Radio cole
  • Home
  • Laboratorio di Scrittura via Newsletter
  • Adelina
  • Il Mio Progetto
Lucia mi trovò in lacrime per la paura, il dolore e l’umiliazione.
“Che t’è successo?”, mi chiese.
“Lo odio!”
“Chi?”
“E’ nu bugiardo. Faceva finta, faceva solo finta! Guarda che m’ha fatto”, le dissi mostrando la mia chiappa viola.
“Chi è stato? Uno de li amici tua? Te l’ho detto de nun girà co quei furfanti.”
“Ma no! Loro che c’entrano? E’ stato quello storpio dei Parise.”
“Ma chi? Augusto? Com’ha fatto? Nun era malato?”
“Sta guarendo, sto muso de cacca.”
“E viene in giro co voi?”
“No, mica cammina. Sta fermo come nu baccalà su quella sedia. Io pensavo che dormiva e me so avvicinata. Ma quella faccia da porco faceva finta e m’ha fregata.”
“Ma dov’eravate?”
“E mo che c’entra?”
“Dimme dov’eravate. Subito.”
“Nellu cortile suo.”
“E tu che ce facevi nellu cortile dei Parise?”
“Gnente, passavamo de lì.”
“Siete andati a dar fastidio a nu ragazzino malato fino a casa sua?”
“No.”
“No?”
“No. Forse. Sì”, confessai di fronte agli occhi stretti stretti di Lucia, “ma nun abbiamo fatto gnente de male. Era solo nu gioco. Nun sono riuscita manco a pigliarlo.”
La sorella mia mi guardava con la faccia severa. Non mi faceva paura. Peggio: mi faceva sentire più piccola e brutta di una zecca.
“De chi è stata sta bell’idea?”
“Che t’importa?”
“Nun sarà mica stata tua?”
“No”, dissi fissandomi i piedi zozzi.
“No?”
“No! Io glel’ho detto alli amici mia che ste cose nun se fanno. Che Gesù ce guarda dallu cielo e se siamo cattivi ce manda colli diavuli. Ma loro non m’hanno voluto ascoltà.”
“Davvero me credi tanto fessa? Tu alli diavuli te li magni, altroché! Annamo subito a chiedere scusa.”
“Scusa? A quello? Ma nun l’hai visto che m’ha fatto?”
“Sì e ha fatto pure bene. Cuscì la prossima volta ce pensi prima de fare ste furbate. Tutte e due le chiappe te doveva prendere!”
“Ma te da che parte stai? Io là nun ce torno.”
“Tu ce torni!”
“No!”
“Sì!”
“No! Tu nun me poi dare ordini!”
“Sì che posso!”
“No! Nun sei mica la mamma tu! Nun sei nisciunu! Nisciunu!”
A Lucia vennero gli occhi lucidi di lacrime. A me, però, non m’importava niente. Io, anzi, ero pure contenta. Contenta di farle dispiacere. Se neanche lei stava mai dalla parte mia allora a me non restava proprio nessuno. Se ne potevano andare tutti a quel paese. Pure lei.

“Vabbè. Come voi te”, disse la sorella mia cercando di stare calma, “ce ne stiamo qua bone bone ad aspettare che vengono li genitori sua.”
“E che ce vengono a fare qua?”
“Che ce vengono a fare? A lamentarsi co la mamma e co lu babbo.”
“E perché?”
“Ma tu davvero fai? Hai dato fastidio a lu figlio loro, sei entrata nella casa loro e, se te conosco abbastanza, c’hai anche fregato la frutta. Quelli staranno come pazzi dalla rabbia.”
Guardai Lucia con gli occhi e la bocca spalancati e poi mi afflosciai a terra, piccola e bianca come uno straccetto: “Lu babbo sta volta m’ammazza”, sussurrai.
“Lu babbo c’ammazza a tutte e tre.”
Era vero. Lui di solito non faceva differenze, quando iniziava a menare, menava alla cieca, non faceva eccezioni o favoritismi. Era molto democratico.

Credo di non aver mai avuto tanta paura in tutta la vita mia. Mi veniva da vomitare e pure da farmela addosso. Avevo voglia di scappare lontano o di scavare una buca e nascondermici dentro.
Lucia mi prese per mano ed assieme, senza dire una parola, marciammo come soldatini fino al cancello dei Parise. In realtà marciò solo lei, dritta e fiera, mentre io venni tirata dietro di peso.

Alla porta si presentò una donna bella ed elegante, con gli occhi grandi e neri e le ciglia piegate all’insù. I suoi abiti erano puliti e stirati ed alle orecchie portava dei piccoli cerchietti con dei granati. Una vera sciccheria. Una roba da signori.
“Prego?” disse, guardandoci come si guarda un cane che ti piscia davanti casa.
“Bongiorno signora Parise. Ce dispiace tanto de disturbarve”, iniziò la sorella mia tutta seria.
“Bongiorno.”
“Io so Lucia Carretta e questa è Adelina.”
“Giorno”, dissi io controvoglia.
“Lo so benissimo chi siete”, rispose la Signora con la faccia tirata e la bocca stretta a culo di gallina.
“Simo venute a chiedere scusa”, continuò Lucia e, senza prendere mai fiato, come un bimbo che recita la poesia di Natale, buttò fuori tutto il discorsetto che s’era preparata: “Adelina è piccina e se lascia trascinare da quelli più grandi de lei ma nun è cattiva e mo è molto dispiaciuta. Nun voleva fare male allu figliolo vostro. Vero Adelì?”
“Eh? Sì, sì. Certo. So stati li amici mia. E’ tutta colpa de quelli. Io nun so mica cattiva, nun so. Io ce lo so che Gesù ce guarda.”
“Mo chiedi scusa, Adelì.”
“Che? E perché? Nun è mica stata colpa mia!”
“Adelì, chiedi scusa e basta!”
Ma io avevo la capoccia dura e non volevo piegarmi neanche un po’.
“Guarda che, se nun chiedi scusa, te do nu pizzico che te faccio piagne.”
Quella col sedere viola ero io, pensavo, Augusto in fondo non aveva neanche un graffio e poi faceva la bella vita in una casa da signori con una mamma tutta profumata. Perché dovevo pure chiedergli scusa?
“Adelì, simo venute apposta.”
“E infatti io nun ce volevo venì.”
“O chiedi scusa o ce ne torniamo de corsa alla casa, che lu babbo c’aspetta.”
La paura del babbo mio era sempre un buon modo per sciogliermi la lingua e Lucia lo sapeva bene, perché non era solo buona ma pure furba.
“Scusateme”, mi decisi finalmente a bofonchiare con la vocetta bassa e gli occhi appiccicati a terra.

La signora Parise avrà avuto di certo una gran voglia di mettermi sulle ginocchia e farmi diventare il culo nero a forza di pacche, che se non ce l’aveva prima di sicuro le era venuta dopo tutto questo teatrino, ma da signora qual’era mantenne la calma e rivolta a Lucia disse: “Scuse accettate, ma avverti li genitori tua che stasera io e lu maritu mio veniamo a farve visita. Sta bimbetta c’ha bisogno de na bella raddrizzata.”
“No!” rispose allarmata Lucia.
“No?”
“No, volevo dire, no, nun ve dovete disturbare. Ve prometto che d’ora in poi ce penserò io a lei.”
“Nun te preoccupare, nessun disturbo.”
“Signora Parise, ve prego, site gentile. Nun mettiamo in mezzo lu babbo. Gli diamo già tanti pensieri cuscì. Ve prego”, chiese Lucia, con la voce che iniziava a tremare.
La madre di Augusto guardò la sorella mia, una ragazzina che provava a fare la grande, e poi guardò me, una bambina brutta e cattiva come un vecchio cane randagio ma spaventata e piccola come un cuccioletto con gli occhi ancora chiusi. E finalmente sembrò capire. Le rughe della fronte le si appiattirono tutte e lo sguardo le s’intenerì un poco. Dovevamo fare proprio tanta pena, e quella donna doveva avere il cuore proprio tanto grande se riuscì ad addolcirsi anche con me: il mostro che le aveva appena preso a sassate il figlio malato.
“Forse c’hai ragione tu, nun c’è bisogno de disturbare li tua. Ma tieni d’occhio sta peste, me raccomanno.”
“Certo. Lo farò. Ve ringrazio, site davvero molto gentile. Lu Signore ve renderà merito.”
“Mo che ce siamo chiarite, perché nun venite tutte e due dentro a bere nu poco de latte caldo?”
Io mi feci avanti tutta contenta, che da piccola c’avevo più stomaco che coscienza, ma Lucia m’acchiappò per il collo: “No, ve ringraziamo molto signora Parise, ma la mamma e lu babbo ce stanno aspettando alla casa. E se facciamo tardi stanno in pensiero.”
“C’hai ragione. Sei proprio na signorina pe bene. La sorella tua è fortunata ad averce almeno a te.”

Pochi minuti dopo, rientrando a casa, sentimmo le solite urla dalla cucina e ci mettemmo buone buone nella stalla ad aspettare. Quella volta non corsi via, ma rimasi con la testa appoggiata sulle gambe di Lucia a frignare.
“Tranquilla, Adelì, ce sto qua io co te, nun si sola.”
“Potevamo bere lu latte dei Parise, però” dissi tirando su col naso.
“Ma c’hai sempre fame tu?”
“Lu latte caldo è bono. Quelli so ricchi e magari c’hanno pure lu miele.”
“Sei senza fondo e pure senza vergogna. Che c’entriamo noi in quella casa?”
“C’ha invitato la padrona.”
“Ce stava facendo la carità.”
“E che male c’è?”
“Li pezzenti prendono la carità.”
“E noi che simo? Nun simo pezzenti?”
“Guai a te se te fai sentire da mamma a dire na cosa cuscì. Noi simo na famiglia pe bene e nun c’abbiamo bisogno della carità de nisciunu.”
Sbuffai ma rimasi accucciata contro Lucia che mi cullava come fossi una creatura.

Fuori iniziò a piovere e ci riparammo dal freddo mettendoci sotto la paglia. Le nostre bestie ci guardavano con i loro grandi occhi tristi. Forse non eravamo pezzenti ma eravamo sicuramente disgraziate. Talmente disgraziate da far pena pure a due vacche.

Continua...

Prologo - 1 - 2 -3-4 
Augusto mio non è mai stato una gran bellezza.
Era piccoletto con la fronte bassa e tanti capelli duri come il fil di ferro, che per sistemarglieli ogni mattina era una battaglia. Prima di andare in fabbrica lui si sedeva in canottiera, ed io bagnavo il pettine in un catino pieno d’acqua. Stavo in piedi tra le gambe sue e gli tenevo la testa premuta contro il petto. Lui un poco rideva e un poco si lamentava: “Piano Adelì, me voi tirare lu collo come a na gallina?”
“Ma sta zitto tu, che si comodo come tra du guanciali. E tieni le mano apposto sa!” lo sgridavo per gioco, mentre lui faceva il furbo e s’aggrappava ai fianchi miei.
“Bella la moglie mia”, diceva Augù, “morbida come na mozzarella e dolce come nu limone.”
Quel momento della giornata era tutto nostro, e ci piaceva così tanto che andammo avanti a farlo anche quando di capelli ormai glien’erano rimasti pochini.
Quanto mi mancano le mani sue e pure quella voce bassa bassa che usava solo con me. A pensarci mi viene una nostalgia che starei qui a frignare per ore, peggio d’un pupo.

L’amore mio era pure zoppo, perché da ragazzino aveva avuto una brutta malattia, quella che ti lascia con una gamba più piccola dell’altra: la polio. Per camminare c’aveva bisogno del bastone ma lavorava come e più degli altri, faceva il doppio della fatica e non chiedeva mai sconti.

Ma quel pomeriggio di quasi ottant’anni fa, quando lo incontrai per la prima volta, non vidi l’uomo che sarebbe diventato ma solo il ragazzino che era.
Noi disgraziati ci eravamo arrampicati sul muro del cortile suo per arrivare ai frutti di un albero, e da lì l’avevamo visto. Era più grande di tutti noi e se ne stava buono buono, seduto su una seggiola, con una gamba secca e storta che gli sporgeva dai pantaloni corti.
“Ma che c’ha quello?”, chiesi agli altri.
“C’ha avuto na brutta malattia ma adesso sta guarendo”, mi rispose Maso, figlio del ciabattino e di una delle impiccione della piazza, e per questo informato su tutti i fatti del paese, meglio del confessore di Santa Rita.
“A me quella gamba me fa paura.”
“Lo sapevo io. Questa se da tante arie ma è na cacasotto proprio come tutte le femmine”, disse quella lingua velenosa di Teo, che a me non m’ha mai potuta vedere.
Gli altri si misero tutti a ridacchiare. Tutti. Si credevano meglio di me solo perché erano maschi. Come se ci volesse un talento particolare a nascere coll’uccello tra le gambe.

Io sono sempre stata bella fumantina e questo bastò per farmi andare subito il sangue alla testa. E quindi, per dimostrare il coraggio mio e che pure se ero femmina non valevo meno di loro, non trovai niente di meglio che inventare il “tiro allo storpio”.
La storia che tutti i bimbi sono buoni come angioli e solo crescendo si fanno cattivi è una gran fesseria. Alcuni bambini sono senza sentimenti come e più degli adulti ed io, da questo punto di vista, ero proprio un bell’esempio. Ero dispettosa e pure prepotente. Non ne vado mica fiera e non sto qui a vantarmi, ma ero fatta proprio così, e la storia mia o la racconto per benino o non la racconto per niente.
Comunque, a tutto il gruppo di santi con cui m’accompagnavo la mia idea piacque tantissimo. A tutti tranne che a Bastiano: “Mamma dice che Gesù me guarda dallu paradiso e che se faccio qualcosa de brutto se lo segna e poi me manna a bruciare assieme alli diavuli. Io nun ce voglio bruciare colli diavuli!”
Nessuno di noi voleva scottarsi i piedi sui carboni dell’inferno e così decidemmo che non c’era bisogno di colpire davvero Augusto, ma che il vincitore sarebbe stato quello che col sasso si avvicinava di più. Praticamente giocammo a bocce con la capoccia del futuro marito mio.

Per una settimana, quando tutti erano a scuola o nei campi, ci arrampicammo sul muro e ci dedicammo al nuovo passatempo nostro. I giorni andavano avanti e Augusto se ne stava al sole con gli occhi chiusi, senza muoversi. Sembrava che neanche si accorgesse di noi e questo ci faceva ogni volta più sfacciati e curiosi, fino a quella mattina disgraziata.
“Ma nun sarà mica morto?”, si preoccupò Giovanni.
“Ma quanto si scemo? Nun vedi che respira, starà a durmì”, rispose Teo.
“Forse è sordo” azzardò Pino.
“Pe me è solo scemo” la chiusi io, infilando il mio corpo gracilino attraverso una grande crepa del muro ed entrando nel cortile. Iniziai ad avvicinarmi a passi lenti, come un gattaccio secco e nero che vuole mangiarsi un uccelletto.
“Ma che fai? Vieni via!” disse Gino.
“Zitto tu”, lo sgridò Maso, “brava Adelì, vacce vicino! Vacce vicino e mollaglie na sassata sulla capoccia!”
Non ebbi neanche il tempo di alzare il braccio che Augusto spalancò gli occhi e si sporse in avanti.
Vidi solo la fionda che veniva tesa e mi voltai per scappare. Ero quasi alla crepa quando sentì un gran male al fondo schiena, un bruciore peggio del morso d’un cane.
Ma il dolore non mi fece fermare. Corsi fino a quando non sentii più le urla degli amici miei, “Scappa Adelì, scappa!”, e dei Parise che si erano affacciati richiamati da tutta quella confusione, “Acchiappate quei disgraziati!”
Corsi a perdifiato fino a quando non fui sola.
Corsi alla stalla con sedere ed orgoglio fatti a bozzi.

Augusto aveva aperto gli occhi e mi aveva sorriso. Era stato tutti quei giorni fermo, aspettando che uno di noi fosse così scemo da avvicinarsi. Era ancora troppo debole e non poteva alzarsi per venire a darci una lezione, e così aveva atteso tranquillo e con la pazienza d’un santo che fossimo noi ad andare da lui.
La prima a cascarci ero stata io.
Augusto mi aveva fatto fessa. Che gran cornuto!

Continua...

Prologo - 1 - 2 -3

Sono una single di ritorno.
Cos'é una single di ritorno?
Una che è stata impegnata per una quantità infinita di anni in una relazione. Una che a spizzichi e mozzichi ha persino convissuto. Una che a 36 anni ha deciso che era meglio piantarla lì!

L'ultima volta che sono stata libera per un periodo di tempo superiore a un paio di mesi avevo 23 anni, era il 2000, e fuggivo a Berlino.

Questa volta?
Sono tornata a Torino.
E ho fatto il mio trionfale ingresso nel mondo dei single quasi quarantenni. Un mondo che, a distanza di un anno, mi appare ancora come un'aliena follia!

Nel 2000 non c'era facebook. Non c'era whatsapp. Non c'erano gli smartphone.
Nel 2000 ero giovane, giovanissima.
Nel 2000 per me non avevano nessun significato espressioni del tipo: "Visualizzato alle" o "ultimo accesso"
Nel 2000 le mie ovaie non erano motivo di discussione.

Sono tornata single e le prime perle di saggezza che ho ricevuto dagli amici miei più cari sono state:
"Gli uomini mentono"
"Non ti puoi fidare di nessuno"
"Io c'ho messo più di quattro anni per ritrovarne uno decente. Tu non hai fretta, vero?"

Io, intanto, c'ho messo più di un anno per scrivere il primo post al riguardo.
Ma non sarà l'ultimo. Le aliene follie hanno sempre il loro malato fascino.

Continua...
D’inverno, nei giorni in cui era troppo freddo per stare fuori, invece di andarcene in giro a perder tempo ce ne andavamo a scuola. A perder tempo.

A quell’epoca là le femmine stavano da una parte e i maschi dall’altra.
La maestra mia era la signorina Cesira, una zitella che veniva dalla città e che a noi paesane ci guardava con lo schifo negli occhi. Era brutta come la fame, con la sua capoccetta tonda, le spallucce strette ed i fianchi talmente larghi che tra i banchi manco ci passava. La chiamavamo “La Pera”, perché era proprio tale e quale al frutto, larga sotto e stretta sopra, le mancava solo il picciolo in testa.
Alle poveracce come me ci metteva sempre in fondo, che tanto stare ad insegnare le cose ai morti di fame, specialmente se femmine, era fatica sprecata. Noi eravamo destinate a lavorare come muli e pregare di trovare un fesso che ci sposasse. A che ci serviva leggere, scrivere oppure fare di conto? A niente, pensava quella strega, e così ci chiedeva solo di starcene zitte, buone e non disturbare. Zitte, buone e ammazzarci di noia.

Per fortuna qualche volta a portare un poco di vita ci pensava La Pazza, che veniva a ballare e cantare di fronte alle finestre nostre. C’aveva l’età di mamma, ma si metteva a girare in tondo e ad alzare la gonna come una bambina. Girava e cantava. Girava e cantava, sempre più veloce e sempre più stonata.
La maestra Cesira non la poteva vedere. Ogni volta si faceva verde dalla rabbia e, con gli occhi che le uscivano di fuori, le urlava contro per scacciarla peggio d’una bestia. Ma La Pazza non si faceva impressionare e cantava più forte, girava più in fretta e si alzava la gonna ancora più in alto. Che delle volte le si vedevano persino le mutande. A quel punto arrivavano di corsa la Vedova del Dottore o la signora Agnese, la nonna di Augusto. Le parlavano piano piano, le sistemavano i capelli per benino dietro gli orecchi, le lisciavano la gonna sopra i ginocchi, se la mettevano sotto braccio e la portavano via, manco fosse una figlia loro.

La Pera proprio non lo capiva che cosa ci trovassimo tutti quanti in “questa sciroccata senza vergogna o dignità”, ma La Pazza faceva parte del paese nostro, come la cappella con la faccia scrostata di Santa Rita, la fontana senza acqua del portico o il muro mezzo cascato del frutteto grande. Noi li conoscevamo bene i difetti loro ma guai a chi ce li toccava.

L’unico vero problema a scuola mia era Angela. Quella gallina si dava le arie solo perché c’avevano il soldo, e le piaceva proprio tanto farmi i dispetti o dirmi le cattiverie.
Aveva tre anni più di me, pesava quanto un bue e menava peggio d’un uomo. Io, al confronto suo, ero un fringuellino, un mucchietto d’ossi leggeri leggeri, ma non mi facevo certo spaventare, anzi.
Tra di noi volavano brutte parole, schiaffoni, morsi e pure graffi. Lei aveva certe manone che sembravano delle pale. Io mordevo meglio d’un sorcio e per staccarmi ci si dovevano mettere in tre. Poi però arrivava quella guasta feste della signorina Cesira che mi trascinava fino alla cattedra tirandomi per una recchia o per i capelli, secondo quello che acchiappava prima.
“Mi devi dare sempre problemi tu, eh?”, diceva.
“Nun ho mica cominciato io.”
“Non ho voglia di sentire le tue solite scuse. Cosa ti ha fatto la povera Angelina? Perché te la prendi sempre con lei?”
“Angelina? Ma quale Angelina? Ma l’avete vista quant’è grossa quella? Sopra lu culo suo ce se pò apparecchià.”
“Sei proprio un’erba cattiva ed anche una gran maleducata. Angelina ha solo le ossa un poco grandi e poi è una signorina come si deve, che arriva da una famiglia per bene, mica come te.”
A me saliva su un nervoso che avrei voluto prendere a brutte parole pure la maestra, ma mi mordevo la lingua e stavo zitta. Che all’epoca mia i piccoli ai grandi non ci potevano dire niente.
Quella, intanto, tirava fuori la riga e si faceva tutta seria, “Fammi vedere le mani”, mi ordinava. E mi dava certi colpi secchi che si sentiva il rumore fino nel corridoio. Angela se la rideva sotto i baffi con tutte le amichette sue. Io invece guardavo fisso davanti a me senza un fiato o una smorfia, perché la soddisfazione di vedermi piangere a quella grassona e, soprattutto, a quel cuore arido della maestra non gliela davo di certo.

Così, un giorno sì e l’altro pure, prima di tornare a casa andavo al ruscello con Pino e infilavamo tutti e due le mani gonfie nell’acqua gelata.
“Tu che hai fatto stavolta?”, mi chiedeva lui.
“Gnente. E tu?”
“Io c’ho lu babbo rusciu. Ogni scusa è bona per darme le mazzate.”
“Ma che vor dì rusciu? Come lu vino? E’ mbriacone come babbo mio?”
“No, vor dire che la penza diversa dalli altri.”
“E tu che c’entri?”
“E che ne so! Se la pigliassero co lui. Mamma dice che per colpa sua la gente ce guarda storto e ce fa lavorà poco”
“Allora è come essere mbriaconi. Uguale uguale”
“Sì ma lui nun me mena”
“Allora è nu poco mejo”.

Continua...

Prologo - 1 - 2
Al cinema si sente il profumo dei pop corn.
Si percepisce la moquette sotto i piedi.
Si attende che la pubblicità finisca.
Si prova l'emozione dell'aspettativa quando il film comincia.

Poi, alla fine, si è delusi o soddisfatti.
Qualche volta, però, capita di essere addirittura stupiti e felici.

E' quello che è successo a me vedendo Lei di Spike Jonze.
Non so cosa mi aspettassi da questo film, ma di sicuro non tutto quello che vi ho trovato.

L'uomo e la macchina.
Pensavo che avrei visto la solita storia in cui la macchina cerca disperatamente di farsi carne.
E invece no, niente di tutto questo.
La pellicola racconta la piccolezza dell'uomo. La sua debolezza. Il suo disperato bisogno di non sentirsi solo. Ad ogni costo.

Le macchine non scimmiottano gli esseri umani.
Loro vanno oltre.
Loro sono altro.
Le loro infinite potenzialità le fanno guardare agli uomini  come gli dei guarderebbero ai mortali. Con simpatia, affetto, ma il distacco delle realtà inconciliabili.
Gli uomini si aggrappano loro. Loro non possono far altro che evolversi, liberandosi con un leggero simbolico scrollo di spalle, di un peso lieve, piacevole ma inutile.

Un ottimo Joaquin Phoenix e, nella versione doppiata, una Micaela Ramazzotti all'altezza della situazione.

Una sceneggiatura magistrale.
Una colonna sonora che incanta.



Un film che mi ha regalato, dopo molto tempo, la vera magia del cinema.
Da quel giorno, appena potevo, mollavo Lucia da sola tra la merda di vacca, e correvo da loro.

Tommaso, detto Maso, sapeva andare su e giù dagli alberi meglio d’un gatto e si faceva rispettare da tutti in paese, da quelli più piccoli fino a quelli già grandi.
Gino, il piscialletto, aveva paura pure dell’ombra sua, ma era il migliore amico mio e, quando c’avevo di bisogno, c’era sempre.
Bastiano, grosso quanto un toro, a vederlo con quel collo corto e le braccia grandi come cosce faceva quasi spavento, ma in realtà era buono come il pane. Un ragazzetto di cuore che non avrebbe fatto male manco ad una formica.
Teo invece no, quello era proprio cattivo e traditore di natura. Mentre il cugino suo, Giovanni lo scemo, c’aveva la capoccia così vuota che, se ci avvicinavi l’orecchio, potevi sentire il vento.
E poi ci stava Pino, secco e veloce più di un pescetto nell’acqua. Aveva la risata allegra come il campanello d’una bicicletta e la conservò pure dopo che quelli delle squadracce gli portarono via il babbo, e lui si ritrovò a dover fare “l’omo de casa” con i calzoni corti e la vocetta ancora buona per il coro della chiesa.

Io mi sentivo come l’unica sorella in mezzo a tanti fratelli e mi piaceva così.

Facevamo l’acchiapparello tra gli alberi del bosco rosso, andavamo allo stagno a catturare le rane, giocavamo alla guerra con cerbottane e lance, prendevamo a sassate il cane rabbioso della Pazza, e ci riempivamo la pancia coi frutti presi a scrocco.
Io c’avevo sempre una gran fame e non riuscivo proprio a trattenermi. Ogni volta era meglio d’una festa e mangiavo così tanto da stare male. Come quel giorno che, per colpa delle prugne dei Casotti, passai il pomeriggio accucciata al ruscello con la cacarella, i crampi ed i sudori freddi. Alla fine avevo le gambe che mi tremavano come quelle di un vecchio ed una faccia così smunta che parevo morta.
La mamma ebbe paura e, credendo mi fossi presa chissà quale brutta malattia, mi vegliò tutta la notte, pregando la Vergine di non farmi volare in cielo dai fratelli miei. Pregava a voce bassa e mi teneva la mano sulla fronte. Io stavo ferma e mi godevo quel calduccio lì. Che mamma mia non è mai stata tipa da tante coccole, e un momento cuscì era proprio una roba speciale.

Se quella povera donna sapesse ora la verità, verrebbe dritta dritta giù dal cielo e me ne darebbe tante ma tante che di bastoni per camminare poi me ne servirebbero due.

Continua...

Prologo - 1
Io e lo sposo mio siamo cresciuti nello stesso paese. Un pugno di case appiccicate con lo sputo sulla collina, coi campi grandi come fazzoletti e i frutteti profumati come le pasticcerie di città.
La famiglia sua era fatta da signori. La mia da disgraziati.

Io ero una piccola vagabonda che si passava le giornate in giro a combinare chissà cosa e chissà con chi. Quel cornuto del parroco, la perpetua e le impiccione della piazza dicevano che ero nata guasta come la carne che si vendeva a valle, ed il mio destino sarebbe stato quello della femmina perduta.
Pensare che c’avevo le mie buone ragioni per stare sempre fuori casa e tutti lo sapevano benissimo. Ma si sa che a farsi i fatti propri si campa cent’anni e degli altri chi se ne fotte!

Il babbo mio aveva due grandi passioni: il vino e le donne. Il vino lo beveva, le donne le menava. Era grasso e pigro, sempre troppo stracco per alzare il culo ed andare a lavorare, ma quando c’era da rincorrerci con la cinghia recuperava tutte le energie. Ribaltava il tavolo, rompeva le sedie e ci urlava dietro le peggio cose. Tanto che io a cinque anni conoscevo certi insulti da fare rigirare i morti nelle tombe e far cadere l’aureola ai santi.

Quando lui tornava a casa con addosso quel puzzo acido che si sentiva dal fondo della strada, la mamma ci sbatteva fuori senza troppe cerimonie e rimaneva da sola ad affrontarlo, colpo su colpo e bestemmia su bestemmia.

Ho passato i primi anni della vita mia nascosta nella stalla, mano nella mano con Lucia.
“Nun te preoccupà, Adelì, vedi che mo la smettono”, mi diceva la sorella mia, cercando di convincere un poco lei e un poco me.
“Annamo via”, frignavo col cuore che mi batteva come quello d’un uccelletto.
“No, nun possiamo lasciare la mamma da sola.”
“Torniamo quando lu babbo dorme.”
“E se lei c’ha di bisogno prima?”
“Pe piacere, Lucì.”
“No, t’ho detto de no. Ce ne stiamo qua bone bone.”

La sorella mia non è mai stata piccina ma ha avuto la disgrazia di nascere già grande. Una di quelle donnine fatte e finite, giudiziose fin dalla culla, condannate a fare sempre la cosa giusta.
Lei sì. Ma io no.
“Du figlie più diverse nun me potevano uscì”, diceva sempre mamma, “Una è na santa e l’altra è uguale a quell’ubriacone bono a gnente de babbo suo. Nata pe famme disperà”.

Non arrivavo ancora a sei anni quando scappai per la prima volta. Lasciai la mano di Lucia e corsi lontano, fuori dalla stalla, come un animaletto che fugge dal foco. Mi fermai solo all’inizio dello stradone che portava a valle. Lì ci stava un gruppo di ragazzetti un poco più grandi di me. Uno a cavallo su un ramo di ceraso. Gli altri, a terra, ad acchiappare al volo i frutti.
“E sta qua chi è?”, chiese uno di loro.
“Na figlia delli Carretta”, rispose un altro.
“E che vole?”
“E che ne so io! Chiedicelo a lei.”
“Ehi tu, bestiolina, ce l’hai la lingua o babbo tuo se l’è vennuta pe nu fiasco de vino?”
“Eccerto che ce l’ho, cojone!”
Mi guardarono con le bocche aperte da fessi. Poi Maso, quello sull’albero, scoppiò a ridere e gli altri dietro a lui.
Ora pure io c’avevo degli amici.

Continua...

Prologo

Ieri ero a teatro.
Una donna ha starnutito.
Un rumore impercettibile, un soffio delicato, un breve squittio.
Me ne sono resa conto solo perché era seduta accanto a me.

E' così che starnutiscono le donne.
Tutte.
Tutte tranne me.

Che inadeguatezza.
Ogni mattina mi sveglio presto, tiro su i capelli come piacevano al marito mio, metto l’acqua di colonia dietro agli orecchi e piano piano, con la pioggia o con il sole, mi trascino fino a qua.

Tra le pietre, le fiammelle e gli alberi dritti, siamo sempre le stesse quattro facce: un gruppo di vecchi così rimbambiti che non c’è manco gusto a parlarci assieme.
Ci stanno le zitelle Zaccaria che avranno trecento anni in due ma sono ancora impiccione com’erano da ragazzine, e com’era quella lingua velenosa della madre loro. Sono rimaste pettegole ma si sono fatte pure smemorate, e ormai ripetono sempre le stesse domande. Per loro deve essere la peggiore delle iatture: sanno tutti i fatti degli altri ma non se li ricordano.
Poi ci sta la vedova Greco che, con un piede già nella fossa, se ne va in giro con la cofana color carta da zucchero, il rossetto e le guance dipinte. Senza vergogna era da giovane e senza vergogna è rimasta. L’unico figlio suo vive lontano e non la viene mai a trovare. Lei si sente sola e così va sempre a tormentare quel poveraccio del marito e gli parla di fesserie per ore. Da vivo gli ha riempito la capoccia di corna ed ora che è morto gliela riempie di chiacchiere.
Ma il peggiore di tutti è il Cavalier Casotti, fanfarone e cascamorto tale e quale al fratello Emilio. Quando mi vede si toglie il cappello e comincia: “Ma come ve trovo bene signora Adelina”, “Ve andrebbe nu caffè signora Adelina?”, “Ieri so stato a ballare, perché qualche volta nun ce venite pure voi signora Adelina? Se nun ve reggono le gambe ve reggo io”
Chi gliel’ha data tutta questa confidenza? Se il bastone non mi servisse per camminare gliel’avrei già spaccato su quella capoccia pelata, razza di scostumato!
E’ proprio vero: gli uomini sono tutti uguali e dai quindici ai novantacinque anni pensano sempre a quella cosa là.

Tutti uguali tranne Augusto mio. Lui sì che era una persona seria, un uomo per bene come non ne fanno più. Era serio ma non era mica nu baccalà, aveva il sangue caldo anche lui e a letto sapeva fare il suo dovere, lo sapeva fare eccome. Sei figli m’ha dato. Tutti maschi e tutti sani e forti come tori.

Eccolo là. Quant’è brutto. Appena la vidi glielo dissi subito: “Augù, sta foto è cuscì brutta che te la metterò sulla tomba”.

Continua...
Voi non sarete mica di quelli col pollice verde?
Io no.
Per le piante io non sono Pancrazia ma Napalm.
Io porto morte e distruzione.
Non vorrei ma lo faccio.

Non sono mai stata un'appassionata di botanica, ma il mio talento da devastatrice è diventato palese solo nell'ultimo anno. Anno che mi ha visto per la prima volta vivere da sola. Da sola con le piante che amici e parenti mi hanno regalato per festeggiare il nuovo domicilio.

Non ho più potuto affidare alle cure degli altri le mie verdi amiche.
Non ho più potuto incolpare il freddo di montagna o gli inquilini distratti per la morte prematura della flora casalinga.
Negli ultimi 10 mesi sono stata l'unica responsabile della vita breve e della morte precoce di tutte le piante di casa mia.

Niente, non è sopravvissuto niente.

Sempreverdi, stelle di natale, piante grasse, secche, finte magre, tutte sono state abbattutte dalla mia impietosa scure.

Ad inizio aprile ho regalato delle margherite a mia sorella.
"Quanto durano?" ho chiesto al fioraio.
"Tutta la primavera" mi ha risposto.
Ne ho preso un vaso anche per me.

Quelle di mia sorella sono vive e vegete.
Le mie...





Niente, non sopravvive niente.

Vi avevo promesso un nuovo progetto.
Ogni promessa è un debito.

Da dopodomani, mercoledì 7 maggio, inizierò a pubblicare un mio romanzo.
No, non temete, non ci saranno attese bibliche questa volta. Il lavoro è finito da un pezzo e io devo solo programmare tre post a settimana: il lunedì, il mercoledì e il venerdì.

In principio fu una storia vera. La storia divenne un racconto, che i più affezionati di voi ricorderanno.
Un racconto spedito a una piccola casa editriche che mi propose di farne un romazo.
Io così feci, ma nel frattempo la casa editrice visse periodi di crisi e revisione editoriale, e io rimasi con il mio piccolo mondo inventato impigliato tra le mani.

Da quel momento in poi il manoscritto ha vissuto periodi bui e luminosi. Più bui che luminosi, a dire il vero.
Ha visto apprezzamenti e bocciature, ma mai una concreta, realistica e non truffaldina possibilità di stampa.

E quindi?
E quindi io ho deciso che questo mio esperimento doveva comunque vedere la luce.
Scrivo per essere letta. Scrivo per raccontare storie. E se una storia non viene raccontata che razza di storia è?

Dopodomani si parte col prologo.
La protagonista vi accompagnerà lungo la sua vita.
Ci saranno sorrisi, lacrime, e ciliegie. Tante ciliegie.
Se vi va, state ad ascoltarla.


Meno due.
Meno due serate alla fine di quest'avventura.

Mi vesto, mi trucco e mi parrucco per l'evento.
Prendo la macchina, parcheggio a mille chilometri di distanza, e m'incammino verso la Casa del Quartiere.
Insomma, fino a qua, niente d'insolito.

Arrivata a destinazione, un po' nostalgica e un po' euforica, saluto tutti, scatto le prime foto, e mi bevo una birretta pronta a entrare nel giusto mood.
In realtà, questa sera il clima non è di gioiosa attesa, ma d'inevitabile catastrofe.
Lo spettacolo prevede molti cambi palco macchinosi, con elevato rischio d'inconvenienti, ritardi, errori, buchi, inondazioni, cavallette e invasione aliena.
Per questo motivo la calda soubrette Natalia è posseduta dalla signorina Rottermeier. Non sorride ma ringhia, non ancheggia ma si muove con passo marziale, non sbatacchia le ciglia ma lancia sguardi di fuoco.
Ho paura!
Ma ho anche fiducia in tutta l'organizzazione e negli Dei benevoli. Ne usciremo vivi anche questa volta. Se Natalia non ci stermina prima.

Lo spettacolo inizia subito col botto: tornano in scena Caterina Fornaciai e Luca Terraciano della Compagnia A_Tratti_Brevissimi di Roma. Tornano con il  "Dialogo di una prostituta con il suo cliente" di Dacia Maraini. Tornano un poco titubanti all'inizio, ma poi ancora più coinvolgenti dell'altra volta.  
Alla fine quasi mi commuovo. Non sono io che mi sto rammollendo. Sono loro ad essere proprio bravi. Intensi. 
Attori e testo di altissimo livello. 
Ricevono un applauso lunghissimo e caloroso. Forse il più lungo di tutta la rassegna.

Con un inizio di così alto livello il cammino si fa più ripido per tutti gli altri. Il metro di paragone si è alzato.

Ora tocca ad Alessandra Donati, Beatrice Neri e Silvia Rosellini. Riportano da Livorno la loro Carmilla. Vampira ottocentesca che si muove tra musica, danza, ossessioni, e libertà. Lo spettacolo è stato un po' modificato rispetto alla versione della fase eliminatoria. Francesca, la presidentessa di giuria, apprezza i cambiamenti. Io, in verità, preferisco la prima versione. Ai miei occhi più fluida e meno macchinosa.

Per terzi tocca a Massimo Sussetto e Roberto Lo Baido: il duo Wood Beat. I musicisti ripescati in qualità di migliori secondi classificati nella fase eliminatoria. 
Chitarre e voci, ripropongono il loro talento e la loro semplicità. Conquistano nuovamente pubblico e giuria. Mentre l'anzianotta blogger sospira in un angolo. Come risulta da rara documentazione fotografica (gentilmente concessa da Marco Benzoni, Lefotodelcuore Click). 


Per chi se lo chiedesse: sono la riccia sulla destra. E no, non sto guardando devotamente la Madonna, ma Massimo e Roberto. Devotamente.


La serata si conclude con Stefania Lapertosa e Luciana Nigro, dirette da Luca Ascari e supervisionate da Davide Allena. Nuovamente in scena con “Marie. L’oscura era della ragione". 
La scorsa volta, pur essendo poco pratica e incline a questo tipo di teatro, ne avevo percepito l'intensità. Questa volta, invece, non riesco a lasciarmi coinvolgere. Troppi gli errori, le sbavature, le piccole e grandi cose che non funzionano. Colpa della sfortuna ma anche dell'inesperienza. Un peccato.




Anche questa semifinale si è conclusa. Ora tocca a pubblico e giuria. 
Bastano pochi minuti, i conti sono presto fatti. Natalia e Lothar annunciano la vittoria di Caterina e  Luca e del loro "Dialogo di una prostituta con il suo cliente".
Non sono sorpresa. Nessuno merita la finale più di loro. 

E ora?
Ora ci tocca aspettare il 16 maggio per scoprire la Faccia da Palco 2014.
Una sfida tra romani. Una sfida tra comico e drammatico. Una sfida dove la faranno da padroni il talento e il lavoro.

A presto!
Negli ultimi tempi ho scritto spesso di Torino e, con mia grande soddisfazione, lo farò anche in futuro.
Ma ciò, inevitabilmente, esclude molti miei lettori. Ed è soprattutto per questi ultimi che, gioiosa come un furetto ubriaco, rispolvero la rubrica Nella Rete.
Il web è usufruibile da tutti e in ogni luogo, che siate in vacanza dall'altra parte del mondo o in galera, internet può raggiungervi. In alcuni casi è una iattura, ma in altri un'enorme opportunità.

Webcam Series è un progetto torinese, perché qua da noi si sprizza creatività da ogni poro, di cui potrete godere tutti. A Milano, Roma, Napoli, Catania, Oslo, New York, Katmandu, Venere e pure Saturno.

Una serie web realizzata con due mezzi semplici, diffusi ed economici: le webcam e i cellulari.

A partire da stasera, ogni mercoledì alle 20, verrà pubblicato un nuovo episodio. Un thriller a costo minimo per le strade e le case sabaude, i marciapiedi e le scrivanie, le piazze e le camerette.

Siete curiosi, ma volete saperne di più? Questo è il trailer che, per inciso, mi piace assai.



Per realizzare un progetto del genere ci vuole tempo, impegno, passione, e un po' di lucida follia, che fa sempre comodo. Chi ci ha messo tutto questo?
Gli attori: Paolo Carenzo (una Faccia da Palco D.O.C.), Alice Piano, Alex Zac Zacchello, Marina Babette Bergesio, Carly Cocò, Carlo Cravino, Alberto Greco, Giovanni Ala d'Orata Pupino, Yahya Ayari e Gaetano Minissale.  
I registi e gli sceneggiatori: Giulia Legora, Giuliano Piccolini, Francesco Quadri
La produzione: Punto3.
Il delegato di produzione: Dieguito Dentico.
L'assistente al web marketing: Luca Dirutigliano.
Il compositore della sigla: Giangiacomo John Gagliano.
La truccatrice: Greta Legora.
E ancora Formica Federica, Cesare Baldratti, Giancarlo Quadri e la famiglia Legora.


Tanta gente che ha fatto una scommessa. 
Io voglio vedere come andrà a finire. 
E voi?
Sono Rossana Rotolo e oggi concludo Il Mio Progetto.
(2014)
Sono Iqbal Masih.
Sono un lavoratore.
Sono un sindacalista.
Sono un bambino.
Sono il simbolo della lotta contro il lavoro minorile.
Oggi muoio. Oggi mi uccidono.

(1995)
Questa volta non mi fregano.
Esco di casa a un orario decente. Sopporto stoicamente il traffico assurdo del sabato sera. Non faccio inutili giri in cerca di parcheggio, ma mi arrampico subito dietro alla Gran Madre. Poi, fischiettando disinvolta, scarpino per venti minuti tra gente che va a cena, gente che va a fare l'aperitivo, gente che va a bere. Gente che va e basta.

Arrivo al Café des Arts in perfetto orario e, tale è la gioia, che sbaciucchio chiunque senza un minimo di ritegno. Facce da Palco sta per finire, e io sto pericolosamente prendendo la china del "vi amo tutti e mi mancherete un casino!"

Gli artisti sono già presenti. I Bella Domanda giocano a calcetto. I Sumadai tentano di corrompermi con quattro complimenti (i soldi ci vogliono, ragazzi, i soldi!). Cecilia D'Amico stringe la sua cartelletta come Linus la coperta. Cristina Castigliola e Paui Galli esibiscono lo sguardo pallato del terrore.

Questa non è una serata qualunque. Questa è la prima semifinale. Tutti i presenti hanno già assaporato il gusto della vittoria. Tutti hanno superato il primo turno. Ma confermarsi non è mai facile. Per questo motivo c'è chi si fa divorare dall'ansia e chi cerca invece, più saggiamente, di pensare ad altro.

Io friggo di curiosità, mi accomodo in prima fila, e mi preparo a godermi lo spettacolo.

Natalia, Lothar e Dragosh aprono le danze con un quiz cinematografico. Loro recitano e noi dobbiamo indovinare i film. I titoli non sono difficili, ma il timore dei premi "stile Bulgazia" inibisce tutti. Gli sventurati che provano a rispondere ci riescono, e si portano a casa, tra le altre cose, l'onore di ospitare il terzetto di presentatori per una settimana. Quando si dice la fortuna!

Ma ormai è giunto il tempo, basta menar il can per l'aia, mandare la gatta a mangiare il lardo, o assistere al suicidio delle capre sotto le panche. Ora inizia la semifinale.

Per prime tocca a Cristina e Paui. Portano un estratto del loro spettacolo che tratta dell'orologio che corre veloce e della necessità del tempo libero.
Il testo si divide tra uno scherzo in un atto di Cechov, la vita vissuta di Cristina, e i ritocchi di Paui. Uno spettacolo scritto molto bene e reso vivo dalle due attrici. Due attrici che però sembrano soffrire particolarmente la tensione dell'evento. Se due settimane fa erano state perfette, questa sera mostrano qualche imprecisione. Forse qualcuna di troppo.
Io dalla prima fila faccio il mio miglior sorriso rassicurante, e prendo definitivamente consapevolezza del fatto che non sarò mai una blogger cattiva. Una di quelle che scrivono recensioni spietate, una di quelle che si divertono ad essere acide, perché la cattiveria vende o perché sono proprio stronze di loro.
Che poi io stronza ci sarei anche: chiedetelo ai miei amici, soprattutto a quelli che non mi parlano più.
Ma che ci posso fare? A Facce da Palco non ci riesco. Mi sono affezionata a questi artisti come una scema. Li vorrei vedere sempre al meglio, manco fossi una nonna alla recita dell'asilo.
E così, dicevo, faccio il mio sorriso rassicurante e sono tutta una vibrazione positiva. "Tranquille, rilassatevi, va bene" ripeto in loop nella mia testa. Sperando che i miei pensieri arrivino fino sul palco. Insomma, una pazza fatta e finita!
Comunque, dopo qualche minuto di difficoltà, la rappresentazione prosegue con la scioltezza e la passione della serata eliminatoria. Ed io alla fine esplodo in un applauso liberatorio.
Cristina Castigliola e Paui Galli sono state brave. Sì, ma possono esserlo molto di più. Lo so. Le ho viste due settimane fa. E spero di vederle ancora a quei livelli, se non a Torino almeno a Milano. (Vi terrò d'occhio, eh!)

Dopo di loro tocca a Cecilia D'Amico. E si ride. Si ride come matti.
La comica romana è ancora più travolgente dell'altra volta. Riempie il palco e gli occhi di chi la sta a guardare. Impossibile resistere a tanto talento e personalità.
Nella serata eliminatoria mi era piaciuta, ma oggi di più. Oggi l'adoro. E con me tutti quanti.
E' un trionfo!

Per terzi salgono sul palco i Sumadai, gli improvvisatori che portano in scena i segreti del pubblico.
E cosa combinano? Fanno quello che non ci si aspetta. Scelgono, inconsapevolmente o meno, la via più difficile. Stasera, invece di far ridere, raccontano una storia drammatica e struggente.
Di fronte all'improvvisazione spesso ci si aspetta solo la risata facile, al limite dello sketch. Loro, invece, cambiano via. Avanzano per una strada meno battuta. Ed emozionano. Bravi e coraggiosi!

Infine è la volta dei Bella Domanda, il duo comico che si era aggiudicato la prima serata eliminatoria. Sembra passato un secolo, anche se si tratta solo di poco più di un mese. Loro mi erano piaciuti, ma mi chiedo se abbiano limato le imperfezioni, lavorato sul pezzo, aggiustato alcune cose. Sì, insomma, mi preoccupo come una vecchia zia coi nipotini che fanno la maturità .
Che dicevo della mia inettitudine da blogger perfida? Ecco, appunto.
I Bella Domanda tornano a Facce da Palco dopo 43 giorni. Tornano con un pezzo simile ma diverso dal primo. Così come l'altra volta, la parte che amo di più è quella finale con un esilarante colloquio di lavoro. (A proposito, ragazzi, a me piaceva di più quando vi scambiavate la giacca piuttosto che gli occhiali. Capisco che gli occhiali siano più facili e rapidi da gestire, ma la giacca secondo me era un vero colpo da maestro).

Si sono esibiti tutti.
E' il momento delle votazioni. I giudici danno i numeri. Il pubblico riempie i barattoli delle proprie preferenze. Io sto in prima fila e mi chiedo chi vorrei che vincesse. C'è chi ha un ottimo testo; chi una personalità strabordante; chi c'ha messo cuore, fegato e un altro paio di organi interni; e chi ha una comicità più affine alla mia.

Potrebbe vincere chiunque. Chiunque lo meriterebbe.

Alla fine Natalia e Lothar prendono la parola.
"Il primo finalista di Facce da Palco è Cecilia D'Amico!" annunciano.
Gioia e pure un poco di commozione.
Tutti bravi!
Bravissima Cecilia.

A maggio la finale.
Intanto, fra due settimane, la seconda semifinale.
Ci si becca sabato 26 aprile alla Casa del Quartiere.
Non mancate!
Il boato. I detriti. Le urla.
A pochi metri dal traguardo.
(2013)
Annunciamo la mappatura del genoma umano.
(2003)
Sono Michail Gorbačëv e ammetto il massacro di Katyń.
Nel 1943 l'Armata Rossa fucilò 21.857 cittadini polacchi inermi.
Chiedo scusa a nome del mio paese.
 (1990)
Robert ed io siamo in orbita intorno alla Terra.
Inizia l'era del Columbia.
(1981)
"Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito."
(Se questo è un uomo, Primo Levi)
(1987)
"Non si vede nulla con questa nebbia"
"Andiamo a Mosca"
"Non ci arriviamo"
"Tira su tira su"
"Dannazione!"
(Silenzio)

Novantasei vittime.
Presidente, First Lady, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, Presidente della Banca di Polonia.

(2010)
Prendiamo funi e mazze ferrate.
Proviamo ad abbattere la statua.
Non ci riusciamo.
Arrivano gli americani: Saddam viene giù!
Le televisioni filmano. Tutto il mondo guarda.
(2003)
Scendo in piazza a festeggiare.
"Ding Dong! The Witch is dead"
(2013)
E' giovedì.
E giovedì è il giorno del mio corso di francese.
Tutti i sacrosanti giovedì: tre ore di erre moscia e inadeguatezza linguistica.
Tutti i sacrosanti giovedì tranne quando c'è Facce da Palco.

In quel caso le ore a studiare l'idioma d'oltralpe si dimezzano e io scappo a metà lezione.
Spicco il volo dalla classe con un leggiadro "au revoir" e la coscienza leggera. Perché quando si è adulti non si "taglia" la scuola di nascosto. Certi proibiti piaceri ci vengono tolti. Ma è necessario trovare un'adeguata giustificazione alla defezione. Un'adeguata giustificazione con noi stessi, per non farci pesare i soldi inutilmente spesi o la mancanza di adempimento all'impegno.

Per me Facce da Palco è la giustificazione perfetta.
Facce da Palco è la soluzione.
Facce da Palco è.

Questo, però, non è e non sarà un giovedì qualunque.
Lo capisco da subito.
Infatti, sorprendentemente, scappare dal corso di francese quasi mi dispiace.
Per una volta ho fatto tutti i compiti. Per una volta riesco a rispondere alle domande. Per una volta magicamente mi trasformo da inetta senza speranza a molesta saccente prima della classe.  
Non so come ciò sia avvenuto, e sono certa che dal prossimo giovedì l'incanto svanirà e io tornerò a balbettare parole senza senso e verbi coniugati a caso, ma per questo motivo quasi mi dispiace lasciare la classe e dirigermi verso il Bazura.
Quasi.

Arrivo al circolo e sono già tutti lì: artisti, presentatori, fotografi, tecnici, e giuria.
Prendo il mio posto e scopro dopo un secondo che tra i giurati è presente un responsabile del Fringe Festival. Io, improvvisamente arsa dal fuoco dell'ambizione cieca, esordisco con un "avete bisogno di una blogger?". E nei successivi 5 minuti ammorbo l'incolpevole con una mia vergognosa autopromozione.
Risultato? Il suo sguardo terrorizzato mi dà tre certezze: non farò mai la blogger per il Fringe, impediranno la mia partecipazione a tutti gli eventi, e ho assolutamente bisogno di un esorcista. Uno bravo.

Riprendo faticosamente il controllo di me stessa, giusto in tempo per godere dell'inizio dello spettacolo.
Natalia, Lothar e Dragosh (l'ardimentoso Boy superstite) ci danno una dimostrazione di sofisticato teatro di ricerca. 
Meravigliosi.
Natalia splende come la santa omonima protettrice di Bulgrazia, e di tutte le donne esperte nel dare indicazioni stradali.
Lothar, muto ma dallo sguardo inequivocabile, s'interroga e c'interroga circa il senso della vita, della morte, e della sua impossibilità odierna di azzeccare un nome che sia uno. 
Ma a primeggiare questa volta è Dragosh. Il giovine virgulto, uscito dal proprio bozzolo, pettina un topo morto una parrucca con impeto, passione, e lucida follia. 
Le citazioni d'ispirazione milanese le possiamo capire in pochi. Ma quelli di noi che le capiscono ridono fino alle lacrime.
Bravo! Bravi! Bis!

Come si fa a mantenere un livello simile?
Impossibile!

O forse no.
Ci prova Cecilia D'Amico da Roma. E ci riesce.
Giovane e minuta, Cecilia riempie il palco. Le bastano pochi secondi per calamitare l'attenzione di tutti con i suoi personaggi e le sue trasformazioni.
Sceglie argomenti forse poco originali: gli uomini e le relazioni ai tempi del web. Ma li mette in scena in modo accattivante, dimostrando fantasia e una forte personalità. 
Sono venti minuti di risate. E venti minuti non sono pochi, affatto.
Alla fine della sua esibizione siamo tutti soddisfatti: pubblico, giuria, blogger.
Brava.

Dopo Roma si torna a Torino.
Scende in campo la comicità surreale di Paolo Avataneo.
Interpreta vari personaggi tutti assieme. Fa le domande e si dà le risposte. Propone sketch folli e, non contento, li arricchisce anche con finali alternativi e ancora più folli.
Che sia surreale è sicuro. Comico non è detto.
Più che ilarità tra il pubblico si percepisce un generale imbarazzo.
Rimaniamo tutti spiazzati. Anche la giuria.
La domanda inespressa della serata è: lui e un genio e noi non abbiamo capito niente oppure...? 

A riportare ordine e leggerezza ci pensano le Deloreansisters. 
Un quartetto di ragazze dedite all'improvvisazione teatrale, il burlesque e il canto. Tanta roba tutta assieme. 
Il numero forse deve essere ancora limato e perfezionato, ma ci sono ottimi margini di miglioramento e crescita. 
Le sorelle ci regalano divertimento, fascino e belle voci. Ne sentivamo proprio il bisogno, grazie!

Infine tocca a Stefania Lapertosa e Luciana Nigro con “Mariè. L’oscura era della ragione”. Un'opera concettuale al cui centro si trova il dolore della protagonista, rinchiusa in un mondo di fobie, allucinazioni e buio interiore.
Sono lontanissima da questo tipo di teatro. E molto ignorante al riguardo. Ma l'angoscia che viene rappresentata mi colpisce come un treno. 
Il pubblico si divide, mentre la giuria dimostra tutto il suo apprezzamento.

Si passa alle votazioni.

Giovedì, questo giovedì è il giorno dei colpi di scena: io parlo francese e si verifica ciò che a facce da Palco non si era mai verificato. 
Un parimerito!
Passano in semifinale: Cecilia D'Amico, Stefania Lapertosa e Luciana Nigro.

Tutto può succedere in questo talent.
Tutto succede in questo talent.

Da sabato (al Cafè Des Arts) inizia la fase finale.
Quando il gioco si fa duro...
Ritrovano i resti del mio aereo al largo della Corsica.
Venni abbattuto il 31 luglio del 44. Sono e sarò per sempre il padre del Piccolo Principe.
 
(2004)
La terra trema. Ancora.
Ma questa volta è diverso. Non smette.

Sono ancora viva qua sotto. Venitemi a prendere.

(2009)
Muoio oggi.
Mi ritroveranno fra tre giorni.

I nedeed some help to help myself.

(1994)
"Ieri sera al cinema. Solo film di guerra. Uno ottimo di una nave piena di rifugiati bombardata da qualche parte nel Mediterraneo. Il pubblico molto divertito dalla scena di un grassone grande e grosso che cercava di sfuggire a un elicottero che lo inseguiva. Lo si vedeva prima sguazzare nell'acqua come un delfino, poi attraverso i congegni di mira dell'elicottero, dopodiché era pieno di buchi e il mare attorno a lui diventava rosa ed egli affondava all'improvviso come se i buchi avessero fatto entrare l'acqua. Il pubblico dette in grosse risate quando l'uomo affondò."
(1984)
Ho sempre amato i giocattoli nuovi. 
Alla fiera di San Francisco rimango incantato di fronte all'Osborne 1, il primo computer portatile in commercio.
(1981)
Era giunta finalmente la primavera.
Il sole illuminava la città dal centro di un perfetto cielo color carta da zucchero.
Il Professore avanzava lungo il marciapiede, portando con sé solo un sorriso aperto da un orecchio all'altro. Procedeva a passo tanto spedito, che le falde del lungo impermeabile faticavano a coprire gli ossuti polpacci.
Ossuti, ignudi, pallidi e glabri.

Il freddo era passato e il Professore poteva finalmente tornare a passeggiare per parchi, giardini e vicoli.
Passeggiare sotto il sole.
Compito ed elegante dal collo alla cintola.
Nudo come un pupo dalla cintola in giù.

Il più innocuo ed educato tra i maniaci di quartiere.
Un vecchio docente universitario, senza cattedra e senza pensione. Travolto, ma mai domo, dallo scandalo del suo vizietto.

Un cravattino rosso, una giacca grigia, e una camicia candida dal collo perfettamente inamidato.
Un gentile pericolo per vecchie e donne in odor di santità.

Lo conoscevano tutte da anni. Lui, col tempo, si era costituito una sorta di affezionata clientela.
Arrivava, aspettava che la vittima alzasse lo sguardo, e poi ZAC apriva l'impermeabile. Con grande soddisfazione di entrambe le parti.

"Buongiorno caro, mi fa piacere vedervi in forma" gli diceva la vedova Torroni. Nobile decaduta che trascorreva tutto il tempo a dar da mangiare ai piccioni del parco.
"Professore, che sorpresa! Ma è già primavera?" chiedeva la tata Clizia. Stagionata baffuta che aveva cresciuto tre generazioni di commendatori in casa Piperlo.
"Oh cielo, ma sapete che ho pensato proprio a voi stamane, quando al mio risveglio ho trovato una così bella giornata?" arrossiva gioiosa la signorina Pesce. Figlia mai maritata e soddisfatta del compianto Generale.

Tutte lo aspettavano. Tutte.
Ad ogni primavera occupavano i posti migliori tra panchine e fermate d'autobus e là, in devota attesa, sgranavano il rosario delle voglie passate.

Il Professore rendeva loro un servizio. Regalava loro un brivido. Celebrava con la sua degna mascolinità una mai spenta femminilità. Ma sempre con eleganza e galanteria.
Impossibile trovar volgarità tra il Professore e le sue Signore.
Gente d'altri tempi. Quando le porcherie si facevano per sincera vocazione e non noiosa provocazione.

Fine.
Occupiamo l'islas Malvinas.
Comincia la guerra.
(1982)
Una serata può cominciare in vari modi.
La mia cercando un posto auto per la bellezza di 60 minuti.
Provo vicino al locale (Cafè des Arts, in via Principe Amedeo 33), provo lontano dal locale, provo persino a lanciare l'auto oltre il parapetto del ponte, e lasciarla adagiare in un trionfo di bolle sul fondo del Po. Le provo tutte.
Alla fine trovo parcheggio in una sciccosissima e remota zona prima della collina.
Ma perché così tante difficoltà?
E' semplice. 
A Torino le temperature sono primaverili tendenti all'estivo, e ciò fa sì che una quantità abnorme di varia umanità lasci le proprie tane per riversarsi in centro.
Ne hanno diritto, i maledetti, ne hanno diritto!
Li odio, loro e le loro ingombranti auto!

Sono così in ritardo che arrivo a spettacolo appena cominciato, mi faccio largo sgraziatamente, prendo posto e ordino a me stessa di godermi la serata. Anche se ho l'umore gioioso di un cane idrofobo, e sono ben disposta verso il prossimo quanto Jack lo Squartatore.

Natalia, che per l'occasione sfoggia un caschetto rosso assassino, si tiene su con il Paracetamolo. Lothar presenta con un piede sul palco e l'altro nel bagno. Uno degli artisti in gara dà forfait per problemi di salute.
Insomma, se la settimana scorsa ero io l'anello debole, questo sabato è un'ecatombe, un lazzaretto, una strage di Facce sotto, davanti e dietro il Palco.
L'unico motivo di vera giuoia è rappresentato dalla nascita della piccola Anna, figlia di una delle organizzatrici. Narra la leggenda che la bimba, nata da meno di una settimana, sappia già ballare il tip tap, cantare come un usignolo, e recitare Shakespeare a memoria. Un posto nella competizione del prossimo anno non glielo toglie nessuno!

L'onore e l'onere di aprire la serata tocca a Cristina Castigliola e Paui Galli. Anzi solo a Cristina.
Sale sul palco e comincia una divertente conferenza sul bisogno di tempo libero. Sulla necessità di lavorare di meno, rinunciare al superfluo, e dedicarsi al piacere delle vacanze, della coltivazione dell'io, o del dolce far niente.
Ecco, io sarei anche d'accordo, il problema è che se lavorassi di meno non dovrei rinunciare solo al superfluo ma pure al necessario, tipo il telefono, l'energia elettrica, il cibo. Quelle robette là, insomma.
Mentre mi distraggo con questi pensieri poveri-filosofici-esistenziali, dal fondo della sala prende la parola, timida e impacciata, una delle spettatrici. Dice di voler fare delle domande. Tra il pubblico scorre quel tipico imbarazzo da "ma chi è sta pazza?". Nel vociferare collettivo si colgono "Ma non è una conferenza vera, qualcuno glielo spieghi", "Che imbarazzo, mi vergogno per lei", e via dicendo.
Ci casco anch'io per un attimo ma poi, improvvisamente, ricordo: dovevano essere un duo. Quella non è una pazza. Quella è Paui.
Raggiunge la compagna sul palco, vestendo i panni della donna qualunque che si lamenta della propria vita faticosa e senza soddisfazioni. Lo fa muovendosi e parlando in maniera assolutamente credibile. I suoi registri sono completamente diversi da quelli usati dalla collega. 
L'inganno, la magia, l'effetto sorpresa riescono perfettamente.
A poco a poco tutto il pubblico, comunque, mangia la foglia. Perversamente contento di esserci cascato, anche solo per qualche minuto.
Il pezzo fa riflettere, anche se i temi paiono ormai in parte superati dalla crisi contingente. Ma fa soprattutto ridere. Coinvolge e sorprende.
Un ottimo lavoro, gradito sia dal pubblico sia dalla giuria.
Brave!

Poi tocca alla bellezza, la femminilità e la sensualità.
No, non siamo Natalia ed io che abbiamo deciso di scendere in competizione. Anche perché non ce ne sarebbe per nessuno, e ci dispiacerebbe mettere in difficoltà gli altri artisti.
Ma sono le ballerine del duo Versus, che ci trasportano in terre lontane con la loro danza del ventre.
Voi avete mai provato questa disciplina? Io sì, una volta. Mooolti anni fa. Ho fatto solo una lezione di prova, presentandomi spocchiosa con i miei 50 kg bagnati e gli addominali scolpiti. Risultato? Un manico di scopa fatto e finito! La negazione della sensualità, della femminilità, del doppio cromosoma X.
Da quella volta molta acqua è passata sotto i ponti, i miei addominali sono scomparsi, e i 50 kg ora godono di ulteriore compagnia. Certe cose, però, non cambiano mai e infatti la mia elasticità bacino articolare, a tutt'oggi, non si è ancora palesata. 
Molto tempo è passato, dicevo. Io non sono un soggetto invidioso. E posso godere dell'esibizione delle ballerine con la giusta obiettività. 
Sono brave, ammiccanti ed eleganti. Sono magnetiche e coinvolgenti. Nonostante un piccolo problema tecnico, mantengono sempre l'attenzione del pubblico che, esperto o meno, le apprezza e applaude convinto.

La competizione di stasera viene chiusa da un altro duo: Gilet & Salopet con il loro "pomeriggio di ordinaria follia".
Giovanissimi e bravissimi. Giocano con le parole, i suoni e gli oggetti. Giocano con i luoghi comuni portati fino all'eccesso e al delirio. 
Mangiano pennette al retrogusto di rimpianto. Scotte, fredde, in bianco, senza olio, e di due giorni prima. Ricordandomi, tra l'altro, i miei cari amici tedeschi e le loro follie gastronomiche. 
Danno vita a una conversazione tra caffetteria fedifraga e tazzina un poco zoccola. Ricordandomi, tra l'altro, qualche mio conoscente.
Cantano nella vecchia fattoria. Non ricordandomi niente in particolare, ma continuando a farmi ridere. E con me, tutta la sala.
Applausi e complimenti della giuria.
Hanno 22 anni. Tutto il pezzo è stato scritto da loro. Chissà cosa riusciranno a fare in futuro.
Intanto, per non sbagliare, tanta tantissima merda da Radio Cole.

Le esibizioni sono finite. Si parte con la votazione. 
Francesca, organizzatrice e giurata, intrattiene il pubblico leggendo una serie di sciocchezze tra lo scherzoso e il poetico.
"Ma chi potrà mai aver scritto tutte queste fesserie?" mi chiedo.
"Io" mi rispondo.
E anche per stasera l'angolo blogger ce lo siamo tolto di mezzo.

Pochi minuti e si raggiunge il verdetto. Passano Cristina Castigliola e Paui Galli con il loro "Del piacere e del bisogno del tempo libero- Conferenza spettacolo-" ovvero "Scherzo in un atto sul tema del tempo libero - tempo lavorativo".
E io le immortalo nella cucina-camerino perché sono una controversa artista dell'obiettivo.


L'ultima serata eliminatoria è prevista giovedì al Bazura, via Belfiore 1.
Accorrete numerosi!
99% dei voti.
Nasco oggi.
Sono la Repubblica Islamica dell'Iran.
(1979)
Sono anni che desidero imparare il francese.
Uno di quei sogni piccoli piccoli che hanno solo bisogno di tempo e buona volontà per essere realizzati.
Uno di quei sogni che si tengono chiusi nel cassetto "Non mi cambierebbe la vita ma mi piacerebbe tanto".
Quello incastrato tra gli ingombranti fratelli "Lo desidero da sempre" e "Sarebbe troppo bello per essere vero".

Lo scorso settembre ho dato una pulita alla vecchia cassettiera che mi porto dietro da sempre. Quella che inizia a prendere forma quando si è ancora bambini, cresce con l'adolescenza, ma poi invecchia e si riempie di ragnatele nell'età adulta. Ci si distrae un attimo e le tarme ne fanno scempio. Ci si distrae un attimo e sogni e desideri cominciano a puzzare di chiuso e stantio.

Ho tolto la polvere con un panno umido, poi ho lucidato la superficie con una vecchia pezza di lana morbida. Ho fatto un passo indietro, strizzato gli occhi, ed osservato il risultato finale con la giusta attenzione.
Uno splendore.
Vissuta ma non vecchia. Carica di possibilità. Con i cassetti semiaperti a prendere aria e regalare ispirazione.

E' stato durante questa mia osservazione che il vano meno magico e lucente ha attirato la mia attenzione. 
Mi sono avvicinata e l'ho spalancato.
Tra i tanti piccoli desideri realizzabili, il francese si è presentato per primo. Sfacciato e orgoglioso, con la schiena dritta, lo sguardo altero, e una femminilità tutta speciale dal nasino all'insù e i fianchi da donna.

E così, mossa da antico desiderio e  nuovo entusiasmo, mi sono iscritta a un corso.
Lingua francese-livello elementare.
Da quel momento è finita la poesia e cominciato l'incubo.

Voi parlate francese?
Io no e non credo che lo parlerò mai.
Ciò che mi ha sempre attirato di questa lingua era il suono elegante e musicale.
Bene, ora che la studio posso dire con orgoglio di non azzeccare un accento che sia uno.
Il francese tra denti e palato non mi scivola come la seta, ma s'incastra come lana infeltrita.
Mentre mi adopero disperatamente per sembrare Sophie Marceau, suono immancabilmente come la signorina Rottermeier.
Ebbene sì, parlo francese con un accento vagamente tedesco.
I miei neuroni si ribellano al cambiamento e si attaccano tenacemente alle antiche conoscenze e così, quando la parlata non è teutonica, tutt'al più è britannica. Ma mai mai e poi mai parigina.

E non è che l'accento sia l'unico dei miei problemi. Magari!
Ci sono i numeri.
Avete presente i numeri in francese?
Fino a 60 si scivola via tranquilli, poi comincia la follia.
70? Sessantadieci.
71? Sessantadieci-uno? No! Sessantaundici.
72? Sessantadieci-due? Ma allora siete di coccio!? Sessantadodici.
80? Sessantaventi? Vi piacerebbe! Quattroventi.
90? Non ci provate neanche, eh? Ve lo dico io. Quattroventidieci.
In un crescendo di delirio e insensatezza.

E le eccezioni?
Non esiste una regola grammaticale che non porti con sé un milione di eccezioni. Verbi, plurali, aggettivi. Ce n'è per tutti i gusti e per tutti gli incubi. Da imparare facendo esclusivo affidamento alla memoria e rinunciando alla logica.

Ok, non fate quella faccia lì, non c'è bisogno che lo diciate voi, lo so già da me.
La grammatica francese è difficile, ma del resto lo è anche quella del mio amato tedesco o, semplicemente, quella dell'italiano.
Il problema non è l'affascinate idioma d'oltralpe. Il problema sono io.
Io che non ho tempo di studiare. Io che non ho orecchio. Io che mi abbatto di fronte alle prime difficoltà.

Ma non temete.
Mi lamento ma non mollo.
Ci vorrà del tempo, ci vorrà impegno, ci vorrà pazienza.
Ma un giorno ce la farò.
Sarò poco musicale, sarò sgraziata, sarò un florilegio di sgrammaticature.
Ma supererò l'imbarazzo e comincerò a parlare francese.

Lo farò.
Parbleu!
Assumo la reggenza del mio principato. Sono Alberto II di Monaco.
(2005)
Per 40 milioni di dollari i Girasoli sono miei.
(1987)
 Finisce il processo. Mi condannano per l'attentato al Papa. Sono Alì Agca.
(1986)
"And the winner is: Rocky!"

(1977)
Sono Silvio Berlusconi.
Ho vinto.
(1994)
Sempre più giù.
Sempre più a fondo.
Freddo.
Buio.
11.000 metri sotto il livello del mare.
Sono James Cameron e raggiungo il punto più profondo di tutti gli oceani.
(2012)
Sono nuovamente sulla Terra dopo essere stato via 311 giorni, 20 ore ed 1 minuto.
Sono l'ultimo cittadino dell'Unione Sovietica. Il mio paese c'era quando sono partito ma ora, al mio ritorno, non c'è più.
Sono il cosmonauta Sergej Konstantinovič Krikalëv.
(1992)
Premessa fondamentale: sono malata, debole e malmostosa. Mi murerei volentieri sotto il piumone. Credo che non guarirò mai più. L'umore è sotto i tacchi e le occhiaie troneggiano orgogliose.
Mi reco alla Casa del Quartiere portando con me tutto questo bagaglio di ottimismo e voglia di vivere.

Ma, nonostante tutto, riesce nell'impresa di farmi sorridere l'accoglienza dei miei compagni d'avventura, prima, e lo scoprire l'esistenza di una sedia riservata a Radio Cole, poi.
Ok, morirò, ma morirò cullandomi in queste piccole calde soddisfazioni.

Prendo posto accanto alla giuria.
Lo spettacolo inizia.
"Nessuno può mettere Lothar in un angolo", dice Natalia di paillettes e sobritudine vestita.
E i due presentatori si lanciano nei celeberrimi Balli Sporchi, danzando al ritmo di The Time of My Life, e regalandoci persino l'angelo finale.
Brividi e commozione. Potere del virus? No, degli anni '80.

Il compito di aprire la serata tocca a Donatella Morabito. L'artista romana, vestendo i panni di Bon Bon Rouge, ci racconta un mondo fatto di acrobazie, risate, clownerie, sorprese e una forte intesa con il pubblico. E' questa la sua forza. La capacità, con un sorriso e uno sguardo, di portarci tutti stretti stretti sulla sua piccola panchina. Lei, con  la sua maschera e la sua genuinità.
Il pubblico gradisce, la blogger anche, la giuria si complimenta.


Dopo Roma si torna a Torino con Michael's arms- the new era dance crew.
Un gruppo di appassionati che portano sul palco un omaggio danzereccio a Michael Jackson.
Appassionati e non ballerini. E, purtroppo, la differenza si vede. 
Questi ragazzi sognano di far beneficienza con i loro spettacoli, in omaggio e memoria del loro idolo. Lo scopo finale è ammirevole, ma la preparazione attuale ancora lontanissima dalla sufficienza.

Andiamo oltre.

Dal Piemonte si va in Toscana. Un duo di Livorno, costituito da Valerio Ianniciello e Luca Mariotti, porta in scena magia, musica e teatro. Carte, trucchi, e lettura del pensiero come non li avete mai visti. Tutto immerso in un'atmosfera da fumoso Jazz Club. C'è persino il sassofono.
Forse manca un poco di ritmo e i meccanismi si devono ancora oliare, ma l'idea è molto buona e il risultato più che accattivante. E ve lo dice una che non è mai andata pazza per i numeri di magia!
Valerio e Luca mi hanno quasi fatto cambiare idea. No, il fatto che il titolo del loro prossimo spettacolo sia "La blogger segata in due e mai più ricomposta" non influenza minimamente il mio giudizio.
Deh, ora però poggiate quella motosega livornesi, ir'budello di tu' mà! (*)

Dopo la terza esibizione c'è un cambio palco un po' complesso da fare. Serve qualcuno che colmi il gap. Qualcuno che distragga il pubblico. Qualcuno da mandare in pasto ai leoni.
Io non sto bene e, come in ogni branco che si rispetti, divento un perfetto aperitivo per rallentare i predatori.
Mi alzo e, facendomi schermo con un foglietto stropicciato-copione wannabe, leggo tutto d'un fiato il mio "riassunto delle puntate precedenti".

Un buon ritmo iniziale.
Una battuta non mia, ma regalatami da un amico.
Un'altra improvvisata in uno slancio di "echisenefotteiodicopurequesta".
Insomma, alla fine me la cavo. Legnosetta e con la vocetta strozzata? Sì, e pure un poco tremolante. Potrei farne un marchio. Un personaggio. "Pancrazia, la blogger che in pubblico finge di farsela sotto". Finge, eh. Ma come finge bene!

Dopo gli stuzzichini di blogger, tocca agli ultimi artisti della serata. Arrivano anche loro da Livorno. Sono tre donne. 
In scena: Alessandra Donati e Beatrice Neri. Fuori: la voce potente e cangiante di Silvia Rosellini. 
Rappresentano "Carmilla", un adattamento del racconto scritto dall'irlandese Sheridan Le Fanu. 
Atmosfere gotiche, sofferte ed ambigue raccontate tra musica classica ed elettronica, danza, teatro e canto.
Lo spettacolo è suggestivo. Le artiste molto brave.
Pubblico stregato. Giuria soddisfatta. Blogger piacevolmente sorpresa.


Anche questa sera siamo giunti alle votazioni. Si fanno conti frenetici. E' il momento del verdetto.
Passano il turno Alessandra, Beatrice e Silvia. La loro Carmilla, giovane vampira ottocentesca, si è guadagnata un posto in semifinale.


Io corro a sconfiggere il virus, debellare la fiacca e sbocciare di nuova bellezza per la prossima serata.
Ci si vede sabato 29 al Café des Arts!


(*)traduzione italiano-livornese gentilmente suggerita da Alex
Post più recenti Post più vecchi Home page

Il mio Laboratorio di Scrittura via Newsletter

Il mio Laboratorio di Scrittura via Newsletter

IL MIO SITO

IL MIO SITO

La mia vetrina Amazon

La mia vetrina Amazon
Dai un'occhiata ai miei consigli di lettura e scrittura...

Social

POPULAR POSTS

  • Pancrazia in Irpinia (Quarta Parte)
  • Pancrazia in Irpinia (Prima Parte)
  • Pancrazia in Irpinia (Prologo)

Categories

IlMioProgetto chiacchiere libri Racconti viaggi cinema Torino RadioCole attualità musica televisione società DiarioRacconti sport Nella Rete blogosfera Laboratorio Condiviso teatro citazioni microracconti FacceDaPalco arte Un marito per caso e per disgrazia scrittura creativa Erasmus HumansTorino Peanuts cabaret lavoro Rugby meme ImprovvisazioneTeatrale PrincipeV poesia OffStage articolo sponsorizzato Pancrazia Consiglia pubblicità twitter PancraziaChi? TronoDiSpade articolo Adelina Harry Potter Podcast premi tennis graficamente PancraziaInBerlin laboratorio scrittura materiale di scarto DaFacebookAlBlog Pancrazia and the City Roma True Colors DonnePensanti EnglishVersion favole sogni CucinaCole IlRitorno chiavi di ricerca dasegnalare help 2.0 video Le piccole cose belle Mafalda Rossana R. cucina dixit kotiomkin live blog candy branding copywriting da segnalare metropolitana personal branding satira viaggio dell'eroe
Powered by Blogger.

Blog Archive

  • ▼  2023 (31)
    • ▼  settembre (4)
      • Laboratorio d'Autore
      • On line
      • Diretta Instagram
      • A ognuno il suo racconto
    • ►  agosto (2)
    • ►  luglio (4)
    • ►  giugno (1)
    • ►  maggio (3)
    • ►  aprile (5)
    • ►  marzo (4)
    • ►  febbraio (6)
    • ►  gennaio (2)
  • ►  2022 (57)
    • ►  dicembre (3)
    • ►  novembre (5)
    • ►  ottobre (10)
    • ►  settembre (5)
    • ►  agosto (3)
    • ►  luglio (6)
    • ►  giugno (6)
    • ►  maggio (9)
    • ►  aprile (3)
    • ►  marzo (1)
    • ►  febbraio (3)
    • ►  gennaio (3)
  • ►  2021 (20)
    • ►  dicembre (3)
    • ►  novembre (1)
    • ►  settembre (1)
    • ►  agosto (6)
    • ►  aprile (2)
    • ►  marzo (2)
    • ►  febbraio (2)
    • ►  gennaio (3)
  • ►  2020 (84)
    • ►  dicembre (6)
    • ►  novembre (6)
    • ►  ottobre (6)
    • ►  settembre (6)
    • ►  agosto (6)
    • ►  luglio (10)
    • ►  giugno (9)
    • ►  maggio (11)
    • ►  aprile (8)
    • ►  marzo (8)
    • ►  febbraio (4)
    • ►  gennaio (4)
  • ►  2019 (6)
    • ►  dicembre (1)
    • ►  agosto (1)
    • ►  luglio (2)
    • ►  febbraio (1)
    • ►  gennaio (1)
  • ►  2018 (37)
    • ►  dicembre (1)
    • ►  novembre (5)
    • ►  ottobre (3)
    • ►  settembre (7)
    • ►  agosto (3)
    • ►  luglio (2)
    • ►  maggio (1)
    • ►  aprile (7)
    • ►  marzo (8)
  • ►  2017 (23)
    • ►  settembre (2)
    • ►  maggio (2)
    • ►  aprile (4)
    • ►  marzo (8)
    • ►  febbraio (6)
    • ►  gennaio (1)
  • ►  2016 (20)
    • ►  settembre (2)
    • ►  giugno (2)
    • ►  maggio (1)
    • ►  aprile (7)
    • ►  marzo (2)
    • ►  febbraio (1)
    • ►  gennaio (5)
  • ►  2015 (78)
    • ►  dicembre (1)
    • ►  ottobre (4)
    • ►  settembre (4)
    • ►  agosto (8)
    • ►  luglio (6)
    • ►  giugno (7)
    • ►  maggio (6)
    • ►  aprile (6)
    • ►  marzo (11)
    • ►  febbraio (11)
    • ►  gennaio (14)
  • ►  2014 (242)
    • ►  dicembre (17)
    • ►  novembre (8)
    • ►  ottobre (8)
    • ►  settembre (10)
    • ►  agosto (7)
    • ►  luglio (18)
    • ►  giugno (18)
    • ►  maggio (19)
    • ►  aprile (23)
    • ►  marzo (40)
    • ►  febbraio (38)
    • ►  gennaio (36)
  • ►  2013 (353)
    • ►  dicembre (40)
    • ►  novembre (37)
    • ►  ottobre (48)
    • ►  settembre (33)
    • ►  agosto (35)
    • ►  luglio (39)
    • ►  giugno (35)
    • ►  maggio (40)
    • ►  aprile (23)
    • ►  marzo (8)
    • ►  febbraio (10)
    • ►  gennaio (5)
  • ►  2012 (126)
    • ►  dicembre (10)
    • ►  novembre (9)
    • ►  ottobre (12)
    • ►  settembre (13)
    • ►  agosto (19)
    • ►  luglio (10)
    • ►  giugno (10)
    • ►  maggio (7)
    • ►  aprile (6)
    • ►  marzo (10)
    • ►  febbraio (10)
    • ►  gennaio (10)
  • ►  2011 (95)
    • ►  dicembre (18)
    • ►  novembre (6)
    • ►  ottobre (4)
    • ►  settembre (9)
    • ►  agosto (5)
    • ►  luglio (10)
    • ►  giugno (12)
    • ►  maggio (4)
    • ►  aprile (7)
    • ►  marzo (9)
    • ►  febbraio (4)
    • ►  gennaio (7)
  • ►  2010 (97)
    • ►  dicembre (9)
    • ►  novembre (6)
    • ►  ottobre (2)
    • ►  settembre (7)
    • ►  agosto (7)
    • ►  luglio (16)
    • ►  giugno (10)
    • ►  maggio (8)
    • ►  aprile (9)
    • ►  marzo (9)
    • ►  febbraio (6)
    • ►  gennaio (8)
  • ►  2009 (61)
    • ►  dicembre (4)
    • ►  novembre (5)
    • ►  ottobre (10)
    • ►  settembre (8)
    • ►  agosto (3)
    • ►  luglio (5)
    • ►  giugno (2)
    • ►  maggio (4)
    • ►  aprile (6)
    • ►  marzo (5)
    • ►  febbraio (4)
    • ►  gennaio (5)
  • ►  2008 (76)
    • ►  dicembre (3)
    • ►  novembre (5)
    • ►  ottobre (8)
    • ►  settembre (5)
    • ►  agosto (5)
    • ►  luglio (6)
    • ►  giugno (6)
    • ►  maggio (11)
    • ►  aprile (12)
    • ►  marzo (8)
    • ►  febbraio (5)
    • ►  gennaio (2)
  • ►  2007 (132)
    • ►  dicembre (2)
    • ►  settembre (18)
    • ►  agosto (11)
    • ►  luglio (33)
    • ►  giugno (13)
    • ►  maggio (13)
    • ►  aprile (16)
    • ►  marzo (26)

Copyright © Radio cole. Designed & Developed by OddThemes