L'Epilogo
giovedì, settembre 11, 2014
Ogni mattina mi sveglio presto, tiro su i capelli come piacevano al marito mio, metto l’acqua di colonia dietro agli orecchi e piano piano, con la pioggia o con il sole, mi trascino
Non dimenticherò mai la prima notte di nozze. Me ne stavo accucciata sotto le coperte, aspettando lo sposo mio con lo stesso animo di uno che sta nella sala d’aspetto del dentista: un poco c’avevo voglia di scappare ed un poco di farmi cavare subito sto dente e non pensarci più.
Quando finalmente lui mi raggiunse, si sdraiò accanto a me e, senza dire manco una parola, si voltò dandomi le spalle.
“Notte, Adelì.”
“Notte, Augù.”
Dopo cinque minuti già russava come un trattore.
Forse era nervoso come me oppure l’aria spaventata mia gli aveva fatto passare tutte le voglie. La verità non me l’ha confessata mai e io non ho mai avuto la faccia di chiedergliela neanche dopo tanti anni. Ma fatto sta che, per quella sera e molte altre a venire, Augusto decise di non far rispettare i diritti suoi da marito.
Ero cresciuta in campagna in mezzo agli animali e più o meno lo sapevo come funzionavano certe cose. Ma una donna non è mica una giumenta e mamma mia s’era ben guardata dal darmi qualche spiegazione un poco utile. Che, comunque, ai tempi miei il massimo che ti diceva una madre prima dello sposalizio era: “Sta ferma e fa fare tutto allo marito tuo. Che prima inizia, prima finisce.”
La relazione tra me ed Augusto non era mai stata intima, non ci eravamo mai corteggiati né baciati, figurarsi fare altro.
Di fronte al Signore ed allo Stato eravamo marito e moglie ma tra di noi continuavamo a comportarci come prima. Eravamo parenti, stavamo diventando pure amici, ma ce ne sarebbe ancora voluto del tempo per diventare amanti prima ed innamorati poi.
I bambini invece rifiorirono subito, meglio degli alberelli a primavera. Il matrimonio era stato celebrato per il bene loro ed infatti furono loro a goderne subito i vantaggi più di chiunque altro. Stavano tornando ad essere sereni sia di giorno che di notte. Erano felici di avere la nonna e la zia sempre a casa. Delle volte però capitava ancora che al buio la paura si facesse troppo grande ed allora si presentavano tutte e due in camera nostra, mano nella mano, con le canotte che gli arrivavano ai ginocchi, i nasi che colavano e le guance sporche di pianto. Così belli e dolci da mangiarseli di baci.
Mia madre dormiva sopra un lettuccio nella stanzetta loro, ma aveva il sonno pesante e non si accorgeva di niente. Invece io sentivo i piedini ignudi sul pavimento già dal corridoio. Alzavo le coperte e senza dire una parola li facevo subito intrufolare nel lettone, che tanto di spazio ce n’era in abbondanza. Altro che due bambini, i primi tempi Augusto ed io dormivamo così distanti che in mezzo ci sarebbe potuto stare comodo pure un asino bello grasso.
Ma giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, cominciammo a cercarci. Era la natura che ci chiamava. Se metti due giovani e sani, con tutte le cose al posto giusto, sotto lo stesso tetto e addirittura a dividere il medesimo letto è normale che la carne si risvegli. Sia quella d’Augusto che, dopo il dolore ed il lutto, sembrava finalmente ricordare la vita con i piaceri suoi. Sia la mia, che certe sensazioni ancora non le conosceva ma diventava ogni giorno più curiosa.
Delle volte, mentre lavavo le stoviglie o stavo accucciata a strofinare il bucato, mi sentivo lo sguardo di Augusto addosso. Erano solo attimi ma bruciavano come il carbone nella stufa. Quegli occhi scuri seguivano la curva abbondante dei fianchi miei o l’ondeggiare dei seni. All’inizio sembrava un ragazzino che spia dal buco della serratura ma poi divenne sempre più sfacciato. Ed io, ogni volta che incrociavo gli occhi suoi, mi sentivo tutta scombussolata come dopo una sorsata di vino caldo.
Augusto con gli occhi mi accarezzava e delle volte perfino mi spogliava, ma con le mani non mi toccava mai. Teneva quelle grandi mani sue, chiuse a pugno, dentro le tasche.
“Cuscì nun me venivano tentazioni”, mi confessò anni dopo.
Bravo. A lui non gli venivano tentazioni, ma a me continuavano a venire sempre più spesso certi pensieri strani, che a ricordarli adesso ancora mi faccio rossa come un pomodoro maturo. Mi sentivo così confusa che, se non fosse stato per la paura di essere rifiutata o di fare una brutta figura, gli avrei buttato le braccia al collo come avevo fatto con Gino. E al diavolo tutto!
A letto la distanza si faceva ogni giorno più piccola e delle volte eravamo così vicini da sentire l’uno il calore dell’altra. Fino a quando una notte la mano di Augusto si appoggiò sul fianco mio. “Si sveglia, Adelì?”, mi chiese con una voce bassa e profonda, di quelle che senti più con la pancia che con gli orecchi. Io non ebbi manco il tempo di rispondere, che dal corridoio si avvicinarono due paia di piedi scalzi.
Lui, bofonchiando una bestemmia, si girò dall’altra parte e si rimise a dormire ed io, sospirando delusa, feci salire le due pesti sul lettone. Quella fu la prima notte in cui il materasso divenne troppo piccolo per tutti e quattro.
Poco tempo dopo in paese si scatenò la festa.
Era l’estate del ’44, quando una lunga fila di camion occupò lo stradone principale come una grossa biscia. Sopra, a salutare e far festa, centinaia di giovani in divisa sorridevano ai bambini ed ammiccavano alle femmine.
“So arrivati li americani!”, urlavamo tutti.
Che poi i nipoti miei, che so tutti studiati, m’hanno spiegato che al paese nostro ci sono venuti gli inglesi mica gli americani, ma che ne sapevamo noi a quel tempo lì? Per noi erano tutti uguali: alti, bellocci e non si capiva niente quando parlavano.
Nel giro di pochi minuti ci trovammo tutti per strada. Don Felicino con la tonaca impolverata e gli occhi rossi dall’emozione. I Casotti che ridevano e battevano le mani sognando il ritorno a casa dei figlioli loro. Annamaria che faceva girare la gonna come una bimba. Le ragazze non maritate tutte sorrisi e risatine. Ed i bambini che correvano come pazzi a fianco delle ruote dei furgoni, che erano alte quanto loro e c’era d’aver paura che qualcuno ci restasse sotto.
Quel giorno sembrò l’inizio di una vita nuova e di un mondo nuovo. Tutti noi avremmo ricordato per sempre la fame. Quella vera, che ti toglie la dignità, che ti fa litigare l’erba con gli animali e ti porta a dare la caccia ai ricci, gli uccelletti e perfino i gatti. Che se lo dici adesso la gente quasi te ne dice dietro, perché non lo sa più cosa vuol dire stare male per colpa dello stomaco vuoto.
Noi per anni siamo andati avanti con certe zuppe: tutta acqua e niente sostanza. Ed eravamo pure fortunati, perché stavamo in campagna con un poco di terra e qualche bestia, mentre quelli di città ad un certo punto non c’hanno avuto più manco gli occhi per piangere.
Tutti noi avremmo ricordato i visi e le voci di quelli che rimanevano indietro. Il bell’Emilio, che tornò chiuso in una bara di legno, lasciando la povera Costanza vedova e con tre bambini piccoli. Donato e Cristiano, fratelli di Augusto, morti talmente giovani da non avere ancora manco la barba sulla faccia. Tommaso, che era tanto bravo a fregare i frutti colorati dagli alberi in estate e a cui toccò andarsene in mezzo al freddo bianco e vuoto della Russia, e rimanerci a riposare per sempre, povero amico mio. Ed il signor Mariotti, che non tornò mai manco da morto, e che la famiglia sua piange ancora di fronte ad una targa fatta appendere dal figlio Pino, il primo giorno dei suoi vent’anni da Sindaco del paese.
Ma tutti noi ora volevamo andare avanti.
La famiglia mia aveva avuto la parte sua di disgrazie e dolori e forse anche per noi sarebbe finalmente cominciato un periodo più fortunato e lieve. Mia madre se ne stava da parte, infastidita da tutta quella confusione. Che, ormai, a lei dopo il matrimonio e la certezza di aver sistemato pure la figlia sua piccola ed i nipoti, non le importava più di niente ed aspettava solo, buona buona, di andare a riposarsi accanto a Lucia. Enrico, seduto per terra, s’impiastricciava la faccia con le cerase che gli aveva portato zia Caterina. Sandro era corso chissà dove con gli amichetti suoi.
Un ragazzotto in divisa si lisciò i baffetti sottili e mi strizzò l’occhio: “Bongiorno bela siniorina”
“E’ na signora”, gli rispose serio Augusto, stringendomi la vita con un braccio.
Mi voltai a guardarlo. C’aveva il profilo rigido e lo sguardo di un cane da guardia. Lo sguardo di un marito geloso. Lo sguardo del marito mio.
Il braccio mi stringeva con una presa che negli anni avrei saputo riconoscere pure ad occhi chiusi, ma quel giorno era ancora nuova e mi faceva bruciare la pelle attraverso i vestiti. Lasciandomi confusa e con la capoccia che girava.
Quello fu un giorno di gioia e la sera, complice l’aria di festa ed il vino, Augusto ed io facemmo all’amore per la prima volta. Furono carezze, baci e morsi. Con gli anni avremmo imparato a memoria la danza nostra ma quella prima volta, pure se confusa e faticosa, l’avremmo sempre ricordata con nostalgia.
Con le gambe ancora intrecciate gli sussurrai: “Pure la storia delli sassi era stata n’idea mia.”
“Bene, Adelì, c’hai altro da dirme? Cuscì co stanotte ce togliamo tutti li pensieri.”
“No, me sembra de no. Me sembra che t’ho detto tutto.”
“Bene.”
“Si arrabbiato?”
“No”, mi rispose lui ridendo.
“Ma che te ridi?”
“Gnente, è colpa tua.”
“Colpa mia?”
“Sì, me sa che co te me ne farò proprio tante de risate.”
“E’ na cosa brutta?”
“No anzi è na cosa bella.”
Quella notte, a più di un anno dal sì pronunciato in chiesa, cominciò realmente il matrimonio nostro.
Continua...
Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6-7- 8 - 9 - 10- 11- 12- 13- 14- 15- 16- 17- 18- 19- 20- 21- 22- 23- 24- 25- 26- 27- 28
Quando finalmente lui mi raggiunse, si sdraiò accanto a me e, senza dire manco una parola, si voltò dandomi le spalle.
“Notte, Adelì.”
“Notte, Augù.”
Dopo cinque minuti già russava come un trattore.
Forse era nervoso come me oppure l’aria spaventata mia gli aveva fatto passare tutte le voglie. La verità non me l’ha confessata mai e io non ho mai avuto la faccia di chiedergliela neanche dopo tanti anni. Ma fatto sta che, per quella sera e molte altre a venire, Augusto decise di non far rispettare i diritti suoi da marito.
Ero cresciuta in campagna in mezzo agli animali e più o meno lo sapevo come funzionavano certe cose. Ma una donna non è mica una giumenta e mamma mia s’era ben guardata dal darmi qualche spiegazione un poco utile. Che, comunque, ai tempi miei il massimo che ti diceva una madre prima dello sposalizio era: “Sta ferma e fa fare tutto allo marito tuo. Che prima inizia, prima finisce.”
La relazione tra me ed Augusto non era mai stata intima, non ci eravamo mai corteggiati né baciati, figurarsi fare altro.
Di fronte al Signore ed allo Stato eravamo marito e moglie ma tra di noi continuavamo a comportarci come prima. Eravamo parenti, stavamo diventando pure amici, ma ce ne sarebbe ancora voluto del tempo per diventare amanti prima ed innamorati poi.
I bambini invece rifiorirono subito, meglio degli alberelli a primavera. Il matrimonio era stato celebrato per il bene loro ed infatti furono loro a goderne subito i vantaggi più di chiunque altro. Stavano tornando ad essere sereni sia di giorno che di notte. Erano felici di avere la nonna e la zia sempre a casa. Delle volte però capitava ancora che al buio la paura si facesse troppo grande ed allora si presentavano tutte e due in camera nostra, mano nella mano, con le canotte che gli arrivavano ai ginocchi, i nasi che colavano e le guance sporche di pianto. Così belli e dolci da mangiarseli di baci.
Mia madre dormiva sopra un lettuccio nella stanzetta loro, ma aveva il sonno pesante e non si accorgeva di niente. Invece io sentivo i piedini ignudi sul pavimento già dal corridoio. Alzavo le coperte e senza dire una parola li facevo subito intrufolare nel lettone, che tanto di spazio ce n’era in abbondanza. Altro che due bambini, i primi tempi Augusto ed io dormivamo così distanti che in mezzo ci sarebbe potuto stare comodo pure un asino bello grasso.
Ma giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, cominciammo a cercarci. Era la natura che ci chiamava. Se metti due giovani e sani, con tutte le cose al posto giusto, sotto lo stesso tetto e addirittura a dividere il medesimo letto è normale che la carne si risvegli. Sia quella d’Augusto che, dopo il dolore ed il lutto, sembrava finalmente ricordare la vita con i piaceri suoi. Sia la mia, che certe sensazioni ancora non le conosceva ma diventava ogni giorno più curiosa.
Delle volte, mentre lavavo le stoviglie o stavo accucciata a strofinare il bucato, mi sentivo lo sguardo di Augusto addosso. Erano solo attimi ma bruciavano come il carbone nella stufa. Quegli occhi scuri seguivano la curva abbondante dei fianchi miei o l’ondeggiare dei seni. All’inizio sembrava un ragazzino che spia dal buco della serratura ma poi divenne sempre più sfacciato. Ed io, ogni volta che incrociavo gli occhi suoi, mi sentivo tutta scombussolata come dopo una sorsata di vino caldo.
Augusto con gli occhi mi accarezzava e delle volte perfino mi spogliava, ma con le mani non mi toccava mai. Teneva quelle grandi mani sue, chiuse a pugno, dentro le tasche.
“Cuscì nun me venivano tentazioni”, mi confessò anni dopo.
Bravo. A lui non gli venivano tentazioni, ma a me continuavano a venire sempre più spesso certi pensieri strani, che a ricordarli adesso ancora mi faccio rossa come un pomodoro maturo. Mi sentivo così confusa che, se non fosse stato per la paura di essere rifiutata o di fare una brutta figura, gli avrei buttato le braccia al collo come avevo fatto con Gino. E al diavolo tutto!
A letto la distanza si faceva ogni giorno più piccola e delle volte eravamo così vicini da sentire l’uno il calore dell’altra. Fino a quando una notte la mano di Augusto si appoggiò sul fianco mio. “Si sveglia, Adelì?”, mi chiese con una voce bassa e profonda, di quelle che senti più con la pancia che con gli orecchi. Io non ebbi manco il tempo di rispondere, che dal corridoio si avvicinarono due paia di piedi scalzi.
Lui, bofonchiando una bestemmia, si girò dall’altra parte e si rimise a dormire ed io, sospirando delusa, feci salire le due pesti sul lettone. Quella fu la prima notte in cui il materasso divenne troppo piccolo per tutti e quattro.
Poco tempo dopo in paese si scatenò la festa.
Era l’estate del ’44, quando una lunga fila di camion occupò lo stradone principale come una grossa biscia. Sopra, a salutare e far festa, centinaia di giovani in divisa sorridevano ai bambini ed ammiccavano alle femmine.
“So arrivati li americani!”, urlavamo tutti.
Che poi i nipoti miei, che so tutti studiati, m’hanno spiegato che al paese nostro ci sono venuti gli inglesi mica gli americani, ma che ne sapevamo noi a quel tempo lì? Per noi erano tutti uguali: alti, bellocci e non si capiva niente quando parlavano.
Nel giro di pochi minuti ci trovammo tutti per strada. Don Felicino con la tonaca impolverata e gli occhi rossi dall’emozione. I Casotti che ridevano e battevano le mani sognando il ritorno a casa dei figlioli loro. Annamaria che faceva girare la gonna come una bimba. Le ragazze non maritate tutte sorrisi e risatine. Ed i bambini che correvano come pazzi a fianco delle ruote dei furgoni, che erano alte quanto loro e c’era d’aver paura che qualcuno ci restasse sotto.
Quel giorno sembrò l’inizio di una vita nuova e di un mondo nuovo. Tutti noi avremmo ricordato per sempre la fame. Quella vera, che ti toglie la dignità, che ti fa litigare l’erba con gli animali e ti porta a dare la caccia ai ricci, gli uccelletti e perfino i gatti. Che se lo dici adesso la gente quasi te ne dice dietro, perché non lo sa più cosa vuol dire stare male per colpa dello stomaco vuoto.
Noi per anni siamo andati avanti con certe zuppe: tutta acqua e niente sostanza. Ed eravamo pure fortunati, perché stavamo in campagna con un poco di terra e qualche bestia, mentre quelli di città ad un certo punto non c’hanno avuto più manco gli occhi per piangere.
Tutti noi avremmo ricordato i visi e le voci di quelli che rimanevano indietro. Il bell’Emilio, che tornò chiuso in una bara di legno, lasciando la povera Costanza vedova e con tre bambini piccoli. Donato e Cristiano, fratelli di Augusto, morti talmente giovani da non avere ancora manco la barba sulla faccia. Tommaso, che era tanto bravo a fregare i frutti colorati dagli alberi in estate e a cui toccò andarsene in mezzo al freddo bianco e vuoto della Russia, e rimanerci a riposare per sempre, povero amico mio. Ed il signor Mariotti, che non tornò mai manco da morto, e che la famiglia sua piange ancora di fronte ad una targa fatta appendere dal figlio Pino, il primo giorno dei suoi vent’anni da Sindaco del paese.
Ma tutti noi ora volevamo andare avanti.
La famiglia mia aveva avuto la parte sua di disgrazie e dolori e forse anche per noi sarebbe finalmente cominciato un periodo più fortunato e lieve. Mia madre se ne stava da parte, infastidita da tutta quella confusione. Che, ormai, a lei dopo il matrimonio e la certezza di aver sistemato pure la figlia sua piccola ed i nipoti, non le importava più di niente ed aspettava solo, buona buona, di andare a riposarsi accanto a Lucia. Enrico, seduto per terra, s’impiastricciava la faccia con le cerase che gli aveva portato zia Caterina. Sandro era corso chissà dove con gli amichetti suoi.
Un ragazzotto in divisa si lisciò i baffetti sottili e mi strizzò l’occhio: “Bongiorno bela siniorina”
“E’ na signora”, gli rispose serio Augusto, stringendomi la vita con un braccio.
Mi voltai a guardarlo. C’aveva il profilo rigido e lo sguardo di un cane da guardia. Lo sguardo di un marito geloso. Lo sguardo del marito mio.
Il braccio mi stringeva con una presa che negli anni avrei saputo riconoscere pure ad occhi chiusi, ma quel giorno era ancora nuova e mi faceva bruciare la pelle attraverso i vestiti. Lasciandomi confusa e con la capoccia che girava.
Quello fu un giorno di gioia e la sera, complice l’aria di festa ed il vino, Augusto ed io facemmo all’amore per la prima volta. Furono carezze, baci e morsi. Con gli anni avremmo imparato a memoria la danza nostra ma quella prima volta, pure se confusa e faticosa, l’avremmo sempre ricordata con nostalgia.
Con le gambe ancora intrecciate gli sussurrai: “Pure la storia delli sassi era stata n’idea mia.”
“Bene, Adelì, c’hai altro da dirme? Cuscì co stanotte ce togliamo tutti li pensieri.”
“No, me sembra de no. Me sembra che t’ho detto tutto.”
“Bene.”
“Si arrabbiato?”
“No”, mi rispose lui ridendo.
“Ma che te ridi?”
“Gnente, è colpa tua.”
“Colpa mia?”
“Sì, me sa che co te me ne farò proprio tante de risate.”
“E’ na cosa brutta?”
“No anzi è na cosa bella.”
Quella notte, a più di un anno dal sì pronunciato in chiesa, cominciò realmente il matrimonio nostro.
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Capitolo Ventotto: Lei vorrebbe a te
venerdì, agosto 29, 2014
Gli ultimi mesi di lutto sembrarono volare via ed io mi ritrovai la notte prima della cerimonia agitata da mille dubbi e paure che mi si mangiavano da dentro. Mi rigiravo nelle coperte
Capitolo Ventisette: la storia di Annamaria
lunedì, agosto 25, 2014
Dopo una giornata così, c’avevo solo una gran voglia di buttarmi nel lettone e dimenticare tutto almeno per qualche ora, ma prima dovevo andare da qualcuno che forse aveva passato un giorno persino
Capitolo Ventisei: Una mano sulla capoccia ed anche una sul cuore
lunedì, agosto 11, 2014
Ancora me la ricordo, come se ce l’avessi davanti in questo momento, la faccia di mamma che mi dice che devo sposare il vedovo della sorella mia. A sentire queste cose adesso ai
Il tempo passava ed intanto tutti i giorni s’erano fatti uguali, ed io mi sentivo come una bestia che porta il peso sulla schiena senza sapere dove sta andando.
Da quando la sorella mia era volata in cielo la capoccia mi si era trasformata in un campo morto con la terra secca e dura. Non avevo più pensato a niente, manco a lei, perché avevo paura che, se aprivo quella porta lì, mi sarebbe passata pure la voglia di alzarmi dal letto la mattina.
E proprio la mattina era il momento più bello e più brutto della giornata intera. Mi svegliavo presto e, per qualche secondo, mi dimenticavo di tutto e mi sentivo contenta. Poi mi tornava in mente come stavano le cose, mi saliva l’acido in bocca e mi alzavo per ricominciare un altro giorno.
Erano ormai passati più di sei mesi dalla disgrazia, quando mamma mia mi disse: “La gente parla.”
Io ero appena tornata da casa dei bambini e lei mi aspettava seduta a tavola di fronte ad una zuppa fredda. Aveva lo sguardo presente e l’aria molto seria. Un’espressione come quella dei tempi migliori, quando usava quel tono che ci faceva stare zitte e con la testa bassa.
Ero contenta di vederla un’altra volta così, “E che dice?”, le chiesi tranquilla.
“Parla de te ed Augusto.”
La cosa non mi sorprese, avevo già sentito delle voci per il paese ma me n’ero fottuta. Con tutto il daffare che c’avevo, l’ultimo dei problemi miei erano le chiacchiere senza costrutto.
Ma mamma non si fece scoraggiare dal silenzio mio e continuò: “Passate molto tempo assieme.”
“Io nun passo lu tempo mio co lui ma colli bambini.”
“E’ lo stesso.”
“No, che nun è lo stesso!”
Ero stracca. Enrico aveva avuto la febbre e non mi s’era staccato di dosso per tutto il giorno. Sandro, con la mania sua di stare dietro alle bestie e aiutare il babbo, s’era infangato dalla capoccia fino ai piedi. Io avevo dovuto finire una tovaglia per la Barbagallo e rammendare di corsa le brache d’Augusto. E poi la minestra era fredda e sapeva solo di acqua zozza, come tutto quello che aveva cucinato mia madre negli ultimi sei mesi.
Non ne potevo più.
“Me ammazzo de fatica ogni giorno, me occupo de tutto e de tutti. Cerco de nun far mancare gnente alli bambini. Lo so che c’hanno bisogno de na mamma vera, ma Lucia sulla terra nun ce la posso riportare. Me dispiace. Ce lo so che se lo Signore se prendeva me e lasciava lei eravate tutti più contenti.”
“Nun dire fesserie!”
“Io nun sono lei.”
“Lo so, ma li bambini c’hanno bisogno de na sistemazione come se deve. E pure tu. E poi la gente parla.”
“Ancora co sta storia? E allora facciamola stare zitta: mettiamoglie na bella ciavatta in bocca e speriamo che se soffoca!”
“Troppe ciavatte ce vorrebbero pe fa stare zitti tutti. Augusto ed io abbiamo già parlato, c’è solo na cosa da fare: ve dovete maritare.”
Continua...
Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6-7- 8 - 9 - 10- 11- 12- 13- 14- 15- 16- 17- 18- 19- 20- 21- 22- 23- 24
Da quando la sorella mia era volata in cielo la capoccia mi si era trasformata in un campo morto con la terra secca e dura. Non avevo più pensato a niente, manco a lei, perché avevo paura che, se aprivo quella porta lì, mi sarebbe passata pure la voglia di alzarmi dal letto la mattina.
E proprio la mattina era il momento più bello e più brutto della giornata intera. Mi svegliavo presto e, per qualche secondo, mi dimenticavo di tutto e mi sentivo contenta. Poi mi tornava in mente come stavano le cose, mi saliva l’acido in bocca e mi alzavo per ricominciare un altro giorno.
Erano ormai passati più di sei mesi dalla disgrazia, quando mamma mia mi disse: “La gente parla.”
Io ero appena tornata da casa dei bambini e lei mi aspettava seduta a tavola di fronte ad una zuppa fredda. Aveva lo sguardo presente e l’aria molto seria. Un’espressione come quella dei tempi migliori, quando usava quel tono che ci faceva stare zitte e con la testa bassa.
Ero contenta di vederla un’altra volta così, “E che dice?”, le chiesi tranquilla.
“Parla de te ed Augusto.”
La cosa non mi sorprese, avevo già sentito delle voci per il paese ma me n’ero fottuta. Con tutto il daffare che c’avevo, l’ultimo dei problemi miei erano le chiacchiere senza costrutto.
Ma mamma non si fece scoraggiare dal silenzio mio e continuò: “Passate molto tempo assieme.”
“Io nun passo lu tempo mio co lui ma colli bambini.”
“E’ lo stesso.”
“No, che nun è lo stesso!”
Ero stracca. Enrico aveva avuto la febbre e non mi s’era staccato di dosso per tutto il giorno. Sandro, con la mania sua di stare dietro alle bestie e aiutare il babbo, s’era infangato dalla capoccia fino ai piedi. Io avevo dovuto finire una tovaglia per la Barbagallo e rammendare di corsa le brache d’Augusto. E poi la minestra era fredda e sapeva solo di acqua zozza, come tutto quello che aveva cucinato mia madre negli ultimi sei mesi.
Non ne potevo più.
“Me ammazzo de fatica ogni giorno, me occupo de tutto e de tutti. Cerco de nun far mancare gnente alli bambini. Lo so che c’hanno bisogno de na mamma vera, ma Lucia sulla terra nun ce la posso riportare. Me dispiace. Ce lo so che se lo Signore se prendeva me e lasciava lei eravate tutti più contenti.”
“Nun dire fesserie!”
“Io nun sono lei.”
“Lo so, ma li bambini c’hanno bisogno de na sistemazione come se deve. E pure tu. E poi la gente parla.”
“Ancora co sta storia? E allora facciamola stare zitta: mettiamoglie na bella ciavatta in bocca e speriamo che se soffoca!”
“Troppe ciavatte ce vorrebbero pe fa stare zitti tutti. Augusto ed io abbiamo già parlato, c’è solo na cosa da fare: ve dovete maritare.”
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Dopo la morte di Lucia il peso della famiglia intera finì completamente sulle spalle mie.
Una volta si usava così: gli uomini da soli erano persi ed i vedovi non erano mai lasciati ad arrangiarsi, soprattutto se c’erano dei figli di mezzo.
Augusto, pure con una gamba mezza guasta, poteva lavorare nei campi per ore, ma non sapeva cuocersi manco un ovetto e soprattutto non era capace di pensare ai bambini suoi. Li amava con tutto il cuore, ma non sapeva proprio da dove cominciare per le cose pratiche. Ai tempi miei nessuno si sarebbe mai sognato di chiedere ad un padre di pulire il sedere dei figli. Per queste cose c’era bisogno di una femmina. E se la moglie veniva a mancare, c’era bisogno di una zitella.
Io ero quella zitella.
Se la situazione fosse stata diversa avrei potuto dividere l’impegno con mamma, ma lei purtroppo non riusciva ad essermi proprio di nessun aiuto, anzi. Dopo la disgrazia s’era fatta più vecchia, s’era svuotata come un sacchetto di farina mezzo usato. Si muoveva lentamente, strascicando i piedi con la capoccia bassa e le spalle curve. Ogni tanto la trovavo a guardare nel vuoto, con una sofferenza nel fondo degli occhi che mi faceva un gran male al cuore.
Lucia per lei era sempre stata tanto speciale. Mia sorella era venuta al mondo dopo due gravidanze finite male e poco prima della morte di nonna Ada. Per mamma, figlia unica e con un marito peggio di una disgrazia, Lucia era stata come un raggio di sole. E mo, che s’era fatto freddo e buio per sempre, lei era finita dentro una melanconia che non l’avrebbe abbandonata più. Ora la chiamerebbero depressione, allora era solo tristezza.
Anche le femmine della famiglia di Augusto non potevano aiutarmi. A parte il fatto che lui non parlava più con metà dei parenti suoi, ma poi erano comunque tempi difficili, tanti uomini stavano in guerra e le donne si dovevano occupare dei campi, delle bestie e pure dei bambini. Tutto questo da sole, con in più l’animo pesante di chi non sa se l’amore, il babbo o il fratello suo a casa ci tornerà mai. Stavano già belle occupate così, ci mancava pure doversi preoccupare dei figli di qualcun altro.
Solo zia Caterina si faceva vedere ogni tanto, portava qualche frutto ai piccoli, puliva i loro nasi zozzi e, mentre io stavo fuori con le bestie, rassettava un poco casa e preparava delle zuppe così buone che magari non riempivano il cuore ma lo stomaco sì.
“Ve ringrazio zia Caterì, voi siete troppo bona”, le dicevo.
“Faccio metà del dovere mio”, mi rispondeva lei.
“Quando cucinate voi li bambini mangiano de gusto. Quando lo faccio io, poverini, lo fanno perché c’hanno troppa fame pe fare li schizzinosi.”
“Meglio, cuscì nun prendono vizi.”
La zia non era certo di grande compagnia ma in quei brutti giorni lì era meglio che niente.
Con la morte di Lucia mia, dal giorno alla notte, mi ritrovai a dividere solo con Augusto la responsabilità dei bambini. Dovevamo accudirli e soprattutto aiutarli ad affrontare il dolore loro. Dovevamo mettere da parte la sofferenza nostra ed occuparci solo della loro.
Enrico, il più piccoletto, cercava la madre girando per casa con l’aria persa. Noi provavamo a spiegargli che se n’era andata ed adesso era con gli angioli. Gli dicevamo che lo guardava dal cielo e lo amava tanto, ma lui non si chetava. Mi si stringeva il cuore a vederlo così confuso e spaventato, allora lo prendevo tra le braccia per calmarlo e coccolarlo ma neanche questo delle volte era abbastanza. Come quel giorno che, dopo avermi fatta diventare pazza con i capricci, lo ritrovai addormentato sul cuscino di mamma sua.
Sandro c’aveva solo quattro anni ma pareva già un ometto. Se ne stava tutto serio, dritto come un soldatino, e quando non cercava d’aiutare me, correva dietro al fratello piccolo peggio d’un cane dietro alle pecore sue. Di giorno non lasciava capire nulla ma la notte i sogni brutti lo facevano svegliare con i lacrimoni ed i singhiozzi. Una volta accadde quando io ero ancora in casa di Lucia a rassettare. Non ebbi manco il tempo di correre da lui, che babbo suo era arrivato prima. Augusto gli accarezzava la capoccetta e lo lasciava sfogare senza dire niente. Chiunque altro, al posto suo, avrebbe tirato fuori una di quelle cose stupide che all’epoca mia sembravano tanto giuste come “nun piangere, che si grande” o “nun fare cuscì che si n’omo”, ma lui no. Lui lo cullava in silenzio. Perché sapeva che in certi momenti non c’è proprio niente da dire. Che se non è libero di piangere un bambino che ha perso la mamma sua, allora chi lo è?
Continua...
Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6-7- 8 - 9 - 10- 11- 12- 13- 14- 15- 16- 17- 18- 19- 20- 21- 22- 23
Una volta si usava così: gli uomini da soli erano persi ed i vedovi non erano mai lasciati ad arrangiarsi, soprattutto se c’erano dei figli di mezzo.
Augusto, pure con una gamba mezza guasta, poteva lavorare nei campi per ore, ma non sapeva cuocersi manco un ovetto e soprattutto non era capace di pensare ai bambini suoi. Li amava con tutto il cuore, ma non sapeva proprio da dove cominciare per le cose pratiche. Ai tempi miei nessuno si sarebbe mai sognato di chiedere ad un padre di pulire il sedere dei figli. Per queste cose c’era bisogno di una femmina. E se la moglie veniva a mancare, c’era bisogno di una zitella.
Io ero quella zitella.
Se la situazione fosse stata diversa avrei potuto dividere l’impegno con mamma, ma lei purtroppo non riusciva ad essermi proprio di nessun aiuto, anzi. Dopo la disgrazia s’era fatta più vecchia, s’era svuotata come un sacchetto di farina mezzo usato. Si muoveva lentamente, strascicando i piedi con la capoccia bassa e le spalle curve. Ogni tanto la trovavo a guardare nel vuoto, con una sofferenza nel fondo degli occhi che mi faceva un gran male al cuore.
Lucia per lei era sempre stata tanto speciale. Mia sorella era venuta al mondo dopo due gravidanze finite male e poco prima della morte di nonna Ada. Per mamma, figlia unica e con un marito peggio di una disgrazia, Lucia era stata come un raggio di sole. E mo, che s’era fatto freddo e buio per sempre, lei era finita dentro una melanconia che non l’avrebbe abbandonata più. Ora la chiamerebbero depressione, allora era solo tristezza.
Anche le femmine della famiglia di Augusto non potevano aiutarmi. A parte il fatto che lui non parlava più con metà dei parenti suoi, ma poi erano comunque tempi difficili, tanti uomini stavano in guerra e le donne si dovevano occupare dei campi, delle bestie e pure dei bambini. Tutto questo da sole, con in più l’animo pesante di chi non sa se l’amore, il babbo o il fratello suo a casa ci tornerà mai. Stavano già belle occupate così, ci mancava pure doversi preoccupare dei figli di qualcun altro.
Solo zia Caterina si faceva vedere ogni tanto, portava qualche frutto ai piccoli, puliva i loro nasi zozzi e, mentre io stavo fuori con le bestie, rassettava un poco casa e preparava delle zuppe così buone che magari non riempivano il cuore ma lo stomaco sì.
“Ve ringrazio zia Caterì, voi siete troppo bona”, le dicevo.
“Faccio metà del dovere mio”, mi rispondeva lei.
“Quando cucinate voi li bambini mangiano de gusto. Quando lo faccio io, poverini, lo fanno perché c’hanno troppa fame pe fare li schizzinosi.”
“Meglio, cuscì nun prendono vizi.”
La zia non era certo di grande compagnia ma in quei brutti giorni lì era meglio che niente.
Con la morte di Lucia mia, dal giorno alla notte, mi ritrovai a dividere solo con Augusto la responsabilità dei bambini. Dovevamo accudirli e soprattutto aiutarli ad affrontare il dolore loro. Dovevamo mettere da parte la sofferenza nostra ed occuparci solo della loro.
Enrico, il più piccoletto, cercava la madre girando per casa con l’aria persa. Noi provavamo a spiegargli che se n’era andata ed adesso era con gli angioli. Gli dicevamo che lo guardava dal cielo e lo amava tanto, ma lui non si chetava. Mi si stringeva il cuore a vederlo così confuso e spaventato, allora lo prendevo tra le braccia per calmarlo e coccolarlo ma neanche questo delle volte era abbastanza. Come quel giorno che, dopo avermi fatta diventare pazza con i capricci, lo ritrovai addormentato sul cuscino di mamma sua.
Sandro c’aveva solo quattro anni ma pareva già un ometto. Se ne stava tutto serio, dritto come un soldatino, e quando non cercava d’aiutare me, correva dietro al fratello piccolo peggio d’un cane dietro alle pecore sue. Di giorno non lasciava capire nulla ma la notte i sogni brutti lo facevano svegliare con i lacrimoni ed i singhiozzi. Una volta accadde quando io ero ancora in casa di Lucia a rassettare. Non ebbi manco il tempo di correre da lui, che babbo suo era arrivato prima. Augusto gli accarezzava la capoccetta e lo lasciava sfogare senza dire niente. Chiunque altro, al posto suo, avrebbe tirato fuori una di quelle cose stupide che all’epoca mia sembravano tanto giuste come “nun piangere, che si grande” o “nun fare cuscì che si n’omo”, ma lui no. Lui lo cullava in silenzio. Perché sapeva che in certi momenti non c’è proprio niente da dire. Che se non è libero di piangere un bambino che ha perso la mamma sua, allora chi lo è?
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La capoccia nostra delle volte è proprio strana. Della notte in cui sorella mia se ne andò ricordo tutto come se fosse successo ieri, ma del funerale invece mi sono rimaste solo poche immagini, facce e parole. Così ingarbugliate che non sono manco sicura di cosa è successo prima e cosa dopo.
La chiesa era piena piena, questo me lo ricordo bene, perché, anche se poveraccia d’origine, Lucia era comunque diventata una Parise e quindi tutto il paese era venuto a piangere, chiacchierare, pregare la Vergine e guardare il carro nero coi cavalli. Così bello che manco una regina.
Io e la mamma eravamo arrivate fino alla prima fila, camminando piano piano e tenendoci per mano, ma posto per noi non ce n’era rimasto. Tutti i parenti d’Augusto avevano già piazzato i loro culoni sulle panche più importanti e non ci pensavano proprio a smuoverli per due disgraziate come noi. Che poi eravamo la madre e la sorella della morta era un particolare che non importava a nessuno. A nessuno tranne che ad Augusto. Lui si alzò subito e venne a prendere mamma mia, se la mise sottobraccio e la guidò fino al signor Ottavio: “Metteteve a lu posto mio”, le disse, “che tanto io seduto nun ce riesco a stare”, e poi tornò da me.
Rimanemmo tutto il tempo in piedi, uno vicino all’altra. A me mi girava la capoccia e se non fosse stato per Augusto che mi stringeva per un braccio sarei finita a terra come un mucchietto di ossi, stoffa e capelli.
“Dove stanno li bambini?”, gli chiesi.
“Nun te preoccupà, oggi li guarda Anna”, mi rispose.
“Anna chi?”
“La levatrice.”
Ero al funerale di Lucia ma l’unica cosa che mi veniva da pensare era che i nipoti miei stavano con un’estranea. Noi seppellivamo la madre loro e quelle anime candide se ne stavano con un’estranea. Chissà se c’avevano paura? Chissà che pensavano? I nipoti miei non ci dovevano stare con un’estranea. Loro una famiglia ancora ce l’avevano e ce l’avrebbero avuta sempre.
Non mi ricordo niente del cimitero o della processione dietro a quel carro per signori. Ma sono sicura che tutti piangevano e si strappavano i capelli, perfino zia Rita: “Cuscì giovane e bella. Glie volevo bene come na figlia”, diceva. A me mi veniva perfino da ridere e pure a Lucia mia se avesse sentito. Ad Augusto no, ed infatti fece mandare via quella vecchia bugiarda in malo modo e da quel giorno si trovò litigato con mezza famiglia.
Tutti piangevano e si strappavano i capelli, tutti tranne la sorella, la madre ed il marito della morta.
Noi avevamo gli occhi asciutti ed il core caduto ai piedi.
All’uscita del camposanto mi vennero incontro zia Caterina e la Vedova del Dottore. La Signora s’appoggiava alla zia d’Augusto, aveva ancora la camicia inamidata e quel profumo buono buono di una volta ma ormai s’era fatta proprio vecchia e si vedeva che di tempo non glie ne rimaneva tanto.
Mi baciò sulla guancia e mi sussurrò: “La nostra amica non l’ho portata. C’è troppa confusione e lei si agita. Ma ti manda questo”, mi aprì la mano, ci lasciò cadere dentro qualcosa, mi baciò un’altra volta e poi s’allontanò.
Abbassai lo sguardo e lo vidi: il bel nastro giallo di Annamaria. Il suo tesoro più grande. Il suo pensiero per me ed il dolore mio.
Guardai il nastro per un attimo ma poi non lo riuscì a vedere più. Gli occhi miei non erano più asciutti e non lo sarebbero stati fino alla mattina dopo.
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La chiesa era piena piena, questo me lo ricordo bene, perché, anche se poveraccia d’origine, Lucia era comunque diventata una Parise e quindi tutto il paese era venuto a piangere, chiacchierare, pregare la Vergine e guardare il carro nero coi cavalli. Così bello che manco una regina.
Io e la mamma eravamo arrivate fino alla prima fila, camminando piano piano e tenendoci per mano, ma posto per noi non ce n’era rimasto. Tutti i parenti d’Augusto avevano già piazzato i loro culoni sulle panche più importanti e non ci pensavano proprio a smuoverli per due disgraziate come noi. Che poi eravamo la madre e la sorella della morta era un particolare che non importava a nessuno. A nessuno tranne che ad Augusto. Lui si alzò subito e venne a prendere mamma mia, se la mise sottobraccio e la guidò fino al signor Ottavio: “Metteteve a lu posto mio”, le disse, “che tanto io seduto nun ce riesco a stare”, e poi tornò da me.
Rimanemmo tutto il tempo in piedi, uno vicino all’altra. A me mi girava la capoccia e se non fosse stato per Augusto che mi stringeva per un braccio sarei finita a terra come un mucchietto di ossi, stoffa e capelli.
“Dove stanno li bambini?”, gli chiesi.
“Nun te preoccupà, oggi li guarda Anna”, mi rispose.
“Anna chi?”
“La levatrice.”
Ero al funerale di Lucia ma l’unica cosa che mi veniva da pensare era che i nipoti miei stavano con un’estranea. Noi seppellivamo la madre loro e quelle anime candide se ne stavano con un’estranea. Chissà se c’avevano paura? Chissà che pensavano? I nipoti miei non ci dovevano stare con un’estranea. Loro una famiglia ancora ce l’avevano e ce l’avrebbero avuta sempre.
Non mi ricordo niente del cimitero o della processione dietro a quel carro per signori. Ma sono sicura che tutti piangevano e si strappavano i capelli, perfino zia Rita: “Cuscì giovane e bella. Glie volevo bene come na figlia”, diceva. A me mi veniva perfino da ridere e pure a Lucia mia se avesse sentito. Ad Augusto no, ed infatti fece mandare via quella vecchia bugiarda in malo modo e da quel giorno si trovò litigato con mezza famiglia.
Tutti piangevano e si strappavano i capelli, tutti tranne la sorella, la madre ed il marito della morta.
Noi avevamo gli occhi asciutti ed il core caduto ai piedi.
All’uscita del camposanto mi vennero incontro zia Caterina e la Vedova del Dottore. La Signora s’appoggiava alla zia d’Augusto, aveva ancora la camicia inamidata e quel profumo buono buono di una volta ma ormai s’era fatta proprio vecchia e si vedeva che di tempo non glie ne rimaneva tanto.
Mi baciò sulla guancia e mi sussurrò: “La nostra amica non l’ho portata. C’è troppa confusione e lei si agita. Ma ti manda questo”, mi aprì la mano, ci lasciò cadere dentro qualcosa, mi baciò un’altra volta e poi s’allontanò.
Abbassai lo sguardo e lo vidi: il bel nastro giallo di Annamaria. Il suo tesoro più grande. Il suo pensiero per me ed il dolore mio.
Guardai il nastro per un attimo ma poi non lo riuscì a vedere più. Gli occhi miei non erano più asciutti e non lo sarebbero stati fino alla mattina dopo.
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Capitolo Ventidue: Mi ricordo tutto di quelle ore
domenica, luglio 20, 2014
Lucia quella sera parlò ad Augusto con il cuore leggero e pesante assieme. “So due femmine” gli disse. “E perché fai quella faccia lì? Nun si contenta? San Giuseppe c’ha fatto la grazia!”
Capitolo Ventuno: Filtri, polletti e magia
lunedì, luglio 14, 2014
Augusto e Lucia desideravano tanto una femminuccia e sperarono che la benedizione fosse finalmente arrivata quando Enrico aveva quasi due anni. La sorella mia scoprì di essere di nuovo in attesa ed era
Capitolo Venti: “E se te prometto che quando torno te sposo?”
sabato, luglio 12, 2014
Per le strade del paese incontravo spesso Tommaso e Gino. Il primo era rimasto piccoletto, con le ginocchia larghe ed ancora lo stesso sorriso furbo di quando si arrampicava sui rami più alti.
Capitolo Diciannove: Zia Adelì
sabato, luglio 05, 2014
Augusto si godeva le gioie del matrimonio e di una compagna dolce e morbida come un’albicocca matura. Lucia si godeva la vita che aveva desiderato per tanto tempo e che era arrivata quando
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