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I Mondiali del '90 sono una pietra miliare nella mia vita.
Rappresentano la gioia e il dolore.
Soprattutto il dolore.

Ricordo la "favola" di Schillaci e l'orgoglio siculo di mia madre. Ricordo "Ciao", la più brutta mascotte che mente umana abbia mai concepito. E ricordo pure "Notti magiche", quell'inno che a tutti ha sempre fatto schifo, ma che tutti conosciamo a memoria.

Ma non dimentico, soprattutto, quella maledetta semifinale, quella contro l'Argentina, quella che spezzò i nostri sogni di gloria.
Alla fine mi ritrovai piangente e arrabbiata davanti alla tv. Giovane adolescente, con gli ormoni in subbuglio, che versava copiose lacrime e minacciava di morte Maradona. No, non sto esagerando, lo volevo proprio uccidere. Non tutta la squadra sudamericana, solo lui. Avevo anche elaborato un complesso piano: sarei andata a Napoli in treno e l'avrei fatto fuori con un coltello da cucina. Uno di quelli seghettati, che gli altri non tagliano.

E pensare che anni dopo, molti anni dopo, avrei avuto quale miglior amico un uomo che espone le foto di Diego come santini. Il destino delle volte è proprio curioso.

Ma, bando alle ciance, è giunto il momento. Non fate i timidi. Siate spudoratamente nazional popolari!
Vi vergognate? Va bene, comincio io:

" Forse non sarà una canzone a cambiare le regole del gioco, ma voglio viverla cosi quest'avventura senza frontiere e con il cuore in gola..."

Cinquant’anni prima Parise Angelo era emigrato in America e da lì aveva preso a spedire soldi alla moglie. Lui, dall’altra parte del mondo, lavorava e andava a femmine mentre lei, rimasta in paese, comprava terra e cresceva da sola cinque bambini: Caterina, Rita, Ottavio, Giuliano e Federico.
Di denaro dall’America ne arrivava parecchio e la signora Agnese con i conti e gli affari era meglio d’un uomo, e così la famiglia divenne padrona di mezza collina. Purtroppo il talento coi soldi e la voglia di faticare non sempre passano nel sangue ed i figli, a forza di scialacquare e fare la vita da signori, in pochi anni si mangiarono metà del patrimonio. Ma i Parise tutti continuarono comunque a darsi delle grandi arie, perché una buona reputazione e tanta puzza sotto il naso possono far sembrare una sciccheria anche le toppe al sedere.
 
Ottavio, il padre di Augusto, aveva sposato una femmina bella come ce ne stavano poche e con lei, durante i lunghi anni di matrimonio, si era tanto amato. Talmente tanto che la famiglia era cresciuta come la pasta del pane: dodici figli avevano avuto, undici maschi ed una femmina sola.
Augusto, ormai adulto, si ritrovò quindi con poco terra da dividere tra un esercito di fratelli ed una gamba secca e storta che, di sicuro, non lo faceva tanto bello. In quelle condizioni trovare la moglie giusta non era mica cosa facile.

Il padre voleva che sposasse proprio quella vipera della cugina Angela, la compagnuccia mia di scuola, ma lui da quell’orecchio non ci sentiva: perché lei c’aveva il culo grosso come una credenza, quand’erano piccoli lo menava forte, e poi sotto il naso portava certi baffi che manco un generale.
Ad Augusto, chissà perché, faceva sangue la mezzana delle Barbagallo, che gli sorrideva sempre e lo guardava con certi occhi che pareva volesse mangiarselo. Ma tutti sapevano che la madre di quella sfacciata andava dietro al soldo e lui di certo non aveva le tasche abbastanza piene. Mica come quelle di Greco Antonio che, infatti, portò la svergognata all’altare pochi anni dopo, ricavandoci un esaurimento nervoso, due infarti, e più corna di una cesta di lumache. Pover’uomo.
E poi c’era Lucia. Augusto non ci poteva credere che uno splendore così non se lo litigassero tutti. “E’ troppo povera. Na femmina te deve portare della terra, altrimenti che te la pigli a fare?”, gli dicevano i fratelli suoi, ma lui la pensava diversamente. Lucia aveva la reputazione di essere una gran lavoratrice e questa, a parer suo, era proprio una bella dote. Una donna che non si fa spaventare dalla fatica è una sposa perfetta, altro che terra e bestie.

Augusto decise quindi che la sorella mia sarebbe stata la scelta più giusta per lui e, contro l’opinione di tutti i Parise, iniziò una corte che in paese ancora se la ricordano.

All’inizio si piazzò vicino a casa nostra. Ogni due o tre giorni ce lo ritrovavamo oltre il cancello a fare avanti e indietro e fischiettare come uno scemo. Mamma e Lucia lo ignoravano ma io non mi davo pace: ero convinta che quello, dopo tanti anni, fosse venuto a vendicarsi. Che mi volesse dare fastidio come io e gli amichetti miei avevamo dato fastidio a lui.
“Che stai a fà Adelì?”, mi chiese un giorno la sorella mia trovandomi in cortile a trafficare con dei rametti.
“Gnente”, dissi nascondendo le mani dietro alla schiena.
“Nun si troppo grande pe ste cose? Ancora stai a giocà?”
“Nun sto a giocà.”
“E che ci fai allora co na fionda?”
“Me difendo.”
“E da chi?”
“Dallo storpio.”
“Ma che t’ha fatto quel poveraccio? Nun è possibile che ce l’hai ancora co lui. Dimenticatelo!”
“Nun so io che ce l’ho co lui e lui che ce l’ha co me. Che ce viene a fare sennò davanti a casa nostra?”
“Ma che ne so. Magari c’ha appuntamento co qualche filarino suo.”
“Ma figurati! E co chi? Chi se lo piglia nu sgorbio cuscì? C’ho pensato bene bene, che pure se nun c’ho scola nun sono mica stupida io. C’è so solo du motivi pe venire qua: o vole vendicarse de me o c’ha na botta pe te.”
“Figurati, quellu è nu Parise: a una come me nun me se fila proprio.”
“Lo vedi che c’ho ragione io allora? Quellu se sta studiando qualcosa. Nun me fido.”
“Ma ormai è n’omo, te pare che pensa ancora a te?”
“Certo! Nun l’hai visto che faccia cattiva c’ha?”
“Ce rinuncio. C’hai la capoccia più dura de nu sasso. Ma torna dentro mò, che c’abbiamo da faticà!”

Dopo solo una settimana Augusto smise di farsi vedere dalle parti nostre.
“Hai visto che nun ce l’aveva co te? Se sarà lasciato co lu filarino suo e mo se ne va a passeggià da n’altra parte.”
“E già, c’avevi ragione tu”, risposi a Lucia mia. Evitando di spiegarle che due giorni prima m’ero fatta prestare Puzzo e che Augusto era dovuto scappare di corsa, con quella bestia che gli abbaiava dietro, i pantaloni strappati ed io che mi rotolavo a terra dal ridere.   
“Perché corre cuscì strano?”, m’aveva chiesto la Pazza.
“E’ zoppo.”
“Che vordì?”
“C’ha na gamba malata.”
“M’hai detto che era cattivo e te dava fastidio mica che era malato. Nun penzo che fare li dispetti alli malati è na cosa proprio da signorine pe bene.”
“Nun è mica malato, è cuscì perché è figlio delli diavuli.”
“Davvero?”
“Sicuro, che pensi che te dico na bugia?”
“No, tu si amica mia e bugie nun me le dici.”
“Giusto.”
“Allora abbiamo fatto bene a faglie piglià paura?”
“Eccerto, Annamarì.”
“Ma Adelì...”
“Che c’è?”
“Nun è che mo li diavuli me vengono a cercà?”
“Ma no, sta tranquilla, te c’hai Puzzo che te defende. Li diavuli c’hanno paura delli cani.”
“Davvero?”
“Eccerto, che nun lo sapevi? E’ pe questo che la Signora te dice de tenerlo legato davanti alla casa de notte.”
“Pe li diavuli? Mica lo sapevo, la Signora nun me l’ha detto mai.”
“Nun te l’ha detto pe nun farte spaventà.”
“E te come fai? Te nun ce l’hai nu cane.”
“Io nun c’ho paura de gnente e me defenno da sola.”
“Come si coraggiosa.”
“Che ce voi fa? Ce sono nata cuscì.”

Ad Augusto le fregole non gli passarono neanche col morso di Puzzo. E per i due mesi dopo si mise a guardare Lucia per strada, cercando di attirare l’attenzione con sorrisi e occhiate da attore del cinematografo. Una roba da far rigirare lo stomaco.
“Ma che c’avrà da fissare quellu?”, chiedevo io.
“Nun so e nun m’enteressa. Te nun lu guardare”, mi rispondeva Lucia.
“Quello sfacciato fa lu cascamorto co te!”
“Nun glie dare corda e cammina.”
“Te guarda e te squaglia.”
“Cammina, ho detto!”
“Ma chi se crede d’essere quellu zoppo? Per chi t’ha presa?”
“Ignoralo Adelì!”

Vedendo che anche così di progressi non ne faceva e che, invece di guadagnarsi l’attenzione di Lucia, riusciva solo ad attirarsi le occhiatacce mie, Augusto provò perfino ad attaccar bottone: “Bongiorno signorine Carretta”, “E’ proprio na bella giornata oggi, vero?”, “Come state signorina Lucia?”
Ogni volta noi, mute come pescetti, abbassavamo gli occhi e ci allontanavamo veloci veloci. Più lui insisteva, più le labbra nostre s’incollavano e le gambe pedalavano. Mentre gli altri, che assistevano alla scena, sfottevano lui e pure noi, “Lascia perdere Augù che nun è cosa pe te”, “Le Carretta ce l’hanno d’oro, nun la mollano!”, “Quella è de ghiaccio, attento che te se freddano le mano se provi a toccarla”, “La madre gliele taglia le mano, altroché!”, e si tenevano la pancia dal ridere quei gran cornuti.
Ormai ogni commissione in paese era diventata un supplizio.
“Nun ce posso credere: ce sta pure quella merda de Teo in mezzo. Mo vado, glie tiro nu bello calcione tra le gambe e lo faccio frignà come nu pupo a quellu!”
“Tu nun vai proprio da nisciuna parte. Ce ridono già abbastanza de dietro cuscì.”
“Perché nun lo diciamo a mamma allora? Ce pensa lei a faglie passà la voglia de scherzare a quelli.”
“Mamma nun c’ha bisogno de altri pensieri e poi che le diciamo?”
“Che quei porci ce sfottono e che lu storpio ce da fastidio.”
“E a che serve? Vedrai che presto se stufano e trovano naltro modo pe passare la giornata”, diceva Lucia, che cercava di fare la superiore ma io lo vedevo che ci stava male.

Anche Augusto si era ormai scocciato di fare sempre la parte del fesso davanti a tutto il paese, e di dover sentire quelle brutte cose sulla futura sposa sua. Quindi smise di parlarci o salutarci ed aspettò l’occasione di trovare la sorella mia da sola. Gli ci volle quasi un mese. Quel giorno io ero rimasta a casa ad aiutare la mamma e Lucia era andata dalla Barbagallo per portare dei fazzoletti. Augusto la seguì e poi in un pezzo di strada tranquillo, dove non ci stava mai nessuno, la fermò e le disse con un fiato solo: “Signorina Carretta, ve chiedo lu permesso de farve la corte.”
Lucia, che aveva fatto tesoro della brutta esperienza con Emilio e delle parole della mamma, non lo prese sul serio manco per un secondo. Pensò fosse uno scherzo, una scommessa con gli amici o solo un modo cattivo per mortificarla, ma non gli volle dare soddisfazione e rispose con la faccia serena: “No, nun voglio essere corteggiata. Nun c’ho tempo da perdere io. Se avete davvero intenzioni serie passate stasera a chiedere la mano mia. Cuscì organizziamo nu bello sposalizio” e se ne andò lasciandolo senza parole. Che alle donne della famiglia mia sono sempre mancati i soldi ma  mai la risposta pronta.

Una volta tornata a casa, si rimise subito a ricamare, senza aprire bocca ma con il viso scuro e gli occhi rossi.
“Che t’è successo?” le chiese mamma.
“Gnente, nun ve preoccupate.”
“E perché c’hai quella faccia lì?”
“Quelli le danno fastidio e le dicono le cose dietro. Li dovete fare smettere!” intervenni io, che a vedere la sorella mia così mi sentivo scoppiare di rabbia.
“Sta zitta te! Si piccola, che ne voi sapere de ste cose?”
“Ma mamma...”
“Zitta e lavora! Lucia mia, nun te devi fare lu sangue cattivo: quelli scemi dellu paese nun se meritano gnente.”
“Ma perché nun me lasciano nu poco in pace?”
“Tu c’hai nu destino ingrato. Si troppo bella: li omini te vogliono e le femmine se rodono. Ma ricordate sempre che tu si migliore de tutti loro, delli giovani tanto pe bene e pure delle finte verginelle.”
Ci rimettemmo a lavorare in silenzio, ognuna con la capoccia ai pensieri suoi. Quello era un momento in cui quell’ubriacone del babbo ci avrebbe fatto tanto comodo: che ad essere povere, sole e donne era una lotta continua.

Mentre noi ricamavamo, Augusto tutto serio ed emozionato dichiarava le proprie intenzioni a babbo suo.
Non so quanto ci mise a convincerlo, quanto dovette urlare o insistere, fatto sta che quella sera sentimmo bussare e quando andai ad aprire me li trovai tutti e due di fronte.
Erano venuti a chiedere la mano di Lucia.

Mia sorella per poco non svenne dalla sorpresa. E mamma, da quel giorno, divenne devota di Santa Edvige: la protettrice delle spose, che le aveva fatto la grazia.

Continua...
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Ricordate Webcam Series? Ve ne avevo parlato lo scorso aprile. Qui.

Oggi ve ne riparlo perché domenica è stato messo online l'ultimo episodio della prima, e speriamo non ultima, serie. Ed è stato un finale col botto. Un finale che mi ha spinto a riproporvi questo progetto.

Riassumendo, siamo di fronte a una scommessa: un thriller filmato solo attraverso webcam e cellulari.
La scommessa è stata vinta? Secondo me, sì!

Sarò sincera, verso il terzo-quarto episodio la mia attenzione ha preso a calare. Infatti, superata la curiosità iniziale, la limitatezza delle inquadrature stava appiattendo il tutto. Ma dalla quinta puntata in poi c'è stata la svolta.
Svolta dovuta a qualche intelligente trovata tecnica ma, soprattutto, ad una trama che si è fatta più interessante, riconquistandomi in un crescendo di colpi di scena, fino all'ultimo imperdibile episodio.

Webcam Series è stato un esperimento coraggioso, una storia coinvolgente, un gruppo di giovani attori all'altezza. Tra questi, oltre al versatile Paolo Carenzo, una menzione speciale va alla protagonista femminile: Alice Piano. Brava, bella e carsimatica.

Il finale di questa prima serie ha volutamente aperto (spalancato!) le porte per una seconda.
Seconda che si realizzerà? Sta a voi. A noi. E alla fortuna del trovare qualcuno interessato al progetto.
Quindi se siete curiosi di sapere come continuerà quest'avventura spargete la voce, condividete, linkate!
La forza del passaparola può essere grande, grandissima!

Tutti gli episodi li trovate qua.

Intanto, da generosa par mia, vi agevolo la prima puntata.

Lucia è sempre stata bella. E’ nata splendida e uguale è rimasta per tutta la vita sua.
Prima di avere lei, la mamma aveva perso due piccoletti quando stavano ancora nella pancia e quasi non ci sperava più. Aveva passato nove mesi aspettando un’altra disgrazia, e non volendosi attaccare troppo alla fantasia di avere finalmente un figlioletto. Si trascinava dietro il pancione come una cesta di broccoli o una cassetta di mele. Un peso da portare in giro così come capita, senza sentimento.
Ma il 12 dicembre del 1918, con la neve che copriva ogni cosa ed il babbo svenuto a quattro di bastoni sul lettone, Lucia venne al mondo sopra il tavolo della cucina, tra nonna Ada che recitava il rosario ed Ines che bestemmiava contro “quell’omo de gnente”.

Quando babbo morì mia sorella aveva quasi quindici anni, la pelle ed i capelli chiari, la schiena dritta ed un portamento da signora. Teneva l’anima da ragazzina ma il corpo da donna.
In paese non ci potevano credere che una poveraccia come lei potesse essere così bella. Per strada la guardavano tutti ed io mi sentivo tanto orgogliosa e speciale ad essere l’unica sorella sua. Mi credevo che tutti gli uomini fossero innamorati di lei e che litigassero per decidere chi l’avrebbe maritata. Ero ancora troppo piccola per leggere negli occhi di quei porci le schifezze che pensavano veramente.

Comunque, a forza di essere guardata, ad un certo punto anche Lucia cominciò a guardare e fu subito colpita da Emilio Casotti, un ragazzone di vent’anni con un bel sorriso e lo sguardo malandrino. I suoi amici lo chiamavano il bell’Emilio, lui era più vanitoso di una femmina e gli piacevano le donne quasi quanto i capelli suoi. Teneva sempre una sigaretta in bocca per darsi un tono, ma non l’accendeva mai perché di soldi da spendere in tabacco ne aveva pochi.
Quando incrociava la sorella mia per strada, sorrideva appena, si passava la mano tra i ricci e gonfiava il petto come un tacchino.
“E’ proprio bello Emilio. Nun è vero Adelì?”, mi chiedeva Lucia tutta emozionata.
“Altroché, sembra n’attore dellu cinematografo”, le rispondevo.
“Vorrei tanto piacergli almeno nu poco.”
“Ma che fai, scherzi? Gli piaci. Gli piaci eccome.”
“Dici pe davvero?”
“Eccerto, mica è orbo: tu si la più bella de tutto lu paese.”
“E Costanza? E’ bella pure lei.”
“Ma quando mai? Quella c’ha la faccia da cavallo.”
“Però è già na donna fatta e finita: l’altro giorno c’aveva pure le labbra dipinte.”
“E faceva ridere: sembrava che aveva mangiato troppe cerase.”
“Però Emilio s’è fermato a parlare con lei davanti alla fontana. L’hai visto pure tu, no?”
“Sì, parlava co lei ma intanto guardava a te. Che la cavalla se n’è pure accorta ed è andata via de corsa, tutta arrabbiata, manco c’avesse lu pepe allu culo.”

Eravamo proprio due sceme. Non sapevamo niente né dell’amore né di come girava il mondo. Giocavamo con il fuoco ad un passo dalla catastrofe e neanche ce ne rendevamo conto. Io, che ero solo una bambina, facevo la grande esperta e quella cretina della sorella mia mi veniva pure dietro.
Intanto le settimane passavano e Lucia ed Emilio continuavano a guardarsi con tanto d’occhi. Lei arrossiva e sentiva negli orecchi già l’organo della Chiesa Grande, lui invece neanche me li voglio immaginare i pensieri zozzi che si faceva dentro quella capoccia tutta capelli.
Ad un certo punto quei due sciagurati passarono dagli sguardi agli incontri dietro al camposanto. Loro si mettevano alle spalle della cappella, mentre io me ne stavo di guardia all’angolo della strada.
“M’arcomanno Adelì, se arriva quarghidunu fischia. Sai fischiare, no?” mi chiedeva Emilio.
“Eccerto che so fischiare! So meglio d’un uccelletto.”
“Brava Adelì”, mi strizzava l’occhio facendomi sentire tutta importante. Fessa io e stronzo lui.
Io mi mettevo attenta attenta a fare la guardia come un cane, mentre quello faceva all’amore con la sorella mia.
Non so cosa Emilio promettesse a Lucia. Ma lei, dopo un mesetto di sta storia, camminava ad un metro da terra, sognava l’abito bianco e pure un branco di figlioli tutti belli come babbo loro.
“Se te dico na cosa nun la racconti a nisciunu, vero Adelì?”
“Croce su lu core, che me possa venì la cacarella pe na settimana.”
“Io credo proprio d’esserme nammorata.”
“Davvero?”
“Sì.”
“E come se capisce na cosa cuscì?”
“Penso sempre ad Emilio, me lo sogno pure la notte e quanno me bacia me balla tutto lu stomaco.”
“Te bacia? Sulla bocca?”
“Certo! E su cosa? Su li diti?”
“Ma nun te fa schifo?”
“No che nun me fa schifo. Li baci tra innamorati so dolci.”
“Davvero? Dolci come?”
“Come lu latte co lu miele.”
“E’ bono lu latte co lu miele.”
“Appunto.”

Per fortuna mamma nostra ha sempre avuto le antenne dritte sulla capoccia ed una sera a tavola, senza neanche alzare gli occhi dal piatto, ci disse: “Figlie mie, questa cosa ve la dico na volta sola e guai a voi se me la fate ripetere. Noi simo povere e le femmine senza dote nun se le piglia nisciunu. N’omo che vole convincerve de lu contrario è solo nu mascalzone.”
Lucia si fece pallida pallida: “Se c’è l’amore mica c’ha importanza la dote.”
“E mo che c’entra l’amore? Te facevo più furba. Tu si bella come lu sole e li omini te ronzano attorno come le api alli fiori, ma pe na poveraccia come a te la bellezza è peggio de na maledizione. Li omini te cercano ma mica pe sposatte. Apri li occhi prima che fai nu guaio.”
Alla sorella mia vennero i lucciconi per la rabbia e la mortificazione.

“Che farai mo?”, le sussurrai nel lettone a notte piena.
“Parlerò ad Emilio mio. Gli dirò che deve venire subito a farme la proposta alla casa, cuscì mamma se tranquillizza e capisce che le intenzioni sue so serie”, mi rispose.  

Lucia parlò ad Emilio. Lo attese quella sera, la sera dopo e la sera dopo ancora. Lui non si presentò mai.
A distanza di qualche tempo il bastardo sposò Costanza ed ebbero subito un pupo settimino. Quella aveva sì la faccia da cavallo, ma anche un poco di dote e soprattutto un babbo vivo che si presentò dai Casotti con il fucile in spalla.

Nel frattempo Lucia aveva lavato le pezze sporche di sangue e la mamma ringraziato tutti i santi del paradiso, che pure sta volta la rovina completa della famiglia ce l’eravamo evitata per poco.

La sorella mia soffrì e guarì senza drammi, che le sceneggiate vanno bene solo per chi ha tanto tempo libero, mica per chi s’ammazza di lavoro e deve pure spezzare il soldo in quattro. Il tempo per piangere ce l’hanno solo le signorine ricche. Quelle si chiudono in camera, si buttano sul letto e possono fare il teatro per settimane. Ma le poveracce che c’hanno da faticare rimuginano in silenzio, mentre se ne stanno ginocchioni immerse fino ai gomiti nella merda di pollo.

Intanto gli anni passavano e Lucia si faceva ancora più  bella, col viso dolce e sereno di una Madonna. Anche se quei porci del paese non la guardavano con il rispetto che si deve a una santa, ma con la voglia con cui si guardano delle coscette di pollo grasse e saporite. Lei, però, oltre che donna si era fatta pure furba, aveva imparato la lezione e non dava più confidenza a nessuno. Tanto che molti le parlavano dietro, dicendo che era superba e si credeva chissà chi. Che certa gente una parola buona se può non se la risparmia mai!

Anch’io mi stavo faticosamente sgrezzando ma si capiva che bella come la sorella mia non ci sarei diventata mai. A me un po’ dispiaceva ma per mamma era una benedizione, “che già cuscì ne ho abbastanza de pensieri” diceva.

Ci vollero quasi quattro anni per riuscire finalmente a pagare tutti i debiti che c’aveva lasciato il babbo. Continuavamo a lavorare come pazze ma riuscivamo a mantenerci con un poco di dignità. Facevamo sempre una gran fatica a portare da mangiare in tavola ma almeno adesso venivamo considerate delle persone per bene, dignitose, serie e senza grilli per la capoccia.
Io credevo che le cose non sarebbero mai cambiate, che saremmo sempre rimaste solo noi tre ed ero contenta. Perché così ci stavo bene, perché ogni tanto riuscivamo pure a farci qualche bella risata e perché anch’io, finalmente, c’avevo una famiglia come si deve.

Ma un giorno tutto cambiò.
Il giorno della proposta di matrimonio di Augusto Parise. Augusto mio.




Continua...
Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6-7- 8 - 9 - 10- 11- 12- 13
Del 1986 ricordo poco. Solo che venimmo eliminati presto e che quel sorcio di Platini si fece beffe di noi. Perché, da che mondo e mondo, i francesi quando vincono riescono ad essere più fastidiosi perfino di quando perdono.

Avevo nove anni, facevo danza classica, e quell'anno feci il saggio al Teatro Massaua.
Ora è un cineplex e una sala bingo. Con delle insegne esterne che farebbero la loro porca figura persino a Las Vegas.
Quanta amarezza.



Il giorno dopo in cucina trovai di nuovo ago e filo ad aspettarmi.

All’inizio non ero né veloce né precisa. Ma poi, a forza di stare curva sulla sedia, con il culo piatto, i diti che bruciavano ed il collo storto, guidata dalla pazienza di Lucia e dagli scappellotti di mamma, che di pazienza ne ha sempre avuta poca, imparai anch’io il mestiere.
Alla fine c’aveva ragione la Vedova del Dottore: io gli occhi da ricamatrice ce li avevo sempre avuti, era la voglia che m’era mancata.

Lavoravamo tutte e tre, tutti i giorni, tutto il giorno per preparare tovaglie, lenzuola e tende da vendere alle signore di città. C’ammazzavamo di fatica ma guadagnavamo una miseria ed in casa nostra di soldi ne continuavano a girare pochi, pure ora che non ci stava più il babbo a berseli.
Un giorno ci toccò perfino di vendere le vacche: due poveri animali con la pelle attaccata agli ossi, che non facevano più latte ed ormai erano buone solo per i cani. Quando ce le portarono via ci si bagnarono gli occhi, “Quante storie pe ste bestiacce”, ci sgridò mamma mentre si soffiava il naso peggio d’una tromba.


Se ripenso alla Barbagallo ancora mi prudono le mani dal nervoso. Quella vecchia disonesta, che a ricamare non era mai stata buona ma a far di conto sì, faceva da tramite tra le famiglie di città e tutte le ricamatrici del paese. Lavorava poco e si teneva una commissione altissima.
Si presentava ogni lunedì, puntuale come la morte, ed infilava il naso appuntino e gli occhietti tondi da sorcio dentro casa nostra.
“Le avete finite le lenzuola per il corredo della Moroni?”, chiedeva.
“Sì, c’abbiamo lavorato fino a tardi, ma guardate come so venute belle”, le rispondeva mamma.
“Carucce.”
“Avete visto che mani d’oro c’ha Lucia mia?”
“Sì, sì, signora Carretta.”
“E pure Adelina se sta facendo brava, nun c’ha li diti sottili de sorella sua ma tiene na bella fantasia.”
“Sì, vabbè, ma ora non mi fate perdere tempo, che c’ho da faticare io. Mica possiamo fare tutte la vita da signore come voi, che ve ne state tutto il giorno a casa col sedere al caldo. Io non posso stare mai tranquilla manco per un secondo, devo girare per tutto il paese, fare i conti e prendermi tante responsabilità. Non sapete come v’invidio!”
Mamma era una femmina orgogliosa ma con la Barbagallo diventava un’altra persona e la schiena dritta le si accartocciava tutta. Forse perché quella aveva fatto le scuole e mamma mia si metteva soggezione o forse perché da quella stregaccia dipendeva il pane sulla tavola nostra. E, per dar da vivere ai figli, anche i più duri imparano a toccarsi il petto col mento e, se c’è di bisogno, a baciare la punta delle scarpe del diavolo. A baciarla e pure a far finta che sia dolce come il miele.

“Questa è la parte vostra”, diceva il sorcio mettendo quattro soldi sul tavolo, “vi state facendo ricche”, e ridacchiava.
Che cavolo si ridacchiava quella stronza?
Noi a malapena ci riempivamo lo stomaco e lei ridacchiava?
Io me la sognavo la notte quella sua risatina con la bocca storta e le labbra sottili senza forma e colore. Sognavo di soffocarla con una ciabatta per farla finalmente smettere.

La Barbagallo si è fatta ricca alle spalle nostre. Ha sposato quelle tre racchie delle figlie sue grazie alla cresta sui guadagni e, quando finalmente è andata al Creatore, ha voluto farsi seppellire addobbata come una Madonna.
E’ morta da sola, e non ha lasciato niente manco ai nipoti ma ha preferito portarsi tutto dietro all’inferno. Che quando una è così avida ha anche il cuore piccolo e secco come la merda di capra, ed il bene vero non sa manco che cos’è.

Continua...

Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6-7- 8 - 9 - 10- 11- 12
Il mio rapporto con il calcio ha avuto i suoi alti e i suoi bassi.
Grande passione giovanile, cocente delusione dell'età adulta.
Ora è poco più di un rumore di fondo nella mia bacheca facebook, un fastidioso brusio da far tacere con un click.

Ma il Mondiale no. Il Mondiale è altra cosa.
Il Mondiale è un appuntamento che ogni quattro anni porta con sé ricordi ed emozioni. Segna il cambiamento di un paese, la vita di una famiglia, ed il passaggio attraverso le diverse fasi dell'esistenza.

Il primo che ricordi è quello del 1982.
Avevo solo 5 anni e per la finale ci riunimmo tutti dagli zii.
C'erano confusione, urla, e poi quel tizio in televisione. Quel tizio che correva, correva e gridava. Sul momento non capii se fosse felice o disperato, e cercai i volti dei grandi per avere una risposta. Erano tutti in piedi, ridevano e si abbracciavano. Loro erano contenti. Anche lui doveva esserlo.
Quel tizio era Tardelli.

Ricordo che nella confusione mio cugino Marco, che ai tempi era un pupo di due anni legato come un salame al passeggino, mi strappò la piccola bandiera dell'Italia dalle mani, rompendo con un sonoro TAC! la minuscola asta a cui stava attaccata. Io prima cercai di strangolarlo poi, impeditami l'impresa dal resto della famiglia, reagii con una crisi di pianto inconsolabile. A riportare la pace ci pensò, contro ogni previsione ed episodio precedente, il collerico zio Nino. Egli si affrettò a compiere le dovute riparazioni, presumo con il legnetto di un ghiacciolo (li chiamavo stick allora), e a rendermi così nuovamente felice.

Grazie a tanta solerzia, potei festeggiare adeguatamente durante il tragitto del ritorno a casa. Per strada c'erano confusione, clacson, e il mio piccolo tricolore esposto fuori dal finestrino di mia madre. Eravamo sulla nostra 127 verde. Senza finestrini posteriori, cinture di sicurezza, o seggiolini per bambini.

Era un'Italia incosciente ed innocente. Gli anni più brutti sembravano messi definitivamente alle spalle. Avevamo Pertini, Toto Cutugno e Paolo Rossi. Non desideravamo di più.

“Bene, adesso possiamo andare”, disse la Vedova del Dottore aspettandomi sulla porta.
“Ma...”
“Cosa?”
“Signò...”
“Dimmi, cosa c’è?”
“Nun è che posso restà qua?”
“E perché mai?”
“Sapete com’è, pensavo, mamma mia se sveglia presto e a quest’ora starà già a dormì. Meglio che nun la disturbiamo. Me metto qua, guardate, a lu fondo de lu letto. Me faccio piccola piccola”, dissi cercando di accartocciarmi ai piedi della Pazza.
“Non se ne parla proprio, alzati, quel letto non è abbastanza grande per due e poi figurati se tua madre va a dormire senza aspettarti.”
“Fatemi lu piacere, dateme retta, che se la svegliamo a mamma mia le viene la luna storta.”
“Ma sentimi un po’, signorina, da quando tempo è che manchi da casa?”
“Nu poco.”
“Un poco quanto? Due ore? Mezza giornata?”
“Da stamattina”, dissi a bassa voce e con gli occhi incollati al pavimento.

“O Maria Vergine, tua madre sarà fuori di sé dalla preoccupazione.”
“Appunto. Nun posso restare qua, cuscì pe sto giro magari nun ne busco?”
“Ma figurati. Ora basta con le chiacchiere e corriamo subito a casa tua. E stai serena: tua madre sarà così contenta di rivederti sana e salva che si dimenticherà di essere arrabbiata.”
“Certo e li porci voleno”, dissi rassegnata, mentre mi trascinavo controvoglia verso il destino mio.

Lungo tutta la strada la Vedova cercò di chetarmi, “non ti devi preoccupare”, mi diceva, “per una mamma i figli sono la cosa più importante che c’è”, ripeteva, “e anche se ti da un paio di schiaffetti credi, in tutta onestà, di non esserteli meritati?”
Un paio di schiaffetti? Quella donna era bella, elegante, profumata e buona come il pane ma non sapeva proprio di cosa stava parlando. A casa mia non volavano mica gli schiaffetti, in casa mia piovevano botte da orbi. E pure se mamma non aveva le manone del babbo era comunque capace di farti piangere. La buonanima, sempre ubriaco, menava a caso e spesso mancava il bersaglio ma lei no. Lei era precisa come nel ricamo e se ti voleva piglià ti pigliava secca come una fucilata, non c’erano santi. Quella volta che il babbo s’era venduto i conigli lei l’aveva aspettato per ore e, quando era arrivato, gli aveva tirato una bottigliata da lontano che il farmacista gli aveva dovuto mettere i punti. Ecco, se mia madre era stata capace di spaccare mezza faccia a quel gigante di babbo mio a me, che ero piccola come un topolino, che mi poteva fare?

Arrivate alla porta, io dissi sottovoce un’Ave Maria e la Vedova del Dottore, dopo avermi fatto una carezza sulla capoccia, bussò. Quando mamma aprì, e si trovò di fronte quella peste della figliola sua con accanto una delle signore più fini del paese, rimase un attimo senza parole. Poi però si riprese e, dopo avermi fatto volare dentro con una pedata, “Fila in camera tu, che dopo facciamo li conti!”, rimase a parlare fitto fitto in cucina con la nuova ospite.

“Era ora”, disse Lucia appena mi vide, “mamma stava come na pazza.”
“Sì, l’avevo capito”, risposi accarezzandomi la chiappa acciaccata.
“Se pò sapere dove si stata tutto lu giorno?”
“In giro.”
“Ma c’era da faticà.”
“Me so presa na vacanza.”
“Na vacanza? Questa proprio nun se pò sentì. Nun lo dire a mamma che sennò te se magna!”
“Ma tu lo sai che la casa della Pazza dentro nun è tanto sporca e che lu cane suo nun è sempre cattivo e che la Vedova del Dottore è mejo de na santa?”
“Ma che stai a inventà? Io nun te capisco.”
“E lo sai lu nome della Pazza?”
“No che nun lo so.”
“Se chiama Annamaria.”
“E a te chi te l’ha detto?”
“Lei, mo è amica mia!”
“Ecco, giusto la Pazza ce mancava a te.”

Nel frattempo la Vedova se n’era andata e la mamma ci aveva raggiunte in camera. Io me ne stavo seduta sul letto con la capoccia bassa, aspettando che iniziassero a piovere schiaffoni come sassate. Lucia, accanto a me, mi teneva la mano tanto stretta da farmi scricchiolare gli ossi. Non c’avrebbe avuto mai il coraggio di mettersi in mezzo, ma manco il cuore di lasciarmi da sola.
“Tu si proprio na testa matta, sfaticata come babbo tuo! Hai visto che succede ad andare in giro come na zingara? Se nun era pe quella santa donna. Nun ce vojo manco pensà! Da domani se cambia e se c’è di bisogno te lego pure come nu cane. Mo fila a dormire: veloce!”, mi disse mamma con la faccia seria e pallida, che pareva più vecchia di dieci anni.

M’infilai di corsa nel lettone che, da quando babbo era morto, avevamo preso a dormirci tutte assieme. Io in mezzo e loro due ai lati. Mamma mi tirò la coperta fino sotto al mento, brontolò per un altro poco e poi si mise a russare peggio di un trattore scassato.
“Manco nu buffetto t’ha dato. Ma che è successo, Adelì?”
“Nun lo so. Magari sta stracca e me mena domani.”
“C’ho avuto tanta paura quando nun t’ho vista tornare pe magnà.”
“Ho magnato dalla Pazza. La Vedova c’ha fatto na zuppa bona da morì.”
“Ma la finisci d’inventarte storie?”
“Nun so storie, è tutto vero!”
“E allora spiegame che c’entra na Signora cuscì co quella poveraccia mezza svitata?”
“E che ne so io.”
“Vabbè, comunque promettime che nun lo fai più, che nun te ne vai più in giro.”
“Lo prometto.”
“Croce su lu core?”
“Croce su lu core, che me possano venì li vermi nella pancia.”
“Maronna che schifo! Solo a te te pò uscì n’idea cuscì.”
“Più l’idea è schifosa più lu giuramento è vero.”
“Se lo dici tu. Bonanotte.”
“Ma tu lo sapevi che la Pazza nun è scema come sembra?”
“Ancora? Dormi Adelì che domani c’abbiamo da faticà.”
“E’ tutta strana, pare na bambinetta, ma nun è scema proprio pe gnente.”
“Notte”, ripeté Lucia già mezza addormentata.
“La vedova del Dottore ha detto che la nonna era bella e bona e che io c’ho li occhi sua. Tu lo sapevi? Te la ricordi nu poco Lucì? Lucì? Lucì? Vabbè, ho capito, bonanotte.”

Continua...

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