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Dieci oggetti. Era questo il nucleo del settimo esercizio. Dieci oggetti di cui, almeno tre, da inserire in un testo di scrittura creativa.

Vi ricordo l'elenco: Coccarda da festeggiata, Scatola di tè, Cartolina da New York, Sigaro, Post-it rosa, Fede nuziale, Tazza, Pennello, Campanello da reception, Yo-yo.

I partecipanti hanno risposto trovando, come sempre, tante soluzioni diverse quanti sono i racconti scritti. Racconti che, questa volta, non sono in ordine di ricezione ma nell'ordine che ha reso più agevole la pubblicazione alla redazione. Redazione, composta da me medesima.
Il mio racconto però, anche questa volta come sempre, è in coda a tutti gli altri.

Grazie a tutti i partecipanti e buona lettura a tutti gli altri!


Gli ombrelloni sembravano dipinti tutti dallo stesso pennello: cerchi concentrici bianchi e blu o rossi. Dalla terrazza del Gran Hotel la vista era magnifica. Il regista guardò il mare agitato, pensando alla telefonata del suo produttore. Il contratto parlava chiaro: doveva fare squadra con Pollastri – quel coglione sbarbato raccomandato – e sfornare una buona storia per il pubblico. Un film da girare in massimo 5 settimane e da far uscire a Natale. Lasciò il panorama e si portò il sigaro nella suite anche se aveva giurato a Barbara di non affumicare la suite con la puzza di quel coso. Infilò la giacca leggera e uscì.
Ci voleva una bella passeggiata sulla battigia. A quell’ora c’era solo una coppia giovane mano nella mano. Si toccò istintivamente la fede nuziale. Perché non l’aveva tolta ancora dopo tre anni? Liberò la criniera bianca dal cappello e l’aria fresca cominciò a calmarlo. Si mise a guardare le ombre lunghe e irregolari sulla sabbia. Cercava la sua abilità nello sfornare sceneggiature capaci di riempire le sale e vendere videocassette. E ora doveva pure lavorare con quel ragazzino incapace!
Tornò sul lungomare di cemento, entrò nell’hotel e puntò l’ascensore. Vi trovò Pollastri.
"Giò, allora, come va? Sei carico? Paolo si aspetta grandi cose, eh! Mica vogliamo deluderlo! Senti, io ho pensato a questo: una famiglia modesta riceve una cartolina da New York, una cugina bionda irrompe in una modesta famiglia e succede di tutto. Vedrai che successo! Non sali con me? Vabbè, ne riparliamo, ok?"
Giò si girò e si avvicinò al bancone. Si avventò sul campanello da reception.
"Check out, per favore".

Barbara, ancora in bikini, stava svuotando gli armadi con poca convinzione. Aveva i capelli ancora umidi di salsedine.
"Non posso scrivere a comando, io sono un artista!"
"Lo so e sei il numero uno! Il pubblico ti ama… e anche io…"
Si avvicinò voluttuosa e gli portò le braccia al collo.
"Sono sicura che hai in mente un’altra storia vincente, micetto… vero?"
Barbara, sorridendo, sciolse il nodo del costume dietro la nuca.

Quando il telefono squillò, Giò quasi fece cadere la tazza tra le mani.
"Sei scappato, eh? Troppo lusso? Lo capisco, hai bisogno di tranquillità per creare, hai fatto bene ad andare in collina! Non vedo l’ora di leggere la vostra sceneggiatura. Domani ci vediamo da me, facciamo una bella riunione tutti insieme, ho già parlato con lo chef del Palace. Dopo cena io, te e Pollastri parliamo del film. Che ne dici?"
"No, è che mi chiedevo …"
"Sì, sì, porta anche la tua fidanzata, certo. Ci vediamo domani allora, stai tranquillo, eh! Ciao!

"Che avrà in mente?"
"Barbara, tranquilla. Gli ho dato qualche spunto e lui mi ha detto che ne ha tratto un film che funzionerà."
"Sì ma in genere mi racconta qualcosa, quando scrive. Invece questa volta niente."
"Ma un po’ di mistero è normale! Poi il suo nome è una garanzia."
"Che farai se Paolo ti chiede di che parlerà il prossimo film?"
"Faccio parlare Giò. Verrà fuori che il progetto l’abbiamo creato insieme io e lui. Me l’ha assicurato. Che gran professionista, eh."
"Non capisco… perché dovrebbe farti un favore poi?"
"Perché gli sto simpatico, ovvio."

Il momento clou sapeva di aspic di aragosta, champagne e sigaro cubano. Giò aveva appoggiato solenne la scatola dei fogli sul tavolino davanti alle poltrone di pelle. Un post-it rosa attaccato sulla copertina recitava SARA’ UN SUCCESSO! Pollastri cominciò a gongolare. Il produttore sorrise e allungò una mano verso la cartelletta.
"Prima di tutto vorrei precisare che questo giovane ha dato un contributo enorme al progetto. Lui spiegherà tutto. Fate con calma, io vi lascio soli, vado a casa."
Gli sguardi smarriti di Pollastri e Barbara si incrociarono mentre Giò lasciava la sala. Paolo aprì impaziente il contenitore e, di colpo, si liberò un fetore acre. Un enorme escremento umano occupava lo spazio destinato ai fogli.
"Sarà un successo" pensò il regista.
Marika De Sandoli
Estratto dalla rubrica “Chiedi aiuto a zia Jane”.
Oggi pubblico la lettera di Evangeline Witcher, da Boston. Sono certa che i miei cari lettori sapranno aiutarla. Come sempre, scrivete a JaneCole@live.it.


Cara zia Jane,
Imploro la vostra intercessione per rivolgermi ai vostri lettori.
È con enorme imbarazzo che vi informo di aver perso la mia dignità. Qualora la ritrovaste, vi prego di restituirmela. Non vi chiedo di portarmela a domicilio, si intende, però… però, se foste così gentile, potrei offrirvi un sigaro e, se non amaste i Trinidad Fundadores, potrei farvi scegliere tra le miscele della mia scatola da tè. Magari il Lapsang Souchon? Mentre l’aroma dell’infusione nella tazza si spanderà per la stanza, potrei appuntarmi il vostro nome e il vostro numero di telefono su un post-it rosa. Lo impreziosirò con un dipinto creato sul momento per voi. Ho un pennello tascabile in argento e i miei amati acquerelli Komorebi, sempre a portata di mano.
La mia felicità sarebbe incontenibile se riusciste a restituirmi la mia dignità! Ma come potrei ripagarvi? Insisterei per appuntarvi una coccarda da festeggiata sul petto, anche se foste un uomo! È un’idea bizzarra, ma le grandi gioie richiedono celebrazioni eclettiche! Ne ho una bellissima, un inestimabile ricordo. Pensate, mi fu regalata da mio marito. “Sei la mia numero 1!” diceva. Me lo diceva ogni volta che rientrava a casa dall’ennesima avventura. Ma non si porta una fede nuziale al dito se non si è disposti al compromesso. Soprattutto una fede nuziale Tiffany in oro rosa a tutto giro di diamanti taglio brillante come la mia. L’amore ha bisogno di punti fermi, e io sono il fulcro dello yo-yo sentimentale del mio caro Gedeon. Torna sempre a me. Sempre. Tornerà anche stavolta. In fondo, che significato avrà mai quella cartolina da New York? A volte le parole ingannano… soprattutto la parola scritta.
“Addio, vecchia strega!”
Io ne percepisco l’ironia, voi no? Un tono benevolmente canzonatorio. Briccone d’un Gedeon! Sempre una risata con lui!
Ma perdonatemi, sto divagando.
Dicevamo? Ah già. La mia dignità. Vi prego, restituitemela.
Se desiderate farlo in forma anonima, basterà che la lasciate sul pianerottolo. Suonate il campanello. Oh, non sorprendetevi, suona come un campanello da reception di hotel. È un vezzo, concedetemelo.
E che Iddio misericordioso vi benedica.
La Peppa
Era quasi mezza notte ed Emma tirò fuori dal forno la fragrante torta di carote, il profumo invadeva tutta la casa. Si sentiva estasiata dal profumo e non poté resistere… una bella fetta di torta bollente, alla faccia del mal di pancia. Ahh quanti ricordi, guardava la cartolina da New York della sua amica Celestina e pensava che grazie a lei aveva imparato a farla.
“Emma ricordati sempre il tocco di cannella” ripeteva Cele ogni volta che lei la chiamava o le scriveva piagnucolando “Cele ma non è venuta come la tua!!!”
Per non dimenticare la cannella aveva aggiunto un post-it rosa shocking con la scritta “Ricordati la cannella!”. Un’altra cosa simpatica della ricetta di Celestina era l’uso della tazza come unità di misura… La tazza…
Emma inspirò profondamente il profumo della torta che aveva messo sul piattino e come se fosse in meditazione chiuse gli occhi.

“Uffa Cele, la tazza? Perché la tazza? Le mie tazze non sono come le tue…” protestava Emma mentre Celestina le scriveva la ricetta.
“Ma dai tontolona non dirmi che non hai una tazza come la mia muccatazza?”
“No no no cara, alla fiera di Primavera tu hai vinto la muccatazza mentre io vinsi la coccarda! La ragazza coi capelli originali… (fischietta come complimento) non era come vincere la reginetta della fiera ma almeno anch’io avevo la coccarda da festeggiata!”
“Infatti la reginetta della fiera ora sembra la muccatazza mentre tu sei tutta una reginetta… sempre coi capelli originali”
Erano piegate in due dalle risate. Emma al ricordo batteva le mani sul mensolone della cucina mentre cercava di inspirare… ma la risata non glielo permetteva.
“Ohhh ohhh respira” disse Celestina tra il divertito e l’allarmata.
“Oddio oddio oddio non ce la faccio” singhiozzava Emma scuotendo la testa, tenendosi un po' la pancia, tenendo un po' la mensola, fin quando nel caos fece cadere la vecchia scatola di tè.
Cercò di prenderla al volo, muovendo le mani come un artista circense che scivola su una buccia di banana dopo aver bevuto un bicchierino di troppo. Celestina non sapeva chi prendere… la scatola o l’amica? Scelse l’amica e la scatola cadde rumorosamente per terra. Era la vecchia scatola della nonna Alba, con quel velo di polvere che hanno gli oggetti presenti ma dimenticati.
La latta un po' si ammaccò e quando Emma cercò di aprirla fece un po' di fatica. Poi all’improvviso… clack. Emma sentì all’improvviso odore di tabacco e guardò subito dentro…
“Cele Cele guarda un sigaro di nonno Artemio, noooo ecco dove nonna aveva nascosto lo yo yo che avevo lanciato in testa a Gino, che sbrego in testa ragazzi”
Poi fu subito silenzio. Si guardò la mano sinistra e la vide… la fede nuziale di sua nonna era sempre stata lì, da quando la sua anima decise di lasciare quel suo saggio corpo terreno. Né troppo larga né troppo stretta, perfetta.
Celestina abbracciò con tenerezza Emma, anche per lei la nonna Alba era stata in un certo modo sua nonna.
“Ti ricordi quando Alba mi regalò un pennello finissimo appena seppe che mi ero iscritta al Liceo artistico?”
“No, sinceramente non me lo ricordo” 
“Mi disse – ‘Eccoti un pennello speciale così potrai disegnare occhi meravigliosi…cara Celestina, ricorda l’importanza degli occhi!’”

Emma sentiva il tiepido calore delle lacrime scendere delicatamente sulle sue guance. Aprì lentamente gli occhi annebbiati, invasa dalla nostalgia e la tenerezza che quel profumo aveva liberato in lei. Prese lo smartphone, aprì whatsapp, cercò la foto del panda e scrisse: “Questa volta mi sono ricordata di mettere la cannella”
Patricia Scioli
Emma rigirava nervosamente la fede nuziale fra le dita. La tazza di tè a raffreddare sul tavolino, mentre guardava l’ennesima cartolina da New York appena arrivata. Ricordava esattamente le circostanze che l’avevano portata a ricevere tutte quelle cartoline. Era stata una pazzia, la storia di un giorno che lei si stava imponendo dovesse rimanere tale, ma senza troppo successo.
Era stata a New York due mesi prima per accompagnare il marito che doveva tenere una conferenza sugli impianti ortodontici, e così ne aveva approfittato per girare quei deliziosi negozi di cianfrusaglie che erano spuntati come funghi nel cuore di Manhattan. Era in un negozietto in stile europeo gestito da una simpatica signora di origini italiane, indecisa se prendere una antica scatola di Tè oppure uno yo yo senza corda dei primi anni 40. Una voce alle sue spalle l’aveva fatta sobbalzare: “la scatola rappresenta la ricerca di stabilità, lo yo yo rappresenta invece la voglia di lasciarsi andare per un momento, giusto per vedere cosa si prova, per poi tornare alla normalità della propria vita”.
Emma, voltatasi, si era trovata di fronte un uomo decisamente affascinante: la barba folta con qualche spruzzata di grigio, i capelli lunghi raccolti in un codino, due occhi che sembrano rubarti l’anima. Era successo tutto molto in fretta, il tempo di un caffè e di due chiacchiere mentre lui finiva il suo sigaro cubano, e stavano già premendo il campanello da reception di un alberghetto lì vicino.
Dopo tre ore lui era sparito. Rimaneva la traccia del suo profumo, l’aroma intenso del sigaro e un post-it di un assurdo color rosa acceso che recava la scritta “yo yo or tea box? Kisses, Mike”.
Al ritorno in Italia erano cominciate ad arrivare le cartoline, tutte con la stessa frase del post-it: “yo yo or tea box?”. Il marito di Emma, distratto e assente, non ci aveva fatto caso ma Emma, che non sapeva praticamente nulla del suo misterioso amante, aveva cominciato una serie di ricerche; scoprì che Mike Wasinsky era un pittore emergente nella scena post-industriale di New York. I suoi quadri intensi ed appassionati, stavano raggiungendo cifre da record nelle gallerie che esponevano i suoi quadri, ed addirittura il suo primo pennello, che usava quando ancora non lo conosceva nessuno, era stato battuto a cinquemila dollari all’asta di beneficenza di Marriot’s.
Le cartoline cominciavano ad accumularsi in gran numero in fondo al primo cassetto della credenza, e la domanda che Emma continuava a porsi – stabilità o follia? Scatola da tè o yo-yo – rimbalzava nella sua mente e nel suo cuore. Emma amava il marito, un brillante odontotecnico che stava cominciando a raccogliere consensi in ambito internazionale, ma il suo ormai decennale matrimonio scorreva sui binari della noia e di un marito più attento ai perni in titanio che ad una moglie ancora bellissima e trascurata, tant’è che non aveva nemmeno chiesto una spiegazione relativa a quelle strambe cartoline da una città visitata solamente due mesi prima. Viveva la sua vita come una normale donna di casa in un paesino della campagna toscana, con quel desiderio di follia che le cartoline avevano innescato. New York e il suo pittore misterioso continuavano ad ossessionarla con le cartoline, e se lui era stato tanto scaltro da recuperare il suo indirizzo tramite il passaporto, lei decise di essere altrettanto scaltra e recuperare l’ubicazione del suo studio tramite la potenza di internet.
Organizzare il viaggio tramite la complicità di due amiche opportunamente istruite in una cena a base di risatine e di “conta pure su di noi” risultò semplice, e dopo un viaggio aereo pieno di dubbi, ripensamenti e sensi di colpa, si ritrovò fuori da un taxi davanti alla facciata di mattoni rossi di una vecchia fabbrica di sardine riconvertita a loft. Fece un gran respiro e suonò alla porta; davanti ad un esterrefatto Mike disse una sola parola, anzi due: “yo-yo”.
Beppe Carta 
Sono già sei mesi che mi aggiro per questo Limbo. Perché? Di certo non voglio rischiare di annoiarmi per l’Eternità!
Non è scontato trovare la persona giusta con cui passare il tempo in Paradiso!
Ed “Eternità” è un tempo lunghissimo.
In Paradiso ci sono spazi così ampi, quasi infiniti, che potresti stare giorni, mesi (anni?) senza incontrare nessuno. Non ci voglio nemmeno pensare a quest’eventualità!
Devo quindi approfittare del momento dell’entrata di nuove persone per trovare quella giusta.

Quest’idea mi è venuta in mente durante l’Incontro Introduttivo. Vengono fatti degli incontri iniziali, non appena arrivi: per metterti a tuo agio, spiegarti come è fatto e come funziona il Paradiso, per integrarti nella nuova situazione nel modo migliore. Ma a me, mentre lo Spirito Santo sorrideva gentile e San Pietro parlava, è salita un’ansia pazzesca: altro che momento di conforto.

Appena San Pietro ha terminato, mi sono messo vicino all’entrata, accanto a quelli di Lotta Comunista. Sì, perché in Paradiso c’è anche la lotta di classe: ti associano ad un Livello in base ai peccati fatti nella tua vita ed anche se poi non esistono zone separate, c’è una selezione naturale. I Santi stanno coi Santi (Livello1), i preti buoni ed i Papi sono in genere al Livello2, e via così fino al Livello10. E per alcuni è inaccettabile.
Io, avendo ricevuto un livello basso (Livello8), non voglio ritrovarmi o solo o accompagnato da degli sciagurati.
Dunque, distribuisco volantini, proprio in accoglienza ai nuovi arrivati. In più ho messo volantini dovunque, su ogni bacheca o nuvola disponibile.
Se intercetto le persone giuste all’entrata, prima che si uniscano ad altri, le posso selezionare.
Sui volantini viene indicato un appuntamento, praticamente ogni giorno alle 10 di mattina faccio un “casting”. Già avevo iniziato una selezione ad occhio: lo stralunato eclettico lo riconosco a 20 km di distanza. Poi devo dire che ad ogni selezione imparo qualcosa di nuovo, faccio esperienza e scarto ogni volta con più facilità.
Per esempio, dopo la prima settimana e pensandoci bene, ho deciso che devo cercarne due di persone. Non più di due, perché rischiamo di ucciderci dopo tre giorni sulla decisione della direzione da prendere.
E poi, volevo copiare la Trinità.
Che caratteristiche deve avere uno/una con cui devi condividere l’eternità?
E’ difficile decidere. Partiamo da cosa NON deve avere.
Non deve sapere cucinare: il cibo non sarà un problema, perché non avremo bisogni. Non avremo desideri di nessun genere, non dobbiamo né mangiare né dormire, perché siamo nutriti dalla luce.
Non deve essere attraente, non ci sono bisogni sessuali.
Deve essere divertente e pieno di iniziative. Deve avere un sacco di argomenti di cui parlare e di giochi da proporre da qui a…Per Sempre.
La Luce può tutto, ma non allontanare la Noia.
Al casting mi presento con un campanello da reception ed una coccarda da festeggiata: la prima per allontanare chi viene scartato; la seconda per premiare i prescelti. Li ho comprati allo spaccio paradisiaco con alcune Buoni Buone Azioni. Sono oggetti temporanei, che dopo 3 settimane scompaiono, perché anche il senso del possesso, in Paradiso, non esiste.

Quando troverò le persone giuste le riconoscerò, sono sicuro.
Dopo un po’ di tentativi, ho smesso di domandare “Mi dica 3 suoi punti di forza e 3 suoi punti deboli” – perchè i parametri terresti sono cosi diversi - e “Cosa ha fatto scrivere sulla sua Lapide?” – il 90% delle persone piangeva.
La mia richiesta standard adesso è:
- Immagini un oggetto per lei importante e significativo della sua Vita, prenda un poco di Nuvola, lo modelli e mi spieghi perché è così importante.

Il peggiore per me è stato quello che ha plasmato una fede nuziale e con gli occhi lucidi mi ha detto: “Non vedo l’ora di ricongiungermi con mia moglie perché senza di lei nulla ha più senso. Lei, il mio unico sole, la mia...”. Driiiin. Campanello suonato.
Il terzo incomodo no, non lo voglio fare e tra moglie e marito meglio non mettere il dito.
Un altro ha modellato un sigaro, sostenendo che i suoi momenti migliori li ha passati sul terrazzo in sua compagnia. Driiiin.
Non vorrei che poi me lo ritrovo inebetito a giocare con uno yo-yo, alla ricerca del gesto e della ripetizione abitudinaria ed a me non considera nemmeno.

Questo limbo diventerà forse il mio Inferno? Oppure, nella continua ricerca, ho scoperto il modo per non annoiarmi mai?
Marianna Palmerini
Il lampadario ondeggiava leggermente sulle nostre teste mentre servivo il tè ai signori. Lei, elegante e distaccata, tradiva un leggero nervosismo solo dalle dita che continuavano a giocherellare con la fede nuziale. Lui, che alla destra teneva la tazza ricolma di liquido amaro e alla sinistra l'immancabile sigaro, borbottava qualcosa tra sé e sé, perso, come spesso accadeva, in uno dei suoi intensi monologhi interiori.
L'allarme cominciò a suonare nel momento in cui la giovane segretaria entrava precipitosamente nella stanza. "Vai pure" mi disse la moglie del Primo Ministro, prima ancora che la procace ragazza avesse il tempo di aprir bocca e dar voce alla sua inelegante mancanza di autocontrollo. "Vai giù con gli altri, sparecchierai dopo con calma". Feci un cenno riconoscente col capo alla signora e mi diressi verso la porta.
"Sarebbe il caso che anche noi ci mettessimo al riparo, non credi caro?" la sentii dire al marito un attimo prima di chiudermi la porta alle spalle. "Un bombardamento all'ora del tè. I tedeschi sono degli incivili".

Jane Pancrazia Cole

Lisa e Bianca avevano indossato i loro costumi migliori ed erano impeccabili, come sempre. Mentre Claudia prendeva il sole in calzoncini e maglietta. Pisolava sul materassino al centro della piscina e le sue All Star viola ormai pucciavano nell’acqua.

“Non potresti almeno toglierti le scarpe?” le urlò Lisa dalla sdraio. “È disgustoso e gli altri stanno per arrivare!”
“No” rispose Claudia in uno sbadiglio.

“Come il Signore le abbia messe sulla Terra tutte assieme è un mistero”, diceva sempre la loro madre. Lisa, Bianca e Claudia erano sorelle. Gemelle. Identiche nell’aspetto. Gli stessi occhi verdi. Le stesse labbra, perfette. Le stesse orecchie, piccole. Le stesse ginocchia, la destra leggermente storta verso l’interno.

Venute al mondo sedici anni prima, avevano trascorso il primo lustro in simbiosi, uguali nei modi, negli abiti, nei giochi. Poi la madre le aveva iscritte in ritardo a scuola. “Abbiamo già diviso le sezioni. Non c’è posto per tutte e tre in una sola classe, le dobbiamo dividere” aveva spiegato il Preside. Il loro padre aveva urlato, rivendicando diritti e “lei non sa chi sono io”. La loro madre aveva pianto, sconcertata, colpevole e fragile. Le bambine avevano assistito alla scena attonite, temendo una catastrofe ma non comprendendo appieno il motivo di tanto scompiglio. Fino al loro primo giorno di scuola.

Lisa e Bianca erano entrate in una classe, mano nella mano, la madre con loro. Claudia, invece, era rimasta indietro con il padre. “Tesoro, tu vieni con me” le aveva detto, mentre le sue sorelle si mettevano in fila per due dietro ad altri bambini. Avevano attraversato il corridoio color pastello fino in fondo, fino a raggiungere un’altra aula, con altri bambini e senza le sue sorelle. “Povera Claudia” avevano pensavano tutti, genitori, nonni e bambini. Lei, invece, non aveva saputo bene che pensare. Era più curiosa che spaventata.

Varcata la soglia dell’aula, la maestra le era andata incontro, facendosi spazio tra una folla di nani urlanti. “Benvenuta, cara” le aveva detto per poi farla sedere intorno a un tavolo su cui erano ammucchiate tantissime matite. “Quale scelgo?” aveva chiesto Claudia con gli occhi pieni di nuove possibilità. “Quella che vuoi, ci sono tanti colori nell’arcobaleno”.

Gli amici iniziarono ad arrivare e Claudia manovrò il materassino fino a bordo piscina. “Finalmente” le sorrise Lisa. “Ancora una nuova tinta?” le chiese Bianca indicandole i capelli. Claudia annuì, sistemandosi una ciocca dietro l’orecchio: “Ci sono tanti colori nell’arcobaleno”.

FINE


In occasione dell'Esercizio Numero Quattro del Laboratorio Condiviso avevo preparato due racconti, dedicati a due personaggi diversi. Il primo l'avete già letto, prima qui e poi qui. Questo è il secondo.

Magari avete tutti il giardino o il terrazzo, e passerete questi giorni di festa a far grigliate. Io ve lo auguro. Ma, nel caso, siate messi come me e l'unica possibilità di prendere un poco d'aria siano due balconcini e lo spartitraffico dove fate pisciare il cane, eccovi qualche appuntamento speciale per rendere ancora più speciali questi giorni surreali.

Oggi, dalle ore 14 (ora di Londra), quindi le 15 da noi, potrete vedere online la prima inglese del musical Pride and Prejudice, Orgoglio e Pregiudizio. Direttamente dal vostro divano come a Londra. Preparate le crinoline che ora Mr Darcy canta pure!
https://www.facebook.com/whatsonstage.

Domenica, alle 17, Casa Fools offre un varietà teatrale via Streaming. Cos'è Casa Fools? (Ve ne parlai qui >> www.torinoggi.it/) Una realtà teatrale torinese che abbina alla professionalità, tanto cuore e altrettanto cervello. Una coscienza civile, la voglia di coinvolgere il territorio e, ora, anche la rete. Perché con la quarantena siamo tutti a casa nostra ma apparteniamo a un'unica grande realtà.  Mettetevi la sveglia alle 16:50 e a Pasqua andate a Teatro!
https://www.facebook.com/casafools/.

Lunedì, o oggi, o domani, o qualsiasi altro giorno della settimana, vi consiglio di vedere una nuova serie su Netflix. Non temete non si tratta di 30 episodi a stagione per 20 stagioni ma di una stagione sola e di quattro episodi. La narrazione, romanzata, di una fuga reale da New York a Berlino: Unorthodox.
Siamo ai giorni nostri e un'ebrea ortodossa, di una comunità americana, scappa da una realtà oppressiva per cercare la propria libertà in Germania.
Strano delle volte il destino, imprevedibili  i percorsi della storia. Da luogo di origine di uno dei più grandi mali di sempre, la capitale tedesca è diventata da anni melting pot e spazio dove esprimere il proprio essere senza giudizio. Luogo ideale per un'ebrea in fuga. Chi l'avrebbe mai detto.
Con Unorthodox conoscerete il mondo misterioso e a tratti inquietante della comunità chassidica e vedrete parecchi scorci di Berlino. Che ne vale sempre la pena!

Buone feste, buona quarantena, teniamo la mente sveglia e i cuori aperti!





Per questo esercizio del Laboratorio Condiviso di Scrittura ho bisogno di un po' di partecipazione, diciamo di uno sforzo di fantasia da parte vostra.

Facciamo finta che io oggi abbia spedito a casa di ognuno di voi una scatola scarlatta, la scatola delle Idee. Troverete dentro 10 oggetti. Almeno tre di questi dovranno entrare a far parte del vostro prossimo testo. Racconto, poesia, flusso di coscienza, monologo che sia.



   Elenco del contenuto:

   1. Coccarda da festeggiata
   2. Scatola di tè
   3. Cartolina da New York
   4. Sigaro
   5. Post-it rosa
   6. Fede nuziale
   7. Tazza
   8. Pennello
   9. Campanello da reception
   10. Yo-yo




Ricordate: almeno 3 oggetti. Quindi non uno o due, ma anche tutti e 10 volendo. Scatenate la fantasia e mandatemi il tutto entro domenica 19 aprile. Ricordo, come ogni volta, che può partecipare chiunque, non è necessario che abbiate già preso parte agli esercizi precedenti. E, ovviamente, partecipare a questo non vi lega mani e piedi al progetto per tutto l'anno. Il sequestro di persona non rientra attualmente tra le mie attività.

Se vi sembra di aver visto questo tipo di esercizio da qualche parte prima d'ora, sappiate che è così. Un esercizio molto simile a questo, a cui io tra l'altro partecipai, lo proponeva anni fa sul suo blog Camilla di Zelda was a Writer. Nel caso non la conosciate cominciate a seguirla, ne varrà la pena.

Buona scrittura e a presto!

Tipo di testo: qualsiasi (racconto, poesia, flusso di coscienza, etc…).
Lunghezza testo: dai 100 ai 4400 caratteri, spazi inclusi.
Email: janecole@live.it.
Oggetto: laboratorio collettivo di scrittura.
Specificare nel testo dell’email se volete restare anonimi o meno, se volete essere taggati (su FB) o meno.
Scadenza per far pervenire il testo: domenica 19 aprile 2020, ore 12.

Colete leggere i Racconti nati da quest'esercizio? Li trovate qui.

Il percorso del Laboratorio Condiviso di Scrittura Creativa continua e oggi è il turno dei racconti realizzati per il sesto esercizio.

Forse l'esercizio più complesso affrontato finora, sicuramente quello che, a un primo approccio, poteva spaventare di più: scrivere una storia partendo dalla fine, o meglio, scrivere un racconto sapendo già quale sarebbe stata l'ultima riga. Questa: Mi chiusi la porta alle spalle e questa volta, per sicurezza, diedi anche due mandate.

Non c'era un "metodo" per affrontare questa sfida, ognuno vi ha fatto i conti come ha potuto e saputo, mettendosi in gioco e dando vita a storie che, come mai prima d'ora, hanno attinto al mondo della fantasia e dell'inconscio.

Di seguito tutti i racconti, come sempre, in rigoroso ordine di ricezione. Il mio per ultimo.

Non appena ci misi la testa dentro, bastò meno di un secondo per abituarmi a quell’oscurità. Fu come ricevere un cazzotto in pieno naso. Sdraiato a pancia in giù, con il cuscino premuto nervosamente sulla bocca spalancata, così da soffocarne le grida, guardai il buio attraverso i miei occhi appannati di lacrime, lì sdraiato sul letto di quella che era la mia vecchia camera – il collo irrigidito, le tempie che tentavano di rimbalzare fuori dal cranio, il cuore troppo opprimente per quella semplice scatola. Percepii tutto un’altra volta. E questa fece dannatamente male. “Tieni un fazzoletto. Adesso fai un bel respiro. Ricordati: devi allontanare lo sguardo dal corpo, devi uscire da te. Esplora la scena come fossi uno spettatore e cerchiamo di schiarirla un po’”.
Qualche minuto dopo, deciso come un bambino ad una gara di apnea tra amici, inspirai più che potei e varcai ancora quella maledetta soglia. Stavolta però ci fui io davanti a me. “Ce l’ho fatta, Doc! Mi vedo” – “Bene. Continua a raccontare e concentrati su ciò che provi”. Babbo era di nuovo sdraiato sul divano, inconsciamente arroccato dietro quegli occhiali che mai aveva messo tanto storti, lui sempre così preciso, da buon ex-ingegnere qual era. Litigava con mamma, se la prendeva con lei per qualsiasi cosa ormai, ma stavolta non riuscii ad individuare quale fosse l’oggetto del diverbio. Odiavo vederli discutere, soprattutto detestavo con tutta l’anima vedere mio padre in quello stato. Attesi di sentire l’umido calore delle lacrime pugnalare le mie guance. Niente. Che strano. Osservai il mio altro io sbraitare un qualcosa di indecifrabile in direzione di papà, prima di correre verso il corridoio che portava alla stanza da letto. Non ebbi che una frazione di tempo per incrociare l’azzurro dolce e amorevole ma spossato delle iridi di mia madre, poi mi ritrovai accanto al letto, dentro quello scenario che conoscevo troppo bene.
“Quanto fa male da uno a dieci?” – “Mmm. Quattro o cinque” - “Ottimo, sta scendendo. Prova ad uscire da solo adesso. Cerca la porta”.
Fissai ancora un attimo quel volto familiare, teso e logorato dal pianto. Lo vidi come fosse incastonato dentro un quadro con dei colori più tersi, lontani dal buio che mi aveva sempre accompagnato. Non avevo mai pensato a questa prospettiva, fu una visuale insolita. Per la prima volta mi parve di intravedere un appiglio cui aggrapparsi per poter aiutare me stesso. Ragionai d’istinto sugli ultimi anni. Avrei dovuto espormi prima! Avrei dovuto chiedere aiuto! Sarei riuscito ad evitare le pastiglie e l’angoscia? Ne uscirò mai? Mi concentrai sul dolore, come un essere concreto, perciò allungai la mano verso il corpo e mi sembrò di toccarlo. Quando ti colpisce, scava nel profondo, lascia dei solchi che sono cicatrici. Quella spaccatura, apertasi svariati anni prima, mi era sempre apparsa come un abisso. Fino ad allora. Riaprii all’improvviso gli occhi – o forse erano già desti, solamente sbarrati – e di scatto mi voltai, girando la maniglia senza più esitare. “Riproviamo?” – “Quando ti senti pronto, parti pure”.
Sul fondo di quel baratro ci ero arrivato solo e svuotato, schiacciato da parole come glioblastoma, depressione organica, dalla desolazione della perdita di una grossa parte di me. Mi accorsi di essere riuscito ad arrampicarmi oltre l’orlo quando superai indenne il salotto e, ritornato dentro la stanza, mi sentii finalmente più leggero, sospeso sopra una nitida immagine di accettazione.
Dopo tanto tempo, rispolverai un sorriso, mi chiusi la porta alle spalle e questa volta, per sicurezza, diedi anche due mandate.
Iacopo Squarcina
Da giovane facevo la maestra, era molto tempo fa, quando ancora le foto di gruppo si facevano in bianco e nero ed i bambini si conoscevano tutti.

Mi ricordo di ognuno di loro, simpatici discoli con davanti un futuro tutto da costruire, ma in particolare mi ricordo di Riccardino, un ragazzetto cicciottello, sempre ben vestito e curato che riusciva a cavarsela con abilità in ogni circostanza. Per loro io raccoglievo nel tempo dei cioccolatini: ogni bambino a fine mese mi portava tanta cioccolata quanto poteva permettersi e io la ridistribuivo a chi non poteva averla.

E lui era sempre in prima fila. Ogni benedetta settimana Riccardino, quando io chiedevo a chi toccasse la cioccolata, si alzava di scatto urlando: a ME, signora maestra!

Non potevo sapere che invece Riccardino, non solo aveva le possibilità economiche di comprarsi tutta la cioccolata che voleva, ma evitava anche di dirmi che, a casa, aveva la scorta di cioccolata necessaria per campare un anno mangiando solo quella.

Ho poi avuto il sospetto che gli altri bambini sapessero, almeno alcuni, ma nessuno è mai venuto a dirmelo: non si fa la spia ad un amico!!! Anzi, vedevo spesso alcuni compagni a lui più vicini, strizzarsi l’occhio e darsi di gomito dicendo: vedi che furbo Riccardino??

Tra loro c’era anche Giulia, una bambina minutina, bionda, non tra le migliori della classe, ma di quelle che si impegnava molto per raggiungere, anche con fatica, gli obiettivi assegnati. Lei, a fine settimana quando distribuivo la cioccolata, mi diceva spesso che non le spettava, anzi era sempre tra coloro che me ne portavano un po’, perché se l’era presa con la paghetta della nonna o gliela aveva già comprata la mamma. Poi abbassava gli occhi e tornava mesta al suo posto.

Stavo mio malgrado commettendo un’ingiustizia, ma come potevo saperlo! Lo dovevo immaginare forse perché Riccardino era ben vestito e pasciutello? O forse mi avrebbero dovuto avvisare i suoi amici? Restava il fatto che la piccola Giulia, onestamente, dichiarava sempre la verità e alla fine della settimana, non riceveva mai niente.

Un giorno la fabbrica della cioccolata fallì e io non potei più fare quel gioco tanto amato. Tutti i bambini rimasero senza il loro premio, tranne Riccardino che aveva accumulato una bella scorta, in barba anche agli amici che lo avevano coperto. Ne avevo un pochino però nascosta in casa e, dopo aver scoperto il gioco crudele di Riccardino, invitai ad una festicciola tutti i bambini che erano stati onesti: cioccolata calda, pane e cioccolata, cioccolata bianca, al latte, fondente, col riso soffiato, con le nocciole e con le mandorle!

Invitai tutti, tranne Riccardino che era al sicuro in casa sua. Ma qualcuno dei soliti amici lo avvisò e me lo vidi apparire prima degli altri. Lo guardai negli occhi cercando in lui un barlume di vergogna o di pentimento, ma con fare di sfida mi guardò a sua volta e mi disse: “Anche a me spetta la cioccolata! Adesso che la fabbrica è chiusa nessuno potrà più comprarne e anch’io sono nelle stesse condizioni degli altri! Voglio la mia cioccolata, altrimenti tu maestra sei cattiva e fai differenza tra noi bambini che siamo tutti nella stessa situazione!”
Risposi: “Caro Riccardino, avresti potuto fare la tua parte prima che chiudesse la fabbrica: adesso è troppo tardi. Vatti a mangiare la cioccolata che hai in casa e lasciami in pace, che di quella mia ne faccio ciò che voglio!”

Mi chiusi la porta alle spalle e questa volta, per sicurezza, diedi due mandate.
Letizia Battaglia

Mi svegliai di colpo nel cuore della notte, gli occhi spalancati a fissare il buio e le orecchie tese ad ascoltare ogni minimo rumore. Accesi la luce sul comodino e quello che mi si parò davanti fu uno spettacolo al quale ero abituato: i soprammobili, le tende e la poltrona antica erano caduti, graffiati o morsicati. Il mio primo pensiero corse immediatamente ad Attila.
Trovai Attila in mezzo alla strada, in un giorno di pioggia. Un bellissimo soriano di appena qualche mese, spaventato, infreddolito. Lo portai subito a casa con me. Col tempo crebbe forte e sano, ma non fu mai in grado di superare il trauma e così stabilì che la sua casa - o per meglio dire il suo territorio - era la mia camera da letto. Presto mi adattai, gli portai ciotole e lettiera in camera, e sembrava essere il gatto più felice del mondo.
Si divertiva da matti a correre nella stanza buia, facendo cadere diversi oggetti, o si rifaceva le unghie sulle gambe della poltrona ereditata da mia nonna, ma lei ne sarebbe stata felice e quindi lo lasciavo fare con un mezzo sorriso. Anche quando la sua esuberanza giovanile fece posto alla pacatezza dell’età adulta, non si mosse mai dalla mia camera da letto, continuando a combinare guai ed a rifarsi le unghie sulla poltrona.
Adoravo quel gatto, riusciva sempre a infilarsi nel letto ed a dormire con la testa sul cuscino; la mattina mi svegliava col suo nasino umido e la lingua ruvida mi leccava il volto finché non mi svegliavo, sempre all’ora giusta, meglio di una sveglia. Non ho mai capito come facesse.
Finché una splendida giornata di sole mi svegliai con due ore di ritardo, nessun nasino umido, niente lingua a leccarmi la faccia. Attila era lì, come sempre, ma il suo corpicino era freddo. Mi aveva lasciato. Erano stati anni bellissimi fatti di danni e di corse notturne ma anche di coccole e di sincero affetto reciproco.
Riguardai quel disastro con un mezzo sorriso ma poi mi resi conto che Attila non c’era più, com’era possibile tutto questo? Esistono i gatti fantasma? E perché è ancora qui? Avevo letto da qualche parte che i fantasmi sono spiriti di persone che hanno lasciato dei conti in sospeso qui sulla terra, ma cos’ha in sospeso un gatto?
Nelle notti successive la storia si ripeté puntualmente. Ogni mattina soprammobili rovesciati, tende aggredite, e la povera poltrona della nonna mostrava gli inesorabili segni di graffi. Non poteva andare avanti così per sempre, cos’aveva lasciato di incompiuto, di non risolto?
Finché dopo qualche giorno realizzai. Avevo sgomberato la camera dalle sue cose, unitamente alla ciotola dell’acqua che aveva dipinta sul fondo un pesciolino a colori vivaci. Attila passava interi pomeriggi a fissare il pesciolino con lo sguardo predatorio e attento che solo i felini sanno avere. Andai a recuperare la ciotola, la riempii con un po’ d’acqua e la lasciai al suo solito posto
Il mattino dopo tutto era a posto, tutto in ordine. Attila aveva ricevuto quello che gli serviva. Sperai che quella notte potessi vedere una vivida luce bianca, un nasino umido ed una lingua ruvida che mi toccavano il viso, ma non sentii nulla. Attila era davvero andato via per sempre. Un paio di lacrime mi bagnarono il volto, e sperai che Attila avesse trovato la pace. Mi vestii ed uscii con la precisa intenzione di adottare un altro gatto. Ma un pensiero mi bloccò mentre stavo per uscire dalla camera, per quanto irrazionale potesse essere.
Mi chiusi la porta alle spalle e questa volta, per sicurezza, diedi anche due mandate.
Beppe Carta
– Lì dentro.
Il ragazzo incappucciato mi indicò una stanza dalle pareti verde chiaro. Entrai. Non ebbi il tempo di rendermi conto di dove fossi che venni assalito alle spalle e gettato su una sedia. Non riuscii a dire una parola. Mi prese i polsi e me li strattonò con forza dietro la schiena. Uno strappo sulla spalla destra. Mi sfuggì un lamento, non ci fu reazione. Chi era dietro di me (una persona? Due? Di più?) lavorava febbrilmente attorno alle mie braccia. Sentivo un fruscio, di tessuto che si muoveva in maniera precisa e incessante. Qualcosa strofinava su qualcos’altro con rumore morbido e ritmico. Pian piano avvertii le braccia sempre più rigide, strette allo schienale della sedia in un abbraccio innaturale. La spalla destra bruciava.
– Mi fa male!
Silenzio. Il tessuto si raccontava con il suo ritmo meccanico. Trattenni il fiato pur di riuscire a udire il minimo indizio. Rimasero alle orecchie le mie pulsazioni convulse e il fruscio. Percepii la temperatura della stanza aumentare. Mi sembrava di essere stato gettato in una pentola di acqua bollente e, come le aragoste, lentamente stavo cuocendo vivo. Rimasi in attesa per interminabili secondi. Il bruciore nella parte destra del busto cresceva e mi resi conto di non riuscire più a muovere i polsi.
– Basta!
Urlai ma senza rumore. Mi resi conto di non sentire gli arti superiori, come se le braccia si fossero staccate dal mio corpo. Chiusi gli occhi e rimasi in ascolto. Il rumore proseguiva cadenzante, entrava in testa e risuonava, sempre più intenso. Da quanto tempo ero inchiodato lì? Provai ad aprire gli occhi. Nebbia. Ero bendato? I sensi si stavano esaurendo. L’aridità della mia bocca sembrava un ricordo lontano. Si può spegnere il proprio cervello? La tensione nello stomaco contratto si gonfiava, come l’eccitazione di una festa con troppe persone in un locale stretto e lungo. Si può spegnere il proprio cervello? Mi concentrai sui padiglioni auricolari: tesi come dita disperate alla ricerca di briciole di realtà, puntati nell’aria silente. Qualcosa era cambiato. Al tocco vellutato si aggiunse una voce umana, un lamento. No, un richiamo. Sussurrato… il mio nome, come un’eco o un sogno. Feci in tempo ad accorgermi che il mio battito era fuori controllo. La gola, una fessura sempre più angusta. Il peso di una tonnellata sul petto. Aprii la bocca o almeno questa era la mia intenzione. Ancora il fruscio e il mio nome, intrecciati in modo regolare. Poi un tonfo e un fischio. I timpani schizzati dalle tempie.

Di colpo spalancai gli occhi. Riconobbi il soffitto del soggiorno, le venature del parquet nocciola e il sapore sulla lingua del TLX. Spalancai la bocca e mi trascinai verso l’uscio. Le chiavi erano ancora nella toppa. La casa maledetta mi aveva ingannato, di nuovo.

Mi chiusi la porta alle spalle e questa volta, per sicurezza, diedi anche due mandate.
Marika De Sandoli

Quando si apre una porta, si chiude un portone!
Cosa? Ah, non era così? Forse il contrario?
Vabbè, ma che differenza ci sarà mai: Portone, Porta. Porta piccola? Portina!
E invece cos’è la sPortina?
Portiere?
Porto!
Ogni volta che entro in quella casa per recuperare qualche oggetto che mi sono volontariamente dimenticata, mi riempio di confusione.
I miei occhi si appannano, così come la mia testa.
L’ultima volta, sulla credenza vicino allo specchio mi è apparsa sua mamma con la Sportina pesante e sorridente, ripiena di parmigiana di melanzane, di raccomandazioni, di cipolle stufate, di parole, di pane fatto in casa, di attenzioni.
Nel bagno, andando ad asciugare ed a pulire il viso dal segno di matita oramai sbaffato, sono apparsi invece tanta acqua nella vasca, il ristorante sul Porto ed il tavolino apparecchiato appositamente con vista mare, barche, pontili. Sono apparse anche tante risate e tante portate, ma che volteggiavano un poco nelle nuvolette di condensa che si formano spesso in un bagno e quando cala la sera.
Prima di uscire, mi sono fermata davanti alla porta. Uno spiritello pettegolo, che stranamente mi sembrava somigliante al Portiere del Palazzo, si è poggiato sulla mia spalla destra e poi, facendomi un solletico fastidioso sul collo toccandomi i capelli si è spostato velocemente sulla spalla sinistra, sussurrandomi nonsense del tipo “Berfamo secchiate d’acqua terrazzo di Fotini – NO-T-TE” o “Pazzo piano IV pianoforte – NO-T-TE”. Ed alla fine, guardandomi a quel punto negli occhi, “Amica 1 ore 06 Lunedì – Amica 2 ore 15 Mercoledì – Amica 3 ore 17 Venerdì – NO-A-MIC-HE”.
Attonita, ho cercato di picchiarlo con l’ultimo oggetto recuperato, non so se un libro, un mestolo od un orecchino. So per certo, invece, che il tentativo non ha avuto successo.
E che la restante matita ne ha approfittato per spandersi su ogni parte del viso.
Da bambina mi nascondevo in una stanza della casa, una stanza per gli alimenti e gli oggetti raramente usati, abbastanza grande e pulita da potermi mettere a sedere per terra tra gli scatoloni e giocare.
Anche lì si affacciavano dei folletti: chi era divertente, chi spocchioso, chi elegante. Con loro rivivevo momenti accaduti, ma più o meno tutti si divertivano mostrandomi in particolare le mie debolezze.
Volavano a volte i sassi che mi aveva lanciato il compagno bullo oppure le risate di derisione perché ero caduta durante la recita.
Anche quel 10 aprile mi nascosi lì dentro, ma non avevo voglia di essere presa in giro. Il papà non sarebbe più venuto a chiamarmi dolcemente, a scherzare girando la chiave nella toppa dicendo “Non si apre più!” e a tirarmi su fino alle sue spalle, baciandomi sulle mie gote cicciotte.
Eppure sentii anche quel giorno dei grandi stridii: “Debolee” – “alla bimba manca il papà ahahahah” – “è andato via perché non ti voleva beneee”.
Decisi che quella volta sarebbe stata l’ultima. Né nascondersi in uno stanzino né ritrovarsi confusa ed appannata poteva essere di aiuto alla mia crescita.
Era il momento. Di lasciare indietro la sofferenza, i ricordi, i sentimenti, le anime, le paure.
Mi venne per un attimo il dubbio che forse non sarebbe stato così facile respingerli ed escluderli.
Mi chiusi la porta alle spalle e questa volta, per sicurezza, diedi anche due mandate.
Marianna Palmerini
Stavo scuotendo la tovaglia dalla parte del cortile quando accadde. Lo vidi, un luccichio rapido tra le ruote delle biciclette appoggiate al muro. Fu un attimo ma sufficiente per riconoscerlo.

Un brivido mi corse lungo la schiena. Mi girai lentamente verso la cucina. Piatti e posate mi osservavano muti. Lo scolapasta cercava di nascondersi sotto lo strofinaccio. La caffettiera, già sui fornelli, faceva la vaga. "Ehi moca" "Sì?" "Quello che credo di aver visto non è ciò che ho visto, vero?" "Nnnnn.... Ssss.. Puoi ripetete la domanda?"

Corsi in camera da letto, accesi la luce, i cuscini sbadigliarono cercando rifugio sotto il piumone, i comodini, sentendosi osservati, cercarono di farsi piccoli piccoli. "Dov'è???" urlai a mobili e suppellettili. "Come ha fatto ad uscire?" chiesi allo scendiletto stropicciato. "Tu devi saperne qualcosa, deve essere passato da te, parla!"
Il tappetino di corda dell'Ikea, comprato ai tempi dell'università, mi guardò con le frange che tremavano, "Non urlare, ti prego, lo sai che mi annodo tutto, quando lo fai" piagnucolò. "Hai ragione" presi un respiro profondo, "non devo urlare, non devo perdere la calma, soprattutto con te, che sei un povero innocente ma ti prego, cerca di essere sincero. Luigi è scappato?" "Dipende dai punti di vista, noi gli abbiamo detto di non farlo ma lui ha specificato che non scappava mica, tu stamattina non avevi chiuso la porta a chiave e quindi, inconsciamente, lo invitavi a fare una passeggiatina..."

Mi lanciai giù per le scale. Era tutta colpa mia, non avrei mai dovuto prenderlo. Al negozio, un mese prima, me l'avevano praticamente regalato ed era ovvio: un orologio che non segna mai l'ora giusta chi l'avrebbe mai voluto? Ma io mi ero lasciata conquistare. "Mi chiamo Luigi" mi aveva sussurrato dagli scaffali e a me era parso perfetto per casa mia. Peccato che non è che non segnasse l'ora giusta per qualche irrimediabile malfunzionamento, povera anima meccanica, ma perché era troppo testardo per dar soddisfazione, sveglia ribelle. Mi ero messa in casa un orologio anarchico e, ora, anche fuggitivo!

Arrivata giù, approfittando delle prime ombre della sera, setacciai il cortile un centimetro alla volta: dietro le biciclette, sotto i gerani della signora del piano terra, vicino ai cassonetti dell'immondizia. Avevo quasi perso la speranza quando sentii un ticchettio vicino ai garage. "Luigi?" bisbigliai per non farmi sentire dai miei vicini. Un timido "Tic" mi rispose. "Luigiiiiii?". Un piccolo "Toc" riecheggiò in alto. "Luigi dove sei???" "Quassù, tic toc" mi chiamò la sua vocina metallica. Camminai lungo il muro, mi misi in punta di piedi e lo trovai, in una nicchia del muro, ostaggio di una coppia di piccioni. "Aiutami" mi chiese lo schizzinoso a cui, improvvisamente, la vita sul mio pulitissimo comodino doveva sembrare un sogno. "Suona" gli risposi. "Cosa?" "Suona la sveglia" "Ma non è l'ora giusta" "Come se ti fosse mai importato!"
Così Luigi si diede coraggio e carica, e trillò, trillò con tutta la forza dei suoi ingranaggi. I piccioni volarono via terrorizzati, la vecchietta del primo piano si affacciò “Che succede laggiù?”, io feci un salto e, veloce com'ero venuta, corsi in casa con il fuggitivo nel mio abbraccio. "Non puoi andartene in giro, è pericoloso, se ti trovano io finisco alla neuro e tutti voi dal robivecchi” dissi a Luigi appena rientrata ma lui aveva subito dimenticato lo spavento preso e già raccontava agli altri la sua avventura. Avventura in cui era un coraggioso conquistatore di orologi digitali e metronomi, e di piccioni non vi era neanche l'ombra. Bugiardo con le lancette e con le parole.

La mattina seguente tutto sembrava tornato come prima: la moca gorgheggiava, i cucchiaini tintinnavano e la tv russava. Ma l'ultima cosa che sentii, un attimo prima di uscire, fu Luigi che diceva allo scendiletto "La prossima volta ti porto con me, eh?"

Mi chiusi la porta alle spalle e questa volta, per sicurezza, diedi anche due mandate.
Jane Pancrazia Cole

Nuovo mese, nuovi consigli su cose da fare e vedere. Un altro mese che, per ora, si prospetta in quarantena e quindi, anche questa volta, i consigli saranno concentrati su cose da fare e vedere comodamente da casa propria.

Cominciamo con l'English National Ballet che su You Tube propone una serie di lezioni adatte a tutti, anche alle cronicamente incriccate come me. Lezioni tenute ninetepopodimeno che da Tamara Rojo. Chi??? La prima ballerina nonché direttrice artistica dell'ENB. Oooooooooooohhhh.
I video vanno dal riscaldamento alla sbarra e possono farci sentire tutti leggiadri come cigni o, per lo meno, come gli ippopotami in tutù di Fantasia.
www.youtube.com/user/enballet/videos.

Sempre per tenervi in forma anche tra le quattro mura domestiche: Fisico da Covid. L'appuntamento giornaliero, da lunedì al sabato alle ore 17, in diretta su Instagram, in contemporanea sui canali di Willwoosh, Scilla Guglielmo, e su quello di suo fratello maggiore, Scilla Gabriele, che, in quarantena con la nonna, esibisce il suo fisico da stuntman e propone esercizi divertentissimi, dimostrando che simpatia e stupidera sono un tratto comune della sua famiglia.
www.instagram.com/super_scilla_bros.

Ancora su Instagram potete trovare l'attore britannico Patrick Stewart, mitico Picard e socio onorario della Royal Shakespeare Company, che legge un sonetto del bardo al giorno. Forte dei suoi cinquant'anni di carriera teatrale ci regala nettare prezioso per la testa e per l'anima. Io già lo amavo quand'era capitano della nave stellare ora, con quest'idea, lo venero.
www.instagram.com/sirpatstew.

Se non vi basta ascoltare le parole di Shakespeare e necessitate disperatamente di nuovi libri da leggere, la casa editrice torinese Las Vegas offre un ebook gratis al giorno fino a domani, 3 aprile. Stile moderno, autori nuovi, la più pop delle case editrici sotto la Mole si mette in gioco con generosità.
www.lasvegasedizioni.com/ebook-gratis.

Sempre in tema di libri e di Torino, la mitica libreria Therese, realtà indipendente e creativa a cui sono affezionata da tempi non sospetti, ha avuto un'idea splendida: #chiamamitherese.
I distributori sono fermi ma la libreria è ancora piena di volumi che vi possono essere consegnati, in Torino. Come sceglierli?  Con #chiamamitherese appunto. Ogni mercoledì dalle 15 alle 18, Sara (libraia bionda dei nostri sogni) torna in libreria per videochiamarvi/ci. "Per prenotare il vostro appuntamento scrivete una mail a info@libreriatherese con oggetto #chiamamitherese indicando il vostro nome, numero di telefono e – indicativamente – di cosa avreste bisogno. Così nel frattempo facciamo mente locale". Quando il mestiere vero del libraio non si ferma davanti a nulla.

Lasciamo Torino e allarghiamoci all'Europa con Emma, un fantastico progetto che ho scoperto da poco e che adoro. Una piattaforma con numerose lezioni universitarie, dagli atenei di tutto il continente, fruibili per tutti, gratuite e in diverse lingue (italiano compreso). Se avete sete di conoscenza abbeveratevi fino alla ciucca. E, seriamente, preparatevi per il futuro che ci attende: sarà dura? Sì. Ci saranno nuove opportunità? Potrebbe darsi. Volete farvi trovare impreparati? No, e allora studiate!
platform.europeanmoocs.eu.

E, come sempre, concludo questa rubrica, con uno spottone personale. Pubblicizzando, senza vergogna alcuna, due miei progetti di cui potete godere da casa.

Il primo ormai lo conoscete a memoria, si tratta del Laboratorio Condiviso di Scrittura. Gratis e per Tutti. Siamo giunti al sesto esercizio e avete tempo fino a domenica alle 12 per svolgerlo.
www.radiocole.it/2020/03/sesto-esercizio-partiamo-dalla-fine.html.

Infine se avete già letto Guerra e Pace, se non avete ancora letto Guerra e Pace, se volete leggere Guerra e Pace, se non avete alcuna intenzione di leggere Guerra e Pace, qualunque sia la vostra situazione, seguitemi su Instagram con le mie stories pseudoserie in cui racconto, in tempo reale, pagina dopo pagina, la mia avventura nell'opera di Tolstoj ai tempi della quarantena. Giuro di pettinarmi prima di ogni stories.
www.instagram.com/jane_pancrazia/.


Ognuno di noi ha piccoli progetti, piccole sfide, cose che amerebbe fare ma che, per un motivo o per un altro, tende a rimandare, con la scusa della mancanza di tempo, di opportunità o dell'adeguata congiunzione astrale.

Io, ovviamente, non faccio eccezione e, in particolare, conservo accuratamente nel mio capiente cassetto del "vorerei ma non posso" diverse letture impegnative che mi spaventano e che quindi ho sempre rimandato a data da destinarsi.

Data che, però, con il sopraggiungere della quarantena, sembra finalmente essere arrivata e, con essa, il momento del "non ci sono più scuse". Ed è dunque questo il momento in cui, finalmente, mi sono decisa a cominciare a leggere l'imponente: Guerra e Pace di Tolstoj.

Ma visto che i progetti faraonici non vengono mai da soli ho, altresì deciso, di documentare questa mia avventura russa su Instagram con stories giornaliere in cui racconto impressioni, facezie, e personaggi interessanti. Quindi se volete vivere con me, per interposta persona, questo viaggio nella miglior letteratura russa di tutti i tempi, seguitemi su Instagram. Ne varrà la pena. Spero.

Il tempo passa, questa bella avventura del Laboratorio continua, ed è arrivato il momento del Sesto Esercizio.

Già per due volte, durante questo percorso, siamo partiti da un incipit per raccontare una storia, questa volta invece proveremo un approccio completamente diverso: scriveremo una storia sapendo già dove andrà a finire.

Questo sarà il finale dei vostri racconti:
Mi chiusi la porta alle spalle e questa volta, per sicurezza, diedi anche due mandate.
Che sia un racconto (appunto) o una poesia, un flusso di coscienza, una pièce teatrale o un trattato di astrofisica, qualunque sia il testo che decidiate di scrivere, l'ultima riga dovrà essere quella qua sopra.
Come ci arriverete? Quale sarà l'inizio e lo svolgimento?  Decidetelo voi e sorprendetemi!

Ovviamente, come sempre, può partecipare chiunque.
Buona scrittura!

Tipo di testo: qualsiasi (racconto, poesia, flusso di coscienza, etc…).
Lunghezza testo: dai 100 ai 3600 caratteri, spazi inclusi.
Email: janecole@live.it.
Oggetto: laboratorio collettivo di scrittura.
Specificare nel testo dell’email se volete restare anonimi o meno, se volete essere taggati (su FB) o meno.
Scadenza per far pervenire il testo: domenica 5 aprile 2020, ore 12.

Volete leggere tutti i Racconti nati da questo esercizio? Li trovate qui.

Un solo incipit, tanti racconti ad opera di altrettanti autori.

La Scrittura a Tempo anche questa volta ha dato ottimi risultati, e i partecipanti al quinto esercizio del Laboratorio Condiviso di Scrittura sono stati in grado di trasportarci in storie diverse e imprevedibili. La location è una sola: Roma. Ma i protagonisti sono diversi e, a volte, inaspettati.

Per leggere i diversi testi su Issu vi basterà cliccare qui, avrete a disposizione la "rivista letteraria" del Laboratorio con tanto di immagini azzeccate.
Se, invece, siete persone dall'esigenze semplici, trovate tutti i testi, in ordine di ricezione (il mio per ultimo, come sempre), a seguire. Nessuna immagine, solo ciccia di parole.


Lo vide in un angolo. Sedeva di fronte alla finestra e guardava le fronde degli alberi graffiare il cielo giallognolo di Roma. I capelli neri brillavano alla luce dei lampadari. Gli si avvicinò con cautela. "Mi scusi... – disse Romina avvicinandosi all’uomo – ecco la spremuta.” La donna provò disagio a disturbarlo, come se sentisse un’insistenza inesistente nel servirgli la bibita che aveva ordinato. E non perché l’uomo – sulla settantina, i capelli vistosamente tinti, il viso pieno di rughe – avesse dimostrato insofferenza. Romina era convinta che lui avesse molte cose importanti a cui pensare, lì, nella caffetteria del secondo piano di un edificio storico di via Margutta. Lui la ringraziò, dopo essersi ripreso dai suoi pensieri per un solo secondo. Scostò il portatile per far spazio al tovagliolo e al bicchiere che Romina appoggiò sul tavolo e riprese la posizione iniziale: schiena dritta, mano davanti alla bocca, sguardo concentrato sull’imminente tramonto. A Romina piaceva il suo lavoro. Incontrava molta gente nelle sue giornate, turisti per lo più ma anche artisti e galleristi. Aveva l’impressione che ognuno di loro, dietro la richiesta di un caffè o di un aperitivo, celasse un invito per lei: vieni a vedere i miei quadri, vieni a ammirare le mie opere. E lei lo avrebbe fatto. Anzi, in qualche modo lo faceva, ogni giorno. Per questo quell’uomo, dai capelli forzatamente scuri, la incuriosiva. Chi era? Un artista? Un critico d’arte? Forse un collezionista. Tornò dietro al banco ma i pensieri dello sconosciuto sembravano le tirassero delicatamente il bordo del grembiule della divisa marrone. “Mi scusi…” si trovò a ripetere. L’uomo si destò una seconda volta e si girò verso di lei. La guardava con una punta di impazienza, o almeno le sembrava. “Sì?” rispose con voce serena e un accento toscano. Ora Romina doveva inventare qualsiasi motivo per giustificare la sua nuova interruzione.
Marika De Sandoli
Lo vide in un angolo. Sedeva di fronte alla finestra e guardava le fronde degli alberi graffiare il cielo giallognolo di Roma. I capelli neri brillavano alla luce dei lampadari. Gli si avvicinò con cautela. "Mi scusi...
padre, mi scusi…”. Il prete, assorto nella preghiera non aveva sentito avvicinarsi quella giovane donna dal passo leggero.
“Mi dica, posso aiutarla in qualche modo?”
“È lei il responsabile della cattedrale? Stavo cercando notizie su di un dipinto che dicono essere stato esposto qui per lungo tempo, prima della guerra.”
“Chi le ha raccontato questa storia?”, rispose il prete stupito, la bocca semi aperta come chi proprio non si aspetta una domanda simile, in un giorno normale, assorto nella preghiera.
“Sono una studiosa di storia dell’arte, ma questa storia me l’ha raccontata mia nonna: lei era nella resistenza partigiana e, una volta che Roma fu liberata dai nazisti, era venuta qui a pregare davanti a quel dipinto, ma non l’aveva più trovato. Adesso io lo sto cercando, per lei: è mancata poco tempo fa e io sento che devo vedere quel quadro, non fosse altro che per capire questo suo ricordo ricorrente”.
Il prete abbassò lo sguardo, la bocca adesso si era stretta in una smorfia mista tra dolore e rassegnazione.
“Cara ragazza, questa è una storia che solo poche persone possono conoscere, le racconterò quello che so. Ma a nessuno è dato sapere dove sia finito quel quadro. I partigiani non venivano in chiesa proprio perché erano credenti, sa? Ma anche gli uomini di fede come me in certe circostanze sanno mettere da parte i dogmi a favore delle necessità degli uomini e così facemmo. Arrivavano, di solito giovani donne, meno sospettabili, in bicicletta o a piedi, fingendo di pregare di fronte all’altare: poi, quando nessuno guardava, lasciavano messaggi sotto la cornice…”
Letizia Battaglia

Lo vide in un angolo. Sedeva di fronte alla finestra e guardava le fronde degli alberi graffiare il cielo giallognolo di Roma.

I capelli neri brillavano alla luce dei lampadari. Gli si avvicinò con cautela. "Mi scusi...”

“Arrivo subito” esclamò il giovane, non senza una certa stizza nel tono.

Sapeva a cosa stava andando incontro. Quattro mesi prima gli era stato conferito il compito ingrato di far fronte all’inquinamento dilagante nella capitale con un’idea da lui stesso sviluppata: un enorme macchinario che, utilizzando una tecnologia solo a lui conosciuta, poteva ripulire l’aria ed addirittura arricchirla di ossigeno.

I primi esperimenti erano andati magnificamente, così bene che la giunta della capitale gli aveva dato carta bianca per avviare la produzione del macchinario.

E così, dopo solo tre mesi dall’inizio della costruzione, il macchinario mangia smog era entrato in azione. Tutto bene, il primo periodo: l’aria era diventata decisamente più pulita, si respirava meglio, non era più presente quel nauseabondo odore di sottofondo che si percepiva distintamente quando si usciva di casa.

Poi, accadde. La tecnologia utilizzata dalla macchina si basava su un composto chimico che assorbiva lo smog e lo intrappolava nella sua gabbia molecolare. Ma nessuno sapeva che, una volta che il composto si fosse saturato di agenti inquinanti, avrebbe cominciato a funzionare al contrario, immettendo nell’atmosfera una quantità enorme di agenti inquinanti concentrati e mortali. Il vero problema è che non era possibile spegnerlo, perché le reazioni a catena che si sarebbero innescate avrebbero trasformato il macchinario in una pericolosissima bomba chimica.

E così, dopo più di un mese dalla messa in servizio del macchinario, Roma si ritrovò in una situazione peggiore di quella iniziale. E lui, il giovane e brillante scienziato, venne additato come unico colpevole di tutto questo disastro.

La sala consiliare del Municipio Roma I era gremita di gente che aspettava di vedere in faccia il colpevole di questo disastro, già pregustando le parole di odio e di rimprovero che sarebbero uscite dalla bocca del sindaco.

Ma non sapevano che tutto questo non sarebbe mai successo. Uno spaventoso boato fu percepito in tutta la città, seguito da un’onda d’urto che spazzò via la quasi totalità dell’abitato. Il macchinario aveva collassato, riducendo la città ad un ammasso di macerie, silenzio e morte.
Beppe Carta
Lo vide in un angolo. Sedeva di fronte alla finestra e guardava le fronde degli alberi graffiare il cielo giallognolo di Roma. I capelli neri brillavano alla luce dei lampadari. Gli si avvicinò con cautela. "Mi scusi...dottor Fioravanti?"
Un attimo di silenzio a lei sembrava un'eternità. Il suo viso pallido sentiva il calore sulle guance. I suoi capelli biondissimi non riflettevano la luce come lui sembrava assorbisse la luce. Nello studio la musica di Chopin rendeva tutto più delicato.
Lui si girò lentamente, con il comando vocale abbassò il volume della musica.
"Buonasera, lei chi è? Non avevo appuntamenti a quest'ora. Questa è l'ora di Chopin" un sorriso sornione si dipinse sul suo viso.
"Mi scusi tanto dottore, sono la dottoressa Tetti. L'infermiera mi ha detto che potevo entrare" le sue mani sudavano.
"Ahhh dottoressa Tetti! Prego si accomodi". Con un cenno della mano le indicò la sedia davanti alla scrivania.
"Sono venuta per ringr..."
"Per favore non dica nulla", la interruppe lui socchiudendo gli occhi.
"Dottore davvero ci tengo a ringraziarla"
"Non lo deve fare, ho fatto solo il mio dovere, ciò che anche lei avrebbe fatto"
"No!" Insistette Monica.
"Lei ha fatto molto di più"
"Non esageri la prego" controbatté lui seriamente.
"Lei mi ha restituito la fiducia nell'essere umano".
Lui non pronunciò altre parole. Rimase solo Chopin, rimase il tramonto oltre !a finestra e la gratitudine nella stanza. La porta si chiuse in silenzio.
Patricia Scioli

Lo vide in un angolo. Sedeva di fronte alla finestra e guardava le fronde degli alberi graffiare il cielo giallognolo di Roma. I capelli neri brillavano alla luce dei lampadari. Gli si avvicinò con cautela. "Mi scusi, Presidente: è ora.”
Giuseppe Conte era ancora assorto nei suoi pensieri e impiegò più di qualche secondo a rassicurare il suo interlocutore di aver recepito il messaggio. Stette alla finestra a osservare la città vuota, avvolta da un silenzio surreale: non l’aveva mai vista così. Eppure si sforzò di associare tale panorama ad un pensiero positivo, nonostante la drammaticità del momento: il popolo lo aveva ascoltato. La gente aveva capito che le limitazioni imposte alla propria libertà erano finalizzate a preservare le proprie vite: niente passeggiate, niente turismo, niente gladiatori davanti al Colosseo, niente cacio e pepe nei ristoranti del centro e della periferia, niente assembramenti di alcun genere: la guerra al virus si combatteva così.
Erano passati pochi minuti da quando aveva dato l’annuncio ai cittadini a reti unificate, nel quale si era raccomandato di stare a casa e di non uscire per alcuna ragione.
Uscì dai suoi pensieri e si ricordò dell’incombente da fare: lo odiava. Aveva il terrore di dimenticarsi sempre qualcosa, qualcosa di importante: scese, salì sull’auto blu e si fece accompagnare dall’autista al supermercato, sperando di riuscire a portare a termine l’arduo compito assegnatogli: fare la spesa per due mesi rispettando la lista datagli dalla moglie.
Fabrizio Cardaci
Lo vide in un angolo. Sedeva di fronte alla finestra e guardava le fronde degli alberi graffiare il cielo giallognolo di Roma. I capelli neri brillavano alla luce dei lampadari. Gli si avvicinò con cautela. "Mi scusi il ritardo. E’ molto che attende”. Lui si voltò a guardarla con un movimento meccanico e poi si alzo di scatto prendendole la mano. Sfiorò appena con la labbra il guanto immacolato che era stato del corredo di sua madre. “Si sieda e non si preoccupi del ritardo. L’aspetto da una vita”. Arrossì leggermente, per non sembrare sfrontata e si abbandonò sulla sedia mantenendo una posizione eretta. Badava a fatica a tutte le buone maniera imparate troppi anni addietro nei tre anni di collegio femminile. Poi lo guardò mentre lui la fissava. I loro sguardi si fecero intensi. Era sconveniente, lo sapevano ma continuarono ancora per qualche secondo. Era una donna bellissima anche se non più in età da marito. E la foto ingiallita recapitata con l’ultima missiva non le rendeva giustizia. Questo pensò mentre prendeva dalla tasca una carta sgualcita. “È andato bene il viaggio?”. Ma avrebbe voluto chiederle. “È sicura che vuole sposarmi?”. “Sì” – lungo e rassicurante – “la nave ha impiegato un giorno in più perché il vento non voleva saperne di placarsi mentre ci avvicinavamo alla costa ma io non soffro il mare”. Aveva sofferto la terra. Quella che ti inghiotte un marito nelle sue viscere. Quella che ti ruba gli affetti e ti fa credere che non ci sia un futuro. Senza genitori, con una dote ancora intatta ma senza futuro. Eppure ora che era davanti a sé aveva la sensazione che quel futuro avrebbe potuto essere migliore di quanto avesse mai pensato negli ultimi anni.
Anonimo

Lo vide in un angolo. Sedeva di fronte alla finestra e guardava le fronde degli alberi graffiare il cielo giallognolo di Roma. I capelli neri brillavano alla luce dei lampadari. Gli si avvicinò con cautela. "Mi scusi...
… potrebbe per cortesia indicarmi dov’è il bagno?”
“Certo, signore. Dopo quella porta in fondo, giri prima a destra e poi a sinistra, troverà le indicazioni.”

Mannaggia, pensò, che approccio cretino. Se non fossimo a una mostra almeno gli avrei potuto chiedere una sigaretta. Offrirgli un drink, che ne so. Tutti difficili me li trovo: non poteva fare il barista?

Si diresse nella direzione indicata. Voltato l’angolo, si portò la mano sulla fronte, fermandosi.

Sono stato troppo impulsivo. Avrei dovuto pensare meglio a come approcciarlo. Adesso si ricorderà di me, ho bruciato la magia del primo incontro. Spontaneità ce n’era, romanticismo poco. A meno di feticismi per i bagni pubblici…

Continuò in direzione del bagno. Una volta entrato, si sciacquò la faccia per rinfrescarsi le idee.

Per lo meno la mostra è interessante, potrei visitarla veramente, magari trovo l’ispirazione.

Il primo piano era dedicato a Monet e i suoi contemporanei. Salendo, di piano in piano il tempo procedeva fino ad arrivare a Picasso. Si gustò tutti i quadri, uno a uno, con un sapore misto tra interesse storico e curiosità sui particolari delle vite raccontate. E delle vite che raccontano. Arrivato alla fine, invece di prendere l’uscita, tornò indietro. Lo ritrovò al secondo piano, nel post-impressionismo. Un’espressione assorta lo rendeva ancora più affascinante.

Strano, di solito i guardiani stanno seduti su una sedia, sempre nella stessa sala, con un’aria annoiata. Sembrano sempre un po’ dei bruti.

Una donna gli si avvicinò e da lontano sembrò chiedergli dov’è il bagno. L’indicazione però questa volta non finiva mai. Pietro si avvicinò.
“… pensi che l’ha dipinto mentre era disperato per la morte del suo amante. È come un urlo disperato di invocazione alla gioia, affinché tornasse a riempire il suo cuore. Era un uomo molto razionale, anche se allo stesso tempo incredibilmente passionale.”

Cazzo, che idiota! Facendo finta di niente, sbirciò il badge che aveva appeso al collo. Curatore. Fantastico. Ho chiesto dov’è il bagno al curatore della mostra. Ottimo inizio.

Attraversò di nuovo le sale tra Cezanne a Picasso. Uscito sulla strada, si guardò intorno. Gli occhi si fermarono sul bar Lavanda dall’altra parte della strada. Decise di prendere tempo. Ordinò un caffè e, subito dopo, una birra. Erano le cinque, la mostra avrebbe chiuso in mezzora. Decise di aspettarlo, sperando che quella mezzora e un po’ di alcol portassero la fantasia e il coraggio di un approccio se non più intellettuale, se non altro meno barbarico.
Passata un’ora e tre medie, eccolo finalmente uscire dal portone. Pietro, finalmente pieno il cuore di sicurezza di sé, gli andò incontro.

Eviterò riferimenti a bisogni fisiologici, ma eviterò anche l’argomento mostra. Vedrà centinaia di visitatori ogni giorno, sicuramente non si ricorderà della mia gaffe.

“Buonasera.”
“Oh buonasera, l’ha trovato il bagno?”
“Oh sì, la ringrazio molto, le sue indicazioni sono state proprio utili, l’ho trovato subito.”
“Ne sono lieto. Anzi, la ringrazio di avermi rallegrato la giornata. Parlare sempre di arte e artisti dalla vita estremamente interessante e accattivante dopo un po’ mi annoia mortalmente.”
“Non c’è di che, non c’è di che davvero. Se vuole, ho molte altre domande a metà tra il fisiologico e il rozzo che la potrebbero salvare dall’abisso esistenziale. Le andrebbe un aperitivo?”

Si incamminarono verso il bar Lavanda.
Benedetta Bianchi

Lo vide in un angolo. Sedeva di fronte alla finestra e guardava le fronde degli alberi graffiare il cielo giallognolo di Roma. I capelli neri brillavano alla luce dei lampadari. Gli si avvicinò con cautela. “Mi scusi…”
Non fece in tempo a finire la frase che Glauco sussultò, riducendola al silenzio. Non fu proprio un sussulto, a dire il vero. Fu più una sorta di ruggito, un boato, uno sconquasso rinofaringeo, un… insomma, Glauco russò. Prepotentemente.
Neva rimase a guardarlo affascinata. Come sempre, aveva interpretato male i segni. Glauco non stava ammirando il cielo, non era perso in profondi pensieri filosofici sulla condizione umana ma, semplicemente, era sopraffatto da una lenta digestione. Questo particolare le fu confermato dall’inserviente: “si è mangiato un piattone di pasta e poi è svenuto!”
Sorrise e decise di non svegliarlo. Sarebbe tornata il giorno dopo, e senza dubbio lo avrebbe trovato di nuovo alla finestra.
“Cara Neva, non potrei mai stancarmi di guardare il cielo. È imprevedibile, anche se sappiamo sempre come va a finire.”
“Come?” chiese Neva, sempre pronta a sollecitare le sue opinioni e le sue confidenze.
“Nel blu profondo della notte, cara Neva. Il cielo finisce sempre in un blu profondo.”
L’inserviente li osservava, appoggiato allo stipite della porta. La relazione tra quei due era per lui un curioso diversivo nella routine alienante della residenza per anziani. Glauco, con i suoi 80 anni, era tra gli ospiti più giovani. Il tempo aveva lavorato bene su di lui e l’unica nota stonata del suo aspetto era frutto di un deliberato vezzo vanesio: tingersi i capelli di nero corvino. Tuttavia, quell’incongruenza era il comune denominatore con Neva, giovane donna di bassa statura e fisico morbido, la cui pelle diafana era messa in risalto da una lunga chioma rossa. Mirko li aveva soprannominati belli capelli e non perdeva occasione di origliare le loro conversazioni e commentarle con gli altri inservienti.
“Oggi le ha tirato una supercazzola di mezzora sui cumulonembi e lei stava lì a bersi ogni parola! Quella è matta! Sai che sono i cumulonembi? Nuvole. Mezz’ora a parlare di nuvole!”
“Oggi è arrivata, gli ha portato un pomodoro. Un pomodoro! E lui le ha baciato le mani e poi le ha messo il pomodoro sulla testa. Le diceva “Visto che il colore è lo stesso?”. E lei rideva, dovevi sentirla come rideva!”
“Oggi gli ha portato un libro e lui non l’ha neanche voluto prendere in mano. Sai che glielo ha fatto portare via? Poverina, mi ha fatto pena.”
“Oggi sono stati in silenzio per un’ora a guardare il cielo. Quando si è fatto buio, lei gli ha sorriso e se ne è andata. Oh, non si sono detti una parola…”
Sulla metro che la portava a casa, Neva accarezzava le pagine di un libro. La signora accanto a lei ne sbirciò la dedica: “A N., luna della mia notte”. “Certa gente scrive un sacco di fesserie” pensò tra sé e sé, scendendo in tutta fretta alla fermata Tiburtina.
La Peppa
Lo vide in un angolo. Sedeva di fronte alla finestra e guardava le fronde degli alberi graffiare il cielo giallognolo di Roma. I capelli neri brillavano alla luce dei lampadari. Gli si avvicinò con cautela. "Mi scusi”, disse alle sue spalle.

L’uomo si voltò. Le sopracciglia alzate in un muto fastidio mentre gli occhi, da dietro una montatura leggerissima e alquanto costosa, la osservavano spietati dall’alto in basso, dalla testa corvina ai piedi calzati in un paio di sneakers.

“Mi scusi” ripeté.
“Cosa vuoi ragazzina? Non ho soldi da darti”
Lei lo guardò stupefatta e offesa. Aveva impiegato ore a decidere cosa indossare per l’occasione. Niente di nuovo o elegante dato che non poteva permettersi nulla del genere, ma comunque tutto pulito e stirato con cura. E, invece, lui l’aveva appena scambiata per una stracciona.
Le cose non stavano andando come se le era immaginate mille volte.

“No, non ho bisogno di soldi” disse cercando di non lasciarsi scoraggiare. “Ma di qualche minuto della sua attenzione. Dovrei parlarle…” lui agitò una mano in cerca di una cameriera che l’aiutasse a scacciarla, ma lei non si sarebbe fatta mandare via né tantomeno interrompere. Aveva studiato il piano da settimane. Sapeva che era impossibile prendere appuntamento con lui in ufficio. Ci aveva provato, eccome se ci aveva provato, ma la sua segretaria altezzosa l’aveva respinta diverse volte, minacciando persino di chiamare i carabinieri. Si era quindi decisa a cercare di avvicinarlo in un ambiente neutro ma anche in quel caso pareva difficile trovarlo da solo, circondato com’era sempre da autista, guardia del corpo, o giornalisti. Difficile ma non impossibile. Nelle settimane precedenti, osservandolo con attenzione, aveva scoperto che, ogni giorno alla stessa ora, si recava per un bicchiere e un piattino di deliziosi dolcetti in un esclusivo Circolo in una zona più che esclusiva. Lei ci aveva messo giorni ma alla fine era riuscita a fare amicizia con il lavapiatti del locale, un tale Giulio con un florilegio d’acne che si poteva giocare a unire i puntini. “Hai solo un’occasione”, le aveva detto il ragazzo, dopo essere stato adeguatamente corrotto con una pulizia viso nel salone dalla miracolosa Estetista Lirica. Vecchia amica della madre di lei, per fortuna. “Domani te lascio aperta la porta del retro. Ma, ricorda, se te beccano tu non me conosci, me raccomanno!”. Ed era stato così che lei, lavata e profumata, era riuscita ad infiltrarsi in un ambiente che così poco le apparteneva.

“Mi scusi” ripeté per la terza volta in una manciata di minuti, aggiustandosi sul naso i suoi spessi occhiali rosa, “Volevo solo dirle che lei è mio padre”.

Un delizioso bignè di San Giuseppe – curioso delle volte il destino – si bloccò tra esofago e trachea, gli occhi di lui si fecero rossi e lucidi mentre prese a tossire convulsamente, briciole e saliva si sparpagliarono ovunque, una cameriera accorse con un bicchiere d’acqua mentre lei – Maria si chiamava– prese posto su una poltroncina scarlatta accanto al tavolo. “Tranquillo, Onorevole, non è poi così grave” gli disse dandogli amorevoli pacche sulla schiena.
No, le cose continuavano a non andare come se l’era immaginate.
Jane Pancrazia Cole

Per l'ultimo esercizio del Laboratorio Condiviso di Scrittura ho scritto un racconto, scegliendo il ragazzo in foto come protagonista. Era una storia breve e senza impegno, quella di un uomo che attende una donna in ritardo a un appuntamento. Una volta finita mi sono subito resa conto che non bastava ciò che avevo scritto, ci voleva anche il punto di vista di lei. Quindi ora, eccoli entrambi: prima lui e poi lei.

Un minuto.
Un minuto di ritardo.
Non è grave, sono sicuro che stia arrivando. È colpa mia, io sono sempre così puntuale che passo la mia vita ad aspettare gli altri. Sono sereno, già che ci sono scrivo a quel cliente.

Un minuto.
Un minuto di ritardo.
Uno dei laccetti di cuoio dei miei sandali si rompe proiettandomi sull’asfalto a pochi metri da lui. Più che le ferite, brucia l’umiliazione. Una signora mi porge la mano, mi sollevo, lo cerco con lo sguardo. Non si è accorto di nulla, scrive al cellulare, per fortuna.

Cinque minuti.
Cinque minuti di ritardo.
Guardo lungo la strada. Non arriva. Cerco notizie sul cellulare. Nessun messaggio su whatsapp, non un cenno su messenger, neanche un vecchio caro sms. Tranquillo. Sono tranquillo. Rido a un meme del mio socio.

Cinque minuti.
Cinque minuti di ritardo.
Mi infilo dentro il centro commerciale che si trova dietro l’angolo. Con le scarpe in una mano, cammino a piedi nudi fino al primo negozio di calzature. Se faccio in fretta forse riesco a salvare l’appuntamento.

Quindici minuti.
Quindici minuti di ritardo.
Cammino avanti e indietro sul marciapiede. Spero che arrivi presto. Ma vorrei che non mi beccasse in piena crisi di ansia, vorrei avere un'aria più cool ma proprio non ci riesco. Che mi becchi pure così, che rida di me vedendomi da lontano mentre macino km sul marciapiede e armeggio col cellulare, che mi becchi pure così, basta che arrivi. Presto. O anche tardi. Basta che arrivi.

Quindici minuti.
Quindici minuti di ritardo.
Scelgo un paio di adorabili sandali ma mi accorgo di aver dimenticato la carta di credito in ufficio. Non ho molti contanti con me: l’unica cosa che posso permettermi è un paio d’infradito. Andrò all’appuntamento con il tizio carino del bar, il tizio su cui ho fantasticato per settimane, con un paio di infradito di plastica. Due zattere verde mela di due numeri in più. Mi accascio su una panchina di fronte al negozio. Un piangino isterico ora non me lo leva nessuno.

Trenta minuti.
Trenta minuti di ritardo.
Ha il telefono staccato. Riempio l'aria di parolacce assortite, una signora copre le orecchie del nipote e mi guarda con rimprovero. Giro i tacchi e faccio per andarmene.
"Scusa" sento alle mie spalle.
Mi giro.
Eccola.
"Oddìo, scusa il ritardo! Temevo di non trovarti più, il lavoro, la metro, il cellulare scarico, sono un disastro" ha l'aria arruffata, ha corso, gli occhi lucidi, sta per piangere.
È davvero dispiaciuta. Voleva davvero esserci, ora c’è. Basta che arrivi, mi ero detto.
"In ritardo? Figurati anch'io sono appena arrivato".

Trenta minuti.
Trenta minuti di ritardo.
Decido di tornare a casa. Ora gli scrivo un messaggio per avvertirlo che ho avuto un contrattempo. Prendo il cellulare dalla borsa: è scarico. Non mi perdonerà mai. Mi odierà per sempre. Dovrò anche cambiare bar.
Prima di andarmene, lo spio da dietro l’angolo, è ancora là, dopo mezz’ora non ha ancora rinunciato, fa avanti e indietro sul marciapiede, è nervoso, arrabbiato, deluso.
È adorabile.
Non ero l’unica a tenerci a questo appuntamento.
Mi avvicino, “Scusa” dico alle sue spalle.
Si gira. “Oddio, scusa il ritardo! Temevo di non trovarti più, il lavoro, la metro, il cellulare scarico, sono un disastro"” continuo. Sono orrenda, mento per salvare la dignità, sto per piangere.
"In ritardo? Figurati anch'io sono appena arrivato", mi sorride.
Spero tanto che non mi guardi i piedi.




Ben strano il destino della mia rubrica di consigli. La prima edizione, uscita a inizio del mese, ha dovuto evitare teatri, cinema e cabaret, dato che li avevano già chiusi quasi tutti per colpa del coronavirus. Mentre la seconda (questa!), invece di uscire ad aprile, viene anticipata ad oggi, 11 marzo 2020, perché da un paio di giorni l'Italia è diventata tutta Zona Rossa e noi, lavoro permettendo, è meglio che #StiamoACasa. Quindi, se questa rubrica vuole avere un senso, che lo abbia soprattutto ora, nel momento del bisogno, nel momento in cui è grande la necessità di svago e suggerimenti.

Che siate da soli o in compagnia, con i vostri genitori, i vostri figli o i vostri amanti, 24 ore a casa sono lunghe e, per evitare l'abbrutimento, oltre che, cucinare, mangiare, fare ginnastica, è il caso di distrarsi con tutto ciò che la rete ha da offrire in questo momento. E vi posso assicurare che è molto ed è vario.

Eccovi un breve elenco da me amorevolmente redatto.

Stasera iniziano le trasmissioni di Red Zone Comedy, la stand up comedy disponibile direttamente a casa. Se guardandola mangerete patatine e vi farete uno spritz, l'effetto locale di cabaret sarà perfetto! www.facebook.com/redzonecomedy

Avete dovuto rinunciare a viaggi già in programma e vi è presa una tristezza cosmica? Non c'è problema, è possibile visitare alcune attrazioni anche dal proprio divano. Tre esempi? Il Louvre, la NASA e Digital Cosmos, la sede digitale del Castello di Rivoli – museo d'arte contemporanea. Quest'ultima è stata aperta in fretta e furia da pochissimo, proprio per andare in contro all'emergenza attuale e continuare a diffondere bellezza, vi pare poco?
www.louvre.fr/en/visites-en-ligne.
www.nasa.gov/glennvirtualtours.
www.castellodirivoli.org/mostra/digital-cosmos/.

Volete leggere ma avete finito i libri a casa? E che sfiga! Comprateli online, scaricateli o, ancora meglio, aiutate le librerie sparse per l'Italia che, grazie all'idea del sito The Book Advisor,  si impegnano a spedirvi i libri direttamente a casa. Le merci circolano ancora, il corriere suona, vi lascia il pacchetto davanti alla porta e stiamo tutti tranquilli.
Ecco l'elenco: www.thebookadvisor.it.

Poi avete ovviamente Youtube, la TV, i social con gli attivissimi influencer, ad ognuno il proprio, e il mio Laboratorio Condiviso di Scrittura, giunto ormai al quinto esercizio, a partecipazione libera e assolutamente gratuita. Mi sto autopromuovendo? E certo!

Mi sono persa qualcosa? Voi aggiungereste qualcosa all'elenco?



Dopo due mesi di esercizi, durante un periodo che dire complicato è dir poco, ho ritenuto che fosse il momento di tirare il fiato e di scrivere senza troppi pensieri. Quindi, dopo aver dato nuovi significati a nuove parole, storie a facce sconosciute, litigi a coppie senza volti, si torna all'origine, si torna alla Scrittura a Tempo.

Esercizio perfetto per coloro che hanno già partecipato al laboratorio e hanno bisogno di rallentare il ritmo e anche per chi al laboratorio non ha mai partecipato e preferisce iniziare in maniera soft, mettendo un piedino alla volta dentro l'acqua ghiacciata.

Per chi non lo sapesse: cos'è la scrittura a tempo? L'esercizio di base di ogni laboratorio che si rispetti.

Si punta una sveglia che dovrà suonare dieci minuti dopo l'inizio dell'esercizio. Si parte da un incipit  (uguale per tutti) e si scrive, si scrive, si scrive, senza pensieri, senza tornare indietro, senza correggere, fino a quando la sveglia non suona e allora ci si interrompe.

Per questa settimana il vostro incipit sarà il seguente:
Lo vide in un angolo. Sedeva di fronte alla finestra e guardava le fronde degli alberi graffiare il cielo giallognolo di Roma. I capelli neri brillavano alla luce dei lampadari. Gli si avvicinò con cautela. "Mi scusi...
Nei dieci minuti a vostra disposizione qualcuno avrà scritto un racconto, qualcun altro una poesia, un flusso di coscienza o chissà che altro. Non c'è problema, non si può sbagliare questo esercizio, qualunque cosa scriviate andrà bene. L’importante è che il trillo della sveglia vi sorprenda con la penna (o la tastiera) ancora in mano. Finito il tempo, finita la possibilità di scrivere. STOP. Ovviamente se siete a metà parola, o anche a metà frase, potete concluderla a sveglia già suonata. Non sono poi così cattiva!

A esercizio finito potete spedirmi ciò che avete prodotto senza correggerlo, oppure potete sistemarlo, o ancora usarlo come l'inizio di un racconto più lungo e articolato. Starà a voi scegliere, potrete fare ciò che vi pare, la scrittura a tempo serve a questo: a liberare la creatività senza costrizioni. Divertitevi quanto vi pare e ricordatevi solo di spedirmi il tutto entro domenica 22 marzo 2020 alle ore 12.

Come sempre, se avete domande, contattatemi pure sul Blog, su FB, Twitter, Instagram o LinkedIn, non si può dire che io sia una persona difficile da trovare!

Credo di avervi detto tutto, non mi resta che augurarvi buona scrittura!

Tipo di testo: qualsiasi (racconto, poesia, flusso di coscienza, etc…).
Lunghezza testo: dai 100 ai 3600 caratteri, spazi inclusi.
Email: janecole@live.it.
Oggetto: laboratorio collettivo di scrittura.
Specificare nel testo dell’email se volete restare anonimi o meno, se volete essere taggati (su FB) o meno.
Scadenza per far pervenire il testo: domenica 22 marzo 2020, ore 12.

Volete leggere tutti i Racconti nati da questo esercizio? Li trovate qui.
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