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Tempo fa ho comprato, letto, apprezzato, recensito un libro.

Poi ho fatto amicizia su facebook con l'autore. Incontrato il suddetto per caso lo scorso autunno. Chiestogli di tenermi informata sulle volte che avrebbe portato ciò che aveva scritto, nato come monologo, di nuovo davanti a un pubblico.

In seguito, ho avuto da fare tutte le volte che il comico/attore/scrittore gentilmente m'informava delle date, come da me precedentemente richiestogli. Sembrando, probabilmente, una di quelle persone che ti fanno dei complimenti, si raccomandano tanto, ma poi se ne fottono e spariscono. La simpatia, proprio.

Tutto ciò fino a ieri sera quando, complice un po' di fortuna e l'opera degli astri propizi, ho finalmente potuto assistere alla magia delle parole che lasciano la carta per ritrovare il proprio ambito naturale: il palco.

Un palco ben strano per la verità. L'angolo di una vineria. Tra un pianoforte, la porta del bagno e le ginocchia del pubblico assiepato. Una di quelle situazioni molto underground, dove può essere un trionfo o un disastro. Dove l'artista è diviso tra il fascino della sfida e il desiderio di tornare nella propria cameretta con il pigiama, i giornaletti e la spremuta d'arancia, come quando gli veniva la febbre da piccolo, saltava scuola e poi, una volta guarito, si scopriva più alto di qualche centimetro.

Sono abbastanza sicura che ieri Dario Benedetto abbia provato tutte queste cose, mentre usava i bagni come quinta e si preparava a fare il suo ingresso. Ingresso di fronte a un pubblico vario e caloroso, che contava tra le proprie fila anche una blogger seduta per terra, ed un cane che ha cercato più e più volte di limonarla. Lei, pur colpita dall'avvenenza del quadrupede e dal suo sguardo carico di passione, ha preferito comunque fare la ritrosa. Perché, si sa, è sempre meglio farsi desiderare un poco.

Il libro, Piglia un uovo che ti sbatto, mi era piaciuto molto, come già avevo scritto in questo vecchio post.  Mi autocito: "Un libro di divertimento e poesia. Che coinvolge e si fa leggere di corsa, pagina dopo pagina, immagine dopo immagine. Una seduta di psicanalisi pubblica, dove l'autore racconta tic, ossessioni, sogni e deliri. L'infanzia, le donne, e pure i gatti. Il tutto accompagnato da una virtuale colonna sonora."

Lo spettacolo dal vivo mi è piaciuto altrettanto.

Bravo Benedetto che è riuscito a calamitare rapidamente l'attenzione in un luogo non così favorevole, dimostrando talento e mestiere.
Bravo Benedetto che ha creduto nella sua creatura portandola in ogni dove fino a raccogliere successi anche inaspettati, tipo quello di una bionda che ti si avvicina e ti dice "Vuoi pubblicare un libro con me?" Che il giorno che un editore anche non biondo dovesse dire a me una cosa del genere, prima svengo e poi mi faccio un piantarello.
Bravo Benedetto perché è proprio bravo. Perché le passioni sono faticose, e senza lavoro, lucida follia, e patologica caparbietà non si va da nessuna parte. E lui, invece, continua ad andare e macinare km, metaforicamente e non.

Quindi, che sia per questo spettacolo o che sia per un altro, se sentite il nome di Dario Benedetto dalle vostre parti, vi consiglio di non lasciarvi sfuggire l'occasione.
Datemi retta. Vi ho mai deluso?
La bacheca di facebook scorre veloce ed inesorabile. Col passare del tempo non è affatto facile recuperare vecchi scritti e, ogni tanto, sento la necessità di mettere al sicuro alcuni post. Trascriverli sul blog, dove sono più protetti e facilmente rintracciabili.

Per questo motivo oggi fermo su Radio Cole un mio particolare microracconto. Un piano sequenza in parole. Una ripresa continuata senza stacchi. Una storia priva di punteggiatura. Un gioco. Una sciocchezza. Un esperimento.

Su facebook l'ho pubblicato senza alcuna spiegazione, mettendo in difficoltà qualcuno. Con voi, vecchi frequentatori del mio blog, mi sento di essere più benevola e svelare la chiave di lettura.
Ogni parola in grassetto è la fine della frase precedente e l'inizio della successiva.

Le foglie si lamentano sotto i piedi affondano ne la neve si scioglie tra i fili d'erba che si allungano come le giornate.

Il titolo? Un anno.
Metro

She's a weirdo.
She's young and dirty.
She insults people and puts her feet on the seat in front of her.

People look, whisper, move away.

He's a gentleman.
He's older and smells of cologne.
He smiles and nods.

The girl takes her feet off the seat. The man sits.
He sits and speaks. He speaks to her like a granpa.
"You shouldn't put your feet on the seat."
"Why not?"
"Because it's not very nice. You dirty the seat and other people can't use it."
She listens to him. She tries to justify herself. She tells sad pieces of her life, real or made up.

People look at them, listen to them.

The metro stops.

The gentleman stands up, "It was a pleasure," he says, shaking her hand.
"For me, too" she says, she smiles, she's like a happy child.

People look at them.
Other people's kindness is always so embarassing.

The end

E siamo a tre, tre racconti tradotti in inglese.
Anche quest'ultimo è nato per Humans Torino (qui la versione italiana) e anche quest'ultimo ha goduto dell'anglosaggiasupervisione di quella santa donna di Renée. Ella, madre di un adorabile pargolo, si starà ormai chiedendo se sia peggio cambiare pannolini o correggere racconti di amiche a cui non basta più parlare all'Italia, ma vogliono coinvolgere l'Europa, il Mondo, il Sistema Solare, la galassia.
Pancrazia, verso l'infinito e oltre!

Volare o cadere con stile? Inutili sottigliezze.
Prossimo obiettivo: scrivere un racconto direttamente in inglese.
Stay tuned!
Io ho un nipote. Ha cinque anni. E lo invidio moltissimo.
Non gli invidio i grandi occhi neri, la leggerezza dell'età o l'innato carisma.
No. Gli invidio i nonni.
Io non ne ho più, ormai da molti anni. In realtà la vita è stata generosa con me. Me ne ha regalati addirittura cinque. Non mi sono fatta mancare nulla, ho avuto la nonna bisbetica e quella rudemente accogliente, il nonno protettivo e quello mitologico. Ho avuto perfino il nonno putativo.
Ma ho sempre avuto anche una marea di cugini con cui spartire questo tesoro. Che sia chiaro, i cugini sono un altro bel regalo dell'esistenza a cui non potrei mai rinunciare. Ma a PrincipeV invidio l'amore assoluto e incondizionato di cui gode grazie allo status di piccolo unico nipote.
Lui ama i suoi nonni, che poi sarebbero i miei genitori, e loro amano lui con uno struggente slancio.

Ogni tanto li guardo e mi auguro che lui non li dimentichi mai. Che ricordi quei momenti. Ricordi quel calore. Perché sono doni preziosi che ci si porta dietro anche da grandi. Anche quando si va per i 40, ma i nonni ancora ci mancano.
Io ricordo le confidenze di mia nonna Maria, che mi raccontò di un cuore infranto e una gioventù vanitosa.
Ricordo il carattere da leonessa di nonna Rosa quel giorno che tornai in lacrime dal liceo. Ricordo il suo desiderio di strozzare i professori e la mia sorpresa di saperla sempre al mio fianco, anche quando avevo torto.
Ricordo nonno Francesco che, seppur anziano e malato, era in grado di rammentare perfettamente quanto tempo avessi fatto passare dall'ultima volta che ero andata a fargli visita. Un bonario cazziatone che dava il senso di quanto lui, immerso in una folla di nipoti, ci distinguesse e amasse tutti.
Ricordo i mille colori che, da piccola, davo alla personalità di mio nonno Andrea. Morto giovane, ancora prima che i miei genitori si sposassero, e quindi disponibile ad ogni mia libera e fantasiosa interpretazione.
Ricordo il niente affatto scontato amore di nonno Herbert, la sua generosità, la sua accoglienza, il suo sonno improvviso ed eterno su una panchina, all'ombra dei tigli.

I nonni sono il mio punto debole. Lo confesso.
E così sabato 24, lo spettacolo del duo Popoff mi ha colpita dritta al cuore.
Loro sono una coppia, sul palco e no. Lei è un'attrice che ama cantare. Lui un musicista che ama lei. Gli occhi non tradiscono.
Per la rassegna Palco Oscenico hanno portato uno spettacolo ancora in divenire. Hanno portato un pancione e tante piante. Hanno portato la storia di una bambina che diventa donna. Una bambina accompagnata dal mistero della vita e della nascita, "Sono nata da un fiore, con l'aiuto di un'ape, vestita da un ragno". Accompagnata dall'amore di un nonno che è il più dolce dei fidanzati. Accompagnata dalla rassicurante presenza di una nonna e delle sue rose.

E sabato sono state cornicette, canti, boccioli. E sono stati amori, dolori e percorsi. E sono state tutte queste cose e anche di più. In un testo semplice ma genuino. Capace di evocare balconi assolati, vestaglie fiorate, vecchi telefoni e profumi di casa, di famiglia, di vita.

Il duo Popoff ha tanti progetti, tra cui il più grande vedrà la luce fra pochissimo, ma mi auguro di cuore che questo testo non venga messo da parte, ma arricchito e migliorato come merita. Curato come una pianta. Curato come l'amore. Perché: "Non siamo stati cacciati dal paradiso terrestre. Non ce ne siamo mai andati".

N.d.A.: i virgolettati sono tratti direttamente da "La grammatica dei fiori" del duo Popoff.
Io ho mangiato un hamburger buonissimo. Di corsa, con le mani gelate e la Gran Madre che occhieggiava invidiosa. Sono scesa ai Murazzi ed entrata al Magazzino sul Po. Ho assistito a una serata di CaleidoScoppio. Ne ho scritto fitto fitto su un'agenda.
E poi, alla fine, sono salita sul palco e ho letto la mia Cronaca davanti a tutti. Un microfono e due djembe a farmi compagnia.

Vi siete persi quest'esperimento di instant blogging? Non c'è problema. Ecco a voi il testo originale, rigorosamente NON riveduto e NON corretto.

Buonasera, vi spiego com'è andata, perché mi trovo qui.
Ho ricevuto l'invito su Facebook, l'idea della serata mi è piaciuta, e quindi ho condiviso, ho "piacciato", ho cliccato "parteciperò". Ho fatto tutte quelle cose che si fanno in questi momenti. Sono stata leggera e inconsapevole.
Poi, una settimana fa, Esther mi ha contattata.
"Allora che fai? Sali sul palco?"
"Eh? No, sul palco no! Io detesto parlare in pubblico"
Voi non potete capire, mi viene l'ansia, le palpitazioni, la voce da gallina isterica. Faccio cose patetiche, tipo mettermi una minigonna inguinale per distrarre il pubblico con lo stacco di coscia. Perdo l'etica e la morale.
"Sul palco no, non esiste!" dico.
"Dai! Ti esibisci alla fine. Fai la cronaca della serata: instant blogging"
"Instant che? No, guarda, ci penso, eh..."
Ci ho pensato. Ed eccomi qui. Voce isterica e patetico stacco di coscia compresi.
Eccomi qui a fare la cronaca della serata. La mia cronaca. Della mia serata. Dal mio esclusivo punto di vista. 
Arrivo alle 20-20:30 e mi ritrovo subito meravigliosamente a disagio. La gente prova, suona, qua è pieno di artisti. Io sono una blogger. Una che scrive su internet. Una poveraccia. Farò una figura pessima.
Quindi, per sopravvivere, decido di entrare nel mood "vabbè tanto non mi conosce nessuno". Esattamente cinque secondi dopo entra Noemi Cuffia. Lei è blogger ma anche una scrittrice coi controcazzi. Ah, dimenticavo, lei mi conosce. Ecco. Ciao Noemi! 
La serata comincia: si festeggia il primo compleanno del CaleidoScoppio, un "mix di arti diverse", come dicono i presentatori. Pittura, video, musica, fotografia, cabaret. Tutto assieme.
Parte  l'appello. Chiamano Sciencol. Nessuno alza la mano. Chi è? Dov'è? Assente? Ah no, sono io: J-a-n-e C-o-l-e. Le soddisfazioni cominciano a mazzi!
 
Finalmente si parte. Con Na Na, la zia di CaleidoScoppio. Una gran testa di capelli che già, solo per questo, si guadagna tutta la mia sfacciata simpatia. Lei fa gli auguri, gli auguri "al contrario".
Poi si canta e si suona. L'atmosfera è rilassata. Mi tranquillizzo. Un po', non troppo. 
Intanto, in giro per il locale, si disegna, vignetta e graffita. 
Sul palco si sonetta e filosofeggia. Ci si rilassa: "non bisogna essere i migliori".
Il poeta-filosofo poeteggia ed è bravo, bravo assai.
Finisce lui, si passa a uova e galline, e poi si torna alla musica. Giovanissima e con una gran voce.
Il tempo passa, arriva l'"amico palazzo" e capelli di bacca. Arrivano fantastici microracconti. La follia delle parole e dell'immaginazione. Il potere del 'tutto è possibile'. Ecco, questo è proprio l'ambiente mio: la scrittura e la follia. Quasi quasi mi commuovo e, invece no, rido, rido tanto.
Smetto di ridere e arrivano due ragazze che lo stacco di coscia ce l'hanno sul serio. Musica d'altri tempi e danza d'altri luoghi. 
Intanto, in giro per il locale, c'è chi chiacchiera, chi si conosce, chi prova a dipingere e chi lo fa sul serio, ma con le spezie. 
Sul palco si litiga con l'amplificatore, si combatte e poi si vince. Ed è musica ed è poesia. Con o senza titolo. Non importa.
Poi è poesia ed è musica.
Si passa da Frank Sinatra in gonnella a Massimo Pica e il cinema. Secondo lui. Secondo lui e il suo amico esperto di film iraniani, pecore e pastorelli.
Dopo è il turno della padrona di casa, Esther Nevola, e delle sue parole e delle sue emozioni. Che sono sue e di tutti.
Ed ancora musica e immagini.
Papere, cacciatori e momenti di commovente comicità.
Musica, Fabio Bosco, Baudelaire e djembe: l'accostamento che non ti aspetti. 
Intanto, in giro per il locale, c'è chi mangia una pizza e chi scrive una cronaca. Io.

Tornano i resoconti di Pancrazia, single dopo i 35. Post sciocchini e cronologicamente disordinati che dicono tutto ma non raccontano niente.

A un certo punto capita. Capita che tu ti rimetta in gioco ma che lui tergiversi.
Capita. E tu, in uno sfoggio di sorprendente maturità, ti dai un'unica e inequivocabile risposta: "Evidentemente non gli piaccio". Ti dai una risposta, cerchi di fartene una ragione, e provi ad andare avanti con la tua vita utilizzando la tecnica, un po' meno matura, della totale rimozione del problema.

Ecco, tu vorresti fare così, ma i tuoi amici no. Loro di risposte non ne hanno una sola. Ne hanno millemilioni. E vogliono condividerle con te fino allo sfinimento, se non loro, almeno tuo.

"Il problema è che gli piaci troppo, ha paura d'impegnarsi, perché sa che con te finirebbe col lasciarsi andare completamente" dice la candida M, cavalcando il suo unicorno glitterato, circondata da folletti giocosi, e diretta verso il villaggio dei Puffi.
"Secondo me è gay" risolve con ingegneristica precisione A.
"E' colpa tua: sei troppo criptica! Quel poveraccio neanche l'avrà capito di piacerti. Avrà paura che, se ci prova, prima lo denunci e poi lo prendi a mazzate" teorizza F, specializzato nella nobile arte dell'avvocato del diavolo altrui.
"E' gayyy" insiste A.
"Magari è solo un poco timido" ipotizza G che, da quando si è fidanzato, ha subito l'orrida muta da uomo equilibrato a molesto orsetto del cuore.
"Gayyyyy!!!" s'innervosisce A, esasperato dall'antico teorema che vede quelli che hanno il pane essere incredibilmente sprovvisti di denti.

Ma, in tutto questo folle vociare, arriva lei. L'amica S che, con un'invidiabile capacità di sintesi, sentenzia: "E' solo uno stronzo."
E che puoi rispondere di fronte a tanta illuminata saggezza?
Nulla. Non valgono i "ma" i "forse" o gli "eppure". Se lo difendi ti senti patetica. Ma se lo attacchi pure di più. Quindi ti arrendi, annuisci e pensi che, in fondo in fondo, avresti preferito avesse avuto ragione A.
Anche perché: quanti post ci avresti potuto scrivere sopra?
Il blog ci avrebbe campato un anno!
Invece no! Il destino non vuole fare di te una blogger famosa, ma la protagonista, la coprotagonista, il personaggio secondario, e la comparsa della peggio commedia americana.
Certe cose, o le si fanno per bene, o non le si fanno proprio.
Giovedì ho fatto la Radio!

Il socio ed io ci siamo recati agli studi della web Radio Nuclear (Tv). E, insieme a un nutrito gruppo di artisti/amici, abbiamo chiacchierato e riso davanti ai microfoni.

La sera stessa, tornata a casa, ho visto il podcast della trasmissione e ho scoperto due cose: una bella e una brutta.
Quale volete sapere prima?
Decido io: comincio con la bella. Il raffreddore ha avuto il merito di abbassarmi di molto la voce. In radio non sembravo affatto una gallina strozzata, eventualità che davo praticamente per scontata, ma quasi una donna con voce da femmina,
Di contro, la webcam che ci ha filmato ingrassava. Giusto un poco, mica tanto. Regalava quei 10 meravigliosi maldistribuiti kg in più, come neanche un week end sequestrata dentro una pasticceria. Io ho preso la scoperta col mio noto aplomb. E mi sono state sufficienti 48 ore di rassicurazioni da parte di amici, conoscenti, parenti e psicoanalisti, per decidere di non seppellirmi dentro un confortevole e poco fasciante scafandro da palombaro. Insomma, tuttapposto!

Quest'esperienza ha, quindi, confermato ciò che già sapevo: io sono nata per la Radio!
Ma per la tv no, per la tv proprio per niente.
L'8 gennaio scorso dovevo trovare il modo per passare una serata che mi distraesse dall'imminente sopraggiungere della mezzanotte e, con questa, del mio genetliaco.

Le possibilità erano:
  • Collegarmi con la mia "cumpa" di complottisti per dimostrare la causa delle scie chimiche, rivelare al mondo l'inutilità dei vaccini, diffondere in rete le prove del falso sbarco sulla Luna, curare l'ebola con la tisana di finocchio, e superare l'ultimo livello di Candy Crush Saga.
  • Accodarmi a un gruppo di ecoterroristi per un'azione dimostrativa in Egitto. Tracciare un messaggio di speranza e salvezza per il nostro pianeta e la genuina musica pop di una volta: l'intero testo di "We are the world" trascritto con l'uniposca fucsia sulla facciata ovest della piramide di Cheope.
  • Imbucarmi alla prima serata torinese di Kotiomkin live.
Che ci crediate o meno, ho scelto la terza opzione. Ho scelto la satira dal vivo.
In fondo a Candy Crush sono una pippa e l'inchiostro indelebile macchia le mani.


Voi sapete cos'è Kotiomkin?
E' una pagina di satira nata un paio di anni fa. Un collettivo di circa 700 burloni sparsi per tutta Italia.
Scrivono battute a raffica, le scremano e poi le diffondono in rete. Secondo me delle volte dovrebbero scremarle meglio. Ma tutto è perfettibile e io sono parecchio scassam... rompic.... Esigente. Sono parecchio esigente.

Destino vuole che io conosca più d'uno di questi fenomeni dallo spirito salace, e quindi che non abbia potuto esimermi dall'andare a vedere la prima di questo show.

Una serata a base di battute storiche, battute recitate, battute in diretta dalla rete. Queste ultime un poco sotto tono a dire il vero. Che i migliori elementi di Kotiomkin fossero già tutti presenti sotto la Mole?
Una serata di sketch e monologhi. Perone e Gorno i miei preferiti.
Una serata con collegamenti. Molti riusciti, altri meno. Da dimenticare quello al finto collettivo Cinque Stelle. Da incorniciare quelli brevissimi ma esilaranti con Morandazzo, il maggior esperto mondiale di cinema.
Una serata con i disturbatori ai lati del palco e i disturbati a presentare. Menzione speciale alla bionda debuttante Julia Campa. E pure al mio personale oggetto del desiderio: il suo boa di struzzo.

Tante risate, tanta carne al fuoco e uno show che è scivolato via velocissimo.
Un esperimento migliorabile, soprattutto dal punto di vista tecnico, ma ricco di ottimi spunti.

Vi consiglio, quindi, sia il reading del 22 sia il secondo Kotiomkin Live del 5 febbraio.
Tutti e due alle 21:30.
Tutti e due al Colors Club in via Sacchi 63.

Ci si vede lì.
Io sarò la riccia che tenta di fregare il boa alla Campa.
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