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 Yes, I do.
(1986)
Caro PrincipeV,
ieri hai compiuto quattro anni. 
Una gran bella età per un gran bel bambino.

Ogni giorno ti fai più grande e impari qualcosa di nuovo. E oggi voglio essere proprio io a darti una lezione che potrà esserti utile nel futuro. Voglio raccontarti l'amore. L'amore ai tempi delle medie. 

Tu ancora non lo sai, ma le medie sono quel limbo tra elementari e superiori in cui i corpi cambiano, le voci si fanno più profonde, le scarpe più puzzolenti e gli amori diventano passione bruciante e infelice.

Alle medie le femmine perdono la testa per i ripetenti, perché sono più grandi, perché sono irraggiungibili, perché sono veri uomini. Veri uomini che usano poco la doccia e mai il congiuntivo.
Sì, le femmine possono essere stupide quanto e più dei maschi. Ma non soffermiamoci su questo e andiamo oltre.

In seconda io, tua zia, m'innamorai struggevolmente di Domenico.
Domenico era in terza C quando io ero in seconda A.
Domenico avrebbe dovuto essere già alle superiori da un  paio d'anni quando io ero in seconda A.

Devi sapere che alle medie esistono ripetenti e ripetenti. Ci sono quelli che "non ci arrivano", quelli che "se ne fregano", quelli con "famiglie difficili".
Il ripetente del mio cuore apparteneva un poco alla terza e un poco alla seconda categoria. O almeno così mi piaceva, e mi piace tuttora, credere. Egli, oltre ad essere bello, era intelligente e sensibile. Erano gli altri a non capirlo, poverino!
Così doveva essere. E così era. Nella mia testa.
E, data l'assoluta unilateralità e platonicità del nostro rapporto, la mia testa era l'unico posto importante. L'unico posto in cui noi due ci amavamo come nessuno si era amato mai.

Domenico aveva morbidi capelli castani, o almeno così sembravano dato che non mi ci sono mai avvicinata abbastanza da constatarlo di persona, profondi occhi scuri e lineamenti perfetti.
Assomigliava in maniera impressionante a John Taylor, il bassista dei Duran Duran. 
Per te, PrincipeV, e i lettori più giovani o smemorati allego una foto esplicativa.
Domenico era così, ma senza cotonatura, colpi di sole ed espressione languida.

Noi innamorate dei ripetenti eravamo come delle fan. C'erano quelle a cui piaceva Daniele, frontman sfacciato. Quelle a cui piaceva Andrea, rockettaro maledetto. E quelle a cui piaceva Domenico. Bello ma poco appariscente. Silenzioso. Riservato. Non incline agli atteggiamenti da divo.

Una mattina in terza C si ritrovarono con un'ora buca e, nell'impossibilità di procurare un supplente al volo, la classe venne divisa in piccoli gruppi e spedita a far tappezzeria nelle altre aule.
Domenico finì, insieme ad un suo compagno, in seconda A. La MIA seconda A.

Egli passò un'ora a guardare fuori dalla finestra,
Io passai un'ora a osservarlo di sottecchi, con la tachicardia, la salivazione azzerata e la sudorazione moltiplicata.
Poi suonò la campanella. Il mio taciturno amore si alzò e io lo guardai allontanarsi verso il tramonto.
Questo sognante quadro venne interrotto da una voce gracchiante: "Domenico guarda cosa c'è scritto là!", urlò quel viscido del mio ex fidanzatino.
Urlò il patetico e geloso omino indicando il mio banco.
Banco ornato da me medesima con deliziosi deliri d'amore ed un elaborato graffito "Dome&PancriXever".

Mi alzai di scatto, coprii la scritta col diario, mentre l'oggetto dei miei desideri si avvicinava inesorabile al mio posto. Si avvicinava, arrivava, si fermava.
Quelli che seguirono furono i 30 secondi più mervigliosamente orribili della mia vita. O almeno delle medie.
Da una parte c'era il ripetente curioso, dall'altra la ragazzina che cercava di proteggere gli ultimi brandelli di dignità. In mezzo un diario a celare l'imbarazzo.
"Mi fai leggere?", chiese lui.
"No", sussurrai io.
"Dai..."
"No"
"Ma..."
"No, Domenico, per piacere no"
Lui allungò la mano verso il diario. La mia presa era di pastafrolla. Sarebbe bastato un secondo. Un secondo, uno strattone e una risata per spezzare il mio fragile cuore e ferire il mio orgoglio.

Lui allungò la mano. Poi, però, mi guardò negli occhi.
Non so cosa vide nei miei piccoli occhi all'ingiù. Probabilmente terrore, panico e disperazione.

Domenico non era solo bello ma anche gentile. Gentile in un momento della propria vita in cui raramente lo si è.
Non mise alla prova la mia presa di pastafrolla.
"Non ti preoccupare", disse rivolto a me.
"Tu impara a farti i fatti tuoi, che fai più bella figura!", disse a quel vigliaccone del mio ex.
Poi mi sorrise e se ne andò.

PrincipeV, mio adorato nipote, ti ho raccontato questa storia perché vedo la tua bellezza e conosco il tuo cuore buono.
Ricordati sempre di essere gentile con tutti.
Ma ricordati soprattutto di essere gentile con le femmine. Con quelle che ti piacciono e, a maggior ragione, con quelle che non ti piacciono.
Perché un sorriso sincero ed un gesto educato valgono molto più di un'espressione da piacione. E lasciano tracce indelebili con cui nessuno sguardo da conquistatore sarà mai in grado di competere.

E ricordati pure di studiare: così non sarai mai ripetente.
Non ne hai bisogno: sei così bello che le ragazze s'innamoreranno lo stesso di te.
Oggi cadono 3777 bombe sulla mia testa.
3777 bombe su Sarayevo.
(1993)
Comincio prima di cena. Finisco all'alba.
I have stuck with Harry until the very end.

(2007)
O muoio da eroe o vivo tanto a lungo da diventare il cattivo.
Decido di diventare il cattivo.

Sono Joker.
Bang Bang!
(2012)
Lui salta in aria con tutta la scorta.
Io porto via l'agenda.
(1992)
"Tutti a terra"
Mi hanno preso. Ci hanno preso.
Siamo in 10.
Nove Studenti e un Professore.

"Parla!"
"No"
"Ti faremo parlare noi"

Non ho parlato. O forse sì. Non ha più importanza.
"Somos libres, seámoslo siempre"
(1992)
Siamo stati eletti a giugno. Votati per la prima volta direttamente dai cittadini. Oggi ci riuniamo a Strasburgo.

 (1979)
Il libro sul MIO terrazzino
Poche settimane fa sono andata alla presentazione di un libro. Un'opera prima.
Una presentazione all'aperto in uno dei tanti viali alberati di Torino. Dove l'aria era fresca e le endorfine da inizio estate abbondanti.
Una presentazione di cui sono venuta a conoscenza all'ultimo minuto. Ho letto il titolo del libro, "Il metodo della Bomba Atomica", e il nome dell'autrice, Noemi Cuffia. E mi sono detta: "bello", prima, e "la conosco", poi.

Sì, perché io Noemi Cuffia la conosco. Sul web e di persona.
Sul web la conosceranno anche in parecchi di voi, dato che si tratta della blogger Tazzina di caffè.
Di persona la conobbi quasi un anno fa. Ad un'altra presentazione. Ma da quella volta non ci siamo più incontrate. E' rimasta una di quelle conoscenze alla lontana, che dalla rete passano alla realtà, lasciandoti una sensazione piacevole e di originale familiarità.

Avevo letto che il suo libro stava avendo un discreto successo. Ero curiosa.
E poi lei mi aveva fatto un'ottima impressione la prima volta che l'avevo vista. Una timida chiacchierona. Una che non ha difficoltà a parlare in pubblico dei libri. E non perché adori il suono della propria voce, ma perché ama leggere e condividere con entusiasmo questa sua passione.

Quindi sono andata alla presentazione. Mi sono seduta in prima fila. E ho ascoltato avidamente il gradevole scambio di battute tra l'autrice, la Cuffia appunto, e la presentatrice dell'evento, Sara Bauducco.
Presentazione riuscita. Libro acquistato e letto.
Letto rapidamente e con crescente sorpresa.

Noemi Cuffia ha una vocina sottile sottile. Come le sue dita, pallide e lunghe. Capelli neri ed una grazia innata.
La storia che ha deciso di raccontare è fatta di amore e morte, sangue e follia, tormento ma nessuna estasi.

L'aggraziata Cuffia ha scritto un libro che gronda dolore. Non stucchevole, melensa, sofferenza amorosa. Dolore mentale, fisico, distruttivo, annientante.
Il dolore di Umberto. Celeste. E Leone.
Personaggi che corrono, crescono, invecchiano. Ma, infondo, sembrano non cambiare mai. Come incastrati in una realtà immutabile destinata a consumarli.
Celeste e Leone, una coppia fin dall'infanzia.
Umberto, l'elemento di disturbo. Il sesso e la morte.

Il Metodo di Noemi Cuffia è il metodo della grazia e della gentilezza. Con grazia e gentilezza lei ti fa intuire la turpitudine, ti fa conoscere il degrado, ti accompagna a visitare la follia.
Ad ogni pagina cresce il senso di disagio, un disagio che ti avvince e ti trascina fino a voler scoprire la fine della storia, il fondo del pozzo.

Non vi racconto la trama del libro. Non è mia abitudine farlo. Ma vi consiglio di leggerlo. Poiché ha clamorosamente superato ogni mia aspettativa, rivelandosi un'opera prima di livello raro. Un romanzo scritto con talento e mestiere.
Un romanzo da leggere.
Pensavo di avere ancora tutta la vita davanti.
Pensavo che avrei partecipato a un matrimonio di gran classe.

Pensavo questo osservando la nuca di mio cognato.

L'Oceano inghiotte i miei ultimi pensieri.
(1999)
Mi hanno ucciso sugli scalini di casa mia.
(1997)
Un viaggio è uno stato della mente e dell'anima.
Un viaggio può portare ai confini del mondo o a casa.
Un viaggio può far perdere o ritrovare.

Un viaggio non ti lascia mai uguale a come sei partito.

In queste ultime settimane due amiche si sono incamminate lungo strade sconosciute.
Una ha puntato verso il circolo polare artico. L'altra verso una nuova vita.
I due percorsi si sono svolti parallelamente. In maniera casuale ma curiosa.

Nonostante i km a separare le due pellegrine e gli impegni a distrarle, esse hanno costantemente lasciato aperta una via di comunicazione.
Una raccontava il Nord. L'altra il Centro, il Centro di se stessa.
Una redigeva un bollettino preciso ed entusiasta. L'altra mandava messaggi in bottiglia che testimoniavano alternativamente: disperazione o estasi, sconforto o gioia, solitudine o pienezza.
"La borsa frigo è pronta. La benzina è fatta. La tangenziale imboccata: Capo Nord arriviamo!" diceva una.
"Il milionesimo scatolone è stato chiuso. Credo di essere un'accumulatrice compulsiva: Real Time aspettami!" rispondeva l'altra.
"Abbiamo percorso i primi 1000 km e ci siamo fermati a Kassel. Ora si riparte alla volta di Lubecca"
"L'omino del gas latita e il vetraio si fa attendere. Ora potrei avere una crisi isterica"

Una macinava strada. L'altra, a suo modo, pure.
"Lubecca è un' incantevole cittadina medioevale dove, nonostante i bombardamenti a tappeto durante la seconda guerra mondiale, sono ancora presenti meravigliosi edifici del XIII secolo"
"Il mio cucinino è un'incantevole accozzaglia di elettrodomestici male assortiti dove, nonostante il frigorifero vintage e i fuochi rattoppati, risplende una bellezza senza tempo"
"Abbiamo attraversato la Danimarca tra prati verdi e case con tetti neri che quasi toccano terra"
"Ho attraversato le solite strade per la milionesima volta. Adesso bevo un caffè e guardo la vecchia città dall'alto"

Una si riempiva gli occhi di meraviglia. L'altra affrontava l'agognata realtà.
"La Svezia ci ha dato il benvenuto con un alce, un gruppo di bambi, due volpi e delle renne"
"La casa mi ha dato il benvenuto con un silenzio che mi porterà al manicomio. Dopo cena ho parlato con i gerani. Forse dovrei comprare un gatto. Anzi, meglio, portami una renna"
"Ieri sera abbiamo assistito al favoloso spettacolo del sole di mezzanotte: indescrivibile!"
"Ieri sera ho organizzato la prima cena. Alla fine ci sono stati pasticcini, spumante e tanti auguri per un futuro radioso. Mi sono pure un poco commossa ma gli altri non se ne sono accorti. Se provi a raccontarlo in giro ti uccido!"

Una arrivava a destinazione. L'altra pure.
"Abbiamo guidato in mezzo a boschi con altissimi abeti e fitte betulle, visto laghi di tutte le dimensioni, incontrato simpatiche renne sulla strada che, comunque, si rifiutano di venire a vivere con te. Alla fine ce l'abbiamo fatta: siamo arrivati a Nordkapp, Capo Nord!"
"Dopo i primi giorni di straniamento, stamattina mi sono svegliata con il sorriso sulle labbra. Alla fine ce l'ho fatta, ed ora comincia il bello!"

Ogni viaggio val la pena di essere compiuto. Ma ce ne sono alcuni più importanti di altri.
Si parte, si cammina, delle volte ci si ferma. E se si ha la forza e la voglia di ripartire spesso è anche grazie a chi, a 10 o 1000 km di distanza, ti viaggia accanto. Senza frivolezze, senza inutili smancerie, semplicemente essendoci.

"Tra ieri e oggi abbiamo visto una famiglia di orsi polari e quattro capodogli. Avevano una grazia incredibile, in barba alle loro dimensioni"
"Nell'ultimo mese, per lenire lo stress, mi sono nutrita solo di carboidrati: ora sembro un capodoglio"
"Cretina!"
"Grazie"
C'è tutta Parigi per strada oggi.
Tutti comunisti di merda in questa città.

Ora prendo la mira e gli sparo.
Cazzo. Lo manco.
(2002)
New York si spegne.
(1977)
Cannoni a salve e campane.
Oggi è festa nel mio paese. Alberto II è il nuovo principe.

(2005)
Forse sarà solo il caldo a stimolare le menti più labili creative della nostra penisola, ma sta di fatto che, dopo un lungo periodo di stanca, ultimamente le idee viaggiano online veloci e selvagge.

Un'amica pugliese l'altro giorno mi ha segnalato un'iniziativa folle che si realizzerà nella sua terra. O meglio, tutt'attorno alla sua terra.
Michele, 35 anni e non sentirli, ha deciso di conoscere e far conoscere a tutti la costa del nostro tacco. E per fare ciò ha programmato un viaggetto di 784 km.
784 km da percorrere in pedalò.
Sì, avete letto bene. In pedalò.

Insomma, questo Michele deve essere un pazzo fatto e finito.
E che ve lo dico a fare? Io uno così già lo amo!
Sei sposato Miché? No? Parliamone.

Amo la sua follia, il suo coraggio e la condivisibile assurdità della sua idea.
Sì, in effetti, è proprio questo che amo di più: la sua idea. E quindi ho deciso di pubblicizzarla e raccontarla anche a voi.

Il viaggio andrà dal 25 agosto all'8 settembre. Diviso in 14 tappe e con 28 ospiti. Un viaggio alla scoperta della Puglia, dei suoi luoghi più amati ma anche di quelli abusati. Un viaggio che verrà raccontato in un blog e, soprattutto, filmato.
L'impresa, infatti, verrà seguita da un gruppo di filmaker. Dal loro lavoro e dalle loro osservazioni nascerà il docufilm Apulia Slow Coast: "una produzione indipendente che", cito direttamente dal sito ufficiale, "racconterà il territorio costiero pugliese attraverso questo viaggio in pedalò. Tanti ospiti racconteranno il loro pezzetto di costa con le sue meraviglie, le sue contraddizioni, le sue ferite, i suoi abitanti."

Per sapere di più circa quest'avventura e, perché no, provare a farne parte date un'occhiata anche a questa pagina. E iniziate a pedalare.
Campioni del mondo!

(1982)
Stava lì.
Ondeggiava in mezzo ai suoi compari. In mezzo a ciò che conosceva e amava.

Fino a quando, un giorno, arrivò Lei.
Lei a passi piccoli e leggeri.
Lei diversa da tutto ciò che aveva conosciuto e amato fino a quel momento.
Lei. Con gli occhi belli.

"Quello, voglio quello!", disse la bimba indicandolo.
E un attimo dopo, ne stringeva lo spago tra le dita.

Quel giorno girarono per i viali della fiera. Assaggiarono lo zucchero filato. Provarono a vincere un pesce rosso. Corsero con gli altri bambini. Si sporcarono il cappottino con il gelato. Risero. E risero.
Quel giorno furono tanto felici. Entrambi.

Lui le stava legato al polso, godendo dell'aria fresca, il profumo dei fiori, e l'infinito che li attendeva.
Sognava un futuro da viaggiatore. Da viaggiatori. L'uno accanto all'altra. L'uno legato all'altra. Alla scoperta. Del mondo. Della vita. Assieme.
Lei per terra. Lui per aria.
La sua piccola ancora.
Il suo slancio verso l'oltre.

Lui le raccontava il futuro che avrebbero vissuto. Lei lo guardava con gli occhi belli.

Poi i viali cominciarono a svuotarsi, il sole a calare e l'aria fredda dalla montagna a spazzare le strade.
Lui la seguì fino a una stanzetta piena di giochi e colori.
Lei sciolse il nodo dal polso e lo lasciò libero.

Il palloncino trattenne il fiato, emozionato dal volo.
Si gonfiò ancora di più, chiuse gli occhi, assaporò il brivido e poi.
E poi Paf. Contro il soffitto.
Paf. Nell'angolo preciso dove i muri s'incontrano.
Paf.
Un tocco leggero. Uno schianto silente. Un percorso interrotto.

Lui la guardò sorpreso.
Lei gli sorrise, e gli augurò la buona notte con i suoi occhi belli.
Allora le sorrise anche lui, aspettando il giorno dopo e le loro nuove avventure.

Il giorno dopo arrivò. E anche quello dopo ancora. E ancora. E ancora.
Lei andava a scuola. Ai giardinetti. Giocava con gli amici. Godeva del suo piccolo mondo.
Lui invece stava lì. Dove i muri s'incontrano e non c'è prospettiva.

Ogni sera si ritrovavano. Lei lo guardava con gli occhi belli. E lui tornava a sperare.
Per sei albe e sei tramonti lui sperò.
Continuò a sperare anche quando cominciò a sgonfiarsi. A scendere. Sempre più piccolo. Sempre più giù. Sempre più vicino al pavimento. Tra polvere, resti di biscotti e vecchi giocattoli dimenticati.

Il settimo giorno la bambina lo cercò con i suoi occhi belli ma non lo trovò.
Poi inciampò in uno spago, abbassò lo sguardo, e finalmente lo vide.
"Che ti è successo?", gli chiese, "Chi è stato a ridurti così?"
"Tu", le disse lui.

Ma lei non lo sentì.
Del resto i palloncini non hanno voce. O forse c'è solo chi si ostina a non volerla ascoltare.


49,5 milioni di sterline.
Tanto mi costa la Strage degli Innocenti di Rubens.

(2002)
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