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Lucia è sempre stata bella. E’ nata splendida e uguale è rimasta per tutta la vita sua.
Prima di avere lei, la mamma aveva perso due piccoletti quando stavano ancora nella pancia e quasi non ci sperava più. Aveva passato nove mesi aspettando un’altra disgrazia, e non volendosi attaccare troppo alla fantasia di avere finalmente un figlioletto. Si trascinava dietro il pancione come una cesta di broccoli o una cassetta di mele. Un peso da portare in giro così come capita, senza sentimento.
Ma il 12 dicembre del 1918, con la neve che copriva ogni cosa ed il babbo svenuto a quattro di bastoni sul lettone, Lucia venne al mondo sopra il tavolo della cucina, tra nonna Ada che recitava il rosario ed Ines che bestemmiava contro “quell’omo de gnente”.

Quando babbo morì mia sorella aveva quasi quindici anni, la pelle ed i capelli chiari, la schiena dritta ed un portamento da signora. Teneva l’anima da ragazzina ma il corpo da donna.
In paese non ci potevano credere che una poveraccia come lei potesse essere così bella. Per strada la guardavano tutti ed io mi sentivo tanto orgogliosa e speciale ad essere l’unica sorella sua. Mi credevo che tutti gli uomini fossero innamorati di lei e che litigassero per decidere chi l’avrebbe maritata. Ero ancora troppo piccola per leggere negli occhi di quei porci le schifezze che pensavano veramente.

Comunque, a forza di essere guardata, ad un certo punto anche Lucia cominciò a guardare e fu subito colpita da Emilio Casotti, un ragazzone di vent’anni con un bel sorriso e lo sguardo malandrino. I suoi amici lo chiamavano il bell’Emilio, lui era più vanitoso di una femmina e gli piacevano le donne quasi quanto i capelli suoi. Teneva sempre una sigaretta in bocca per darsi un tono, ma non l’accendeva mai perché di soldi da spendere in tabacco ne aveva pochi.
Quando incrociava la sorella mia per strada, sorrideva appena, si passava la mano tra i ricci e gonfiava il petto come un tacchino.
“E’ proprio bello Emilio. Nun è vero Adelì?”, mi chiedeva Lucia tutta emozionata.
“Altroché, sembra n’attore dellu cinematografo”, le rispondevo.
“Vorrei tanto piacergli almeno nu poco.”
“Ma che fai, scherzi? Gli piaci. Gli piaci eccome.”
“Dici pe davvero?”
“Eccerto, mica è orbo: tu si la più bella de tutto lu paese.”
“E Costanza? E’ bella pure lei.”
“Ma quando mai? Quella c’ha la faccia da cavallo.”
“Però è già na donna fatta e finita: l’altro giorno c’aveva pure le labbra dipinte.”
“E faceva ridere: sembrava che aveva mangiato troppe cerase.”
“Però Emilio s’è fermato a parlare con lei davanti alla fontana. L’hai visto pure tu, no?”
“Sì, parlava co lei ma intanto guardava a te. Che la cavalla se n’è pure accorta ed è andata via de corsa, tutta arrabbiata, manco c’avesse lu pepe allu culo.”

Eravamo proprio due sceme. Non sapevamo niente né dell’amore né di come girava il mondo. Giocavamo con il fuoco ad un passo dalla catastrofe e neanche ce ne rendevamo conto. Io, che ero solo una bambina, facevo la grande esperta e quella cretina della sorella mia mi veniva pure dietro.
Intanto le settimane passavano e Lucia ed Emilio continuavano a guardarsi con tanto d’occhi. Lei arrossiva e sentiva negli orecchi già l’organo della Chiesa Grande, lui invece neanche me li voglio immaginare i pensieri zozzi che si faceva dentro quella capoccia tutta capelli.
Ad un certo punto quei due sciagurati passarono dagli sguardi agli incontri dietro al camposanto. Loro si mettevano alle spalle della cappella, mentre io me ne stavo di guardia all’angolo della strada.
“M’arcomanno Adelì, se arriva quarghidunu fischia. Sai fischiare, no?” mi chiedeva Emilio.
“Eccerto che so fischiare! So meglio d’un uccelletto.”
“Brava Adelì”, mi strizzava l’occhio facendomi sentire tutta importante. Fessa io e stronzo lui.
Io mi mettevo attenta attenta a fare la guardia come un cane, mentre quello faceva all’amore con la sorella mia.
Non so cosa Emilio promettesse a Lucia. Ma lei, dopo un mesetto di sta storia, camminava ad un metro da terra, sognava l’abito bianco e pure un branco di figlioli tutti belli come babbo loro.
“Se te dico na cosa nun la racconti a nisciunu, vero Adelì?”
“Croce su lu core, che me possa venì la cacarella pe na settimana.”
“Io credo proprio d’esserme nammorata.”
“Davvero?”
“Sì.”
“E come se capisce na cosa cuscì?”
“Penso sempre ad Emilio, me lo sogno pure la notte e quanno me bacia me balla tutto lu stomaco.”
“Te bacia? Sulla bocca?”
“Certo! E su cosa? Su li diti?”
“Ma nun te fa schifo?”
“No che nun me fa schifo. Li baci tra innamorati so dolci.”
“Davvero? Dolci come?”
“Come lu latte co lu miele.”
“E’ bono lu latte co lu miele.”
“Appunto.”

Per fortuna mamma nostra ha sempre avuto le antenne dritte sulla capoccia ed una sera a tavola, senza neanche alzare gli occhi dal piatto, ci disse: “Figlie mie, questa cosa ve la dico na volta sola e guai a voi se me la fate ripetere. Noi simo povere e le femmine senza dote nun se le piglia nisciunu. N’omo che vole convincerve de lu contrario è solo nu mascalzone.”
Lucia si fece pallida pallida: “Se c’è l’amore mica c’ha importanza la dote.”
“E mo che c’entra l’amore? Te facevo più furba. Tu si bella come lu sole e li omini te ronzano attorno come le api alli fiori, ma pe na poveraccia come a te la bellezza è peggio de na maledizione. Li omini te cercano ma mica pe sposatte. Apri li occhi prima che fai nu guaio.”
Alla sorella mia vennero i lucciconi per la rabbia e la mortificazione.

“Che farai mo?”, le sussurrai nel lettone a notte piena.
“Parlerò ad Emilio mio. Gli dirò che deve venire subito a farme la proposta alla casa, cuscì mamma se tranquillizza e capisce che le intenzioni sue so serie”, mi rispose.  

Lucia parlò ad Emilio. Lo attese quella sera, la sera dopo e la sera dopo ancora. Lui non si presentò mai.
A distanza di qualche tempo il bastardo sposò Costanza ed ebbero subito un pupo settimino. Quella aveva sì la faccia da cavallo, ma anche un poco di dote e soprattutto un babbo vivo che si presentò dai Casotti con il fucile in spalla.

Nel frattempo Lucia aveva lavato le pezze sporche di sangue e la mamma ringraziato tutti i santi del paradiso, che pure sta volta la rovina completa della famiglia ce l’eravamo evitata per poco.

La sorella mia soffrì e guarì senza drammi, che le sceneggiate vanno bene solo per chi ha tanto tempo libero, mica per chi s’ammazza di lavoro e deve pure spezzare il soldo in quattro. Il tempo per piangere ce l’hanno solo le signorine ricche. Quelle si chiudono in camera, si buttano sul letto e possono fare il teatro per settimane. Ma le poveracce che c’hanno da faticare rimuginano in silenzio, mentre se ne stanno ginocchioni immerse fino ai gomiti nella merda di pollo.

Intanto gli anni passavano e Lucia si faceva ancora più  bella, col viso dolce e sereno di una Madonna. Anche se quei porci del paese non la guardavano con il rispetto che si deve a una santa, ma con la voglia con cui si guardano delle coscette di pollo grasse e saporite. Lei, però, oltre che donna si era fatta pure furba, aveva imparato la lezione e non dava più confidenza a nessuno. Tanto che molti le parlavano dietro, dicendo che era superba e si credeva chissà chi. Che certa gente una parola buona se può non se la risparmia mai!

Anch’io mi stavo faticosamente sgrezzando ma si capiva che bella come la sorella mia non ci sarei diventata mai. A me un po’ dispiaceva ma per mamma era una benedizione, “che già cuscì ne ho abbastanza de pensieri” diceva.

Ci vollero quasi quattro anni per riuscire finalmente a pagare tutti i debiti che c’aveva lasciato il babbo. Continuavamo a lavorare come pazze ma riuscivamo a mantenerci con un poco di dignità. Facevamo sempre una gran fatica a portare da mangiare in tavola ma almeno adesso venivamo considerate delle persone per bene, dignitose, serie e senza grilli per la capoccia.
Io credevo che le cose non sarebbero mai cambiate, che saremmo sempre rimaste solo noi tre ed ero contenta. Perché così ci stavo bene, perché ogni tanto riuscivamo pure a farci qualche bella risata e perché anch’io, finalmente, c’avevo una famiglia come si deve.

Ma un giorno tutto cambiò.
Il giorno della proposta di matrimonio di Augusto Parise. Augusto mio.




Continua...
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Del 1986 ricordo poco. Solo che venimmo eliminati presto e che quel sorcio di Platini si fece beffe di noi. Perché, da che mondo e mondo, i francesi quando vincono riescono ad essere più fastidiosi perfino di quando perdono.

Avevo nove anni, facevo danza classica, e quell'anno feci il saggio al Teatro Massaua.
Ora è un cineplex e una sala bingo. Con delle insegne esterne che farebbero la loro porca figura persino a Las Vegas.
Quanta amarezza.



Il giorno dopo in cucina trovai di nuovo ago e filo ad aspettarmi.

All’inizio non ero né veloce né precisa. Ma poi, a forza di stare curva sulla sedia, con il culo piatto, i diti che bruciavano ed il collo storto, guidata dalla pazienza di Lucia e dagli scappellotti di mamma, che di pazienza ne ha sempre avuta poca, imparai anch’io il mestiere.
Alla fine c’aveva ragione la Vedova del Dottore: io gli occhi da ricamatrice ce li avevo sempre avuti, era la voglia che m’era mancata.

Lavoravamo tutte e tre, tutti i giorni, tutto il giorno per preparare tovaglie, lenzuola e tende da vendere alle signore di città. C’ammazzavamo di fatica ma guadagnavamo una miseria ed in casa nostra di soldi ne continuavano a girare pochi, pure ora che non ci stava più il babbo a berseli.
Un giorno ci toccò perfino di vendere le vacche: due poveri animali con la pelle attaccata agli ossi, che non facevano più latte ed ormai erano buone solo per i cani. Quando ce le portarono via ci si bagnarono gli occhi, “Quante storie pe ste bestiacce”, ci sgridò mamma mentre si soffiava il naso peggio d’una tromba.


Se ripenso alla Barbagallo ancora mi prudono le mani dal nervoso. Quella vecchia disonesta, che a ricamare non era mai stata buona ma a far di conto sì, faceva da tramite tra le famiglie di città e tutte le ricamatrici del paese. Lavorava poco e si teneva una commissione altissima.
Si presentava ogni lunedì, puntuale come la morte, ed infilava il naso appuntino e gli occhietti tondi da sorcio dentro casa nostra.
“Le avete finite le lenzuola per il corredo della Moroni?”, chiedeva.
“Sì, c’abbiamo lavorato fino a tardi, ma guardate come so venute belle”, le rispondeva mamma.
“Carucce.”
“Avete visto che mani d’oro c’ha Lucia mia?”
“Sì, sì, signora Carretta.”
“E pure Adelina se sta facendo brava, nun c’ha li diti sottili de sorella sua ma tiene na bella fantasia.”
“Sì, vabbè, ma ora non mi fate perdere tempo, che c’ho da faticare io. Mica possiamo fare tutte la vita da signore come voi, che ve ne state tutto il giorno a casa col sedere al caldo. Io non posso stare mai tranquilla manco per un secondo, devo girare per tutto il paese, fare i conti e prendermi tante responsabilità. Non sapete come v’invidio!”
Mamma era una femmina orgogliosa ma con la Barbagallo diventava un’altra persona e la schiena dritta le si accartocciava tutta. Forse perché quella aveva fatto le scuole e mamma mia si metteva soggezione o forse perché da quella stregaccia dipendeva il pane sulla tavola nostra. E, per dar da vivere ai figli, anche i più duri imparano a toccarsi il petto col mento e, se c’è di bisogno, a baciare la punta delle scarpe del diavolo. A baciarla e pure a far finta che sia dolce come il miele.

“Questa è la parte vostra”, diceva il sorcio mettendo quattro soldi sul tavolo, “vi state facendo ricche”, e ridacchiava.
Che cavolo si ridacchiava quella stronza?
Noi a malapena ci riempivamo lo stomaco e lei ridacchiava?
Io me la sognavo la notte quella sua risatina con la bocca storta e le labbra sottili senza forma e colore. Sognavo di soffocarla con una ciabatta per farla finalmente smettere.

La Barbagallo si è fatta ricca alle spalle nostre. Ha sposato quelle tre racchie delle figlie sue grazie alla cresta sui guadagni e, quando finalmente è andata al Creatore, ha voluto farsi seppellire addobbata come una Madonna.
E’ morta da sola, e non ha lasciato niente manco ai nipoti ma ha preferito portarsi tutto dietro all’inferno. Che quando una è così avida ha anche il cuore piccolo e secco come la merda di capra, ed il bene vero non sa manco che cos’è.

Continua...

Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6-7- 8 - 9 - 10- 11- 12
Il mio rapporto con il calcio ha avuto i suoi alti e i suoi bassi.
Grande passione giovanile, cocente delusione dell'età adulta.
Ora è poco più di un rumore di fondo nella mia bacheca facebook, un fastidioso brusio da far tacere con un click.

Ma il Mondiale no. Il Mondiale è altra cosa.
Il Mondiale è un appuntamento che ogni quattro anni porta con sé ricordi ed emozioni. Segna il cambiamento di un paese, la vita di una famiglia, ed il passaggio attraverso le diverse fasi dell'esistenza.

Il primo che ricordi è quello del 1982.
Avevo solo 5 anni e per la finale ci riunimmo tutti dagli zii.
C'erano confusione, urla, e poi quel tizio in televisione. Quel tizio che correva, correva e gridava. Sul momento non capii se fosse felice o disperato, e cercai i volti dei grandi per avere una risposta. Erano tutti in piedi, ridevano e si abbracciavano. Loro erano contenti. Anche lui doveva esserlo.
Quel tizio era Tardelli.

Ricordo che nella confusione mio cugino Marco, che ai tempi era un pupo di due anni legato come un salame al passeggino, mi strappò la piccola bandiera dell'Italia dalle mani, rompendo con un sonoro TAC! la minuscola asta a cui stava attaccata. Io prima cercai di strangolarlo poi, impeditami l'impresa dal resto della famiglia, reagii con una crisi di pianto inconsolabile. A riportare la pace ci pensò, contro ogni previsione ed episodio precedente, il collerico zio Nino. Egli si affrettò a compiere le dovute riparazioni, presumo con il legnetto di un ghiacciolo (li chiamavo stick allora), e a rendermi così nuovamente felice.

Grazie a tanta solerzia, potei festeggiare adeguatamente durante il tragitto del ritorno a casa. Per strada c'erano confusione, clacson, e il mio piccolo tricolore esposto fuori dal finestrino di mia madre. Eravamo sulla nostra 127 verde. Senza finestrini posteriori, cinture di sicurezza, o seggiolini per bambini.

Era un'Italia incosciente ed innocente. Gli anni più brutti sembravano messi definitivamente alle spalle. Avevamo Pertini, Toto Cutugno e Paolo Rossi. Non desideravamo di più.

“Bene, adesso possiamo andare”, disse la Vedova del Dottore aspettandomi sulla porta.
“Ma...”
“Cosa?”
“Signò...”
“Dimmi, cosa c’è?”
“Nun è che posso restà qua?”
“E perché mai?”
“Sapete com’è, pensavo, mamma mia se sveglia presto e a quest’ora starà già a dormì. Meglio che nun la disturbiamo. Me metto qua, guardate, a lu fondo de lu letto. Me faccio piccola piccola”, dissi cercando di accartocciarmi ai piedi della Pazza.
“Non se ne parla proprio, alzati, quel letto non è abbastanza grande per due e poi figurati se tua madre va a dormire senza aspettarti.”
“Fatemi lu piacere, dateme retta, che se la svegliamo a mamma mia le viene la luna storta.”
“Ma sentimi un po’, signorina, da quando tempo è che manchi da casa?”
“Nu poco.”
“Un poco quanto? Due ore? Mezza giornata?”
“Da stamattina”, dissi a bassa voce e con gli occhi incollati al pavimento.

“O Maria Vergine, tua madre sarà fuori di sé dalla preoccupazione.”
“Appunto. Nun posso restare qua, cuscì pe sto giro magari nun ne busco?”
“Ma figurati. Ora basta con le chiacchiere e corriamo subito a casa tua. E stai serena: tua madre sarà così contenta di rivederti sana e salva che si dimenticherà di essere arrabbiata.”
“Certo e li porci voleno”, dissi rassegnata, mentre mi trascinavo controvoglia verso il destino mio.

Lungo tutta la strada la Vedova cercò di chetarmi, “non ti devi preoccupare”, mi diceva, “per una mamma i figli sono la cosa più importante che c’è”, ripeteva, “e anche se ti da un paio di schiaffetti credi, in tutta onestà, di non esserteli meritati?”
Un paio di schiaffetti? Quella donna era bella, elegante, profumata e buona come il pane ma non sapeva proprio di cosa stava parlando. A casa mia non volavano mica gli schiaffetti, in casa mia piovevano botte da orbi. E pure se mamma non aveva le manone del babbo era comunque capace di farti piangere. La buonanima, sempre ubriaco, menava a caso e spesso mancava il bersaglio ma lei no. Lei era precisa come nel ricamo e se ti voleva piglià ti pigliava secca come una fucilata, non c’erano santi. Quella volta che il babbo s’era venduto i conigli lei l’aveva aspettato per ore e, quando era arrivato, gli aveva tirato una bottigliata da lontano che il farmacista gli aveva dovuto mettere i punti. Ecco, se mia madre era stata capace di spaccare mezza faccia a quel gigante di babbo mio a me, che ero piccola come un topolino, che mi poteva fare?

Arrivate alla porta, io dissi sottovoce un’Ave Maria e la Vedova del Dottore, dopo avermi fatto una carezza sulla capoccia, bussò. Quando mamma aprì, e si trovò di fronte quella peste della figliola sua con accanto una delle signore più fini del paese, rimase un attimo senza parole. Poi però si riprese e, dopo avermi fatto volare dentro con una pedata, “Fila in camera tu, che dopo facciamo li conti!”, rimase a parlare fitto fitto in cucina con la nuova ospite.

“Era ora”, disse Lucia appena mi vide, “mamma stava come na pazza.”
“Sì, l’avevo capito”, risposi accarezzandomi la chiappa acciaccata.
“Se pò sapere dove si stata tutto lu giorno?”
“In giro.”
“Ma c’era da faticà.”
“Me so presa na vacanza.”
“Na vacanza? Questa proprio nun se pò sentì. Nun lo dire a mamma che sennò te se magna!”
“Ma tu lo sai che la casa della Pazza dentro nun è tanto sporca e che lu cane suo nun è sempre cattivo e che la Vedova del Dottore è mejo de na santa?”
“Ma che stai a inventà? Io nun te capisco.”
“E lo sai lu nome della Pazza?”
“No che nun lo so.”
“Se chiama Annamaria.”
“E a te chi te l’ha detto?”
“Lei, mo è amica mia!”
“Ecco, giusto la Pazza ce mancava a te.”

Nel frattempo la Vedova se n’era andata e la mamma ci aveva raggiunte in camera. Io me ne stavo seduta sul letto con la capoccia bassa, aspettando che iniziassero a piovere schiaffoni come sassate. Lucia, accanto a me, mi teneva la mano tanto stretta da farmi scricchiolare gli ossi. Non c’avrebbe avuto mai il coraggio di mettersi in mezzo, ma manco il cuore di lasciarmi da sola.
“Tu si proprio na testa matta, sfaticata come babbo tuo! Hai visto che succede ad andare in giro come na zingara? Se nun era pe quella santa donna. Nun ce vojo manco pensà! Da domani se cambia e se c’è di bisogno te lego pure come nu cane. Mo fila a dormire: veloce!”, mi disse mamma con la faccia seria e pallida, che pareva più vecchia di dieci anni.

M’infilai di corsa nel lettone che, da quando babbo era morto, avevamo preso a dormirci tutte assieme. Io in mezzo e loro due ai lati. Mamma mi tirò la coperta fino sotto al mento, brontolò per un altro poco e poi si mise a russare peggio di un trattore scassato.
“Manco nu buffetto t’ha dato. Ma che è successo, Adelì?”
“Nun lo so. Magari sta stracca e me mena domani.”
“C’ho avuto tanta paura quando nun t’ho vista tornare pe magnà.”
“Ho magnato dalla Pazza. La Vedova c’ha fatto na zuppa bona da morì.”
“Ma la finisci d’inventarte storie?”
“Nun so storie, è tutto vero!”
“E allora spiegame che c’entra na Signora cuscì co quella poveraccia mezza svitata?”
“E che ne so io.”
“Vabbè, comunque promettime che nun lo fai più, che nun te ne vai più in giro.”
“Lo prometto.”
“Croce su lu core?”
“Croce su lu core, che me possano venì li vermi nella pancia.”
“Maronna che schifo! Solo a te te pò uscì n’idea cuscì.”
“Più l’idea è schifosa più lu giuramento è vero.”
“Se lo dici tu. Bonanotte.”
“Ma tu lo sapevi che la Pazza nun è scema come sembra?”
“Ancora? Dormi Adelì che domani c’abbiamo da faticà.”
“E’ tutta strana, pare na bambinetta, ma nun è scema proprio pe gnente.”
“Notte”, ripeté Lucia già mezza addormentata.
“La vedova del Dottore ha detto che la nonna era bella e bona e che io c’ho li occhi sua. Tu lo sapevi? Te la ricordi nu poco Lucì? Lucì? Lucì? Vabbè, ho capito, bonanotte.”

Continua...

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Il mondo mi conosce.
Il mondo mi ama.
Inutile nascondersi dietro falsa modestia: io sono il preferito di tutti.
Di tutti tranne lui. Mio zio. Un tiranno che ha approfittato di me per tutta la vita.
I lavori più indegni sono sempre stati miei. I mestieri più faticosi sono sempre stati affar mio.
Sfruttato. Sfruttato e malpagato. Questo sono sempre stato io.
Eppure siete tutti pazzi di me. Di quello sfortunato e arrabbiato. Buffo ai vostri occhi.

Altro che buffo! Io sono furioso per la mia vita d'inferno in cui nulla è mai andato per il verso giusto.
Persino tre nipoti  a carico mi sono capitati! Io, che ho sempre fatto fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, ho dovuto sfamare per anni quelle saccenti sanguisughe.
Non ci avrebbe potuto pensare la nonna? Con la sua grande fattoria e i quintali di cibo sfornati ad ogni ora del giorno?
O non ci avrebbe dovuto pensare lo zio? Col suo deposito zeppo di monete tintinnanti, le sue miniere, la sua immensa fortuna?
E invece no, sono toccati a me. Piccoli, affamati e rompicoglioni!

Quante volte avrei voluto mandare tutti al diavolo, ma mi è sempre mancato il coraggio. Il coraggio di alzare la voce. Il coraggio di far valere i miei diritti. E sì, anche il coraggio di liberarmi di quella frollata di Margherita, la mia fidanzata storica. Una virago col culo grosso!

Ma da oggi tutto cambia, ne siate testimoni!
Il vecchio e la vecchia hanno tirato le cuoia. Tutti e due a distanza di poche ore.
Il tempo necessario di avvelenare l'uno e poi l'altra. Il tempo necessario per far ricadere la colpa su quello stronzo di Gastone.

Da oggi, ciò che era loro è finalmente mio.
I miei giorni oscuri da buffo, sfortunato pennuto sono finalmente terminati.

Stappo il chinotto.
Alzo il calice.
Fate lo stesso anche voi. Brindate con me.
Dopo 80 anni di sfiga, oggi si celebra il mio nuovo inizio!
La zuppa era densa e saporita. La Vedova sembrava una regina: metteva un pezzo di cavolo e un poco di brodo nel cucchiaio e se li portava alla bocca senza far cadere neanche una goccia. La Pazza invece succhiava direttamente dal piatto facendo un gran baccano, che neanche babbo mio ne aveva mai fatto così tanto. 

“Come va il ricamo?”, mi chiese la Signora. Che nel paese nostro si sapeva sempre tutto di tutti, e persino i ricchi sapevano cosa succedeva nella casa dei morti di fame e viceversa.
“Me fa schifo.”
“Non si dice così. Non è educato.”
“Come no?”
“Devi dire che non ti piace.”
“Ma nun è che nun me piace, me fa schifo proprio.”
“Strano, nella famiglia di tua madre hanno sempre ricamato tutte. Tua nonna poi aveva una mano così fine e delicata.”
“Ve conoscevate?”
“Certo, Ada era bella e gentile.”
“Bella come Lucia mia?”
“Tua sorella? Sì, in effetti la ricorda molto, ma i begli occhi scuri di Ada li hai ereditati tu. Quegli occhi grandi e svegli sono proprio quelli di una ricamatrice, su queste cose io non sbaglio mai.”
“Ma faccio schifo a ricamare.”
“Cosa hai detto?” mi corresse seria.
“Nun so brava, nun so brava pe gnente.”
“Ci vuole tempo. Anche il marito mio, buonanima, mica è nato dottore. Ha studiato tanto e a forza di studiare è diventato il più bravo da qua fino alla valle. Anche tu devi impegnarti e smettere di andartene a spasso. Le ragazzine per bene non se ne vanno in giro di sera.”
“Sì, vabbè, ma io mica so tanto pe bene.”
“Chi ti ha detto una sciocchezza simile?”
“Lo dicono tutti. L’hanno detto quelle allu funerale dellu babbo mio e poi lo dice pure la mamma de Gino.”
“Certa gente dovrebbe cucirsi la bocca. Tu sei la nipote di Ada e lei era una signora come si deve, che pulite e gentili come lei ce n’erano poche. Quindi anche tu sei una signorina per bene. Ci devi mettere solo un poco d’impegno in più e dare più retta a mamma tua.”
“Pur’io so na signorina pe bene?” chiese la Pazza, con la bocca piena e un pezzo di patata che le scivolava giù dal mento lasciando una striscia di bava.
“Certo, tesoro, anche tu.”
A sentire dire queste cose da qualcun altro avrei pensato che ci stava a prendere in giro. Ma la Signora no. Lei parlava sul serio. E a pensarci adesso il cuore ancora mi si allarga.

“Mentre rassetto, mettila a letto, per cortesia. Così poi corriamo subito da tua madre. Sarà così preoccupata, povera donna”, mi disse la Vedova iniziando a sparecchiare.
Io m’avvicinai un poco confusa alla Pazza che s’era già infilata sotto le coperte e mi guardava fissa coi suoi grandi occhi da ranocchia.
“Ma che devo fa, Signò?”
“Raccontale qualcosa. Una storia, una filastrocca, quello che vuoi tu.”
“Ma io nun conosco nisciuna storia.”
“Non ci credo, sei una bambina, non è possibile. Nessuno ti ha mai raccontato una favola?”

Mi girai verso la Pazza e le chiesi: “La conosci Tizzoncino?”
“No.”
“E’ na storia bellissima. Te deve piacè pe forza.”
Mi ci misi d’impegno, ci infilai tutto, compresi vocette e canzoncine, “Spera de sole, spera de sole, sarai Regina se Dio vole!”, volevo fare bella figura con la Vedova, farle vedere quant’ero brava.
“E alla fine Reuccio e Tizzoncino se sposeno.”
“E poi?”
“E poi che? E’ finita.”
“E non li fanno li bambini?”
“Sì, penso de si.”
“E quanti?”
“Nun lo so, la favola finisce cuscì. Se sposeno e basta.”
Ma la Pazza mi guardava con una faccetta così triste che mi s’intenerì il cuore.
“Fanno na figlioletta, va bene?”
“E come se chiama?”
“Pure lu nome voi? Nun lo so. Lucia?”
“No, nun me piace.”
“Adelina?”
“No, che brutto nome!”
“Sarà bello lu tuo!”
“Sì, lu mio è bellissimo. Io me chiamo Annamaria come la mamma mia”, mi rispose tutta orgogliosa.
“E va bene. Ho capito: Reuccio e Tizzoncino fanno na figliola e la chiamano Annamaria. Cuscì te piace?”
“Sì, molto mejo”, mi rispose contenta, poi si girò su un fianco, chiuse gli occhi e si mise a dormire come un pupo.

Continua...

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Se questo post avesse un titolo sarebbe: l'Annuncio!
Ma un titolo non ce l'ha e, quindi, facciamo senza.

Qual è la cosa più fastidiosa da fare una volta che si è tornati single dopo una lunga lunghissima relazione?
Non lo sapete? Ve lo dico io.
Dirlo agli altri. Coloro che ormai vi consideravano praticamente sposata, a un passo dall'altare o dal reparto maternità.
Dare la lieta novella urbi et orbi. Ascoltare i commenti. Annuire. Rassicurare. Perché "Sì, sto benissimo grazie" e poi "No, non penso che lui si suiciderà", e ancora "Non ti è mai piaciuto? Non era quello giusto per me? E me lo dici ora? Farmi un po' di sana pressione psicologica qualche anno fa, no?"

Non è un caso che i VIP si tolgano il dente con un bel comunicato stampa. Quattro righe e passa la paura!
"Inconciliabili differenze caratteriali...blablabla...rimarremo sempre ottimi amici... blablabla... gli auguro tutto il bene di questo mondo... blablabla", mentre in realtà lei si è chiusa in una clinica riabilitativa e lui è scappato con la baby sitter di 19 anni. Porco!

Ma se non sei famosa e sei "solo" Pancrazia che fai?
Semplice, lo dici a tua madre, ed ella si premunirà di diffondere l'informazione a tutta la famiglia. Farà da invadente ma gradito filtro, risparmiandoti almeno metà del lavoro.
A quel punto a te, o meglio a me, non rimarrà che dirlo agli amici più stretti e lasciare che gli altri lo capiscano da soli.
Tra questi altri, poi, ci saranno quelli che capiranno e taceranno per delicatezza. Quelli che capiranno e chiederanno spiegazioni con sincero interesse. Quelli a cui non parrà vero di poter tuffarsi a pesce in un mare di fattacci tuoi. E, infine, quelli che non capiranno fino a quando, all'ennesima gaffe, glielo dovrai spiegare tu, scandendo le parole e accompagnando il tutto con una presentazione Power Point, che affronti nell'ordine le questioni: come, dove, chi, quando, perché, stato emotivo e fisico attuale delle parti in causa, progetti per il futuro, eventuale presenza di soggetti terzi.

Tra le reazioni degne di nota ricordo la zia che disse: "Era ora: così te ne trovi uno meglio!"
L'amico che mi suggerì: "Il prossimo te lo scelgo io, perché i tuoi gusti sono una schifezza!"
Ma soprattutto colui che passò, in cinque secondi netti, da conoscente sensibile a quindicenne con le fregole: "Davvero? Mi dispiace! Stai bene? Il tuo numero di telefono è sempre lo stesso? Quando ci vediamo? Che fai sabato?"

Continua? Certo che continua.
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