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Sono Rossana Rotolo e oggi concludo Il Mio Progetto.
(2014)
Sono Iqbal Masih.
Sono un lavoratore.
Sono un sindacalista.
Sono un bambino.
Sono il simbolo della lotta contro il lavoro minorile.
Oggi muoio. Oggi mi uccidono.

(1995)
Questa volta non mi fregano.
Esco di casa a un orario decente. Sopporto stoicamente il traffico assurdo del sabato sera. Non faccio inutili giri in cerca di parcheggio, ma mi arrampico subito dietro alla Gran Madre. Poi, fischiettando disinvolta, scarpino per venti minuti tra gente che va a cena, gente che va a fare l'aperitivo, gente che va a bere. Gente che va e basta.

Arrivo al Café des Arts in perfetto orario e, tale è la gioia, che sbaciucchio chiunque senza un minimo di ritegno. Facce da Palco sta per finire, e io sto pericolosamente prendendo la china del "vi amo tutti e mi mancherete un casino!"

Gli artisti sono già presenti. I Bella Domanda giocano a calcetto. I Sumadai tentano di corrompermi con quattro complimenti (i soldi ci vogliono, ragazzi, i soldi!). Cecilia D'Amico stringe la sua cartelletta come Linus la coperta. Cristina Castigliola e Paui Galli esibiscono lo sguardo pallato del terrore.

Questa non è una serata qualunque. Questa è la prima semifinale. Tutti i presenti hanno già assaporato il gusto della vittoria. Tutti hanno superato il primo turno. Ma confermarsi non è mai facile. Per questo motivo c'è chi si fa divorare dall'ansia e chi cerca invece, più saggiamente, di pensare ad altro.

Io friggo di curiosità, mi accomodo in prima fila, e mi preparo a godermi lo spettacolo.

Natalia, Lothar e Dragosh aprono le danze con un quiz cinematografico. Loro recitano e noi dobbiamo indovinare i film. I titoli non sono difficili, ma il timore dei premi "stile Bulgazia" inibisce tutti. Gli sventurati che provano a rispondere ci riescono, e si portano a casa, tra le altre cose, l'onore di ospitare il terzetto di presentatori per una settimana. Quando si dice la fortuna!

Ma ormai è giunto il tempo, basta menar il can per l'aia, mandare la gatta a mangiare il lardo, o assistere al suicidio delle capre sotto le panche. Ora inizia la semifinale.

Per prime tocca a Cristina e Paui. Portano un estratto del loro spettacolo che tratta dell'orologio che corre veloce e della necessità del tempo libero.
Il testo si divide tra uno scherzo in un atto di Cechov, la vita vissuta di Cristina, e i ritocchi di Paui. Uno spettacolo scritto molto bene e reso vivo dalle due attrici. Due attrici che però sembrano soffrire particolarmente la tensione dell'evento. Se due settimane fa erano state perfette, questa sera mostrano qualche imprecisione. Forse qualcuna di troppo.
Io dalla prima fila faccio il mio miglior sorriso rassicurante, e prendo definitivamente consapevolezza del fatto che non sarò mai una blogger cattiva. Una di quelle che scrivono recensioni spietate, una di quelle che si divertono ad essere acide, perché la cattiveria vende o perché sono proprio stronze di loro.
Che poi io stronza ci sarei anche: chiedetelo ai miei amici, soprattutto a quelli che non mi parlano più.
Ma che ci posso fare? A Facce da Palco non ci riesco. Mi sono affezionata a questi artisti come una scema. Li vorrei vedere sempre al meglio, manco fossi una nonna alla recita dell'asilo.
E così, dicevo, faccio il mio sorriso rassicurante e sono tutta una vibrazione positiva. "Tranquille, rilassatevi, va bene" ripeto in loop nella mia testa. Sperando che i miei pensieri arrivino fino sul palco. Insomma, una pazza fatta e finita!
Comunque, dopo qualche minuto di difficoltà, la rappresentazione prosegue con la scioltezza e la passione della serata eliminatoria. Ed io alla fine esplodo in un applauso liberatorio.
Cristina Castigliola e Paui Galli sono state brave. Sì, ma possono esserlo molto di più. Lo so. Le ho viste due settimane fa. E spero di vederle ancora a quei livelli, se non a Torino almeno a Milano. (Vi terrò d'occhio, eh!)

Dopo di loro tocca a Cecilia D'Amico. E si ride. Si ride come matti.
La comica romana è ancora più travolgente dell'altra volta. Riempie il palco e gli occhi di chi la sta a guardare. Impossibile resistere a tanto talento e personalità.
Nella serata eliminatoria mi era piaciuta, ma oggi di più. Oggi l'adoro. E con me tutti quanti.
E' un trionfo!

Per terzi salgono sul palco i Sumadai, gli improvvisatori che portano in scena i segreti del pubblico.
E cosa combinano? Fanno quello che non ci si aspetta. Scelgono, inconsapevolmente o meno, la via più difficile. Stasera, invece di far ridere, raccontano una storia drammatica e struggente.
Di fronte all'improvvisazione spesso ci si aspetta solo la risata facile, al limite dello sketch. Loro, invece, cambiano via. Avanzano per una strada meno battuta. Ed emozionano. Bravi e coraggiosi!

Infine è la volta dei Bella Domanda, il duo comico che si era aggiudicato la prima serata eliminatoria. Sembra passato un secolo, anche se si tratta solo di poco più di un mese. Loro mi erano piaciuti, ma mi chiedo se abbiano limato le imperfezioni, lavorato sul pezzo, aggiustato alcune cose. Sì, insomma, mi preoccupo come una vecchia zia coi nipotini che fanno la maturità .
Che dicevo della mia inettitudine da blogger perfida? Ecco, appunto.
I Bella Domanda tornano a Facce da Palco dopo 43 giorni. Tornano con un pezzo simile ma diverso dal primo. Così come l'altra volta, la parte che amo di più è quella finale con un esilarante colloquio di lavoro. (A proposito, ragazzi, a me piaceva di più quando vi scambiavate la giacca piuttosto che gli occhiali. Capisco che gli occhiali siano più facili e rapidi da gestire, ma la giacca secondo me era un vero colpo da maestro).

Si sono esibiti tutti.
E' il momento delle votazioni. I giudici danno i numeri. Il pubblico riempie i barattoli delle proprie preferenze. Io sto in prima fila e mi chiedo chi vorrei che vincesse. C'è chi ha un ottimo testo; chi una personalità strabordante; chi c'ha messo cuore, fegato e un altro paio di organi interni; e chi ha una comicità più affine alla mia.

Potrebbe vincere chiunque. Chiunque lo meriterebbe.

Alla fine Natalia e Lothar prendono la parola.
"Il primo finalista di Facce da Palco è Cecilia D'Amico!" annunciano.
Gioia e pure un poco di commozione.
Tutti bravi!
Bravissima Cecilia.

A maggio la finale.
Intanto, fra due settimane, la seconda semifinale.
Ci si becca sabato 26 aprile alla Casa del Quartiere.
Non mancate!
Il boato. I detriti. Le urla.
A pochi metri dal traguardo.
(2013)
Annunciamo la mappatura del genoma umano.
(2003)
Sono Michail Gorbačëv e ammetto il massacro di Katyń.
Nel 1943 l'Armata Rossa fucilò 21.857 cittadini polacchi inermi.
Chiedo scusa a nome del mio paese.
 (1990)
Robert ed io siamo in orbita intorno alla Terra.
Inizia l'era del Columbia.
(1981)
"Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito."
(Se questo è un uomo, Primo Levi)
(1987)
"Non si vede nulla con questa nebbia"
"Andiamo a Mosca"
"Non ci arriviamo"
"Tira su tira su"
"Dannazione!"
(Silenzio)

Novantasei vittime.
Presidente, First Lady, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, Presidente della Banca di Polonia.

(2010)
Prendiamo funi e mazze ferrate.
Proviamo ad abbattere la statua.
Non ci riusciamo.
Arrivano gli americani: Saddam viene giù!
Le televisioni filmano. Tutto il mondo guarda.
(2003)
Scendo in piazza a festeggiare.
"Ding Dong! The Witch is dead"
(2013)
E' giovedì.
E giovedì è il giorno del mio corso di francese.
Tutti i sacrosanti giovedì: tre ore di erre moscia e inadeguatezza linguistica.
Tutti i sacrosanti giovedì tranne quando c'è Facce da Palco.

In quel caso le ore a studiare l'idioma d'oltralpe si dimezzano e io scappo a metà lezione.
Spicco il volo dalla classe con un leggiadro "au revoir" e la coscienza leggera. Perché quando si è adulti non si "taglia" la scuola di nascosto. Certi proibiti piaceri ci vengono tolti. Ma è necessario trovare un'adeguata giustificazione alla defezione. Un'adeguata giustificazione con noi stessi, per non farci pesare i soldi inutilmente spesi o la mancanza di adempimento all'impegno.

Per me Facce da Palco è la giustificazione perfetta.
Facce da Palco è la soluzione.
Facce da Palco è.

Questo, però, non è e non sarà un giovedì qualunque.
Lo capisco da subito.
Infatti, sorprendentemente, scappare dal corso di francese quasi mi dispiace.
Per una volta ho fatto tutti i compiti. Per una volta riesco a rispondere alle domande. Per una volta magicamente mi trasformo da inetta senza speranza a molesta saccente prima della classe.  
Non so come ciò sia avvenuto, e sono certa che dal prossimo giovedì l'incanto svanirà e io tornerò a balbettare parole senza senso e verbi coniugati a caso, ma per questo motivo quasi mi dispiace lasciare la classe e dirigermi verso il Bazura.
Quasi.

Arrivo al circolo e sono già tutti lì: artisti, presentatori, fotografi, tecnici, e giuria.
Prendo il mio posto e scopro dopo un secondo che tra i giurati è presente un responsabile del Fringe Festival. Io, improvvisamente arsa dal fuoco dell'ambizione cieca, esordisco con un "avete bisogno di una blogger?". E nei successivi 5 minuti ammorbo l'incolpevole con una mia vergognosa autopromozione.
Risultato? Il suo sguardo terrorizzato mi dà tre certezze: non farò mai la blogger per il Fringe, impediranno la mia partecipazione a tutti gli eventi, e ho assolutamente bisogno di un esorcista. Uno bravo.

Riprendo faticosamente il controllo di me stessa, giusto in tempo per godere dell'inizio dello spettacolo.
Natalia, Lothar e Dragosh (l'ardimentoso Boy superstite) ci danno una dimostrazione di sofisticato teatro di ricerca. 
Meravigliosi.
Natalia splende come la santa omonima protettrice di Bulgrazia, e di tutte le donne esperte nel dare indicazioni stradali.
Lothar, muto ma dallo sguardo inequivocabile, s'interroga e c'interroga circa il senso della vita, della morte, e della sua impossibilità odierna di azzeccare un nome che sia uno. 
Ma a primeggiare questa volta è Dragosh. Il giovine virgulto, uscito dal proprio bozzolo, pettina un topo morto una parrucca con impeto, passione, e lucida follia. 
Le citazioni d'ispirazione milanese le possiamo capire in pochi. Ma quelli di noi che le capiscono ridono fino alle lacrime.
Bravo! Bravi! Bis!

Come si fa a mantenere un livello simile?
Impossibile!

O forse no.
Ci prova Cecilia D'Amico da Roma. E ci riesce.
Giovane e minuta, Cecilia riempie il palco. Le bastano pochi secondi per calamitare l'attenzione di tutti con i suoi personaggi e le sue trasformazioni.
Sceglie argomenti forse poco originali: gli uomini e le relazioni ai tempi del web. Ma li mette in scena in modo accattivante, dimostrando fantasia e una forte personalità. 
Sono venti minuti di risate. E venti minuti non sono pochi, affatto.
Alla fine della sua esibizione siamo tutti soddisfatti: pubblico, giuria, blogger.
Brava.

Dopo Roma si torna a Torino.
Scende in campo la comicità surreale di Paolo Avataneo.
Interpreta vari personaggi tutti assieme. Fa le domande e si dà le risposte. Propone sketch folli e, non contento, li arricchisce anche con finali alternativi e ancora più folli.
Che sia surreale è sicuro. Comico non è detto.
Più che ilarità tra il pubblico si percepisce un generale imbarazzo.
Rimaniamo tutti spiazzati. Anche la giuria.
La domanda inespressa della serata è: lui e un genio e noi non abbiamo capito niente oppure...? 

A riportare ordine e leggerezza ci pensano le Deloreansisters. 
Un quartetto di ragazze dedite all'improvvisazione teatrale, il burlesque e il canto. Tanta roba tutta assieme. 
Il numero forse deve essere ancora limato e perfezionato, ma ci sono ottimi margini di miglioramento e crescita. 
Le sorelle ci regalano divertimento, fascino e belle voci. Ne sentivamo proprio il bisogno, grazie!

Infine tocca a Stefania Lapertosa e Luciana Nigro con “Mariè. L’oscura era della ragione”. Un'opera concettuale al cui centro si trova il dolore della protagonista, rinchiusa in un mondo di fobie, allucinazioni e buio interiore.
Sono lontanissima da questo tipo di teatro. E molto ignorante al riguardo. Ma l'angoscia che viene rappresentata mi colpisce come un treno. 
Il pubblico si divide, mentre la giuria dimostra tutto il suo apprezzamento.

Si passa alle votazioni.

Giovedì, questo giovedì è il giorno dei colpi di scena: io parlo francese e si verifica ciò che a facce da Palco non si era mai verificato. 
Un parimerito!
Passano in semifinale: Cecilia D'Amico, Stefania Lapertosa e Luciana Nigro.

Tutto può succedere in questo talent.
Tutto succede in questo talent.

Da sabato (al Cafè Des Arts) inizia la fase finale.
Quando il gioco si fa duro...
Ritrovano i resti del mio aereo al largo della Corsica.
Venni abbattuto il 31 luglio del 44. Sono e sarò per sempre il padre del Piccolo Principe.
 
(2004)
La terra trema. Ancora.
Ma questa volta è diverso. Non smette.

Sono ancora viva qua sotto. Venitemi a prendere.

(2009)
Muoio oggi.
Mi ritroveranno fra tre giorni.

I nedeed some help to help myself.

(1994)
"Ieri sera al cinema. Solo film di guerra. Uno ottimo di una nave piena di rifugiati bombardata da qualche parte nel Mediterraneo. Il pubblico molto divertito dalla scena di un grassone grande e grosso che cercava di sfuggire a un elicottero che lo inseguiva. Lo si vedeva prima sguazzare nell'acqua come un delfino, poi attraverso i congegni di mira dell'elicottero, dopodiché era pieno di buchi e il mare attorno a lui diventava rosa ed egli affondava all'improvviso come se i buchi avessero fatto entrare l'acqua. Il pubblico dette in grosse risate quando l'uomo affondò."
(1984)
Ho sempre amato i giocattoli nuovi. 
Alla fiera di San Francisco rimango incantato di fronte all'Osborne 1, il primo computer portatile in commercio.
(1981)
Era giunta finalmente la primavera.
Il sole illuminava la città dal centro di un perfetto cielo color carta da zucchero.
Il Professore avanzava lungo il marciapiede, portando con sé solo un sorriso aperto da un orecchio all'altro. Procedeva a passo tanto spedito, che le falde del lungo impermeabile faticavano a coprire gli ossuti polpacci.
Ossuti, ignudi, pallidi e glabri.

Il freddo era passato e il Professore poteva finalmente tornare a passeggiare per parchi, giardini e vicoli.
Passeggiare sotto il sole.
Compito ed elegante dal collo alla cintola.
Nudo come un pupo dalla cintola in giù.

Il più innocuo ed educato tra i maniaci di quartiere.
Un vecchio docente universitario, senza cattedra e senza pensione. Travolto, ma mai domo, dallo scandalo del suo vizietto.

Un cravattino rosso, una giacca grigia, e una camicia candida dal collo perfettamente inamidato.
Un gentile pericolo per vecchie e donne in odor di santità.

Lo conoscevano tutte da anni. Lui, col tempo, si era costituito una sorta di affezionata clientela.
Arrivava, aspettava che la vittima alzasse lo sguardo, e poi ZAC apriva l'impermeabile. Con grande soddisfazione di entrambe le parti.

"Buongiorno caro, mi fa piacere vedervi in forma" gli diceva la vedova Torroni. Nobile decaduta che trascorreva tutto il tempo a dar da mangiare ai piccioni del parco.
"Professore, che sorpresa! Ma è già primavera?" chiedeva la tata Clizia. Stagionata baffuta che aveva cresciuto tre generazioni di commendatori in casa Piperlo.
"Oh cielo, ma sapete che ho pensato proprio a voi stamane, quando al mio risveglio ho trovato una così bella giornata?" arrossiva gioiosa la signorina Pesce. Figlia mai maritata e soddisfatta del compianto Generale.

Tutte lo aspettavano. Tutte.
Ad ogni primavera occupavano i posti migliori tra panchine e fermate d'autobus e là, in devota attesa, sgranavano il rosario delle voglie passate.

Il Professore rendeva loro un servizio. Regalava loro un brivido. Celebrava con la sua degna mascolinità una mai spenta femminilità. Ma sempre con eleganza e galanteria.
Impossibile trovar volgarità tra il Professore e le sue Signore.
Gente d'altri tempi. Quando le porcherie si facevano per sincera vocazione e non noiosa provocazione.

Fine.
Occupiamo l'islas Malvinas.
Comincia la guerra.
(1982)
Una serata può cominciare in vari modi.
La mia cercando un posto auto per la bellezza di 60 minuti.
Provo vicino al locale (Cafè des Arts, in via Principe Amedeo 33), provo lontano dal locale, provo persino a lanciare l'auto oltre il parapetto del ponte, e lasciarla adagiare in un trionfo di bolle sul fondo del Po. Le provo tutte.
Alla fine trovo parcheggio in una sciccosissima e remota zona prima della collina.
Ma perché così tante difficoltà?
E' semplice. 
A Torino le temperature sono primaverili tendenti all'estivo, e ciò fa sì che una quantità abnorme di varia umanità lasci le proprie tane per riversarsi in centro.
Ne hanno diritto, i maledetti, ne hanno diritto!
Li odio, loro e le loro ingombranti auto!

Sono così in ritardo che arrivo a spettacolo appena cominciato, mi faccio largo sgraziatamente, prendo posto e ordino a me stessa di godermi la serata. Anche se ho l'umore gioioso di un cane idrofobo, e sono ben disposta verso il prossimo quanto Jack lo Squartatore.

Natalia, che per l'occasione sfoggia un caschetto rosso assassino, si tiene su con il Paracetamolo. Lothar presenta con un piede sul palco e l'altro nel bagno. Uno degli artisti in gara dà forfait per problemi di salute.
Insomma, se la settimana scorsa ero io l'anello debole, questo sabato è un'ecatombe, un lazzaretto, una strage di Facce sotto, davanti e dietro il Palco.
L'unico motivo di vera giuoia è rappresentato dalla nascita della piccola Anna, figlia di una delle organizzatrici. Narra la leggenda che la bimba, nata da meno di una settimana, sappia già ballare il tip tap, cantare come un usignolo, e recitare Shakespeare a memoria. Un posto nella competizione del prossimo anno non glielo toglie nessuno!

L'onore e l'onere di aprire la serata tocca a Cristina Castigliola e Paui Galli. Anzi solo a Cristina.
Sale sul palco e comincia una divertente conferenza sul bisogno di tempo libero. Sulla necessità di lavorare di meno, rinunciare al superfluo, e dedicarsi al piacere delle vacanze, della coltivazione dell'io, o del dolce far niente.
Ecco, io sarei anche d'accordo, il problema è che se lavorassi di meno non dovrei rinunciare solo al superfluo ma pure al necessario, tipo il telefono, l'energia elettrica, il cibo. Quelle robette là, insomma.
Mentre mi distraggo con questi pensieri poveri-filosofici-esistenziali, dal fondo della sala prende la parola, timida e impacciata, una delle spettatrici. Dice di voler fare delle domande. Tra il pubblico scorre quel tipico imbarazzo da "ma chi è sta pazza?". Nel vociferare collettivo si colgono "Ma non è una conferenza vera, qualcuno glielo spieghi", "Che imbarazzo, mi vergogno per lei", e via dicendo.
Ci casco anch'io per un attimo ma poi, improvvisamente, ricordo: dovevano essere un duo. Quella non è una pazza. Quella è Paui.
Raggiunge la compagna sul palco, vestendo i panni della donna qualunque che si lamenta della propria vita faticosa e senza soddisfazioni. Lo fa muovendosi e parlando in maniera assolutamente credibile. I suoi registri sono completamente diversi da quelli usati dalla collega. 
L'inganno, la magia, l'effetto sorpresa riescono perfettamente.
A poco a poco tutto il pubblico, comunque, mangia la foglia. Perversamente contento di esserci cascato, anche solo per qualche minuto.
Il pezzo fa riflettere, anche se i temi paiono ormai in parte superati dalla crisi contingente. Ma fa soprattutto ridere. Coinvolge e sorprende.
Un ottimo lavoro, gradito sia dal pubblico sia dalla giuria.
Brave!

Poi tocca alla bellezza, la femminilità e la sensualità.
No, non siamo Natalia ed io che abbiamo deciso di scendere in competizione. Anche perché non ce ne sarebbe per nessuno, e ci dispiacerebbe mettere in difficoltà gli altri artisti.
Ma sono le ballerine del duo Versus, che ci trasportano in terre lontane con la loro danza del ventre.
Voi avete mai provato questa disciplina? Io sì, una volta. Mooolti anni fa. Ho fatto solo una lezione di prova, presentandomi spocchiosa con i miei 50 kg bagnati e gli addominali scolpiti. Risultato? Un manico di scopa fatto e finito! La negazione della sensualità, della femminilità, del doppio cromosoma X.
Da quella volta molta acqua è passata sotto i ponti, i miei addominali sono scomparsi, e i 50 kg ora godono di ulteriore compagnia. Certe cose, però, non cambiano mai e infatti la mia elasticità bacino articolare, a tutt'oggi, non si è ancora palesata. 
Molto tempo è passato, dicevo. Io non sono un soggetto invidioso. E posso godere dell'esibizione delle ballerine con la giusta obiettività. 
Sono brave, ammiccanti ed eleganti. Sono magnetiche e coinvolgenti. Nonostante un piccolo problema tecnico, mantengono sempre l'attenzione del pubblico che, esperto o meno, le apprezza e applaude convinto.

La competizione di stasera viene chiusa da un altro duo: Gilet & Salopet con il loro "pomeriggio di ordinaria follia".
Giovanissimi e bravissimi. Giocano con le parole, i suoni e gli oggetti. Giocano con i luoghi comuni portati fino all'eccesso e al delirio. 
Mangiano pennette al retrogusto di rimpianto. Scotte, fredde, in bianco, senza olio, e di due giorni prima. Ricordandomi, tra l'altro, i miei cari amici tedeschi e le loro follie gastronomiche. 
Danno vita a una conversazione tra caffetteria fedifraga e tazzina un poco zoccola. Ricordandomi, tra l'altro, qualche mio conoscente.
Cantano nella vecchia fattoria. Non ricordandomi niente in particolare, ma continuando a farmi ridere. E con me, tutta la sala.
Applausi e complimenti della giuria.
Hanno 22 anni. Tutto il pezzo è stato scritto da loro. Chissà cosa riusciranno a fare in futuro.
Intanto, per non sbagliare, tanta tantissima merda da Radio Cole.

Le esibizioni sono finite. Si parte con la votazione. 
Francesca, organizzatrice e giurata, intrattiene il pubblico leggendo una serie di sciocchezze tra lo scherzoso e il poetico.
"Ma chi potrà mai aver scritto tutte queste fesserie?" mi chiedo.
"Io" mi rispondo.
E anche per stasera l'angolo blogger ce lo siamo tolto di mezzo.

Pochi minuti e si raggiunge il verdetto. Passano Cristina Castigliola e Paui Galli con il loro "Del piacere e del bisogno del tempo libero- Conferenza spettacolo-" ovvero "Scherzo in un atto sul tema del tempo libero - tempo lavorativo".
E io le immortalo nella cucina-camerino perché sono una controversa artista dell'obiettivo.


L'ultima serata eliminatoria è prevista giovedì al Bazura, via Belfiore 1.
Accorrete numerosi!
99% dei voti.
Nasco oggi.
Sono la Repubblica Islamica dell'Iran.
(1979)
Sono anni che desidero imparare il francese.
Uno di quei sogni piccoli piccoli che hanno solo bisogno di tempo e buona volontà per essere realizzati.
Uno di quei sogni che si tengono chiusi nel cassetto "Non mi cambierebbe la vita ma mi piacerebbe tanto".
Quello incastrato tra gli ingombranti fratelli "Lo desidero da sempre" e "Sarebbe troppo bello per essere vero".

Lo scorso settembre ho dato una pulita alla vecchia cassettiera che mi porto dietro da sempre. Quella che inizia a prendere forma quando si è ancora bambini, cresce con l'adolescenza, ma poi invecchia e si riempie di ragnatele nell'età adulta. Ci si distrae un attimo e le tarme ne fanno scempio. Ci si distrae un attimo e sogni e desideri cominciano a puzzare di chiuso e stantio.

Ho tolto la polvere con un panno umido, poi ho lucidato la superficie con una vecchia pezza di lana morbida. Ho fatto un passo indietro, strizzato gli occhi, ed osservato il risultato finale con la giusta attenzione.
Uno splendore.
Vissuta ma non vecchia. Carica di possibilità. Con i cassetti semiaperti a prendere aria e regalare ispirazione.

E' stato durante questa mia osservazione che il vano meno magico e lucente ha attirato la mia attenzione. 
Mi sono avvicinata e l'ho spalancato.
Tra i tanti piccoli desideri realizzabili, il francese si è presentato per primo. Sfacciato e orgoglioso, con la schiena dritta, lo sguardo altero, e una femminilità tutta speciale dal nasino all'insù e i fianchi da donna.

E così, mossa da antico desiderio e  nuovo entusiasmo, mi sono iscritta a un corso.
Lingua francese-livello elementare.
Da quel momento è finita la poesia e cominciato l'incubo.

Voi parlate francese?
Io no e non credo che lo parlerò mai.
Ciò che mi ha sempre attirato di questa lingua era il suono elegante e musicale.
Bene, ora che la studio posso dire con orgoglio di non azzeccare un accento che sia uno.
Il francese tra denti e palato non mi scivola come la seta, ma s'incastra come lana infeltrita.
Mentre mi adopero disperatamente per sembrare Sophie Marceau, suono immancabilmente come la signorina Rottermeier.
Ebbene sì, parlo francese con un accento vagamente tedesco.
I miei neuroni si ribellano al cambiamento e si attaccano tenacemente alle antiche conoscenze e così, quando la parlata non è teutonica, tutt'al più è britannica. Ma mai mai e poi mai parigina.

E non è che l'accento sia l'unico dei miei problemi. Magari!
Ci sono i numeri.
Avete presente i numeri in francese?
Fino a 60 si scivola via tranquilli, poi comincia la follia.
70? Sessantadieci.
71? Sessantadieci-uno? No! Sessantaundici.
72? Sessantadieci-due? Ma allora siete di coccio!? Sessantadodici.
80? Sessantaventi? Vi piacerebbe! Quattroventi.
90? Non ci provate neanche, eh? Ve lo dico io. Quattroventidieci.
In un crescendo di delirio e insensatezza.

E le eccezioni?
Non esiste una regola grammaticale che non porti con sé un milione di eccezioni. Verbi, plurali, aggettivi. Ce n'è per tutti i gusti e per tutti gli incubi. Da imparare facendo esclusivo affidamento alla memoria e rinunciando alla logica.

Ok, non fate quella faccia lì, non c'è bisogno che lo diciate voi, lo so già da me.
La grammatica francese è difficile, ma del resto lo è anche quella del mio amato tedesco o, semplicemente, quella dell'italiano.
Il problema non è l'affascinate idioma d'oltralpe. Il problema sono io.
Io che non ho tempo di studiare. Io che non ho orecchio. Io che mi abbatto di fronte alle prime difficoltà.

Ma non temete.
Mi lamento ma non mollo.
Ci vorrà del tempo, ci vorrà impegno, ci vorrà pazienza.
Ma un giorno ce la farò.
Sarò poco musicale, sarò sgraziata, sarò un florilegio di sgrammaticature.
Ma supererò l'imbarazzo e comincerò a parlare francese.

Lo farò.
Parbleu!
Assumo la reggenza del mio principato. Sono Alberto II di Monaco.
(2005)
Per 40 milioni di dollari i Girasoli sono miei.
(1987)
 Finisce il processo. Mi condannano per l'attentato al Papa. Sono Alì Agca.
(1986)
"And the winner is: Rocky!"

(1977)
Sono Silvio Berlusconi.
Ho vinto.
(1994)
Sempre più giù.
Sempre più a fondo.
Freddo.
Buio.
11.000 metri sotto il livello del mare.
Sono James Cameron e raggiungo il punto più profondo di tutti gli oceani.
(2012)
Sono nuovamente sulla Terra dopo essere stato via 311 giorni, 20 ore ed 1 minuto.
Sono l'ultimo cittadino dell'Unione Sovietica. Il mio paese c'era quando sono partito ma ora, al mio ritorno, non c'è più.
Sono il cosmonauta Sergej Konstantinovič Krikalëv.
(1992)
Premessa fondamentale: sono malata, debole e malmostosa. Mi murerei volentieri sotto il piumone. Credo che non guarirò mai più. L'umore è sotto i tacchi e le occhiaie troneggiano orgogliose.
Mi reco alla Casa del Quartiere portando con me tutto questo bagaglio di ottimismo e voglia di vivere.

Ma, nonostante tutto, riesce nell'impresa di farmi sorridere l'accoglienza dei miei compagni d'avventura, prima, e lo scoprire l'esistenza di una sedia riservata a Radio Cole, poi.
Ok, morirò, ma morirò cullandomi in queste piccole calde soddisfazioni.

Prendo posto accanto alla giuria.
Lo spettacolo inizia.
"Nessuno può mettere Lothar in un angolo", dice Natalia di paillettes e sobritudine vestita.
E i due presentatori si lanciano nei celeberrimi Balli Sporchi, danzando al ritmo di The Time of My Life, e regalandoci persino l'angelo finale.
Brividi e commozione. Potere del virus? No, degli anni '80.

Il compito di aprire la serata tocca a Donatella Morabito. L'artista romana, vestendo i panni di Bon Bon Rouge, ci racconta un mondo fatto di acrobazie, risate, clownerie, sorprese e una forte intesa con il pubblico. E' questa la sua forza. La capacità, con un sorriso e uno sguardo, di portarci tutti stretti stretti sulla sua piccola panchina. Lei, con  la sua maschera e la sua genuinità.
Il pubblico gradisce, la blogger anche, la giuria si complimenta.


Dopo Roma si torna a Torino con Michael's arms- the new era dance crew.
Un gruppo di appassionati che portano sul palco un omaggio danzereccio a Michael Jackson.
Appassionati e non ballerini. E, purtroppo, la differenza si vede. 
Questi ragazzi sognano di far beneficienza con i loro spettacoli, in omaggio e memoria del loro idolo. Lo scopo finale è ammirevole, ma la preparazione attuale ancora lontanissima dalla sufficienza.

Andiamo oltre.

Dal Piemonte si va in Toscana. Un duo di Livorno, costituito da Valerio Ianniciello e Luca Mariotti, porta in scena magia, musica e teatro. Carte, trucchi, e lettura del pensiero come non li avete mai visti. Tutto immerso in un'atmosfera da fumoso Jazz Club. C'è persino il sassofono.
Forse manca un poco di ritmo e i meccanismi si devono ancora oliare, ma l'idea è molto buona e il risultato più che accattivante. E ve lo dice una che non è mai andata pazza per i numeri di magia!
Valerio e Luca mi hanno quasi fatto cambiare idea. No, il fatto che il titolo del loro prossimo spettacolo sia "La blogger segata in due e mai più ricomposta" non influenza minimamente il mio giudizio.
Deh, ora però poggiate quella motosega livornesi, ir'budello di tu' mà! (*)

Dopo la terza esibizione c'è un cambio palco un po' complesso da fare. Serve qualcuno che colmi il gap. Qualcuno che distragga il pubblico. Qualcuno da mandare in pasto ai leoni.
Io non sto bene e, come in ogni branco che si rispetti, divento un perfetto aperitivo per rallentare i predatori.
Mi alzo e, facendomi schermo con un foglietto stropicciato-copione wannabe, leggo tutto d'un fiato il mio "riassunto delle puntate precedenti".

Un buon ritmo iniziale.
Una battuta non mia, ma regalatami da un amico.
Un'altra improvvisata in uno slancio di "echisenefotteiodicopurequesta".
Insomma, alla fine me la cavo. Legnosetta e con la vocetta strozzata? Sì, e pure un poco tremolante. Potrei farne un marchio. Un personaggio. "Pancrazia, la blogger che in pubblico finge di farsela sotto". Finge, eh. Ma come finge bene!

Dopo gli stuzzichini di blogger, tocca agli ultimi artisti della serata. Arrivano anche loro da Livorno. Sono tre donne. 
In scena: Alessandra Donati e Beatrice Neri. Fuori: la voce potente e cangiante di Silvia Rosellini. 
Rappresentano "Carmilla", un adattamento del racconto scritto dall'irlandese Sheridan Le Fanu. 
Atmosfere gotiche, sofferte ed ambigue raccontate tra musica classica ed elettronica, danza, teatro e canto.
Lo spettacolo è suggestivo. Le artiste molto brave.
Pubblico stregato. Giuria soddisfatta. Blogger piacevolmente sorpresa.


Anche questa sera siamo giunti alle votazioni. Si fanno conti frenetici. E' il momento del verdetto.
Passano il turno Alessandra, Beatrice e Silvia. La loro Carmilla, giovane vampira ottocentesca, si è guadagnata un posto in semifinale.


Io corro a sconfiggere il virus, debellare la fiacca e sbocciare di nuova bellezza per la prossima serata.
Ci si vede sabato 29 al Café des Arts!


(*)traduzione italiano-livornese gentilmente suggerita da Alex
Il camion. L'esplosione. E poi fuoco, fuoco dappertutto.
Abbandoniamo l'auto e scappiamo all'aperto. 
Siamo tra i fortunati.
(1999)
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