la City sotto una pioggia sottile sottile. Sbucai a Piccadilly Circus sentendomi dentro un film. Mangiai un sandwich seduta sulle scale di Trafalgar Square, godendo di un sole improvviso e caldo. Corsi tra Hyde Park e Buckingham Palace, con la paura di perdere l'aereo ma l'inossidabile certezza che ne sarebbe, comunque, valsa la pena. Perché certi luoghi li devi vedere, che poi chissà quando ti ricapita!

Tutto mi piacque ma niente mi stregò quanto l'Abbazia di Westmister. Una bellezza sfacciata. Una visione. L'unico momento in cui rimpiansi di essere sola, tale era il desiderio di condividere con qualcuno tanta emozione. Tale era il desiderio di dire: "Hai visto? Io non immaginavo fosse così!" Così maestosa, imponente, orgogliosa del proprio sublime aspetto. L'abbazia di Westmister guarda tutti, specialmente i turisti, dall'alto verso il basso. E a tutti, piccoli e insignificanti, concede un mezzo sorriso, una piccola smorfia, come a dire: "Voi siete qua per me. Io basto a me stessa".

Londra è la città dove mi trovai a seguire mille stradine pittoresche per poi sbucare nel cortile di una scuola, tra ragazzini in giacca e cravatta che ridevano e giocavano.
Londra è la città dove un uomo in tight mi cedette il posto sulla metropolitana. Un uomo in tight. Con le code. Cedette il posto a me, con i jeans, il giubbino rosso e i capelli giallo-limone.
Londra è la città dove mi chiesero indicazioni dopo 5 minuti che ero arrivata. Evidentemente dovetti sembrare del posto. Ma del resto chi non lo è? Nella capitale britannica tutti sono del posto.
A Londra c'è tutto il mondo.
E tutto il mondo, prima o poi, passa da Londra.

E anch'io, prima o poi, ci tornerò.

Fine.
Ho un lavoro sicuro e una bella famiglia.
Faccio la custode all'Accademia dei Georgofili.

All'1:04 finisce tutto.
(1993)
 "La Palma d'oro del 55esimo festival di Cannes va a 'Il pianista' di Roman Polanski", annuncio dal palco.
(2002)
Jim suona alla porta.
Papà lo squadra dalla testa ai piedi, ma alla fine sorride.

Saliamo in macchina.
"Che film andiamo a vedere?" gli chiedo.
"Star wars", mi risponde.
"E di che parla?"
"Boh, vedremo!"
(1977)
Sull'aereo trovai posto vicino ad un tedesco terrorizzato dal suo primo volo. Praticamente fui costretta a fargli da balia. Il lato positivo fu che, responsabilizzata dalla presenza del pavido ometto, dimenticai (in parte) le mie ansie volanti per occuparmi delle sue.
Gli tradussi ogni cosa che veniva detta da hostess e steward. E quando, per via di un vuoto d'aria, ci ritrovammo tutti con lo stomaco all'altezza del cervello, mi sforzai di tranquillizzarlo e minimizzare. "Keine Panik, das ist normal!", gli dissi mentre sfoggiavo un paretico sorriso e recitavo silenziosamente tutte le preghiere da me conosciute, e pure le innumerevoli sconosciute.

Quando finalmente toccammo terra, trattenni a stento la voglia di baciare l'asfalto, un po' per la gioia di essere ancora viva e un po' per il piacere di aver messo finalmente piede sul suolo inglese.
Poi, in preda ad una gioia che mi rendeva molesta e poco lucida, sbagliai la fila del controllo documenti. Mi misi in coda con inglesi ed irlandesi per poi essere mandata via tra le occhiatacce severe dei poliziotti.
Ma che me ne fregava? Ero a Londra, neanche la riprovazione dell'autorità britannica poteva scalfire il mio buon umore!

Le mie uniche preoccupazioni erano trovare il deposito bagagli dove lasciare il mio trolley per tutto il pomeriggio, e poi comprare il biglietto per il treno che mi avrebbe portato nel cuore pulsante delle albioniche terre. E fu proprio nello sbrigare queste due semplici faccende che presi consapevolezza di una peculiare caratteristica dei londinesi.
Costoro sono tutti ventriloqui.
Costoro non aprono la bocca per parlare, tanto meno muovono le labbra.
Costoro sibilano velocemente e a denti stretti.
Io facevo una domanda. Io ricevevo una risposta. Io, immancabilmente, mi trovavo a non capire una mazza e rispondere sgraziatamente "Eh???"
A quel punto il londinese di turno, mosso a pietà, si metteva a parlare un poco più piano e ad aprire un poco le labbra. Niente di eccessivo, il minimo indispensabile per dimostrare di essere dotato di incisivi.
Io univo il biascicamento precedente a quello successivo e, finalmente, comprendevo il britannico messaggio cifrato, mettendo a frutto tutti quei maledetti anni di liceo e "conversation"!

Superati i problemi logistici e pure quelli linguistici, con somma soddisfazione riuscii a salire in carrozza e a partire per la mia personale terra promessa.
Una rapida occhiata ai compagni di viaggio, mi permise di mettere immediatamente a fuoco un gran pezzo di giovane uomo in un completo grigio scuro. Sorrisi io. Sorrise lui. Poi gli squillò il telefono e parlò...in tedesco. E no. No! Nooo! NOOO! Pure oltremanica? Cosa c'era di sbagliato in me? Cosa? Non ero in grado neanche di fare degli innocenti occhi dolci a uno sconosciuto senza imbattermi nell'ennesimo maschio teutonico?

Sbuffai rumorosamente, smisi di sorridere, e mi concentrai imbronciata sul paesaggio che scorreva al di là del finestrino.
Londra mi aspettava a braccia aperte e lei sì che, femmina ed inglese, avrebbe meritato il mio sfacciato sbatacchiamento di ciglia!

Continua...
Il mio paese, l'Eritrea, ottiene l'indipendenza dall'Etiopia.
(1993)
Squilla il telefono. Rispondo.
Era ora.
Abbiamo dovuto far saltare un pezzo d'autostrada ma questo pensiero, se Dio vuole, ce lo siamo tolto.
(1992)
Siedo nel parlamento italiano. Approvo la legge 194.
(1978)
Ho votato a favore dell'indipendenza del mio paese. 
230.660 cittadini hanno votato come me.
La maggioranza.
(2006)
Vi ho mai raccontato di quella volta che andai a Londra?
No, non è necessario che rispondiate, già lo so: non ve l'ho mai raccontato.
Fondamentalmente perché quel viaggio lo feci ancora prima di aprire il blog.

E perché tale argomento riciccia fuori ora?
Perché, come avrete intuito dal nuovo look di Radio Cole, negli ultimi mesi a Pancraziuccia vostra ha cominciato a bruciare la terra sotto i piedi. L'immobilismo che, per scelta o per necessità, aveva caratterizzato gli ultimi anni della vostra blogger preferita (Io!!!) ha lasciato spazio ad un'ansia di spostamento e a una gran voglia di viaggiare, vedere, scoprire, mordere e divorare.

Ho iniziato con piccole gite: Venezia, Milano, Bologna, giusto per sgranchirmi le ossa e fare il tagliando alle ali. L'importante è muoversi, fare 10 100 o 1000 chilometri. L'importante è soddisfare tutte le proprie curiosità, per poi scoprire di averne sempre di nuove.
Presto, comunque, spiccherò letteralmente il volo. E nel frattempo nelle chiacchiere con gli amici si sono fatti sempre più presenti i ricordi dei viaggi passati. Soprattutto quelli più particolari. Ed il mio breve soggiorno nella terra d'Albione fu decisamente sui generis.

Come non condividerlo con voi, miei fedeli lettori? Come?
E, infatti, ora lo condivido.

Molti anni or sono, alle prese con l'organizzazione di una breve visita al mio (ex)fidanzato tedesco, stavo cercando un volo low cost che mi portasse da Dresda a Torino, quando m'imbattei nella possibilità di fare scalo a Londra.
Comodo, no?
Dresda-Londra.
Londra-Torino.
Con attesa a Heathrow per circa 6 ore.

I più sarebbero scappati inorriditi e avrebbero cercato oltre.
Io, invece, iniziai a zompettare felice per casa: era giunta finalmente la mia occasione per viaggiare oltremanica! E la suddetta occasione, nella sua assurda scomodità, mi pareva ancora più attraente di un banale viaggio organizzato. La interpretai come un regalo del destino, una strizzata d'occhio del karma, un sorriso del fato.

Magari voi appartenete a quel gruppo di persone, diciamo "normali", che tendono a preferire occasioni più classiche, pratiche, comode.
Ma che volete che vi dica?
Io, nella mia diversa normalità, considero uno scalo di 6 ore non una noiosa perdita di tempo ma un'opportunità da non lasciarsi sfuggire.
Lo pensavo allora e ne sono fermamente convinta ancora adesso.

Nel giro di pochi giorni la mia visita in Germania perse d'interesse, diventando solo un utile e necessario passaggio per realizzare la mia solitaria fuga nella terra d'Albione. Nel giro di pochi giorni il ritorno verso casa, con inclusa britannica tappa, divenne l'evento più atteso, la vera vacanza, lo scopo di tutto il viaggio.
Dopo aver trascorso una settimana a Dresda, invece di salutare nazione e (ex)fidanzato tedeschi con il magone d'ordinanza, corsi al gate con un sorriso a mille denti e m'imbarcai per la mia piccola gita rubata con l'entusiasmo di chi sta partendo per il giro del mondo.

Continua...
Finalmente l'abbiamo completata.
La più grande opera idraulica di tutto il pianeta. La Diga delle Tre Gole sul Fiume Azzurro.
(2006)
Due figli sono troppi.
Noi siamo troppi.
Siamo talmente tanti che il governo è disposto a fare di tutto per scoraggiare e impedire la crescita della popolazione. "Politica del figlio unico", la chiamano.

Disposto a fare di tutto. 
Anche ad uccidere le madri disubbidienti? Anche ad uccidere me?

Forse esisto o forse no.
La mia storia è vera o forse no.
Il mio nome è Zhonghua Sun o forse no.

Non lo saprete mai. Ma non lasciate cadere il dubbio.

(2001)
Dopo il rigido Scalfaro io, la Repubblica Italiana, do il ben venuto ad un nuovo Presidente: Carlo Azeglio Ciampi. 
Imprescindibile la figura della di lui moglie: la sempre presente signora Franca.
(1999)
Ve lo ricordate Giuliano Dottori e il suo video fatto con tanti spezzoni inviatigli via email?
No?
Allora rileggete questo post.

La raccolta del materiale si è conclusa ed il video è stato montato.
Questo è il risultato finale.

Salgo sulla carrozza, cerco un posto e mi metto seduta.
E' solo un piccolo viaggio. Da Nord a Sud.

Per la prima volta dopo 50 anni si riaprono i collegamenti ferroviari tra le due Coree.
(2007)
Patalice
Vivo e lavoro a Kabul.
Sono italiana e collaboro con Care International.

Esco da una lezione di yoga e mi rapiscono.
Nel mio paese non ne parla quasi nessuno.
(2005)
Un'ora per decidere quale regalo prendere al nipote adorato.
Cinque minuti perché lui lanci il suddetto regalo dal balcone, facendolo schiantare a terra in mille pezzi.

Dico tutto.
Confesso tutto.

Il mio amico. Sua moglie. I gioiellieri. Le prostitute. Le guardie giurate. Le donne nei gabinetti del treno.
E poi ancora altri.
Venti. Sono venti. Devono essere venti.

Li ho uccisi io. Tutti io. Io.
Donato Bilancia.


(1998)
Mi truccano.
Sistemano le luci e poi accendono la telecamera.
Parlo per 27 minuti.

Ammetto ufficialmente davanti alla mia nazione e al mondo intero l'incidente di Chernobyl.
Sono Michail Gorbačëv.

(1986)
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