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Negli ultimi giorni su twitter si è molto parlato dei grandi classici della letteratura. Ma soprattutto dell'effetto deleterio della lettura scolastica coercitiva.

Io, al riguardo, mi sento una felice e fortunata eccezione. Eccezione dovuta a insegnanti colti ed appassionati che hanno saputo trasmettermi l'amore per molti autori e per le loro opere.

Fin dalle elementari, la mia distratta ma propositiva maestra mi condusse lungo le strade magiche ed esotiche delle imprese omeriche, per poi farmi passeggiare all'interno dei paesaggi nostrani del Manzoni.

Il professore del triennio liceale, uomo freddo e scostante ma portatore di un bagaglio culturale impressionante, mi guidò tra le parole dure e intense dei "Malavoglia", e tra le pagine struggenti di "Con gli occhi chiusi".

La sottile e brevilinea insegnante d'inglese mi svelò le meraviglie della letteratura d'oltre Manica: da Jane Austen alle sorelle Brontë, da Shakespeare a Conrad.

Ma, tra tutti, ricordo con particolare affetto soprattutto la mia professoressa di prima superiore. Piemontesissima signora dall'età indefinita e l'eleganza innata. Portava collane di lapislazzuli, non si era mai sposata, ed il suo sguardo tradiva una fame di vita che, soddisfatta o meno, le faceva brillare gli occhi intelligenti e vispi.
Ella cercò d'insegnarci, tra le altre cose, l'importanza della curiosità e l'amore per Sciascia.
Durante l'anno scolastico ci fece leggere tutte le opere principali dell'autore siciliano. Ad ogni titolo seguivano schede di lettura e discussioni libere in classe. Io leggevo e godevo, ma ci fu anche chi, inevitabilmente, scelse di percorrere l'ingannevole strada dei bignami e delle versioni cinematografiche.
Fu per questo motivo che un giorno l'insegnante, niente affatto ingenua, decise di assestarci un astuto tiro mancino. Un tema da svolgere in classe. A sorpresa. Un'unica traccia. "Il giorno della civetta".

"L'avete letto, vero?", ci chiese con un lampo luciferino negli occhi.
Ci mettemmo tutti al lavoro, alcuni più sereni di altri, fino a quando non ebbe inizio la rappresentazione del secolo.
LAmicaMeri, che a quei tempi non era ancora LAmicaMeri ma solo la spilungona seduta in fondo all'aula, iniziò a contorcersi lamentando crampi addominali, sudori freddi, cefalea, broncospasmo, angina, delirium tremens, un inizio d'infarto e un sospetto di peste bubbonica.

Tutti la guardavamo perplessi. Tutti inclusi la professoressa.
Ma lei continuava a lamentarsi.
Tutti sospettavamo la truffa. Tutti inclusi la professoressa.
Ma lei continuava a contorcersi.
Tutti ammiravamo la sua spregiudicata faccia di tolla. Tutti. Probabilmente anche la professoressa.
E al fine LAmicaMeri ne uscì vittoriosa.

Nessuno le credette. Neanche la professoressa.
Ma una scena da melodramma simile meritò assoluzione immediata e stima sempiterna da parte di tutti.

E, inoltre, mi regalò il privilegio di poter ritirare periodicamente fuori questa storia solo per il piacere di sbertucciare un po' quella pazza dell'amica mia.
(Articolo sponsorizzato... da me)

Il piacere di sentire una storia è paragonabile solo al piacere di raccontarla.
Il piacere di ricevere un regalo è paragonabile solo al piacere di farlo.

Scrivere favole. Illustrare fiabe. Inventare i personaggi e poi dare loro un corpo. Ispirarsi a persone che si conoscono, fare diventare il proprio nipote un cavaliere, o la perfida vicina di casa una strega cattivissima destinata a soccombere.

Vi piacerebbe essere i protagonisti di una storia? A me sì. E forse anche a molti altri.

Zia Pancrazia con la capoccia piena di ricci, progetti e idee sempre nuove, ha deciso di cimentarsi nel mestiere più bello del mondo: l'inventrice di storie, l'artigiana dei piccoli sogni.
Una favola per un bambino.
Un racconto per un amico.
Epiche avventure o teneri amori.
Grandi o piccini. Seri o faceti. Le possibilità sono infinite e strabilianti.

Nel caso abbiate voglia di regalare una fiaba ad un bimbo che amate o un racconto speciale a qualcuno a cui tenete, l'indirizzo a cui rivolgersi è sempre lo stesso janecole@live.it

Voi mi darete il protagonista e tutte le indicazioni necessarie.
Io ne farò una storia illustrata, rilegata, e pronta per diventare un regalo davvero unico.

Vi piace l'idea? Se sì, spargete la voce.
Una giornata afosa. La camicia a quadretti appiccicata alla pelle. Il fondo dei pantaloni irrigidito da acqua, sale e sabbia. E i sandali, i sandali tenuti su con il nastro adesivo, che spernacchiano ciaf ciaf ciaf ad ogni passo.

Franco si toglie la macchina fotografica dal collo. La radio canta "Vamos a la playa", mentre lui svuota la borsa piena di rullini sul bancone della camera oscura.

Un buon giorno, è stato davvero un buon giorno. Finalmente le ha trovate. Erano ai bagni "Da Lillo", abbracciate sul bagnasciuga. Le stava cercando da tempo. Italiane, scure, con teste piene di ricci.

A Lei piacciono i ricci. Le piaceranno tanto. Anche a lui piacciono i ricci.

Non sono madre e figlia. Ma sorelle. Lei non ci farà caso. Lei non vorrà farci caso. Non le importa. E neanche a lui importa.

Anna e la piccola Elisa. Le ha trovate.

Franco prende l'ultimo rullino e sviluppa le foto. Cerca di fare il lavoro con calma. Una famiglia di tedeschi tutti grassi come porci. Ripete con cura gli stessi gesti. Un bambino che piange terrorizzato dall'acqua. Le mani gli tremano dall'agitazione. Una coppia di fidanzati. Li osserva un secondo di più, sembrano felici, quel bruciore all'altezza del cuore si fa sentire. Gastrite.
E poi eccole. La piccola con quel broncio che la rende più vera. La grande con i capelli scompigliati davanti al volto, e la promessa di una bellezza pronta a sbocciare.
A lui piacerebbe una donna così. A lui sarebbe piaciuta una donna così. Anche a Lei piacerà.

Aspetta che la foto si asciughi, poi sale le scale ed entra nell'appartamento semibuio sopra al negozio.

Lei è seduta sulla poltrona. Immobile. Nella stanza c'è puzza di chiuso, medicine e piscio.
"Le hai portate?", gli chiede allungando le mani come artigli e strizzando gli occhi quasi vuoti.
La stessa domanda. Sempre la stessa domanda.
"No, mamma, te l'ho detto tante volte. Anna lavora tutto il giorno e questo non è un ambiente sano per la piccola."
"Hai ragione, meglio che non vengano qui. Ma quando mi riprenderò mi farò bella. Bella e pulita. E andremo tutti a pranzo assieme. Come una famiglia vera."
"Sì, mamma, quando starai meglio", dice Franco pensando agli ultimi dieci anni.
La malattia, la depressione, la follia della madre.
La malattia, la depressione, la follia ormai diventate anche sue.

All'inizio aveva cercato di trattenerla, di sorreggerla, ma alla fine è stata Lei la più forte. Lei a trascinarlo nel baratro. Succhiando via ogni respiro, ogni attimo, ogni speranza.
Attaccati entrambi all'inganno di una vita immaginaria.

"Oggi però ho un regalo. Una loro foto."
Lei, attrice consapevole di una recita tragica, allunga le mani e afferra il loro ultimo feticcio, la loro ultima menzogna.
"Come sono belle. Un giorno staremo tutti assieme."
"Un giorno", ripete lui sedendole accanto. Al buio.

...ma un miniracconto.

Una sciocchezza nata lo scorso inverno da un gioco sul blog di Ferruccio Gianola.

Le regole da seguire erano due:
  1. Scrivere delle storie di non più di 600 battute 
  2. Fare in modo che, tra le iniziali delle parole del componimento, fosse possibile leggere il nome di uno scrittore a scelta. 
Non ci avete capito niente? Sì, in effetti, la mia spiegazione è una mezza schifezza.
Leggendo il miniracconto vi sarà tutto più chiaro.  Spero.

                                       La Signorina Nina e l'Elefante fucsia

La Signorina Nina, tutta rughe e ricordi, una sera Trovò un Elefante Fucsia dentro l’Armadio.
Il pachiderma era alto quanto un Nano da giardino, sulla capoccia portava un cilindro, all’occhio destro un monocolo, e nel panciotto un Orologio d’oro.

Ella non ebbe dubbio alcuno: quello doveva essere lo spirito del Barone di Saltafosso, antico amore Epistolare, tornato per tenerle un poco di compagnia.

La signorina Nina lo fece accomodare sul sofà, gli offrì delle Noccioline, e versò un bel bicchierone di Cognac anche a lui.

Cin cin fece il cristallo: “A voi, mia adorata”, barrì Il Barone.


(L'autore fonte d'ispirazione è STEFANO BENNI)
Carissimo F,

c'incontrammo per la prima volta quando ero ancora una ragazzina.
Io ero così inesperta. Tu, invece, un uomo fatto e finito.
A quei tempi la mia vita era semplice e noiosa, la tua invece così complicata e densa di eventi. Fu impossibile resisterti.

Dai nostri numerosi incontri imparai molto.
Le tue parole mi stregarono, il tuo mondo mi sedusse, e persino la tua affascinante consorte seppe guadagnarsi un posto nel mio cuore e nelle mie fantasie.

Poco tempo fa, però, ho deciso di chiedere di più al nostro rapporto. Ho scelto di ascoltare la tua vera voce, di leggere le tue vere parole. Ho desiderato farti mio attraverso gli aggettivi, i verbi, e le mille declinazioni del linguaggio che tu stesso avevi scelto. Tu e nessun altro. E questo è stato il mio errore.

Prima di farlo con te l'avevo già fatto con altri, e l'esperienza mi aveva inebriata. Mentre tra di noi, inspiegabilmente, qualcosa non ha funzionato.

Per mesi ho cercato di negare l'evidenza, ma ormai è necessario guardare in faccia la realtà. Il tuo potere seduttivo non è più così forte. I miei sentimenti non sono più così assoluti. L'incantesimo si è rotto. E il nostro sogno condiviso si è infranto contro l'insopportabile verbosità della versione originale di "Tender is the night".

Te lo giuro, questa cosa fa più male a me che a te. Chi mi conosce sa quanto io detesti lasciare un libro a metà, e quanto mi costi questa decisione. Ma, mio amato Francis, dobbiamo farlo, è la scelta migliore per tutti e due. Prendiamoci una pausa riflessione.

Forse il futuro ci vedrà nuovamente amanti, per ora è meglio finirla qua.

Rimarrai per sempre nel mio cuore,
tua Jane Pancrazia.

La città chiuse loro le porte in faccia, e i 33 figuri rimasero in un sol colpo senza dimora e senza ragion d'essere.
In Italia il 70% dei ginecologi è obiettore di coscienza. Si rifiuta di praticare l'aborto.
Perché? Sono stati tutti illuminati sulla via di Damasco? Ma quando mai!
Semplicemente in Italia fare determinate scelte aiuta la carriera. Comportarsi in un determinato modo negli ospedali pubblici spalanca le porte dei primariati. Svolgere determinate pratiche nelle cliniche private riempie i portafogli e salva le apparenze.

Poco importa che le donne di fronte ad una delle decisioni più difficili della propria vita si ritrovino sole.
Poco importa che in questo paese viga una legge al riguardo. 

Non conosco nessun ginecologo che ami praticare un aborto. Non è mai un intervento piacevole ma c'è comunque chi lo fa. Quel 30% di professionisti non ha più pelo sullo stomaco rispetto agli altri, ma semplicemente maggiore consapevolezza dei propri doveri. Quel 30% di professionisti sceglie di prendere sulle proprie spalle il peso di un lavoro ingrato. Perché i pazienti non devono essere lasciati da soli. Mai.

E allora, giovani medici in cerca di una specialità, è a voi che parlo.
Non volete praticare aborti?
Non ve la sentite?
La vostra religione non lo permette?
O temete che farlo ostacolerebbe la vostra carriera e, dopo tutti questi anni di studio, chi se ne fotte di ste ragazzine che non hanno ancora imparato a tenere le gambe strette?  O di ste donne che semplicemente non se la sentono? Chi se ne fotte? Non sarà mica un problema vostro, no?
Giusto. Non deve essere necessariamente un problema vostro.

Quindi: fate altro.
Fate i pediatri, i neurologi, i cardiologi, gli anatomopatologi, i medici legali, gli oftalmologi, gli ortopedici, fate quello che vi pare. Ma non i ginecologi. Fate un favore alla società e un servizio al camice che portate. Ridate dignità a un mestiere che meriterebbe più rispetto da parte di tutti, e in primo luogo da parte di chi lo pratica.
I ginecologi devono, nel caso sia necessario, praticare aborti.

Chi ha paura dei pazzi non fa lo psichiatra.
Chi ha paura del sangue non fa il chirurgo.
Voi siete obiettori di coscienza? Non fate i ginecologi.
Avete scelto comunque di fare i ginecologi? E allora fate il vostro dovere.
E risparmiateci le lezioni di morale, siete gli ultimi a poterle dare.
Devo ammettere che ultimamente faccio un poco fatica a stare dietro a tutto. Ed i primi a cadere vittima di questa mia mancanza sono stati gli amici di blog. Purtroppo in questo periodo leggo di meno e soprattutto commento di meno. Nonostante ciò, immeritatamente, lettori, vicini e blogger continuano a darmi grandi soddisfazioni.

Avete presente il misterioso lettore norvegese? Ecco, nel caso non abbiate ancora visto i commenti del post precedente, ve lo scrivo anche qua. Il lettore, o meglio, la lettrice si è palesata così:
Faccio outing? Faccio outing. Dopo un post dedicato (o almeno credo), non posso fare altro che. Tadan! Landslide, italiana trasferita in Norvegia (per lavoro ;)), piacere. Leggo i tuoi post su Berlino perchè adoro la Germania (il mio ragazzo è tedesco, d'altronde) e perchè è tutta colpa dell'Erasmus passato in questo freddo stupendo paese, se io poi sono tornata qui. Alcuni dei tuoi pezzi avrei potuto scriverli uguali, solo con l'aggiunta del maglione di lana che punge ;) ...forse però preferivi restare nel dubbio e immaginarti il belloccio biondo? Nel caso, scusami. Buona settimana, credo continuerai a trovare il lettore norvegese nelle statistiche, se non ti spiace ;)
Non è stupendo? Io sono felice come una pasqua: con l'afa di questi giorni ci voleva prorio un po' di sano vento freddo del Nord!
Che tu sia la benvenuta cara Landslide!

Qualche settimana fa, invece, a farmi una bella sorpresa c'ha pensato Fata di Zucchero, una blogger pasticciera il cui talento farebbe impallidire persino Buddy Valastro, il boss delle torte. Questa creativa veneziana, dopo avermi seguito quatta quatta in silenzio per chissà quanto tempo, si è presentata via email recando un dono, o meglio, un premio. Quello di Blog affidabile. E scusate se è poco!
Io, portando in trionfo l'ambito vessillo, lo offro a tutti i presenti nel mio blogroll, Fata di Zucchero compresa.

Ed infine, sabato ho avuto l'onore d'incontrare ZetaElle. Come chi? Spiessli!
Sì, insomma lei, la governante del Conte.
E, tra l'altro, grazie a lei, ho potuto conoscere un nuovo blogger e un nuovo blog: Juhan de "Al Tamburo Riparato". E, persino, parlare al telefono con Lucia, il mio mito personale.

Abbiamo trascorso molte ore assieme chiacchierando, conoscendoci e mangiando la fassona. Quando due buone forchette s'incontrano, pure se una delle due è a dieta, non può che scattare un immediato feeling.

Questo blog e questo mondo, anche se li trascuro, non smettono mai di regalarmi soddisfazioni e incontri importanti.

Grazie a tutti.
Tutti i blogger lo fanno.
Magari di nascosto ma lo fanno.
È più forte di loro.
È più forte di noi.

Noi blogger guardiamo le statistiche.
E qual è la parte più interessante delle statistiche di un blog?
No, sbagliato. Non le chiavi di ricerca dei maniaci sgrammaticati.
Ok. Forse avete ragione voi. Rettifico.
E qual è la parte più interessante delle statistiche di un blog, dopo le chiavi di ricerca dei maniaci sgrammaticati?
Sì, esatto. I luoghi di provenienza dei visitatori.

Avere un blog in italiano riduce molto il bacino dei lettori e la varietà delle nazioni. Ma ogni tanto, comunque, possono esserci piacevoli sorprese. Capita a tutti di ricevere visite da qualche posto esotico.
Io, ad esempio, ne posso vantare una dalle Isole Tonga. Ve lo giuro, l'ho vista con i miei occhi! Ovviamente non era un lettore vero ma uno sperduto navigatore della rete finito da queste parti per sbaglio e che, infatti, da queste parti non è più tornato.
Poi, però, ho dalla mia i blogger italiani sparsi in giro per l'Europa. Li considero miei amici speciali che ogni tanto vengono a leggermi dall'Olanda, dalla Germania, dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dalla Svizzera.
Come se non bastasse nella mia scuderia posso esibire anche l'ex teutonico trasferitosi in Texas. E infatti, guarda caso, da quando lui ha scoperto che ho un blog (anzi due) le visite dagli Stati Uniti sono diventate praticamente giornaliere. Hallo, mein suesser!

Da un po' di tempo a questa parte però si sta verificando un fenomeno assai curioso. Sia su queste pagine, sia su quelle di "Pancrazia in Berlin" vengono a leggermi quasi quotidianamente dalla Norvegia.
Io non conosco nessuno in Norvegia. Io non sono mai stata in Norvegia. Io, però, la Norvegia l'ho sempre considerata un paese affascinante, misterioso e anche un poco magico.

M'immagino questo lettore o lettrice italiano finito all'estremo nord per lavoro, per studio o per amore. M'immagino lui o lei avvolto in un bel maglioncino dalla lana che punge. Me lo immagino ridere davanti alle mie avventure berlinesi, oppure chiedersi di quale sostanza stupefacente io faccia uso di fronte all'ennesimo microracconto.

Immagino e penso. Penso che il potere della scrittura sia questo: arrivare alle persone.
E che la bellezza di un blog stia nel lanciare mille messaggi in bottiglia aspettando che qualcuno, a Torino o sopra un fiordo norvegese, ne raccolga uno e ne faccia proprio il contenuto.
Il gatto saltò dal tavolo e trascinò con sé la penna.
I libri d'inglese tacquero dell'incidente.
I peluche dormono uno sull'altro in un monte d'infiammabile tenerezza ed altamente tossico amore.
Sopra di loro si rotolano i due, strofinando gambe di gomma, seni di plastica e sorrisi sempre uguali.


"Un racconto per regalare un sorriso" è un concorso. Ma un concorso molto speciale.
"Noi per Voi per il Meyer Onlus" è un'associazione. Ma un'associazione molto speciale.
Dal 1988 un gruppo di genitori si è unito contro le leucemie e i tumori infantili. Per promuovere e sostenere la ricerca, migliorare le cure ai piccoli pazienti, ed assistere le famiglie di questi ultimi.

Ora chiunque di noi può offrire il proprio contributo semplicemente scrivendo un breve racconto. Una storia in cui i protagonisti siano Ugo e Tea, un bimbo ed una gattina, mascotte ufficiali dell'associazione. 

C'è tempo fino al 21 giugno, poi verrano selezionati i 12 vincitori, le cui opere costituiranno la raccolta "Le storie di Ugo e Tea". Un libro illustrato accompagnato da un cd, in cui  le storie verranno lette dalla voce di vari personaggi dello spettacolo che hanno scelto di aderire all'iniziativa.
Il ricavato della vendita di questa bella prova di creatività e collaborazione verrà devoluto per intero a "Noi per voi".

Non vi è già venuta voglia di lanciarvi nell'impresa? A me sì!
Diamoci da fare, scriviamo e spargiamo la voce. Questo concorso 2.0 ha bisogno della partecipazione di tutti.
Sì, anche della tua!

Link:
Pagina ufficiale del concorso
La soria ufficiale di Ugo e Tea 
"Derriere la Gare Saint-Lazare" Cartier-Bresson
Paul osservava l'uomo che correva sull'acqua.
La madre e il parroco gli avevano raccontato spesso di Gesù. Ma Gesù non correva, camminava.
Quel signore invece correva, correva proprio. Correva veloce sopra la grande pozzanghera.

Nei giorni precedenti aveva piovuto tanto e di fronte al camposanto si era formato un grande pantano. Tutti ci giravano attorno, ma l'uomo col cappello no. Lui aveva preso la rincorsa e si era messo a fare grandi falcate sull'acqua. Sembrava che i suoi piedi non toccassero la superficie, sembrava che le suole delle sue scarpe neanche si bagnassero. Sembrava che si divertisse un mondo.

Paul se ne stava là, a bocca aperta, mentre la madre cercava di tirarlo via per un braccio.
"Ti sei imbambolato? Sbrigati!", gli diceva.
"L'hai visto? Quell'uomo vola sull'acqua!"
"Muoviti e non dire sciocchezze. Nessuno vola sull'acqua!"

Paul si chiedeva che fretta ci fosse. Il babbo non se ne sarebbe mica andato. E probabilmente non si sarebbe neanche stufato di aspettare. Non che avesse altra scelta, comunque. Lui stava sempre là, ogni sabato, a guardarli serio. I baffoni dritti, gli occhi stretti e quella strana espressione concentrata. "Secondo me gli scappa la cacca", pensava Paul ogni volta che guardava la foto in bianco e nero appiccicata alla lapide.

La madre ogni settimana tirava fuori un fazzoletto, lo bagnava nella fontana e poi si accucciava a terra a lucidare il marmo. Lucidava e parlava. Lucidava e mugugnava. Lucidava ed elencava con ordine tutte le disgrazie in cui li aveva lasciati il marito, quando aveva avuto la bella idea di prendersi la meningite. E pensare che lei glielo diceva sempre: "Copriti le orecchie o ti verrà un accidente!" Ma lui no, lui non le dava mai retta, lui si sentiva più furbo. Ed ecco il risultato, l'accidente gli era venuto sul serio. E ora riposava in eterno, mentre lei lavorava come una schiava. Comoda la vita e pure la morte!

Paul girava tra i viottili, prendendo a calci i sassi e sillabando i nomi dei morti.
Ad un tratto però la vide. Era bella, grande, liscia come l'olio e nera come la liquirizia. Quella era sua.
Decise di provarci. Prese la rincorsa. Uno, due e tre. Sua madre per una volta aveva avuto torto. Non era poi così difficile volare sull'acqua. E ci si divertiva un mondo.
 

Courtney è Mercoledì e ha anche il fratello Pugsley.
Courtney è una bambina con le ginocchia sbucciate e l'animo da guerriera.
Courtney è una donna che incontra gente strana e la sbertuccia senza pietà.
Courtney è la Callas ma voleva essere Patti Smith.
Courtney è un gyros avvolto in una piadina.
Courtney è una Rockstar.

E cosa fa Courtney?

Courtney attraversa fiumi con la sua magica bicicletta volante ma poi si spiaccica al suolo.
Courtney progetta case con mura solide e soffitti trasparenti.
Courtney ascolta bella musica ma legge Fabio Volo.
Courtney educa gli stolti o almeno ci prova.
Courtney ride ad occhi chiusi e bocca aperta.
Courtney mi fa ridere ad occhi chiusi e bocca aperta.

Courtney è la vincitrice del concorso "Che film è?" e questo post è il mio piccolo premio per lei.

E dove la potete trovare cotanta femmina? Qua.

Ricordate il concorso "Che film è?"
Ricordate che ebbe due vincitrici?
Ricordate che avevo promesso loro un post dedicato?

Ho deciso d'iniziare con Spiessli. Scrivere qualcosa per lei è stato molto facile. Infatti, io non ho dovuto scrivere un bel nulla. Ma mi sono limitata a lasciare questo spazio ad un amico speciale che sentiva il bisogno di sfogarsi.

Madama Spiessli,

sappiate che la mia pazienza è ormai giunta al colmo.
Da ingrata, quale siete, state mettendo a dura prova il nobile e generoso animo mio.

Non solo vi offro alloggio presso la mia dimora. Non solo vi concedo l'onore di nutrirmi. Non solo accetto che passiate ore preziose immobile in quel giaciglio o in giro oltre l'uscio, invece di dedicare tutto il vostro tempo all'essere mio e alle cure mie, come sarebbe giusto e corretto.
Ma quando, colto da improvvisa bontà, vi faccio dono di uno dei miei prestigiosi trofei di caccia Voi, invece di commuovervi per la generosità del mio gesto e la grandezza della mia magnanimità, inorridite. Sgranate gli occhi, serrate la bocca e, ogni tanto, assumete anche una curiosa sfumatura verde.

Come osate glabra bipede? Non sono disposto a tollerare ulteriormente un comportamento tanto inadeguato.
Sappiate che, se continuate così, mi costringerete a trovare una nuova e più abile governante.


Sperando che abbiate prestato orecchio alle mie parole,
vi porgo i miei nobili e felini saluti,

Il Conte. 

Il premio è stato ispirato da questo post.
Ladies ad gentlemen,

con il mio abito da sera tutto paiettato, le scarpine di cristallo tacco 12, ed un sobrio trucco e parrucco alla Moira Orfei, salgo sul palco per annunciare il vincitore del concorso "Che film è?"

La risposta esatta all'arduo quesito era...
(RULLO DI TAMBURI)  
Chronicle 
(OOOOOOOOOHHHH, stupore dalla platea)

Un fim di fantascienza che, come avrete già capito, ha intrigato la sottoscritta e devastato dalla noia il mio consorte.
Io vi ho letto tutta una serie di sottotesti e significati profondi, che probabilmente non ci sono.
Ciccio ha rischiato, a più riprese, di addormentarsi.



I partecipanti al concorso sono stati quattro gatti migliaia, e tra questi in due hanno dato la risposta esatta. A questo punto, avrei potuto tirare una monetina e fare decidere alla sorte ma, nella mia infinita bontà, ho deciso di dare un doppio premio. Di scrivere un doppio post.

Quindi, annuncio...
(RULLO DI TAMBURI)
ufficialmente...
(RULLO DI TAMBURI)
che le...
(RULLO DI TAMBURI)
e che caz...
(RULLO DI TAMBURI) 
 Annuncioufficialmentechelevincitricisono 
Courtney e Spiessli!

Entrambe le sventurate fortunate saranno presto protagoniste di un post a loro dedicato.

Congratulazioni alle due vincitrici e grazie a tutti quelli che ci hanno comunque provato.
Pancrazia ama Pancrazia. Ciccio ama Ciccio. Le combinazioni possono essere infinite. Il sentimento è lo stesso.
Studenti in piazza a Cagliari. Maggio 2011
17 maggio: Giornata Internazionale contro l'Omofobia e la Transfobia.
Jane e Ciccio uscendo dal cinema.
"Parliamo un poco del film?"
"No"
"Come no?"
"No"
"Non hai commenti da fare? Non vuoi confrontare le nostre opinioni? Non vuoi estrapolare un'analisi congiunta della pellicola?"
"No. No. No."
"Ma non ti è piaciuto?"
"Assolutamente no."
"Per niente?"
"Per niente."
"Non hai apprezzato la rappresentazione del dramma dell'emarginazione? La sofferenza del perdente che rimane tale sempre e comunque? Lo struggente sentimento di protezione del cugino più grande nei confronti del più piccolo? Il pathos dello scontro finale? La rabbia contro il padre e il dolore per la perdita della madre che si fanno forza distruttiva?"
"Ma che ti hanno messo nei pop corn?"

Che film avranno mai visto Jane e Ciccio?
L'avete capito? Provate a indovinare, avete tempo fino al 17 maggio alle ore 17.
Tra chi avrà dato la risposta esatta verrà estratto un unico vincitore.
Il premio? Un post tutto dedicato al fortunato concorrente. Sì, avete letto bene, "un post dedicato". E, nel caso vi stiate chiedendo "in che senso?", sappiate che me lo sto chiedendo anch'io. Ma qualcosa mi verrà in mente.

In bocca al lupo!
Avere i capelli ricci è una missione.

Non tutte le donne se li possono permettere. Non è un caso che le permanenti chimiche siano spesso un fallimento, o che i bigodini diano risultati deludenti. Se uno i ricci non ce li ha non se li può dare. Ricce si nasce, non si diventa. E, comunque, non tutte le ricce naturali hanno la forza d’animo, lo charme e la personalità necessari per poter gestire una testa anarchica.

Avere i capelli ricci è una missione, una vocazione e, a tratti, una condanna.

Quand’ero piccola mia madre, stritolata tra il lavoro fuori casa e l’animo da casalinga disperata, per ridurre i tempi di gestione della mia criniera non faceva altro che tagliare. Tagliare senza pietà. Regalandomi un’acconciatura in bilico tra un marine e un impiegato del catasto. Regalandomi così anche un bonus per una manciata di anni di analisi.
“Ma che bel bambino!”, dicevano al mercato. “Sono una femmina!”, ringhiavo io.
“Avete fatto anche il maschietto?”, chiedevano i lontani parenti incontrati per caso. “Sono una femmina”, urlavo io.
“Visto che hai i capelli corti ti faccio fare Don Rodrigo”, mi diceva la maestra Egle. “Va bene, ma voglio pure un cappello con la piuma”, rispondevo io cercando di ricavare qualcosa di buono dalla mia incresciosa situazione tricotica.

Di notte io non sognavo svolazzanti mini poni color pastello o vasche piene di orsetti gommosi. Io sognavo di avere i capelli lunghi. Perché quando hai una sorella molto più grande di te e molto gnocca, ti senti cozza già di tuo, senza bisogno che ogni tre per due si metta in dubbio addirittura la tua appartenenza al genere femminile.

Dovetti aspettare fino alle medie per avere carta bianca e totale controllo della mia chioma. “Mi farò crescere i capelli”, annunciai al mondo. “Cresceranno in larghezza e non in lunghezza”, sentenziò mia madre.

I miei ricci crebbero, crebbero e crebbero. Prima in larghezza. Ma poi anche in lunghezza.

I miei ricci con il tempo sono diventati medi, lunghi, lunghissimi, corti, cortissimi e poi di nuovo medi, lunghi, lunghissimi, corti e cortissimi. I miei ricci sono diventati rossi, biondi, biondissimi, neri, castani e poi di nuovo rossi, biondi, biondissimi, neri, castani. I miei ricci hanno provato spuma, gel e centinaia di tipi diversi di balsamo.
I miei ricci hanno espresso tutte le proprie potenzialità.
I miei ricci esprimono ancora tutte le proprie potenzialità.

Avere i capelli ricci è una missione.
Non tutte le donne se li possono permettere.
Io sì.
Per fare certe scoperte uno pensa di dover affidarsi a Giacobbo, Daniele Bossari oppure a Fiammetta Cicogna. Per venire a conoscenza di certi misteri della natura uno pensa di aver bisogno di una laurea in scienze naturali, un master in biologia applicata, o perlomeno un abbonamento a Focus Junior. Per poter giungere a un tale livello di scienza e conoscenza dell’essere umano e delle sue intrinseche capacità uno pensa di dover viaggiare in lungo e in largo per tutto il globo terracqueo, frequentare le tribù della Papuasia, o essere eletto vicesindaco di una comunità Inuit.

E invece no! Certe cose si finisce con l’impararle in posti, tempi e luoghi tra i più impensati.

Ad esempio, se non fosse stato per un pisolino pomeridiano, cuore a cuore con mio nipote, non avrei mai saputo che un grazioso esemplare di homino sapiens sapiens, alto 90 cm e la cui massa si aggira intorno ai 14 kg, fosse in grado di russare con la potenza e il talento di un ippopotamo adulto con le adenoidi ingrossate.

N.d.A. Passando dalle scienze alle lettere, vi segnalo che la favola “Il Cavaliere che divenne Principe”, che la maggior parte di voi già conosce, ora è disponibile anche sulle pagine di Ti racconto una Fiaba. Un sito che raccoglie racconti classici, meno classici, e piccole opere di sconosciuti. Un progetto per far sognare grandi e piccini, a cui possono partecipare tutti, proponendo anche una microfavola di soli 140 caratteri.
Nel futuro possibile, seppur improbabile, attraverserò il mare su di un traghetto. Le onde saranno alte e il vento taglierà la faccia, ma io mi stringerò nel cappotto e non avrò paura. Poi scenderò a terra calzando delle scarpe con i tacchi alti, e stringendo tra le mani una valigia con dentro tutto il mio mondo.

Nel futuro possibile, seppur improbabile, mi affitterò un bilocale a pochi soldi, attraverso chissà quali arzigogolati passaparola. Avrò una cucina piccola piccola con gli sportelli dipinti di blu e una finestra aperta verso l'orizzonte.

Nel futuro possibile, seppur improbabile, sarà appena cominciata la primavera. Il tempo sarà bizzarro e poco affidabile. Sopra i vestitini leggeri indosserò lunghe giacche di lana che mi faranno sentire protetta e al sicuro.

Nel futuro possibile, seppur improbabile, ogni tanto scenderò al porto per cenare e mi siederò ad un tavolo con la tovaglia a quadretti. Dopo qualche giorno la padrona del locale, una donna bella e in carne, occuperà il posto accanto al mio, mi racconterà la sua storia ed ascolterà la mia.

Nel futuro possibile, seppur improbabile, io sarò la straniera che scrive e ogni tanto va a trovare le tartarughe. Mi ritaglierò un ruolo, una parte, un personaggio da interpretare sul palcoscenico rivolto verso il mare.

Nel futuro possibile, seppur improbabile, un giorno da quel traghetto scenderà anche lui, mi sorriderà e dirà soltanto "Tu sei tutta matta". Con sé avrà una valigia piena di magliette e senza calzini. Perché, come al solito, li avrà dimenticati.

Un futuro possibile, seppur improbabile, è una boccata d'aria, un piccolo tesoro da custodire, un sogno da nutrire con sorrisi e non sospiri. Perché ciò funzioni è bene che questo futuro non abbia scadenze, che possa realizzarsi domani come fra dieci anni, che possa rappresentare l'inizio di una nuova vita o semplicemente una vacanza dalla vecchia.

Se c'è una cosa che mi ha sempre fatto paura è l'idea di avere tutte le risposte, di non avere più scelte da fare ma solo vie già battute da percorrere. Ed è per questo che ho bisogno del mio futuro possibile, seppur improbabile.
Chi mi ama lo sa e ci convive con la mia stessa leggerezza.
Un piccolo capolavoro.
Una vita. Un amore. In meno di due minuti.



Ho scoperto questo video grazie al blog Voglio sposare Tiziano Ferro. Consigliatissimo.
Ciccio: "Sto leggendo Un italiano in America di Beppe Severgnini"
Jane: "E com'è?"
Ciccio: "Interessante, ma Pancrazia in Berlin è molto più divertente"

Altro che banali dichiarazioni d'amore eterno, questo vale molto ma molto di più.
E' proprio vero che l'arrivo di un bambino cambia la vita.
Cambia la vita dei genitori, dei nonni e persino degli zii.
In particolare cambia la vita delle zie gelose della propria intimità.
Quelle che, per loro natura, sentono il bisogno di chiudersi in bagno a doppia mandata. Sempre, anche se sono sole in casa, anche se la porta è difettosa, anche se, così facendo, più di una volta si sono trovate a dover gestire situazioni imbarazzanti quanto sgradevoli.

Se poi, a questo cambiamento, si aggiunge la sciagura di una serratura rotta, le suddette zie possono ritrovarsi a condurre, loro malgrado, conversazioni che mai avrebbero pensato di dover condurre.

"Ziaaa, dove seiii?"
"Aspetta un attimo e arrivo, tesoro"
"Sei in bagnooo?"
"Aspetta amore, non entrare, ora esco, non entr..."
"Ciao", dice il nipote arrampicandosi sopra il bidet.
"Ciao"
"Fai la cacca?"
"Non potresti uscire un attimino, mio invadente congiunto?"
"No"
"No???"
"No. Io voglio stare con te. Sempre."

Io amo il mio piccolo stalker in erba, ma bisognerà provvedere ad aggiustare quella maledetta serratura. Al più presto. Prima di subito. Ora!
Luca pedala sulla sua bicicletta.
Veloce, sempre più veloce, mentre il paesaggio gli corre accanto. La casa di Stefano a destra, quella di Paolo sulla sinistra. Il giardinetto dei drogati, "Ehi tu, dove scappi? C'hai fretta?" "Lasciatelo in pace è solo un bambino" "Stai zitta! Dove hai messo il fuoco?"

La discarica sulla sinistra ed il cimitero delle auto sulla destra.
Le case popolari colorate. Azzurra, rosa, verde acqua, azzurra, rosa, verde acqua. "Chissà che effetto fa affacciarsi su un mondo che sembra fatto di cicche?", si chiede Luca mentre pedala, pedala, pedala.

Pedala con i polmoni che gli scoppiano ed il fianco che gli brucia. Il sinistro. La milza o il fegato? Non se lo ricorda mai. Fa sempre confusione. Se ti fa male la milza è normale. Il fegato, vuol dire che sei malato. Così gli ha spiegato la mamma. Luca non ha tempo di essere malato. Ha un appuntamento.

Finalmente la vede al fondo della strada. Giovannina è là, con la sua faccia tonda, i codini storti, gli occhiali spessi come il fondo delle bottiglie di birra del babbo, ed un sorriso tutto di metallo come quello dei robot dei cartoni.

"Ciao Giovannina!"
"Era ora, sono dieci minuti che t'aspetto."
"Ho avuto da fare. Lo sai"
"Lo so"
Giovannina lo sa. Giovannina conosce Luca dall'asilo e lo sa.
Lo sa che Ignazio Caronte, il babbo di Luca, è un ubriacone da competizione, un alcolizzato olimpionico, un cirrotico per vocazione. Quando non è svenuto sul divano, è incazzato con il mondo. In particolare con la moglie e il figlio, colpevoli di tutto: dallo scoppio della seconda guerra mondiale alla sconfitta del Milan, dalla fame nel mondo alla fine delle birre nel frigo.

Oggi ha urlato e sbavato, con gli occhi di fuori e le vene gonfie. Ha urlato perché gli erano finite le sigarette e Luca è dovuto restare nel suo angolo, senza far rumore, aspettando buono buono.
"Vammi a comprare uno stecca", gli ha detto alla fine il babbo, facendolo volare sul pianerottolo con un perfetto calcio di piatto destro.

Ignazio Caronte da giovane era mediano nella Pro Vercelli ma poi, con una caduta dal motorino, gli saltarono legamenti, sogni di gloria e pure l'appuntamento con Margherita. La figlia del farmacista con la quarta di reggiseno e la bocca a cuore.
Ora Margherita è sposata con un avvocato e Ignazio è sposato con Ginetta, che porta "la retro" e ha le labbra sottili sempre all'ingiù.

Luca ha comprato le sigarette. Le ha portate a casa. E' saltato sul sellino ed è volato via. "Dove corri cretino?" "E lascialo in pace" "Sta sempre in giro quel vagabondo coi piedi scarsi" "Fuma e non rompere!"

Luca ha ancora il fiatone quando chiede a Giovannina: "L'hai letto?"
"Sì", sorride lei, arrossendo dalla fibbia dei sandali alla punta dei codini.
"E che ne pensi? Ci stai?"
Giovannina tira fuori dalla tasca un pezzo di carta appollottolato, lo liscia bene con le mani cicciotte e poi lo passa a Luca.
Lui lo guarda. E' lo stesso biglietto che le ha lanciato di nascosto durante l'ora di geografia. E' lo stesso ma Giovannina in fondo al foglio, con l'inchiostro rosa della biro, ha aggiunto un piccolo "sì".

Luca si sente tutto scombussolato. E non è neanche tanto sicuro del perché. Ma ormai non importa. Lei si avvicina, "Posso?", chiede con un filo di voce. Lui annuisce e chiude gli occhi. Giovannina si mette in punta di piedi e gli stampa un bacio umido e appassionato. Un bacio che sa di patatine al formaggio.
Dopo un secondo Luca riapre gli occhi. Lei si stacca e, mantenendo la promessa, gli regala "Scarafoni Lorenzo, classe 1965, attaccante dell'Ascoli" e scappa via ridendo.

Lui è felice. Ha finalmente completato l'album.
E poi gli sono sempre piaciute le patatine al formaggio.
E a me viene un poco da piangere.
E lo so che le disgrazie nella vita sono altre.
E sì, so anche che il mondo è pieno di problemi ben più importanti.

Oggi è il primo d'aprile. Magari è solo uno scherzo.
La borsa sul letto. La custodia del netbook per terra. Gli stivali vicino alla cassettiera. Una vecchia agenda sul comodino. Due computer sulla microscrivania. Mille vestiti accatastati sulla sedia. La valigia ancora in attesa di essere disfatta.

Non sono disordinata. Sono creativa.
Non riesco più a commentare i vostri blog marchiati Wordpress.
Perché? Non ne ho la più pallida idea. Ma non credo dipenda dalla mia inettitudine, dato che la difficoltà è stata riscontrata da altri e in entrambi i sensi. In pratica, noi di Blogger non riusciamo a commentare su Wordpress e viceversa.
La cosa mi sta innervosendo alquanto. L'incomunicabilità fra piattaforme mi rende frustrata e triste. Vedo i miei amici al di là del fiume ma non riesco a raggiungerli.
Qualcuno mi aiuti!

Per suggerimenti, soluzioni o espressioni di solidarietà: commentate!
Nel caso vi riesca, ovviamente.
Già lo sapete. L'ho detto più di una volta. Quando in rete trovo qualche progetto, forma di creatività, tentativo di originalità, io mi emoziono e sento l'incontenibile desiderio di comunicarlo al mondo. O, quantomeno, a quel piccolo spicchio di mondo che mi legge.

Oggi voglio segnalarvi Silvia Storelli, filmmaker, vlogger e storyteller, che ha ideato e prodotto #twitscript n°1. Mix di poesia, socialmedia e video.

Il percorso seguito è stato il seguente: Silvia si è ispirata a "Contributo alla statistica", poesia dell'indimenticabile e indimenticata Wislawa Szymborska.

Su cento persone:
che ne sanno sempre più degli altri
- cinquantadue;

insicuri a ogni passo
- quasi tutti gli altri;

pronti ad aiutare,
purché la cosa non duri molto
- ben quarantanove;

buoni sempre,
perché non sanno fare altrimenti
- quattro, be’, forse cinque;

propensi ad ammirare senza invidia
- diciotto;

viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
- settantasette;

dotati per la felicità,
- al massimo poco più di venti;

innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
- di sicuro più della metà;

crudeli,
se costretti dalle circostanze
- è meglio non saperlo
neppure approssimativamente;

quelli col senno di poi
- non molti di più
di quelli col senno di prima;

che dalla vita prendono solo cose
- quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;

ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
- ottantatré
prima o poi;

degni di compassione
- novantanove;

mortali
- cento su cento.
Numero al momento invariato.

Poi sono entrati in gioco gli "abitanti" di twitter a cui è stato affidato il compito di prendere il testimone e continuare l'elenco. Partendo dalla frase "Su cento persone...", sono stati scritti molti tweet che gli stessi autori hanno letto e registrato.
Silvia ha raccolto tutte queste voci, tutti questi pensieri, e li ha uniti ad immagini da lei stessa riprese.

Ne è nato un piccolo video, dove le parole mute della rete hanno finalmente acquistato respiro, inflessione, pronuncia e corpo.
Un lavoro decisamente interessante che spero verrà riproposto anche in futuro.

"Sono proprio contenta dei miei capelli. Non trovi anche tu che oggi mi stiano benissimo?"
"Beh, insomma."
"Ciccio, vorrei ricordarti che ho in ostaggio il tuo maglione di cashemere. Potrei lavarlo a mano con amorevole cura o metterlo, per sbaglio, in lavatrice a 90°."
"Benissimo, Pancraziuccia del mio cuore, i capelli ti stanno benissimo!"
Ricordo ancora il giorno in cui la mia amica, nonché ex collega, Erika mi confidò: "Io non stiro niente. Io a casa non ho neanche il ferro."
Io la guardai e, con tutto l'affetto che provavo e provo tuttora per lei, riuscì solo a pensare: "Si vede, tesoro mio, si vede."

Ora, a distanza di qualche anno, con il lavoro che, per fortuna, si è raddoppiato. Con i nuovi progetti realizzati, da realizzare e ancora da pensare. Con la casa che ha una vita propria e una preoccupante tendenza al caos. Con il raffreddore e la sinusite che si abbattono su di me ogni tre settimane. Con le ore del giorno che, inspiegabilmente, continuano ad essere solo 24.

Ora, dicevo, le risponderei: "Tu hai capito tutto della vita!"

Ci vorrà del tempo, ma un giorno ce la farò.
Un giorno riuscirò a liberarmi da questa pesante eredità materna.
Un giorno smetterò di farmi ossessionare dalle cose da fare, e di non godere per quelle fatte.
Un giorno imparerò a gestire il mio tempo pensando a ciò che è bene per me, e non a ciò che è giusto secondo gli altri.

Mi siete tutti testimoni: un giorno non mi stirerò più le mutande!
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