Radio cole
  • Home
  • Laboratorio di Scrittura via Newsletter
  • Adelina
  • Il Mio Progetto
Cinquant’anni prima Parise Angelo era emigrato in America e da lì aveva preso a spedire soldi alla moglie. Lui, dall’altra parte del mondo, lavorava e andava a femmine mentre lei, rimasta in paese, comprava terra e cresceva da sola cinque bambini: Caterina, Rita, Ottavio, Giuliano e Federico.
Di denaro dall’America ne arrivava parecchio e la signora Agnese con i conti e gli affari era meglio d’un uomo, e così la famiglia divenne padrona di mezza collina. Purtroppo il talento coi soldi e la voglia di faticare non sempre passano nel sangue ed i figli, a forza di scialacquare e fare la vita da signori, in pochi anni si mangiarono metà del patrimonio. Ma i Parise tutti continuarono comunque a darsi delle grandi arie, perché una buona reputazione e tanta puzza sotto il naso possono far sembrare una sciccheria anche le toppe al sedere.
 
Ottavio, il padre di Augusto, aveva sposato una femmina bella come ce ne stavano poche e con lei, durante i lunghi anni di matrimonio, si era tanto amato. Talmente tanto che la famiglia era cresciuta come la pasta del pane: dodici figli avevano avuto, undici maschi ed una femmina sola.
Augusto, ormai adulto, si ritrovò quindi con poco terra da dividere tra un esercito di fratelli ed una gamba secca e storta che, di sicuro, non lo faceva tanto bello. In quelle condizioni trovare la moglie giusta non era mica cosa facile.

Il padre voleva che sposasse proprio quella vipera della cugina Angela, la compagnuccia mia di scuola, ma lui da quell’orecchio non ci sentiva: perché lei c’aveva il culo grosso come una credenza, quand’erano piccoli lo menava forte, e poi sotto il naso portava certi baffi che manco un generale.
Ad Augusto, chissà perché, faceva sangue la mezzana delle Barbagallo, che gli sorrideva sempre e lo guardava con certi occhi che pareva volesse mangiarselo. Ma tutti sapevano che la madre di quella sfacciata andava dietro al soldo e lui di certo non aveva le tasche abbastanza piene. Mica come quelle di Greco Antonio che, infatti, portò la svergognata all’altare pochi anni dopo, ricavandoci un esaurimento nervoso, due infarti, e più corna di una cesta di lumache. Pover’uomo.
E poi c’era Lucia. Augusto non ci poteva credere che uno splendore così non se lo litigassero tutti. “E’ troppo povera. Na femmina te deve portare della terra, altrimenti che te la pigli a fare?”, gli dicevano i fratelli suoi, ma lui la pensava diversamente. Lucia aveva la reputazione di essere una gran lavoratrice e questa, a parer suo, era proprio una bella dote. Una donna che non si fa spaventare dalla fatica è una sposa perfetta, altro che terra e bestie.

Augusto decise quindi che la sorella mia sarebbe stata la scelta più giusta per lui e, contro l’opinione di tutti i Parise, iniziò una corte che in paese ancora se la ricordano.

All’inizio si piazzò vicino a casa nostra. Ogni due o tre giorni ce lo ritrovavamo oltre il cancello a fare avanti e indietro e fischiettare come uno scemo. Mamma e Lucia lo ignoravano ma io non mi davo pace: ero convinta che quello, dopo tanti anni, fosse venuto a vendicarsi. Che mi volesse dare fastidio come io e gli amichetti miei avevamo dato fastidio a lui.
“Che stai a fà Adelì?”, mi chiese un giorno la sorella mia trovandomi in cortile a trafficare con dei rametti.
“Gnente”, dissi nascondendo le mani dietro alla schiena.
“Nun si troppo grande pe ste cose? Ancora stai a giocà?”
“Nun sto a giocà.”
“E che ci fai allora co na fionda?”
“Me difendo.”
“E da chi?”
“Dallo storpio.”
“Ma che t’ha fatto quel poveraccio? Nun è possibile che ce l’hai ancora co lui. Dimenticatelo!”
“Nun so io che ce l’ho co lui e lui che ce l’ha co me. Che ce viene a fare sennò davanti a casa nostra?”
“Ma che ne so. Magari c’ha appuntamento co qualche filarino suo.”
“Ma figurati! E co chi? Chi se lo piglia nu sgorbio cuscì? C’ho pensato bene bene, che pure se nun c’ho scola nun sono mica stupida io. C’è so solo du motivi pe venire qua: o vole vendicarse de me o c’ha na botta pe te.”
“Figurati, quellu è nu Parise: a una come me nun me se fila proprio.”
“Lo vedi che c’ho ragione io allora? Quellu se sta studiando qualcosa. Nun me fido.”
“Ma ormai è n’omo, te pare che pensa ancora a te?”
“Certo! Nun l’hai visto che faccia cattiva c’ha?”
“Ce rinuncio. C’hai la capoccia più dura de nu sasso. Ma torna dentro mò, che c’abbiamo da faticà!”

Dopo solo una settimana Augusto smise di farsi vedere dalle parti nostre.
“Hai visto che nun ce l’aveva co te? Se sarà lasciato co lu filarino suo e mo se ne va a passeggià da n’altra parte.”
“E già, c’avevi ragione tu”, risposi a Lucia mia. Evitando di spiegarle che due giorni prima m’ero fatta prestare Puzzo e che Augusto era dovuto scappare di corsa, con quella bestia che gli abbaiava dietro, i pantaloni strappati ed io che mi rotolavo a terra dal ridere.   
“Perché corre cuscì strano?”, m’aveva chiesto la Pazza.
“E’ zoppo.”
“Che vordì?”
“C’ha na gamba malata.”
“M’hai detto che era cattivo e te dava fastidio mica che era malato. Nun penzo che fare li dispetti alli malati è na cosa proprio da signorine pe bene.”
“Nun è mica malato, è cuscì perché è figlio delli diavuli.”
“Davvero?”
“Sicuro, che pensi che te dico na bugia?”
“No, tu si amica mia e bugie nun me le dici.”
“Giusto.”
“Allora abbiamo fatto bene a faglie piglià paura?”
“Eccerto, Annamarì.”
“Ma Adelì...”
“Che c’è?”
“Nun è che mo li diavuli me vengono a cercà?”
“Ma no, sta tranquilla, te c’hai Puzzo che te defende. Li diavuli c’hanno paura delli cani.”
“Davvero?”
“Eccerto, che nun lo sapevi? E’ pe questo che la Signora te dice de tenerlo legato davanti alla casa de notte.”
“Pe li diavuli? Mica lo sapevo, la Signora nun me l’ha detto mai.”
“Nun te l’ha detto pe nun farte spaventà.”
“E te come fai? Te nun ce l’hai nu cane.”
“Io nun c’ho paura de gnente e me defenno da sola.”
“Come si coraggiosa.”
“Che ce voi fa? Ce sono nata cuscì.”

Ad Augusto le fregole non gli passarono neanche col morso di Puzzo. E per i due mesi dopo si mise a guardare Lucia per strada, cercando di attirare l’attenzione con sorrisi e occhiate da attore del cinematografo. Una roba da far rigirare lo stomaco.
“Ma che c’avrà da fissare quellu?”, chiedevo io.
“Nun so e nun m’enteressa. Te nun lu guardare”, mi rispondeva Lucia.
“Quello sfacciato fa lu cascamorto co te!”
“Nun glie dare corda e cammina.”
“Te guarda e te squaglia.”
“Cammina, ho detto!”
“Ma chi se crede d’essere quellu zoppo? Per chi t’ha presa?”
“Ignoralo Adelì!”

Vedendo che anche così di progressi non ne faceva e che, invece di guadagnarsi l’attenzione di Lucia, riusciva solo ad attirarsi le occhiatacce mie, Augusto provò perfino ad attaccar bottone: “Bongiorno signorine Carretta”, “E’ proprio na bella giornata oggi, vero?”, “Come state signorina Lucia?”
Ogni volta noi, mute come pescetti, abbassavamo gli occhi e ci allontanavamo veloci veloci. Più lui insisteva, più le labbra nostre s’incollavano e le gambe pedalavano. Mentre gli altri, che assistevano alla scena, sfottevano lui e pure noi, “Lascia perdere Augù che nun è cosa pe te”, “Le Carretta ce l’hanno d’oro, nun la mollano!”, “Quella è de ghiaccio, attento che te se freddano le mano se provi a toccarla”, “La madre gliele taglia le mano, altroché!”, e si tenevano la pancia dal ridere quei gran cornuti.
Ormai ogni commissione in paese era diventata un supplizio.
“Nun ce posso credere: ce sta pure quella merda de Teo in mezzo. Mo vado, glie tiro nu bello calcione tra le gambe e lo faccio frignà come nu pupo a quellu!”
“Tu nun vai proprio da nisciuna parte. Ce ridono già abbastanza de dietro cuscì.”
“Perché nun lo diciamo a mamma allora? Ce pensa lei a faglie passà la voglia de scherzare a quelli.”
“Mamma nun c’ha bisogno de altri pensieri e poi che le diciamo?”
“Che quei porci ce sfottono e che lu storpio ce da fastidio.”
“E a che serve? Vedrai che presto se stufano e trovano naltro modo pe passare la giornata”, diceva Lucia, che cercava di fare la superiore ma io lo vedevo che ci stava male.

Anche Augusto si era ormai scocciato di fare sempre la parte del fesso davanti a tutto il paese, e di dover sentire quelle brutte cose sulla futura sposa sua. Quindi smise di parlarci o salutarci ed aspettò l’occasione di trovare la sorella mia da sola. Gli ci volle quasi un mese. Quel giorno io ero rimasta a casa ad aiutare la mamma e Lucia era andata dalla Barbagallo per portare dei fazzoletti. Augusto la seguì e poi in un pezzo di strada tranquillo, dove non ci stava mai nessuno, la fermò e le disse con un fiato solo: “Signorina Carretta, ve chiedo lu permesso de farve la corte.”
Lucia, che aveva fatto tesoro della brutta esperienza con Emilio e delle parole della mamma, non lo prese sul serio manco per un secondo. Pensò fosse uno scherzo, una scommessa con gli amici o solo un modo cattivo per mortificarla, ma non gli volle dare soddisfazione e rispose con la faccia serena: “No, nun voglio essere corteggiata. Nun c’ho tempo da perdere io. Se avete davvero intenzioni serie passate stasera a chiedere la mano mia. Cuscì organizziamo nu bello sposalizio” e se ne andò lasciandolo senza parole. Che alle donne della famiglia mia sono sempre mancati i soldi ma  mai la risposta pronta.

Una volta tornata a casa, si rimise subito a ricamare, senza aprire bocca ma con il viso scuro e gli occhi rossi.
“Che t’è successo?” le chiese mamma.
“Gnente, nun ve preoccupate.”
“E perché c’hai quella faccia lì?”
“Quelli le danno fastidio e le dicono le cose dietro. Li dovete fare smettere!” intervenni io, che a vedere la sorella mia così mi sentivo scoppiare di rabbia.
“Sta zitta te! Si piccola, che ne voi sapere de ste cose?”
“Ma mamma...”
“Zitta e lavora! Lucia mia, nun te devi fare lu sangue cattivo: quelli scemi dellu paese nun se meritano gnente.”
“Ma perché nun me lasciano nu poco in pace?”
“Tu c’hai nu destino ingrato. Si troppo bella: li omini te vogliono e le femmine se rodono. Ma ricordate sempre che tu si migliore de tutti loro, delli giovani tanto pe bene e pure delle finte verginelle.”
Ci rimettemmo a lavorare in silenzio, ognuna con la capoccia ai pensieri suoi. Quello era un momento in cui quell’ubriacone del babbo ci avrebbe fatto tanto comodo: che ad essere povere, sole e donne era una lotta continua.

Mentre noi ricamavamo, Augusto tutto serio ed emozionato dichiarava le proprie intenzioni a babbo suo.
Non so quanto ci mise a convincerlo, quanto dovette urlare o insistere, fatto sta che quella sera sentimmo bussare e quando andai ad aprire me li trovai tutti e due di fronte.
Erano venuti a chiedere la mano di Lucia.

Mia sorella per poco non svenne dalla sorpresa. E mamma, da quel giorno, divenne devota di Santa Edvige: la protettrice delle spose, che le aveva fatto la grazia.

Continua...
 Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6-7- 8 - 9 - 10- 11- 12- 13- 14
Ricordate Webcam Series? Ve ne avevo parlato lo scorso aprile. Qui.

Oggi ve ne riparlo perché domenica è stato messo online l'ultimo episodio della prima, e speriamo non ultima, serie. Ed è stato un finale col botto. Un finale che mi ha spinto a riproporvi questo progetto.

Riassumendo, siamo di fronte a una scommessa: un thriller filmato solo attraverso webcam e cellulari.
La scommessa è stata vinta? Secondo me, sì!

Sarò sincera, verso il terzo-quarto episodio la mia attenzione ha preso a calare. Infatti, superata la curiosità iniziale, la limitatezza delle inquadrature stava appiattendo il tutto. Ma dalla quinta puntata in poi c'è stata la svolta.
Svolta dovuta a qualche intelligente trovata tecnica ma, soprattutto, ad una trama che si è fatta più interessante, riconquistandomi in un crescendo di colpi di scena, fino all'ultimo imperdibile episodio.

Webcam Series è stato un esperimento coraggioso, una storia coinvolgente, un gruppo di giovani attori all'altezza. Tra questi, oltre al versatile Paolo Carenzo, una menzione speciale va alla protagonista femminile: Alice Piano. Brava, bella e carsimatica.

Il finale di questa prima serie ha volutamente aperto (spalancato!) le porte per una seconda.
Seconda che si realizzerà? Sta a voi. A noi. E alla fortuna del trovare qualcuno interessato al progetto.
Quindi se siete curiosi di sapere come continuerà quest'avventura spargete la voce, condividete, linkate!
La forza del passaparola può essere grande, grandissima!

Tutti gli episodi li trovate qua.

Intanto, da generosa par mia, vi agevolo la prima puntata.

Lucia è sempre stata bella. E’ nata splendida e uguale è rimasta per tutta la vita sua.
Prima di avere lei, la mamma aveva perso due piccoletti quando stavano ancora nella pancia e quasi non ci sperava più. Aveva passato nove mesi aspettando un’altra disgrazia, e non volendosi attaccare troppo alla fantasia di avere finalmente un figlioletto. Si trascinava dietro il pancione come una cesta di broccoli o una cassetta di mele. Un peso da portare in giro così come capita, senza sentimento.
Ma il 12 dicembre del 1918, con la neve che copriva ogni cosa ed il babbo svenuto a quattro di bastoni sul lettone, Lucia venne al mondo sopra il tavolo della cucina, tra nonna Ada che recitava il rosario ed Ines che bestemmiava contro “quell’omo de gnente”.

Quando babbo morì mia sorella aveva quasi quindici anni, la pelle ed i capelli chiari, la schiena dritta ed un portamento da signora. Teneva l’anima da ragazzina ma il corpo da donna.
In paese non ci potevano credere che una poveraccia come lei potesse essere così bella. Per strada la guardavano tutti ed io mi sentivo tanto orgogliosa e speciale ad essere l’unica sorella sua. Mi credevo che tutti gli uomini fossero innamorati di lei e che litigassero per decidere chi l’avrebbe maritata. Ero ancora troppo piccola per leggere negli occhi di quei porci le schifezze che pensavano veramente.

Comunque, a forza di essere guardata, ad un certo punto anche Lucia cominciò a guardare e fu subito colpita da Emilio Casotti, un ragazzone di vent’anni con un bel sorriso e lo sguardo malandrino. I suoi amici lo chiamavano il bell’Emilio, lui era più vanitoso di una femmina e gli piacevano le donne quasi quanto i capelli suoi. Teneva sempre una sigaretta in bocca per darsi un tono, ma non l’accendeva mai perché di soldi da spendere in tabacco ne aveva pochi.
Quando incrociava la sorella mia per strada, sorrideva appena, si passava la mano tra i ricci e gonfiava il petto come un tacchino.
“E’ proprio bello Emilio. Nun è vero Adelì?”, mi chiedeva Lucia tutta emozionata.
“Altroché, sembra n’attore dellu cinematografo”, le rispondevo.
“Vorrei tanto piacergli almeno nu poco.”
“Ma che fai, scherzi? Gli piaci. Gli piaci eccome.”
“Dici pe davvero?”
“Eccerto, mica è orbo: tu si la più bella de tutto lu paese.”
“E Costanza? E’ bella pure lei.”
“Ma quando mai? Quella c’ha la faccia da cavallo.”
“Però è già na donna fatta e finita: l’altro giorno c’aveva pure le labbra dipinte.”
“E faceva ridere: sembrava che aveva mangiato troppe cerase.”
“Però Emilio s’è fermato a parlare con lei davanti alla fontana. L’hai visto pure tu, no?”
“Sì, parlava co lei ma intanto guardava a te. Che la cavalla se n’è pure accorta ed è andata via de corsa, tutta arrabbiata, manco c’avesse lu pepe allu culo.”

Eravamo proprio due sceme. Non sapevamo niente né dell’amore né di come girava il mondo. Giocavamo con il fuoco ad un passo dalla catastrofe e neanche ce ne rendevamo conto. Io, che ero solo una bambina, facevo la grande esperta e quella cretina della sorella mia mi veniva pure dietro.
Intanto le settimane passavano e Lucia ed Emilio continuavano a guardarsi con tanto d’occhi. Lei arrossiva e sentiva negli orecchi già l’organo della Chiesa Grande, lui invece neanche me li voglio immaginare i pensieri zozzi che si faceva dentro quella capoccia tutta capelli.
Ad un certo punto quei due sciagurati passarono dagli sguardi agli incontri dietro al camposanto. Loro si mettevano alle spalle della cappella, mentre io me ne stavo di guardia all’angolo della strada.
“M’arcomanno Adelì, se arriva quarghidunu fischia. Sai fischiare, no?” mi chiedeva Emilio.
“Eccerto che so fischiare! So meglio d’un uccelletto.”
“Brava Adelì”, mi strizzava l’occhio facendomi sentire tutta importante. Fessa io e stronzo lui.
Io mi mettevo attenta attenta a fare la guardia come un cane, mentre quello faceva all’amore con la sorella mia.
Non so cosa Emilio promettesse a Lucia. Ma lei, dopo un mesetto di sta storia, camminava ad un metro da terra, sognava l’abito bianco e pure un branco di figlioli tutti belli come babbo loro.
“Se te dico na cosa nun la racconti a nisciunu, vero Adelì?”
“Croce su lu core, che me possa venì la cacarella pe na settimana.”
“Io credo proprio d’esserme nammorata.”
“Davvero?”
“Sì.”
“E come se capisce na cosa cuscì?”
“Penso sempre ad Emilio, me lo sogno pure la notte e quanno me bacia me balla tutto lu stomaco.”
“Te bacia? Sulla bocca?”
“Certo! E su cosa? Su li diti?”
“Ma nun te fa schifo?”
“No che nun me fa schifo. Li baci tra innamorati so dolci.”
“Davvero? Dolci come?”
“Come lu latte co lu miele.”
“E’ bono lu latte co lu miele.”
“Appunto.”

Per fortuna mamma nostra ha sempre avuto le antenne dritte sulla capoccia ed una sera a tavola, senza neanche alzare gli occhi dal piatto, ci disse: “Figlie mie, questa cosa ve la dico na volta sola e guai a voi se me la fate ripetere. Noi simo povere e le femmine senza dote nun se le piglia nisciunu. N’omo che vole convincerve de lu contrario è solo nu mascalzone.”
Lucia si fece pallida pallida: “Se c’è l’amore mica c’ha importanza la dote.”
“E mo che c’entra l’amore? Te facevo più furba. Tu si bella come lu sole e li omini te ronzano attorno come le api alli fiori, ma pe na poveraccia come a te la bellezza è peggio de na maledizione. Li omini te cercano ma mica pe sposatte. Apri li occhi prima che fai nu guaio.”
Alla sorella mia vennero i lucciconi per la rabbia e la mortificazione.

“Che farai mo?”, le sussurrai nel lettone a notte piena.
“Parlerò ad Emilio mio. Gli dirò che deve venire subito a farme la proposta alla casa, cuscì mamma se tranquillizza e capisce che le intenzioni sue so serie”, mi rispose.  

Lucia parlò ad Emilio. Lo attese quella sera, la sera dopo e la sera dopo ancora. Lui non si presentò mai.
A distanza di qualche tempo il bastardo sposò Costanza ed ebbero subito un pupo settimino. Quella aveva sì la faccia da cavallo, ma anche un poco di dote e soprattutto un babbo vivo che si presentò dai Casotti con il fucile in spalla.

Nel frattempo Lucia aveva lavato le pezze sporche di sangue e la mamma ringraziato tutti i santi del paradiso, che pure sta volta la rovina completa della famiglia ce l’eravamo evitata per poco.

La sorella mia soffrì e guarì senza drammi, che le sceneggiate vanno bene solo per chi ha tanto tempo libero, mica per chi s’ammazza di lavoro e deve pure spezzare il soldo in quattro. Il tempo per piangere ce l’hanno solo le signorine ricche. Quelle si chiudono in camera, si buttano sul letto e possono fare il teatro per settimane. Ma le poveracce che c’hanno da faticare rimuginano in silenzio, mentre se ne stanno ginocchioni immerse fino ai gomiti nella merda di pollo.

Intanto gli anni passavano e Lucia si faceva ancora più  bella, col viso dolce e sereno di una Madonna. Anche se quei porci del paese non la guardavano con il rispetto che si deve a una santa, ma con la voglia con cui si guardano delle coscette di pollo grasse e saporite. Lei, però, oltre che donna si era fatta pure furba, aveva imparato la lezione e non dava più confidenza a nessuno. Tanto che molti le parlavano dietro, dicendo che era superba e si credeva chissà chi. Che certa gente una parola buona se può non se la risparmia mai!

Anch’io mi stavo faticosamente sgrezzando ma si capiva che bella come la sorella mia non ci sarei diventata mai. A me un po’ dispiaceva ma per mamma era una benedizione, “che già cuscì ne ho abbastanza de pensieri” diceva.

Ci vollero quasi quattro anni per riuscire finalmente a pagare tutti i debiti che c’aveva lasciato il babbo. Continuavamo a lavorare come pazze ma riuscivamo a mantenerci con un poco di dignità. Facevamo sempre una gran fatica a portare da mangiare in tavola ma almeno adesso venivamo considerate delle persone per bene, dignitose, serie e senza grilli per la capoccia.
Io credevo che le cose non sarebbero mai cambiate, che saremmo sempre rimaste solo noi tre ed ero contenta. Perché così ci stavo bene, perché ogni tanto riuscivamo pure a farci qualche bella risata e perché anch’io, finalmente, c’avevo una famiglia come si deve.

Ma un giorno tutto cambiò.
Il giorno della proposta di matrimonio di Augusto Parise. Augusto mio.




Continua...
Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6-7- 8 - 9 - 10- 11- 12- 13
Del 1986 ricordo poco. Solo che venimmo eliminati presto e che quel sorcio di Platini si fece beffe di noi. Perché, da che mondo e mondo, i francesi quando vincono riescono ad essere più fastidiosi perfino di quando perdono.

Avevo nove anni, facevo danza classica, e quell'anno feci il saggio al Teatro Massaua.
Ora è un cineplex e una sala bingo. Con delle insegne esterne che farebbero la loro porca figura persino a Las Vegas.
Quanta amarezza.



Il giorno dopo in cucina trovai di nuovo ago e filo ad aspettarmi.

All’inizio non ero né veloce né precisa. Ma poi, a forza di stare curva sulla sedia, con il culo piatto, i diti che bruciavano ed il collo storto, guidata dalla pazienza di Lucia e dagli scappellotti di mamma, che di pazienza ne ha sempre avuta poca, imparai anch’io il mestiere.
Alla fine c’aveva ragione la Vedova del Dottore: io gli occhi da ricamatrice ce li avevo sempre avuti, era la voglia che m’era mancata.

Lavoravamo tutte e tre, tutti i giorni, tutto il giorno per preparare tovaglie, lenzuola e tende da vendere alle signore di città. C’ammazzavamo di fatica ma guadagnavamo una miseria ed in casa nostra di soldi ne continuavano a girare pochi, pure ora che non ci stava più il babbo a berseli.
Un giorno ci toccò perfino di vendere le vacche: due poveri animali con la pelle attaccata agli ossi, che non facevano più latte ed ormai erano buone solo per i cani. Quando ce le portarono via ci si bagnarono gli occhi, “Quante storie pe ste bestiacce”, ci sgridò mamma mentre si soffiava il naso peggio d’una tromba.


Se ripenso alla Barbagallo ancora mi prudono le mani dal nervoso. Quella vecchia disonesta, che a ricamare non era mai stata buona ma a far di conto sì, faceva da tramite tra le famiglie di città e tutte le ricamatrici del paese. Lavorava poco e si teneva una commissione altissima.
Si presentava ogni lunedì, puntuale come la morte, ed infilava il naso appuntino e gli occhietti tondi da sorcio dentro casa nostra.
“Le avete finite le lenzuola per il corredo della Moroni?”, chiedeva.
“Sì, c’abbiamo lavorato fino a tardi, ma guardate come so venute belle”, le rispondeva mamma.
“Carucce.”
“Avete visto che mani d’oro c’ha Lucia mia?”
“Sì, sì, signora Carretta.”
“E pure Adelina se sta facendo brava, nun c’ha li diti sottili de sorella sua ma tiene na bella fantasia.”
“Sì, vabbè, ma ora non mi fate perdere tempo, che c’ho da faticare io. Mica possiamo fare tutte la vita da signore come voi, che ve ne state tutto il giorno a casa col sedere al caldo. Io non posso stare mai tranquilla manco per un secondo, devo girare per tutto il paese, fare i conti e prendermi tante responsabilità. Non sapete come v’invidio!”
Mamma era una femmina orgogliosa ma con la Barbagallo diventava un’altra persona e la schiena dritta le si accartocciava tutta. Forse perché quella aveva fatto le scuole e mamma mia si metteva soggezione o forse perché da quella stregaccia dipendeva il pane sulla tavola nostra. E, per dar da vivere ai figli, anche i più duri imparano a toccarsi il petto col mento e, se c’è di bisogno, a baciare la punta delle scarpe del diavolo. A baciarla e pure a far finta che sia dolce come il miele.

“Questa è la parte vostra”, diceva il sorcio mettendo quattro soldi sul tavolo, “vi state facendo ricche”, e ridacchiava.
Che cavolo si ridacchiava quella stronza?
Noi a malapena ci riempivamo lo stomaco e lei ridacchiava?
Io me la sognavo la notte quella sua risatina con la bocca storta e le labbra sottili senza forma e colore. Sognavo di soffocarla con una ciabatta per farla finalmente smettere.

La Barbagallo si è fatta ricca alle spalle nostre. Ha sposato quelle tre racchie delle figlie sue grazie alla cresta sui guadagni e, quando finalmente è andata al Creatore, ha voluto farsi seppellire addobbata come una Madonna.
E’ morta da sola, e non ha lasciato niente manco ai nipoti ma ha preferito portarsi tutto dietro all’inferno. Che quando una è così avida ha anche il cuore piccolo e secco come la merda di capra, ed il bene vero non sa manco che cos’è.

Continua...

Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6-7- 8 - 9 - 10- 11- 12
Il mio rapporto con il calcio ha avuto i suoi alti e i suoi bassi.
Grande passione giovanile, cocente delusione dell'età adulta.
Ora è poco più di un rumore di fondo nella mia bacheca facebook, un fastidioso brusio da far tacere con un click.

Ma il Mondiale no. Il Mondiale è altra cosa.
Il Mondiale è un appuntamento che ogni quattro anni porta con sé ricordi ed emozioni. Segna il cambiamento di un paese, la vita di una famiglia, ed il passaggio attraverso le diverse fasi dell'esistenza.

Il primo che ricordi è quello del 1982.
Avevo solo 5 anni e per la finale ci riunimmo tutti dagli zii.
C'erano confusione, urla, e poi quel tizio in televisione. Quel tizio che correva, correva e gridava. Sul momento non capii se fosse felice o disperato, e cercai i volti dei grandi per avere una risposta. Erano tutti in piedi, ridevano e si abbracciavano. Loro erano contenti. Anche lui doveva esserlo.
Quel tizio era Tardelli.

Ricordo che nella confusione mio cugino Marco, che ai tempi era un pupo di due anni legato come un salame al passeggino, mi strappò la piccola bandiera dell'Italia dalle mani, rompendo con un sonoro TAC! la minuscola asta a cui stava attaccata. Io prima cercai di strangolarlo poi, impeditami l'impresa dal resto della famiglia, reagii con una crisi di pianto inconsolabile. A riportare la pace ci pensò, contro ogni previsione ed episodio precedente, il collerico zio Nino. Egli si affrettò a compiere le dovute riparazioni, presumo con il legnetto di un ghiacciolo (li chiamavo stick allora), e a rendermi così nuovamente felice.

Grazie a tanta solerzia, potei festeggiare adeguatamente durante il tragitto del ritorno a casa. Per strada c'erano confusione, clacson, e il mio piccolo tricolore esposto fuori dal finestrino di mia madre. Eravamo sulla nostra 127 verde. Senza finestrini posteriori, cinture di sicurezza, o seggiolini per bambini.

Era un'Italia incosciente ed innocente. Gli anni più brutti sembravano messi definitivamente alle spalle. Avevamo Pertini, Toto Cutugno e Paolo Rossi. Non desideravamo di più.

“Bene, adesso possiamo andare”, disse la Vedova del Dottore aspettandomi sulla porta.
“Ma...”
“Cosa?”
“Signò...”
“Dimmi, cosa c’è?”
“Nun è che posso restà qua?”
“E perché mai?”
“Sapete com’è, pensavo, mamma mia se sveglia presto e a quest’ora starà già a dormì. Meglio che nun la disturbiamo. Me metto qua, guardate, a lu fondo de lu letto. Me faccio piccola piccola”, dissi cercando di accartocciarmi ai piedi della Pazza.
“Non se ne parla proprio, alzati, quel letto non è abbastanza grande per due e poi figurati se tua madre va a dormire senza aspettarti.”
“Fatemi lu piacere, dateme retta, che se la svegliamo a mamma mia le viene la luna storta.”
“Ma sentimi un po’, signorina, da quando tempo è che manchi da casa?”
“Nu poco.”
“Un poco quanto? Due ore? Mezza giornata?”
“Da stamattina”, dissi a bassa voce e con gli occhi incollati al pavimento.

“O Maria Vergine, tua madre sarà fuori di sé dalla preoccupazione.”
“Appunto. Nun posso restare qua, cuscì pe sto giro magari nun ne busco?”
“Ma figurati. Ora basta con le chiacchiere e corriamo subito a casa tua. E stai serena: tua madre sarà così contenta di rivederti sana e salva che si dimenticherà di essere arrabbiata.”
“Certo e li porci voleno”, dissi rassegnata, mentre mi trascinavo controvoglia verso il destino mio.

Lungo tutta la strada la Vedova cercò di chetarmi, “non ti devi preoccupare”, mi diceva, “per una mamma i figli sono la cosa più importante che c’è”, ripeteva, “e anche se ti da un paio di schiaffetti credi, in tutta onestà, di non esserteli meritati?”
Un paio di schiaffetti? Quella donna era bella, elegante, profumata e buona come il pane ma non sapeva proprio di cosa stava parlando. A casa mia non volavano mica gli schiaffetti, in casa mia piovevano botte da orbi. E pure se mamma non aveva le manone del babbo era comunque capace di farti piangere. La buonanima, sempre ubriaco, menava a caso e spesso mancava il bersaglio ma lei no. Lei era precisa come nel ricamo e se ti voleva piglià ti pigliava secca come una fucilata, non c’erano santi. Quella volta che il babbo s’era venduto i conigli lei l’aveva aspettato per ore e, quando era arrivato, gli aveva tirato una bottigliata da lontano che il farmacista gli aveva dovuto mettere i punti. Ecco, se mia madre era stata capace di spaccare mezza faccia a quel gigante di babbo mio a me, che ero piccola come un topolino, che mi poteva fare?

Arrivate alla porta, io dissi sottovoce un’Ave Maria e la Vedova del Dottore, dopo avermi fatto una carezza sulla capoccia, bussò. Quando mamma aprì, e si trovò di fronte quella peste della figliola sua con accanto una delle signore più fini del paese, rimase un attimo senza parole. Poi però si riprese e, dopo avermi fatto volare dentro con una pedata, “Fila in camera tu, che dopo facciamo li conti!”, rimase a parlare fitto fitto in cucina con la nuova ospite.

“Era ora”, disse Lucia appena mi vide, “mamma stava come na pazza.”
“Sì, l’avevo capito”, risposi accarezzandomi la chiappa acciaccata.
“Se pò sapere dove si stata tutto lu giorno?”
“In giro.”
“Ma c’era da faticà.”
“Me so presa na vacanza.”
“Na vacanza? Questa proprio nun se pò sentì. Nun lo dire a mamma che sennò te se magna!”
“Ma tu lo sai che la casa della Pazza dentro nun è tanto sporca e che lu cane suo nun è sempre cattivo e che la Vedova del Dottore è mejo de na santa?”
“Ma che stai a inventà? Io nun te capisco.”
“E lo sai lu nome della Pazza?”
“No che nun lo so.”
“Se chiama Annamaria.”
“E a te chi te l’ha detto?”
“Lei, mo è amica mia!”
“Ecco, giusto la Pazza ce mancava a te.”

Nel frattempo la Vedova se n’era andata e la mamma ci aveva raggiunte in camera. Io me ne stavo seduta sul letto con la capoccia bassa, aspettando che iniziassero a piovere schiaffoni come sassate. Lucia, accanto a me, mi teneva la mano tanto stretta da farmi scricchiolare gli ossi. Non c’avrebbe avuto mai il coraggio di mettersi in mezzo, ma manco il cuore di lasciarmi da sola.
“Tu si proprio na testa matta, sfaticata come babbo tuo! Hai visto che succede ad andare in giro come na zingara? Se nun era pe quella santa donna. Nun ce vojo manco pensà! Da domani se cambia e se c’è di bisogno te lego pure come nu cane. Mo fila a dormire: veloce!”, mi disse mamma con la faccia seria e pallida, che pareva più vecchia di dieci anni.

M’infilai di corsa nel lettone che, da quando babbo era morto, avevamo preso a dormirci tutte assieme. Io in mezzo e loro due ai lati. Mamma mi tirò la coperta fino sotto al mento, brontolò per un altro poco e poi si mise a russare peggio di un trattore scassato.
“Manco nu buffetto t’ha dato. Ma che è successo, Adelì?”
“Nun lo so. Magari sta stracca e me mena domani.”
“C’ho avuto tanta paura quando nun t’ho vista tornare pe magnà.”
“Ho magnato dalla Pazza. La Vedova c’ha fatto na zuppa bona da morì.”
“Ma la finisci d’inventarte storie?”
“Nun so storie, è tutto vero!”
“E allora spiegame che c’entra na Signora cuscì co quella poveraccia mezza svitata?”
“E che ne so io.”
“Vabbè, comunque promettime che nun lo fai più, che nun te ne vai più in giro.”
“Lo prometto.”
“Croce su lu core?”
“Croce su lu core, che me possano venì li vermi nella pancia.”
“Maronna che schifo! Solo a te te pò uscì n’idea cuscì.”
“Più l’idea è schifosa più lu giuramento è vero.”
“Se lo dici tu. Bonanotte.”
“Ma tu lo sapevi che la Pazza nun è scema come sembra?”
“Ancora? Dormi Adelì che domani c’abbiamo da faticà.”
“E’ tutta strana, pare na bambinetta, ma nun è scema proprio pe gnente.”
“Notte”, ripeté Lucia già mezza addormentata.
“La vedova del Dottore ha detto che la nonna era bella e bona e che io c’ho li occhi sua. Tu lo sapevi? Te la ricordi nu poco Lucì? Lucì? Lucì? Vabbè, ho capito, bonanotte.”

Continua...

Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6-7- 8 - 9 - 10- 11
Il mondo mi conosce.
Il mondo mi ama.
Inutile nascondersi dietro falsa modestia: io sono il preferito di tutti.
Di tutti tranne lui. Mio zio. Un tiranno che ha approfittato di me per tutta la vita.
I lavori più indegni sono sempre stati miei. I mestieri più faticosi sono sempre stati affar mio.
Sfruttato. Sfruttato e malpagato. Questo sono sempre stato io.
Eppure siete tutti pazzi di me. Di quello sfortunato e arrabbiato. Buffo ai vostri occhi.

Altro che buffo! Io sono furioso per la mia vita d'inferno in cui nulla è mai andato per il verso giusto.
Persino tre nipoti  a carico mi sono capitati! Io, che ho sempre fatto fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, ho dovuto sfamare per anni quelle saccenti sanguisughe.
Non ci avrebbe potuto pensare la nonna? Con la sua grande fattoria e i quintali di cibo sfornati ad ogni ora del giorno?
O non ci avrebbe dovuto pensare lo zio? Col suo deposito zeppo di monete tintinnanti, le sue miniere, la sua immensa fortuna?
E invece no, sono toccati a me. Piccoli, affamati e rompicoglioni!

Quante volte avrei voluto mandare tutti al diavolo, ma mi è sempre mancato il coraggio. Il coraggio di alzare la voce. Il coraggio di far valere i miei diritti. E sì, anche il coraggio di liberarmi di quella frollata di Margherita, la mia fidanzata storica. Una virago col culo grosso!

Ma da oggi tutto cambia, ne siate testimoni!
Il vecchio e la vecchia hanno tirato le cuoia. Tutti e due a distanza di poche ore.
Il tempo necessario di avvelenare l'uno e poi l'altra. Il tempo necessario per far ricadere la colpa su quello stronzo di Gastone.

Da oggi, ciò che era loro è finalmente mio.
I miei giorni oscuri da buffo, sfortunato pennuto sono finalmente terminati.

Stappo il chinotto.
Alzo il calice.
Fate lo stesso anche voi. Brindate con me.
Dopo 80 anni di sfiga, oggi si celebra il mio nuovo inizio!
La zuppa era densa e saporita. La Vedova sembrava una regina: metteva un pezzo di cavolo e un poco di brodo nel cucchiaio e se li portava alla bocca senza far cadere neanche una goccia. La Pazza invece succhiava direttamente dal piatto facendo un gran baccano, che neanche babbo mio ne aveva mai fatto così tanto. 

“Come va il ricamo?”, mi chiese la Signora. Che nel paese nostro si sapeva sempre tutto di tutti, e persino i ricchi sapevano cosa succedeva nella casa dei morti di fame e viceversa.
“Me fa schifo.”
“Non si dice così. Non è educato.”
“Come no?”
“Devi dire che non ti piace.”
“Ma nun è che nun me piace, me fa schifo proprio.”
“Strano, nella famiglia di tua madre hanno sempre ricamato tutte. Tua nonna poi aveva una mano così fine e delicata.”
“Ve conoscevate?”
“Certo, Ada era bella e gentile.”
“Bella come Lucia mia?”
“Tua sorella? Sì, in effetti la ricorda molto, ma i begli occhi scuri di Ada li hai ereditati tu. Quegli occhi grandi e svegli sono proprio quelli di una ricamatrice, su queste cose io non sbaglio mai.”
“Ma faccio schifo a ricamare.”
“Cosa hai detto?” mi corresse seria.
“Nun so brava, nun so brava pe gnente.”
“Ci vuole tempo. Anche il marito mio, buonanima, mica è nato dottore. Ha studiato tanto e a forza di studiare è diventato il più bravo da qua fino alla valle. Anche tu devi impegnarti e smettere di andartene a spasso. Le ragazzine per bene non se ne vanno in giro di sera.”
“Sì, vabbè, ma io mica so tanto pe bene.”
“Chi ti ha detto una sciocchezza simile?”
“Lo dicono tutti. L’hanno detto quelle allu funerale dellu babbo mio e poi lo dice pure la mamma de Gino.”
“Certa gente dovrebbe cucirsi la bocca. Tu sei la nipote di Ada e lei era una signora come si deve, che pulite e gentili come lei ce n’erano poche. Quindi anche tu sei una signorina per bene. Ci devi mettere solo un poco d’impegno in più e dare più retta a mamma tua.”
“Pur’io so na signorina pe bene?” chiese la Pazza, con la bocca piena e un pezzo di patata che le scivolava giù dal mento lasciando una striscia di bava.
“Certo, tesoro, anche tu.”
A sentire dire queste cose da qualcun altro avrei pensato che ci stava a prendere in giro. Ma la Signora no. Lei parlava sul serio. E a pensarci adesso il cuore ancora mi si allarga.

“Mentre rassetto, mettila a letto, per cortesia. Così poi corriamo subito da tua madre. Sarà così preoccupata, povera donna”, mi disse la Vedova iniziando a sparecchiare.
Io m’avvicinai un poco confusa alla Pazza che s’era già infilata sotto le coperte e mi guardava fissa coi suoi grandi occhi da ranocchia.
“Ma che devo fa, Signò?”
“Raccontale qualcosa. Una storia, una filastrocca, quello che vuoi tu.”
“Ma io nun conosco nisciuna storia.”
“Non ci credo, sei una bambina, non è possibile. Nessuno ti ha mai raccontato una favola?”

Mi girai verso la Pazza e le chiesi: “La conosci Tizzoncino?”
“No.”
“E’ na storia bellissima. Te deve piacè pe forza.”
Mi ci misi d’impegno, ci infilai tutto, compresi vocette e canzoncine, “Spera de sole, spera de sole, sarai Regina se Dio vole!”, volevo fare bella figura con la Vedova, farle vedere quant’ero brava.
“E alla fine Reuccio e Tizzoncino se sposeno.”
“E poi?”
“E poi che? E’ finita.”
“E non li fanno li bambini?”
“Sì, penso de si.”
“E quanti?”
“Nun lo so, la favola finisce cuscì. Se sposeno e basta.”
Ma la Pazza mi guardava con una faccetta così triste che mi s’intenerì il cuore.
“Fanno na figlioletta, va bene?”
“E come se chiama?”
“Pure lu nome voi? Nun lo so. Lucia?”
“No, nun me piace.”
“Adelina?”
“No, che brutto nome!”
“Sarà bello lu tuo!”
“Sì, lu mio è bellissimo. Io me chiamo Annamaria come la mamma mia”, mi rispose tutta orgogliosa.
“E va bene. Ho capito: Reuccio e Tizzoncino fanno na figliola e la chiamano Annamaria. Cuscì te piace?”
“Sì, molto mejo”, mi rispose contenta, poi si girò su un fianco, chiuse gli occhi e si mise a dormire come un pupo.

Continua...

Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6-7- 8 - 9 - 10
Se questo post avesse un titolo sarebbe: l'Annuncio!
Ma un titolo non ce l'ha e, quindi, facciamo senza.

Qual è la cosa più fastidiosa da fare una volta che si è tornati single dopo una lunga lunghissima relazione?
Non lo sapete? Ve lo dico io.
Dirlo agli altri. Coloro che ormai vi consideravano praticamente sposata, a un passo dall'altare o dal reparto maternità.
Dare la lieta novella urbi et orbi. Ascoltare i commenti. Annuire. Rassicurare. Perché "Sì, sto benissimo grazie" e poi "No, non penso che lui si suiciderà", e ancora "Non ti è mai piaciuto? Non era quello giusto per me? E me lo dici ora? Farmi un po' di sana pressione psicologica qualche anno fa, no?"

Non è un caso che i VIP si tolgano il dente con un bel comunicato stampa. Quattro righe e passa la paura!
"Inconciliabili differenze caratteriali...blablabla...rimarremo sempre ottimi amici... blablabla... gli auguro tutto il bene di questo mondo... blablabla", mentre in realtà lei si è chiusa in una clinica riabilitativa e lui è scappato con la baby sitter di 19 anni. Porco!

Ma se non sei famosa e sei "solo" Pancrazia che fai?
Semplice, lo dici a tua madre, ed ella si premunirà di diffondere l'informazione a tutta la famiglia. Farà da invadente ma gradito filtro, risparmiandoti almeno metà del lavoro.
A quel punto a te, o meglio a me, non rimarrà che dirlo agli amici più stretti e lasciare che gli altri lo capiscano da soli.
Tra questi altri, poi, ci saranno quelli che capiranno e taceranno per delicatezza. Quelli che capiranno e chiederanno spiegazioni con sincero interesse. Quelli a cui non parrà vero di poter tuffarsi a pesce in un mare di fattacci tuoi. E, infine, quelli che non capiranno fino a quando, all'ennesima gaffe, glielo dovrai spiegare tu, scandendo le parole e accompagnando il tutto con una presentazione Power Point, che affronti nell'ordine le questioni: come, dove, chi, quando, perché, stato emotivo e fisico attuale delle parti in causa, progetti per il futuro, eventuale presenza di soggetti terzi.

Tra le reazioni degne di nota ricordo la zia che disse: "Era ora: così te ne trovi uno meglio!"
L'amico che mi suggerì: "Il prossimo te lo scelgo io, perché i tuoi gusti sono una schifezza!"
Ma soprattutto colui che passò, in cinque secondi netti, da conoscente sensibile a quindicenne con le fregole: "Davvero? Mi dispiace! Stai bene? Il tuo numero di telefono è sempre lo stesso? Quando ci vediamo? Che fai sabato?"

Continua? Certo che continua.
C’avevo la paura che mi si mangiava da dentro, che manco riuscivo a girarmi.
Rimasi con i piedi piantati a terra e il fiato chiuso nel petto, fino a quando non sentii quella brutta voce.
“Che ce fai in giro a quest’ora piccolè?”
Era Romano.
Uno dei compagni di bevute del babbo, col faccione tondo come una forma di cacio e quattro capelli unti appiccicati alla capoccia. Stava a un passo da me e puzzava come una vacca morta.
“Gnente”, gli risposi facendomi un poco indietro per non sentire quell’odoraccio schifoso.
“Nun lo sai che so pericolose ste strade pe na signorina tutta sola?”
“E infatti mo me ne vado alla casa.”
“Perché nun vieni a farte nu giretto co me invece?”
“No, mejo de no. Mamma m’aspetta.”
“E lassamola aspettà n’altro pochetto.”
“Nun posso, quella starà già come na pazza.”
Non capivo che volesse quell’ubriacone da me, ma c’avevo una vocetta nella testa che mi diceva di andarmene. E pure di corsa.
“Nun c’avrai mica paura de me? Tranquilla piccolè, che nun te faccio gnente”, disse Romano accarezzandomi il viso con la mano che gli puzzava di piscio.
“Che schifo! Lassame stare!” 
“Nun fare tanto la difficile sa!” alzò la voce quel porco, smettendo di fare il finto gentile e piantandomi nel braccio le unghiacce sporche.
“Lassame!”
Io tiravo da una parte, lui dall’altra. Io scalciavo e lui rideva. Io m’agitavo e lui stringeva. Stringeva così forte che il segno mi sarebbe rimasto per una mesata.

Per fortuna pure alle disgraziate come me il Signore ogni tanto fa la grazia e manda degli angioli. A me ne mandò uno alto e bello, con gli occhi celesti ed il sorriso buono.
“Ecco dov’eri finita. Ti stavo cercando.”
La Vedova del Dottore spuntò da dietro l’angolo con il vestito nero che non faceva una piega, i capelli raccolti, e gli occhi che guardavano quello zozzo di Romano con tutto lo schifo del mondo.
“Bonasera Signò, che ce fate da queste parti?”
“Stavo cercando questa signorina. E voi che stavate facendo?”
“Volevo riportà sta vagabonda alla casa sua. A quest’ora ste strade nun so’ mica sicure.”
“Quant’avete ragione. Per fortuna la piccola ha incontrato un brava persona come voi, e non uno di quei mezzi uomini che sono capaci di dare fastidio persino alle creature.”
La Signora lo guardava e gli sorrideva. Ad ogni parola lei si faceva più alta e bella. Lui più basso e brutto.
“Non preoccupatevi ci penserò io alla bambina. Vieni qua cara”, mi disse la Vedova ed io le corsi incontro svelta svelta.

Mentre ci allontanavamo le sussurrai: “Guardate che quello v’ha detto na bugia, nun me voleva portare alla casa, nun me voleva portarce proprio pe gnente.”
“Lo so, tesoro, lo so. Ma devi stare serena, è passato tutto adesso.”
“Io sto serena. Nun c’ho paura de gnente io. Se non venivate voi glie davo nu mozzico sul braccio che glie staccavo la carne!”
La Signora mi guardò sorpresa, che una selvaggia come me sicuramente non l’aveva conosciuta mai, ma non disse niente e mi accarezzò il viso sorridendo.
La mano sua profumava di borotalco e sapone.

A pensare adesso a quella sera mi viene la pelle d’oca, ma  all’epoca ero ancora un’animuccia innocente e non avevo mica capito bene cos’avevo rischiato.
Ora però sono vecchia e le porcherie del mondo le conosco bene, e quando passo davanti alla tomba di quel farabutto mi sale una gran rabbia e, se nessuno mi guarda, gli sputo dritto dritto sulla foto.
La carità cristiana non è mai stata  cosa mia, e non possiamo mica nascere tutti eleganti come quella santa donna della Vedova. 

Dopo pochi minuti arrivammo ad una casa che conoscevo da sempre ma in cui non ero entrata mai. Quattro muri con le finestre piccole e zozze, e tanta robaccia abbandonata nel cortile.  Davanti alla porta ci stava un brutto cane rognoso che di solito mi ringhiava contro, ma che quella sera era troppo impegnato a godersi i grattini della Signora per dare retta a me.
“Co voi fa tanto lu cucciolotto, ma sta bestia è proprio na carogna. A me e li amichetti mia cerca sempre de morderce!”
“Strano, con me è dolcissimo.”

Entrate in casa la Signora accese una lampada che stava sul tavolo e poi disse ad alta voce: “Buonasera tesoro, sono venuta a scaldarti la zuppa. Stasera con noi cenerà anche un’amica. Sei contenta?”
Seduta sul letto, in un angolo della stanza, ci stava una femmina tutta concentrata a pettinare il brutto cespuglio che c’aveva sulla capoccia. Una donna fatta e finita con una gonnellina che le copriva a malapena i ginocchi ed un covone di capelli grigi lunghi fino alla vita.
“Ciao”, le dissi.
“Ciao”, mi rispose la Pazza.
“Io so Adelina.”
“Lo so, te conosco. Tu e li amici tua giocate sempre co Puzzo.”
“Co chi?”
“Co Puzzo. Lu cane mio.”
“Se chiama Puzzo?”
“Sì, Puzzo come Puzzolente”, disse sorridendomi e mettendo in mostra una bocca senza denti.
“Che bellu nome”, risposi ricambiando il sorriso.

“Hai fame Adelina?” intervenne la Signora.
“Nu pochetto”, che io fame ce l’avevo sempre, e ci voleva ben altro che un piccolo spavento per farmela passare.
“Bene. Prima mangiamo e poi ti riporto a casa”, e si mise a scaldare un tegame sulla stufa.

La Vedova del Dottore prendeva i piatti, spostava le sedie, puliva il tavolo, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Io non ci capivo niente, mi sembrava tutto troppo strano. Mica brutto, ma proprio strano.
“Ma è figlia vostra?”
“No, non è figlia mia.”
“E allora che ce fate qua?”
“L’aiuto.”
“E perché?”
“Perché non dovrei? Lei ha bisogno di me ed io ho bisogno di lei.”
Se penso a quant’ero sfacciata mi viene da diventare rossa come un pomodoro per la salsa. Solo una donna col cuore buono e la pazienza di una santa poteva rispondermi con calma e gentilezza e non sbattermi fuori a calci. Che ai tempi miei, già che un bambino facesse tante domande ad uno grande era una cosa impossibile, figurarsi una pezzente che ficcava il naso nei fatti di una signora.

Continua...

Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6-7- 8 -
9
Il giorno dopo il funerale, appena sveglia, mamma mia mi disse: “Ormai te si fatta grande, è ora che te metti a faticà e che la smetti de startene sempre in giro. Che se te becco ancora a fare la vagabonda te ne do tante ma cuscì tante, che nun te siedi pe na settimana!”
La buonanima di nonna Ada le aveva insegnato a ricamare quando era solo una bambina. Lei aveva fatto lo stesso con Lucia. Ed ora era venuto anche il turno mio.

“Nun so capace”, frignavo col collo storto su una tovaglia.
“Abbiamo imparato tutte, lo farai pure tu.”
“Nun è roba pe me”, insistevo con i diti che mi facevano male e l’umore nero.
“Nun dire fesserie: tu ce l’hai nellu sangue. Tutte le femmine della famiglia mia so ricamatrici.”
“Vor dire che io ho preso dalla famiglia dellu babbo, allora”, ribattevo litigando col filo che mi si attorcigliava tutto e mi faceva uscire pazza.
“Zitta, lavora e nun me fare arrabbià!”
Mai come in quei primi giorni sognai di essere nata maschio con un bel uccello tra le gambe che mi permettesse di farmi i fattacci miei in giro e di lavorare all’aperto. Avrei preferito di gran lunga la fatica dei campi alla tortura del lino, ma purtroppo tra le gambe non avevo un bel niente ed anzi mi stava pure cominciando a crescere il petto.

Io non ci avevo proprio pensato che la vita mia, dopo la morte del babbo, sarebbe cambiata così tanto. Credevo solo che senza di lui saremmo state tutte più serene, mica che mi sarei ritrovata chiusa in casa col sedere incollato alla sedia e gli occhi alla stoffa. Una vita così mi sembrava pure peggio delle botte e, dopo quasi due mesi, mentre mia madre stava fuori a dare da mangiare alle galline e Lucia era al lavatoio con le lenzuola, io feci il giro da dietro la stalla e quatta quatta me ne scappai via. Mica pensavo di non tornare più e di andarmene chissà dove. In realtà non pensavo proprio niente, non m’ero fatta dei progetti o cose così. C’avevo avuto l’occasione, m’avevano lasciato la porta della gabbia mezza aperta ed io ero corsa via. Come la solita bestia che ero.

Ci misi mezza giornata per trovare gli amici miei: al frutteto grande non ci stava nessuno, la casa di Ines era stata tutta sbarrata, e nel bosco rosso c’erano solo i Casotti a caccia di lepri.
Ormai stavo quasi per perdere la speranza quando trovai Teo e Giovanni dietro alla cappella del camposanto. Quei due angioli, tutti corna e zoccoli, stavano cacciando le lucertole. Le pigliavano per la coda, gli davano una bella sassata sulla capoccetta verde, le aprivano in due e poi le svuotavano come dei pescetti.
“Ma che schifezze fate?”
“Guarda nu poco chi ce sta: la sartina nostra”, disse Teo.
“Sartina ce sarà sorella tua.”
“Ma nun eri a faticà?”, mi chiese Giovanni.
“Me so presa na vacanza. Dove so li altri?”
“Li altri chi? Ormai nun ce sta più nisciunu. Semo rimasti solo li mejo”, mi rispose Teo tutto soddisfatto.
“E Maso?”
“Babbo suo se l’è preso a bottega, cuscì l’ha finita de darsi tante arie quellu scemo. E pure Bastiano sta pe i campi a faticà come nu mulo.”
“E Pino?”
“Coglie frutta co lu zio.”
“De già? Ma lui è ancora piccoletto.”
“Nun c’ha più lu babbo e mo deve pensarce lui alla famiglia sua.”
“Gli è morto lu babbo pure a lui?”
“No, nun è morto, se lo so’ portato via.”
“Chi?”
“E che ne so.”
“Ma perché?”
“Quante domande fai Adelì! Perché era nu cojone che nun sapeva starse zitto, cuscì m’ha detto lu babbo mio.”
A quei tempi di queste cose non ci capivo niente ma a pensare che qualcuno s’era portato via il Signor Mariotti, che con me era gentile e a Pino gli diceva sempre “Ad Adelì la devi trattare bene che è na signorina”, mi sentì pungere gli occhi, così girai i tacchi e lasciai quei due alle torture loro.
“Do vai Adelì? Tu ce poi stare co noi, mica s’imbranata come quello scemo de Gino”, cercò di fermarmi Giovanni.
“Lasciala stare a quella. Noi nun c’abbiamo bisogno de nisciunu. De nisciunu! Le femminucce c’hanno lo stomaco troppo delicato”, mi urlò dietro Teo e scoppiò nella sua brutta risata, che era uguale uguale al verso di un porco.

Quei due avrebbero passato tutta la vita assieme. Il gatto e la volpe. Il braccio e la capoccia. Lo scemo e il cattivo. Se ne andarono via dal paese negli anni ‘60, prima un poco di tempo nell’alta Italia e poi in Germania.
Teo è morto vecchio e grasso, con più soldi che capelli, una casa grande quanto una chiesa e una macchinona che manco quelli del cinematografo. Giovanni, invece, è andato al Creatore a quarant’anni senza uno spicciolo in saccoccia ma con un bel buco tra gli occhi vuoti.

Con lo stomaco ancora tutto girato andai a cercare Gino al forno di famiglia e lo trovai che giocava per strada con i fratelli suoi più piccoletti.
“Ce ne andiamo a farce nu giro?”, gli chiesi.
“Certo”, mi rispose tutto contento.
“Vieni in casa Gino”, si mise di mezzo la mamma sua. Un donnone col petto enorme e il carattere da generalessa.
“Ma stavo pe famme nu giretto co Adelina.”
“Vieni in casa, ho detto, nun me lo fare ripetere. Co l’amica tua ce ne devo parlà io.”
Lui mi guardò e sollevò le spalle: “Me spiace, ce vediamo n’altra volta”, e strascicò i piedi fino al cancello di casa.

“Vie qua ragazzè”, mi fece segno la signora Fiorucci, con le mani sui fianchi e le ascelle puzzolenti in bella vista.
Io, che già lo sapevo di non starle simpatica proprio per niente, mi avvicinai con la faccia scura e una gran voglia di litigare.
“Perché dai fastidio a lu figliolo mio?”
“Nun glie do mica fastidio.”
“E nun me rispondere, sa!”
“Ma se nun devo rispondere che me lo chiede a fa’?”
“Gino mio è nu bravo figliolo e nun se deve rovinare a girare co una come a te! Staglie lontano, capito?”
Una come me?
C’avevo solo dieci anni, ero più candida di un lenzuolo di bucato e quella stronza mi chiamava “una come a te”?
Con la faccia rossa di rabbia e gli occhi che buttavano fuoco gli urlai con tutta l’aria che c’avevo nel petto: “Ma chi lo vole allu figlio suo? Se lo pò tenere stretto alle tettone quel piscialletto de Gino. E poi lo sanno tutti che li Fiorucci c’hanno l’uccello piccolo e nun li vole nisciunu!” e scappai via di corsa.
Come si permetteva quella di trattarmi così? Quanto volte avevo salvato il sedere a quell’imbranato del figliolo suo? Non lo sapeva lei? Non sapeva che ero io che avevo preso a sassate il vecchio della vigna, quando questo aveva trovato Gino a fregarsi l’uva e l’aveva rincorso con un fucile? Non sapeva che ero io a fargli da scaletta quando quel culo pesante non riusciva a salire sugli alberi? Non sapeva che ero io che mi fermavo ad aspettarlo quando nelle corse rimaneva dietro a tutti, si teneva la mano sul fianco e manco ce la faceva a respirare?
Quella non sapeva niente ma dava lo stesso aria ai brutti denti marci suoi.

Avevo avuto proprio una bella idea a prendermi quel giorno di vacanza: a casa mi aspettava mamma con le mani che le bruciavano dalla voglia di farmi nera di schiaffi e io avevo passato comunque una giornata talmente schifosa che quasi quasi mi mancava il ricamo. 


S’era ormai fatto buio ed io me ne stavo ferma davanti a casa di Ines, a fissare la macchia scura di sangue dove c’era rimasto secco babbo mio, quando l’aria fredda che scendeva dalle montagne portò un puzzo che non sentivo da due mesi. Prima sentì l’odore acido e poi il respiro pesante dietro di me. Il sangue mi si fermò nelle vene ed il cuore mi salì fino al collo.

A voglia a non crederci agli spiriti, “E’ tornato lu babbo a prenderme pe portarme dalli diavuli”, pensai.

Continua...

 Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6-7- 8

La vita è un domino.
Una serie di coincidenze che ti fanno andare da un posto all'altro, da un incontro all'altro.
A te viene chiesto solo di continuare a muoverti, dire molti "Sì", e pochi ponderati "No".

Ad esempio, se lo scorso autunno... anzi no, è necessario che io parta ancora prima.
Ad esempio, se nel 2000 non fossi andata a festeggiare quel Capodanno in quel posto e con quella gente, quasi 14 anni dopo non avrei riconosciuto quel nome tra i protagonisti di uno spettacolo. E non sarei andata a vedere tale spettacolo.

Se lo scorso ottobre non fossi andata a quella serata, non avrei scoperto nuovi incroci e casi incredibili. Inoltre, la settimana seguente, non sarei andata a vedere un altro show. Show che, in realtà, non ebbe luogo poiché c'era più gente sul palco che in platea.
Ma, del resto, se quello spettacolo si fosse fatto probabilmente non sarei andata a bere quella birra, non avrei accresciuto il mio numero di contatti su facebook e, mesi dopo, non avrei visto il trailer di facce da palco sulla mia bacheca.
Di conseguenza, non avrei scritto "Tu, per caso, conosci qualcuno dell'organizzazione?"
E, dopo 10 secondi, non mi sarei trovata in chat con Nathalie Bernardi, madre, presentatrice, folle ispiratrice di tutto l'ambaradan.
Quindi, il giovedì seguente, non ci saremmo viste. E io, sicuramente, non sarei diventata la blogger ufficiale del talent.

Se tutto ciò non fosse accaduto io non avrei incontrato tutta la bella gente che ho incontrato e sabato scorso, molto probabilmente, non mi sarei trovata alla prima di "Non di sola parola". 
Uno spettacolo fatto di danza, musica, poesia, immagini, luci, ombre, e parola. Ma non di sola parola, appunto.
Teatro danza arricchito dai versi di Alda Merini. Ispirato al suo talento e alla sua sofferenza. 

Foto di Sergio Sasso

Quattro donne, con il corpo e le voci, ci hanno raccontato parte della sua storia.
Una storia di dolore, sensibilità, e maternità.
Un dolore femminile e vivo.
Una femminilità sensuale, fatta di naturalezza e gioco, mai squallido calcolo. 

Le parole e la vita di Alda Merini sono un ricco patrimonio.
La compagnia teatrale delle paperelle scampate (Nathalie Bernardi, Sabrina Fraternali, Deborah Gallo),  con la partecipazione di Francesca Puopolo, la supervisione di Marilisa Bruno, le musiche di Emanuele Francesconi e Valentina Faith Guida, i video di Simone Tizzi, e le luci di Lorenzo Privitera, riesce in uno studio che è un omaggio. Una trasposizione che si fa dolorosa carne.

"Non di sola parola" è un'ora che incanta, scava e, allo stesso tempo, vola via.
Io non lo so se i genitori miei siano mai stati innamorati o se il babbo c’abbia mai almeno provato a fare il buon marito ed il buon padre. Anche se è successo mamma non me ne ha mai parlato ed io, comunque, non me lo ricordo.
Quello che ricordo è un uomo grosso ma una persona piccola piccola che quando morì non fu pianto da nessuno. Né da sua moglie né dalle sue figlie.

Noi eravamo una famiglia di disgraziati e il babbo era il più disgraziato di tutti. Era arrivato in paese con un bel sorriso sul muso e quattro spiccioli in saccoccia. Il nonno, lo sa solo il Signore perché, l’aveva subito preso in gran simpatia e se l’era messo a lavorare assieme. “Osvaldo farà cose grandi”, diceva.
Il babbo aveva ricambiato la cortesia e la fiducia portandosi per fratte l’unica figlia del nonno e, per fare le cose per benino, l’aveva pure ingravidata. 
I genitori miei si sposarono di corsa, non per amore, non per dovere, ma solo perché una femmina disonorata e uno spiantato sono destinati ad essere una coppia perfetta. Una coppia perfetta d’infelici.
Quella prima creatura gli occhi non li aprì mai, ma la mamma s’inguaiò comunque per tutta la vita e al nonno, dal dolore e la delusione, si spaccò il cuore in due e in poco tempo volò pure lui tra gli angioli.

Il babbo di voglia di faticare non ne ha mai avuta molta e, appena si ritrovò ad essere l’unico uomo di casa, non gli parve vero di poter mettersi a fare tutti i porci comodi suoi. I primi anni si bevve i soldi lasciati dalla buonanima del nonno e poi col tempo iniziò a bersi pure le bestie. Un ovetto per un quartino. Una gallina per un fiasco di quello buono. Ed un giorno d’estate, che doveva averci proprio una grande arsura, si svendette tutti i conigli. Cinque bestiole grasse, con il pelo morbido e le cosce sode. Quando mamma trovò la gabbia vuota uscì pazza: iniziò ad urlare, bestemmiare e darsi dei gran pugni sulla capoccia. A quei tempi Lucia ed io eravamo proprio piccolette e ci infilammo di corsa sotto al lettone per restarci un’ora buona, sporche di merda e piscio dallo spavento.


Al funerale in chiesa non ci stava quasi nessuno.
Al primo banco c’eravamo solo noi tre, con gli abiti neri e le facce serie che, con tutte le botte che c’eravamo prese due giorni prima, non facevamo una gran fatica a fare lo sguardo sofferente. Anzi, ci veniva proprio naturale.
Subito dietro si erano sistemate le vecchie della parrocchia, un gruppo di vedove stagionate che non si perdeva manco una messa e stava culo e camicia con Don Felicino, un poco per devozione e un poco perché il prete, bello, alto e con lo sguardo malandrino, faceva venire loro le fregole. Che a vedere quelle quattro stregacce fare peggio delle ragazzine alla loro prima botta era una cosa da far rigirare lo stomaco.
Quel 13 marzo del 1933, per l’occasione, arrivarono anche le pettegole della piazza. Non che a loro fregasse qualcosa della famiglia mia, ma vennero solo per vedere quanto fosse brutta la bara. Una cassa di assi di legno grezzo che il Comune pagava per quelli che, come noi, non c’avevano neanche gli occhi per piangere.
“Quel legno nun è bono manco pe cocere le caldarroste”, dicevano.
“Pare fatta de carta.”
“Che vergogna.” 
“Gliel’avranno messe le scarpe?”
“E lu vestito?”
“Ma certo. Che lo mettono in terra nudo come nu pupo?”
“Perché no? Cuscì li vestiti se li vendono tutti.”
“E dove lu trovano uno che se compra quelle quattro pezze puzzolenti?”
“Povere ragazze, come faranno mo senza lu babbo loro?”
“Come farà lei a crescere du figlie da sola?”
“La piccola è già mezza persa, ma magari la grande c’ha la capoccia sulle spalle.”
“Ma hai visto quant’è bella? Una cuscì c’ha già lu destino segnato.”
“Che famiglia disgraziata.”
“Che gran pena.”

Ci stanno persone che godono della miseria degli altri, soprattutto quelli che a malapena mettono assieme il pranzo con la cena ma che, a vedere chi sta peggio, si sentono meno morti di fame.
Ci stanno persone che godono delle tragedie degli altri e se con una mano pregano per te, con l’altra ti tengono la testa sott’acqua fino a quando non torni a galla tutto blu e con gli occhi rivoltati all’indietro.
Ma le peggiori sono quelle che non c’hanno neanche la buona creanza di dire cattiverie a voce bassa durante un funerale. Queste c’hanno proprio il cuore grande come l’osso d’una cerasa e l’anima nera come il carbone della stufa.

Continua...

Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6-7
Una collaborazione simile era già stata realizzata alla fine dello scorso anno.
Ve ne ricordate? Eccola qua!

Questa volta cambia il tipo di racconto e la disegnatrice, ma non lo spirito di divertimento e sperimentazione. Io ci ho messo la storia. Gli altri tutto il resto.
E grazie agli altri, che sono troppi da nominare ma i cui nomi potrete leggere nei titoli di coda, Luca e Giovannina hanno preso vita, forma e voce.

Io, in questi momenti, mi sento come J.K.Rowling alla prima di Harry Potter. Una J.K. povera, sconosciuta, ma tanto gnocca che vede i propri personaggi diventare indipendenti. Un po' come dei figli che lasciano casa. Da una parte li vorresti rincorrere con la maglia di lana, dall'altra sei orgogliosa dei loro nuovi percorsi.

Ora basta con le chiacchiere e spazio alle immagini.
Buona visione!



Quella casa, dimenticata dal Signore ed ignorata da tutti da quasi un anno, era il posto perfetto per noi. Metà degli scalini erano marci, i vetri alle finestre rotti e, dentro i pochi mobili rimasti, si potevano trovare tante bestie diverse: ragni grossi come pagnotte, qualche lepre di passaggio e parecchi sorci.
A noi un posto così pareva meglio del paradiso.
Ci passavamo le giornate cacciando gli animali e sfidandoci per vedere chi fosse il più coraggioso e chi il più fifone. Gino, ovviamente, perdeva sempre e gli toccava continuamente pagare pegno. Tra nocchini dietro gli orecchi, scappellotti, pizzicotti e schiaffoni, quel poveraccio era sempre tutto un livido ma non si arrendeva mai, perché era pure capoccione oltre che piscialletto.
Una volta lo chiudemmo da solo là dentro e ci mettemmo a fare i versi degli animali, e chiamarlo con certe vocette maligne che avrebbero fatto cacare addosso anche un uomo fatto e finito. Lui si fiondò fuori pochi minuti dopo, bianco come un morto e con i capelli dritti in testa.
“L’ho vista! L’ho vista!”, urlava con la faccia da pazzo.
“Che hai visto?”
“Ines!”
“Chi?”
“Lo giuro: era appesa co li occhi aperti e la lingua de fora.”
“Tu si tutto scemo, quella sta sotto terra da mo. Che fa? Vene fora giusto per vedere lo brutto muso tuo?”
“Allora era nu spirito. Ma io l’ho vista, so sicuro!”
“E che faceva?”
“Me guardava fisso.”
“E nun te diceva gnente?”
“Gnente.”
“Nun t’ha detto manco: ma guarda che sfortuna, ho lassatu lu dimonio pe incontrare lu piscialletto?” lo prese in giro quella carogna di Teo. E noi, più carogne ancora, tutti giù a rotolarci in terra dal ridere.

Gino, oltre a prendersi uno spavento che quasi ci rimaneva secco, dovette anche pagare pegno: un calcione nel di dietro da parte di tutti. Tutti tranne me.
“Adelì, tocca a te”, mi chiamò Maso ed io mi sforzai di mettere su la migliore faccetta d’angiolo, “No, pe sto giro passo. S’è già preso tanta paura che nun c’ho voglia de farci pure male, poveretto a lui.”
Gli altri mi guardarono sorpresi ma non dissero nulla. I maschi si credono tanto furbi ma in fondo sono anime semplici, e non sono capaci di capire quando ad una femmina gira qualche idea particolare per la capoccia.

Era da un po’ che volevo togliermi una curiosità. Quindi, ritornando a casa, aspettai di restare sola con l’amico mio e nel bosco gli dissi: “Oggi nun t’ho tirato nu calcio anche se t’avrebbe fatto bene.”
“Grazie, Adelì.”
“Ma grazie de che? Nun me basta mica nu grazie.”
“No? E che voi? Mica c’ho gnente io.”
“Qualcosa veramente ce l’hai.”
“Cosa?”
“Prima me devi promette che nun dici gnente a li altri.”
“Te lo prometto.”
“Se, mica me fido cuscì. Me lo devi giurare croce su lu core.”
“Te lo giuro croce su lu core. Nun dico gnente a nisciunu manco se me schiacceno li diti o m’attaccheno pe li orecchi.”
“E se te mannano dietro lu cane rognoso della Pazza o te affogano nellu fiume?”
“Cacchio, Adelì, nun lo so mica se te la posso promette na cosa cuscì.”
“Nun si obbligato, pensavo de poterme fidare, ma piscialletto si e piscialletto rimani.”
“E va bene. Te lo prometto, croce su lu core: nun parlo manco se mi schiacceno li diti, mi attaccheno pe li orecchi, me mannano dietro lu cane rognoso o m’affogano nellu fiume. Mo me lo dici che voi?”
“Sì, famme vedere l’uccellu.”
“Ma che si matta?”
“Me l’hai promesso.”
“Col cavolo! T’ho promesso che nun dico gnente mica che te faccio vedere l’uccellu.”
“O l’uccellu o nu calcio.”
“E che c’entra?”
“Nun t’ho fatto pagà pegno pe vedere l’uccellu tuo, ma se fai tanto lu prezioso allora almeno lu calcione te lo devi pigliare. Queste so le regole, è tanto semplice.”
Io ero minuta, ma scalciavo peggio di un mulo e così Gino ci pensò un attimo e poi si abbassò i pantaloncini.
“Tu c’hai la capoccia tutta stramba. Ecco. Guarda.”
Fu una vera delusione.
“Tutto qua?”
“E che t’aspettavi?”
“E’ piccolo.”
“Ma che ne sai tu? E’ giusto pe l’età mia.”
“Si sicuro? A me me pare proprio piccoletto.”
“Tu de uccelli nun ce capisci gnente! Carlo dice che noi Fiorucci ce l’abbiamo tutti grosso e pure lu mio diventerà bello grande.”
“Fratello tuo diceva pure che lui faceva all’ammore co Annarella, ma lei nun se lo filava proprio. Quello ne dice tante de fesserie.”
“E che c’entra questo mo? E poi facevano pe davvero all’ammore, ma Annarella nun lo voleva far sapere alli genitori sua.”
“Comunque è brutto.”
“Carlo nun è brutto.”
“Ma che me frega de Carlo. E’ l’uccellu tuo che è brutto!”
“Ma che dici? E’ n’uccellu. Li uccelli c’hanno tutti sta faccia qua.”
Erano mesi che avevo questa curiosità. Abitavo in campagna ed avevo visto quello degli animali ma pensavo che quello degli uomini fosse diverso. Un poco speciale. Ed invece non era speciale proprio per niente.
Mi sembrava impossibile che un coso così potesse fare tanta differenza e che a babbo mio bastasse quel dito mollo per comportarsi da padrone. Certo che, nel caso suo, anche due mani grosse come badili lo aiutavano parecchio.
“Ora che t’ho fatto vedere lu mio, tu devi farme vedere la tua.”
“La mia che?”
“Lo sai. Quella cosa là.”
“Te si scemo! Nun ce penso proprio!”
“Però nun è giusto, tu lu mio l’hai visto.”
“E capirai che bello spettacolo!”
“E dai, solo nu secondo. Che te costa?”
Eravamo così presi dalle chiacchiere nostre che non lo sentimmo manco arrivare. Non facemmo caso né ai passi pesanti né al puzzo. Spuntò alle spalle mie e Gino scappò via coi calzoncini ancora calati e l’uccello accartocciato dalla paura.

“C’ho la figlia mignotta!” urlò babbo mio, caricandomi sulle spalle come un sacco di patate.
Mi trascinò fino allo stradone, gridando e sbatacchiandomi di qua e di là come un capretto, tanto che io finì pure per vomitargli sulle scarpe.
In mezzo alla gente che ci guardava schifata lui continuava a sputare veleno, “baldracca come tutte le femmine”, “chi t’ha imparato certi giochetti? Quella madonnina infilzata de sorella tua?”, “ce penso io a raddrizzarte!” diceva, riempiendomi di vergogna e mortificazione.

Arrivati a casa si scatenò il finimondo e, tra insulti e cinghiate, quella fu la serata peggiore della vita mia.
Babbo tirava colpi alla cieca: “Volevi fare nu servizietto all’amico tuo?”
Mamma si metteva in mezzo, “Lasciala stare che cuscì me l’ammazzi”, e ne prendeva pure lei.
Lucia cercava di tirarmi via, “Basta! Basta!”, e rimediava spinte e ceffoni.
Io mi coprivo la capoccia con le mano e aspettavo solo che tutto finisse, “Nun ho fatto gnente! Nun ho fatto gnente! Lo giuro!”, gridavo.
Ma più rispondevo e più lui s’incazzava: “Anche lu coraggio de parlare c’hai?”
Dopo un tempo infinito di quel manicomio il babbo mi buttò nella stalla, “Tra le vacche devi dormire, é quello lu posto tuo!”, e se ne tornò a bere con gli amichetti suoi, pacifico come se non fosse successo niente.

Passai quella notte sulla paglia, stretta tra la mamma che bestemmiava dalla rabbia e Lucia che piangeva per lo spavento. Tutte e tre rannicchiate sotto una coperta sola a cercare il caldo delle bestie come il bambinello nella capanna.

All’alba arrivò il maresciallo.
Il babbo e quegli ubriaconi degli amici suoi non avevano trovato niente di meglio che andare a far danni nella casa di Ines.
Mentre lui pisciava contro il muro, una pietra si era staccata dall’alto e gli era finita dritta sulla capoccia. Gli altri avevano urlato e chiesto aiuto, il farmacista era sceso di corsa ma non aveva potuto far niente.

Osvaldo Carretta era morto di colpo, senza un lamento, con le brache calate, le scarpe sporche di piscio e vomito, e la testa aperta come un cocomero.

Ad Ines il babbo non era mai piaciuto.

Continua...

Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6
L'ultima serata.
L'ultimo parcheggio da cercare.
L'ultimo momento imbarazzante sul palco.
Gli ultimi abbracci.
Le ultime emozioni.

Facce da Palco è un'avventura che ho iniziato per caso, in uno dei periodi più assurdi e schizofrenici della mia vita.
Facce da Palco è stata la salvezza, l'appuntamento irrinunciabile, il divertimento, la scoperta.
Facce da Palco è finito. E ora vi racconto come.

Trucco, parrucco, parcheggio. Tutta questa roba la sapete già!
Arrivo al Cafè des Arts. Abbraccio e limono chicchessia. Bevo un mojito. Razzio i salatini del buffet. Prendo posto in prima fila.
Sono pronta.

Per la serata finale il cuore, la mente, la voce, la faccia, ogni parte dell'organizzazione di questo talent sale sul palco. Lo sketch iniziale prevede, infatti, i provini per i presentatori del prossimo anno. Gli aspiranti al titolo sono nuovamente Dragosh, Lothar e Natalia. Nel ruolo di giudici: Francesca, storica capogiuria, ed Elena, la regina del dietro le quinte e della scaletta calcolata al milionesimo di secondo.
Tutti sul palco per giocare, fare festa, salutare il pubblico.
Alla fine Natalia, grazie al grande talento e una pingue bustarella, viene confermata nel ruolo.
Il pubblico ride ed applaude!

L'applauso continua anche per accogliere Christian La Rosa, vincitore della scorsa edizione. L'attore, in onore di questo suo ritorno alle origini, ripropone Incommunicabilifamily, il pezzo che lo portò al successo l'anno scorso.
Parole e musica pe raccontare la famiglia e, soprattutto, la condizione di figlio con tutte le sue sfaccettature oscure e tragicomiche.
Christian è un artista dal grande carisma. Il suo è uno spettacolo complesso e intenso.
Io lo vedo per la prima volta. Mi piace molto. Non mi sorprende che l'anno scorso si sia meritato la vittoria.

E ora?
E ora tocca ai finalisti.
Inizia Cecilia D'Amico.
Oltre agli esilaranti personaggi femminili, questa volta si presenta anche in versione maschile. Porta sul palco Filippo da Desenzano del Garda. Un ingenuo che va in Cina per ritrovare se stesso e finisce col diventare inconsapevole e gioioso schiavo di un coltivatore di riso.
Cecilia è brava ma, se mi posso permettere di darle un consiglio, deve ancora lavorare molto su questo personaggio. Con le due donne si ride fino alle lacrime, con il ragazzino si sorride e basta. Certo, è inevitabile che uno spettacolo non mantenga sempre lo stesso livello, ma con la presenza scenica e l'abilità di scrittura di Cecilia i margini di miglioramento ci sono e devono essere colmati.

Infine, tocca a Caterina e Luca della compagnia A_tratti_brevissimi.
E' la terza volta che vedo il loro estratto da "Dialogo di una prostituta con il suo cliente". Più lo vedo e più ne apprezzo le diverse sfumature. Più lo vedo e più desidero assistere all'intera rappresentazione.
Sono stregata dall'intensità di Caterina, che passa attraverso il corpo e la voce. E dalle diverse facce del personaggio di Luca: fragile, arrogante, infantile, egoista.
Anche questa volta l'esibizione finisce tra gli applausi convinti del pubblico. E l'adorazione ormai sfacciata della blogger.


La scelta non sarà facile. I finalisti portano generi completamente diversi. L'unica cosa che li accomuna è l'innegabile talento. Patrimonio di tutti e tre.

Il pubblico vota.
La giuria anche.

Tutti assieme un'ultima volta.
Natalia annuncia: "Facce da Palco 2014 è vinto da Cecilia D'Amico!"
La comica romana si aggiudica così due serate nella prossima stagione della rassegna Off Stage.
L'amore tra Cecilia e Torino è destinato a continuare appassionatamente!

Parte la festa: baci, abbracci, fiori, risate e la malinconia per una bella avventura ormai giunta al termine.
Potrei lanciarmi in lacrimosi ringraziamenti, ma decido di darmi un contegno. Chi deve sapere già sa!

Ci si rivedrà il prossimo anno?
Credo proprio di sì!

E ora? Ora vado a recuperare la macchina parcheggiata, come al solito, a millemila chilometri!

La brutta esperienza dai Parise fece stringere le chiappe a tutti gli amici miei.
Il babbo mio aveva le mani particolarmente calde, ma non è che quelli degli altri scherzassero.
A quei tempi i figli si crescevano a pane e bastone e non era mica come adesso che, se un bambino combina qualche fesseria, i genitori lo credono sempre un angiolo pure se sulla capoccia porta le corna ed attaccata al sedere c’ha la coda. Una volta le prendevi metà dal maestro e l’altra metà a casa, metà dal parroco e l’altra metà a casa, metà dal vicino e l’altra metà a casa. E spesso, pure se non avevi fatto niente, le prendevi comunque. Giusto per star sereni.
Se i genitori di Augusto si fossero presentati a casa di qualcuno di noi per chiedere soddisfazione, non ci sarebbero bastate le lacrime per tutte le mazzate che avremmo preso.

Per un poco smettemmo di fregare la frutta e fare i prepotenti in giro, e ci dedicammo solo alla casa abbandonata dietro al mulino: il posto perfetto per starcene per i fatti nostri, non metterci nei guai ed essere lasciati in pace dai grandi.
I paesani erano tutti cacasotto superstiziosi e si credevano che quelle quattro mura fossero segnate dal demonio. La maggior parte di loro faceva di tutto per non passarci neanche davanti e, se proprio era costretta a prendere quella strada, si faceva il segno della croce e poi sputava a terra.
Ma a me quel posto non faceva paura, anzi. Lo ricordavo ancora quand’era pieno di vita e soprattutto mi ricordavo la padrona: la levatrice che ci aveva fatto nascere tutti quanti, pure me e Lucia.

Ines era allegra e sorridente, e m’era sempre piaciuta tanto. Perché era amica della mamma, anche se a noi tutto il paese ci guardava con lo schifo negli occhi, perché non si faceva problemi a prendere a male parole il babbo, “che lu diavolo te se pigli!” gli diceva, e pure perché una volta, trovandomi a rubarle le noci, invece di urlare o arrabbiarsi, mi aveva fatto entrare in casa e mi aveva offerto il latte con il miele. Che io una cosa buona come quel latte lì non l’ho più assaggiata. Da quel giorno, se la passavo a trovare, lei mi dava qualche frutto per riempirmi la pancia e poi raccontava a me ed ai bambini suoi delle storie bellissime. Ci faceva sedere tutti e tre a terra, andava ad aprire la cassapanca dove teneva il corredo e da lì tirava fuori un libro con la copertina dura, se lo metteva sui ginocchi con attenzione, manco fosse un tesoro, e cominciava a leggere. Il più piccolo dei figli suoi di solito cadeva subito addormentato. Quello più grandicello, invece, si stufava in fretta e dopo poco andava fuori a giocare col fango. Solo io rimanevo immobile con la schiena dritta e la bocca aperta a bermi tutte quelle parole, pure quelle difficili che non capivo ma che mi piacevano tanto. A quell’epoca avevo sempre la terra che mi bruciava sotto i piedi, ma Ines con le storie sue mi toglieva la voglia di scappare e m’imbambolava come una magia.
La favola che mi piaceva di più era quella di una fornaia “nera come un tizzone e brutta più del peccato mortale”, ma col cuore allegro e la risata sempre in tasca, “Tizzoncino fa l’uovo - dicevan le vicine”. Lei faceva innamorare persino quell’antipatico del Reuccio che all’inizio le sputava addosso ma poi si prendeva una gran botta e cominciava a chiamarla “Reginotta dell’anima mia!”. Quella storia lì me la sarò fatta leggere almeno dieci volte e l’ho imparata così bene che negli anni l’ho raccontata precisa precisa a tutti: Annamaria prima, e figli e nipoti poi.
Altro che principessine frignone o rimbambite, Tizzoncino era capace di mettersele tutte sotto i piedi ste signorine delicate. “Spera di sole, spera di sole, sarai Regina se Dio vuole!” e Tizzoncino regina ci diventava veramente.

Ines era bruttarella, con le braccia grosse e pelose come quelle di un uomo e un bel nasone a patata, ma non se ne dispiaceva: “Nun sarò bella ma ad Alfredo mio piaccio eccome: cinque anni che simo sposati e nun riesce ancora a tenerse li mano allu posto sua”, diceva e poi rideva, rideva forte. La sua risata era come una caciotta fresca: il benvenuto perfetto per i bambini appena venuti al mondo.
Io le volevo bene e da grande sognavo di diventare come lei, con una bella famiglia, un marito gentile ed una lingua tagliente e sfacciata per dire sempre tutto quello che mi passava per la testa.

Ma purtroppo le cose brutte capitano spesso anche alle persone buone ed Ines, nel giro di un anno, perse tutto, pure la risata e la voglia di vivere. Per colpa di una caduta da cavallo e del morbillo, le morirono prima il marito e poi i due figli. La poveretta, dopo aver seppellito anche il secondo dei bambini suoi, smise di occuparsi di se stessa e della propria casa. Venivano giù capelli e mattoni, si formavano crepe ai muri e rughe profonde intorno agli occhi suoi.

Dieci mesi dopo l’ultimo lutto i vicini, preoccupati per il puzzo ed il silenzio, andarono a bussarle. Batterono e chiamarono a lungo ma lei non rispose. Allora si fece avanti il più grande dei fratelli Casotti, quello che chiamavano “lu mulo”, e lui, a spallate e capocciate, buttò giù la porta.
Ines se ne stava lì, triste e sola, appesa al soffitto.

Quel cuore secco di Don Felicino non volle farle il funerale in chiesa e la fece seppellire in un angolino buio del campo santo, lontana dalla famiglia sua e nascosta come una delinquente. Ma, alla faccia del parroco, i fiori su quella lapide senza nome non sono mancati mai. Glieli hanno sempre portati e glieli portano ancora tutte le mamme del paese. E’ diventata una tradizione, un omaggio ed anche una scaramanzia per allontanare la malasorte, che se stai preoccupata per i figli tuoi ci pensa Ines a buttarci un occhio.
Lei non può essere finita all’inferno, come dicevano le quattro vecchiacce della Chiesa, io non ci credo. L’amica mia c’aveva il cuore troppo buono. Secondo me è volata dritta in cielo e la Vergine, appena l’ha vista, l’è andata incontro e le ha baciato prima una guancia e poi pure l’altra. E da quel momento Ines se ne sta là a raccontare favole ai bimbi che devono ancora nascere o a quelli che se ne sono già tornati indietro. La sera poi va dalla famiglia sua, Alfredo se l’abbraccia stretta e le dice in un orecchio “Reginotta, reginotta dell’anima mia” e lei ride, ride forte.
Può venire pure il vescovo in persona a dirmi che non è possibile, che quello che ha fatto Ines è un peccato troppo grave per essere perdonato, ma a me questa idea non me la toglie nessuno dalla capoccia. Lei non solo se ne sta bella bella in paradiso, ma occupa pure un posto importante. Perché almeno dall’altra parte un poco di giustizia ci deve stare.

Continua...

N.d.A. la storia di Tizzoncino, il cui titolo originale è “Spera di sole”, fu scritta da Luigi Capuana(1839-1915) ed è contenuta nella raccolta “Si conta e si racconta”(Muglia Editore, 1913; Pellicanolibri, 1985)

Prologo - 1 - 2 -3-4-5 
"Della pagina dedicata a Torino dovresti occupartene tu"
"Ok. Ma la parte scritta dovresti curarla tu"

E' nata così, un po' per scherzo e un po' sul serio, l'idea di realizzare Humans Torino. Un progetto che, sulla falsa riga di Humans of New York, vuole essere la mappatura dell'umanità che vive, visita, attraversa il capoluogo piemontese.

Che io stia vivendo una fase d'innamoramento nei confronti della mia città credo che sia evidente ai più, e quale miglior omaggio a questa se non la celebrazione dei volti e delle storie che la rendono tanto speciale?

Foto, frasi, dialoghi, e istantanee fatte solo di parole. Tutto questo grazie al lavoro congiunto del talentuoso fotografo Sergio Sasso e della volenterosa blogger Jane Pancrazia Cole.

https://www.facebook.com/humansturin?fref=ts

Visitateci, piaceteci e condivideteci.
Questa nuova avventura ha bisogno di tutto il vostro supporto e del vostro sfacciato affetto. Da parte nostra, noi ci metteremo buona volontà, molestie ai passanti e tanta voglia di raccontare.

Post più recenti Post più vecchi Home page

Il mio Laboratorio di Scrittura via Newsletter

Il mio Laboratorio di Scrittura via Newsletter

IL MIO SITO

IL MIO SITO

La mia vetrina Amazon

La mia vetrina Amazon
Dai un'occhiata ai miei consigli di lettura e scrittura...

Social

POPULAR POSTS

  • Pancrazia in Irpinia (Quarta Parte)
  • Pancrazia in Irpinia (Prologo)
  • Pancrazia in Irpinia (Prima Parte)

Categories

IlMioProgetto chiacchiere libri Racconti viaggi cinema Torino RadioCole attualità musica televisione società DiarioRacconti sport Nella Rete blogosfera Laboratorio Condiviso teatro citazioni microracconti FacceDaPalco arte Un marito per caso e per disgrazia scrittura creativa Erasmus HumansTorino Peanuts cabaret lavoro Rugby meme ImprovvisazioneTeatrale PrincipeV poesia OffStage articolo sponsorizzato Pancrazia Consiglia pubblicità twitter PancraziaChi? TronoDiSpade articolo Adelina Harry Potter Podcast premi tennis graficamente PancraziaInBerlin laboratorio scrittura materiale di scarto DaFacebookAlBlog Pancrazia and the City Roma True Colors DonnePensanti EnglishVersion favole sogni CucinaCole IlRitorno chiavi di ricerca dasegnalare help 2.0 video Le piccole cose belle Mafalda Rossana R. cucina dixit kotiomkin live blog candy branding copywriting da segnalare metropolitana personal branding satira viaggio dell'eroe
Powered by Blogger.

Blog Archive

  • ▼  2023 (31)
    • ▼  settembre (4)
      • Laboratorio d'Autore
      • On line
      • Diretta Instagram
      • A ognuno il suo racconto
    • ►  agosto (2)
    • ►  luglio (4)
    • ►  giugno (1)
    • ►  maggio (3)
    • ►  aprile (5)
    • ►  marzo (4)
    • ►  febbraio (6)
    • ►  gennaio (2)
  • ►  2022 (57)
    • ►  dicembre (3)
    • ►  novembre (5)
    • ►  ottobre (10)
    • ►  settembre (5)
    • ►  agosto (3)
    • ►  luglio (6)
    • ►  giugno (6)
    • ►  maggio (9)
    • ►  aprile (3)
    • ►  marzo (1)
    • ►  febbraio (3)
    • ►  gennaio (3)
  • ►  2021 (20)
    • ►  dicembre (3)
    • ►  novembre (1)
    • ►  settembre (1)
    • ►  agosto (6)
    • ►  aprile (2)
    • ►  marzo (2)
    • ►  febbraio (2)
    • ►  gennaio (3)
  • ►  2020 (84)
    • ►  dicembre (6)
    • ►  novembre (6)
    • ►  ottobre (6)
    • ►  settembre (6)
    • ►  agosto (6)
    • ►  luglio (10)
    • ►  giugno (9)
    • ►  maggio (11)
    • ►  aprile (8)
    • ►  marzo (8)
    • ►  febbraio (4)
    • ►  gennaio (4)
  • ►  2019 (6)
    • ►  dicembre (1)
    • ►  agosto (1)
    • ►  luglio (2)
    • ►  febbraio (1)
    • ►  gennaio (1)
  • ►  2018 (37)
    • ►  dicembre (1)
    • ►  novembre (5)
    • ►  ottobre (3)
    • ►  settembre (7)
    • ►  agosto (3)
    • ►  luglio (2)
    • ►  maggio (1)
    • ►  aprile (7)
    • ►  marzo (8)
  • ►  2017 (23)
    • ►  settembre (2)
    • ►  maggio (2)
    • ►  aprile (4)
    • ►  marzo (8)
    • ►  febbraio (6)
    • ►  gennaio (1)
  • ►  2016 (20)
    • ►  settembre (2)
    • ►  giugno (2)
    • ►  maggio (1)
    • ►  aprile (7)
    • ►  marzo (2)
    • ►  febbraio (1)
    • ►  gennaio (5)
  • ►  2015 (78)
    • ►  dicembre (1)
    • ►  ottobre (4)
    • ►  settembre (4)
    • ►  agosto (8)
    • ►  luglio (6)
    • ►  giugno (7)
    • ►  maggio (6)
    • ►  aprile (6)
    • ►  marzo (11)
    • ►  febbraio (11)
    • ►  gennaio (14)
  • ►  2014 (242)
    • ►  dicembre (17)
    • ►  novembre (8)
    • ►  ottobre (8)
    • ►  settembre (10)
    • ►  agosto (7)
    • ►  luglio (18)
    • ►  giugno (18)
    • ►  maggio (19)
    • ►  aprile (23)
    • ►  marzo (40)
    • ►  febbraio (38)
    • ►  gennaio (36)
  • ►  2013 (353)
    • ►  dicembre (40)
    • ►  novembre (37)
    • ►  ottobre (48)
    • ►  settembre (33)
    • ►  agosto (35)
    • ►  luglio (39)
    • ►  giugno (35)
    • ►  maggio (40)
    • ►  aprile (23)
    • ►  marzo (8)
    • ►  febbraio (10)
    • ►  gennaio (5)
  • ►  2012 (126)
    • ►  dicembre (10)
    • ►  novembre (9)
    • ►  ottobre (12)
    • ►  settembre (13)
    • ►  agosto (19)
    • ►  luglio (10)
    • ►  giugno (10)
    • ►  maggio (7)
    • ►  aprile (6)
    • ►  marzo (10)
    • ►  febbraio (10)
    • ►  gennaio (10)
  • ►  2011 (95)
    • ►  dicembre (18)
    • ►  novembre (6)
    • ►  ottobre (4)
    • ►  settembre (9)
    • ►  agosto (5)
    • ►  luglio (10)
    • ►  giugno (12)
    • ►  maggio (4)
    • ►  aprile (7)
    • ►  marzo (9)
    • ►  febbraio (4)
    • ►  gennaio (7)
  • ►  2010 (97)
    • ►  dicembre (9)
    • ►  novembre (6)
    • ►  ottobre (2)
    • ►  settembre (7)
    • ►  agosto (7)
    • ►  luglio (16)
    • ►  giugno (10)
    • ►  maggio (8)
    • ►  aprile (9)
    • ►  marzo (9)
    • ►  febbraio (6)
    • ►  gennaio (8)
  • ►  2009 (61)
    • ►  dicembre (4)
    • ►  novembre (5)
    • ►  ottobre (10)
    • ►  settembre (8)
    • ►  agosto (3)
    • ►  luglio (5)
    • ►  giugno (2)
    • ►  maggio (4)
    • ►  aprile (6)
    • ►  marzo (5)
    • ►  febbraio (4)
    • ►  gennaio (5)
  • ►  2008 (76)
    • ►  dicembre (3)
    • ►  novembre (5)
    • ►  ottobre (8)
    • ►  settembre (5)
    • ►  agosto (5)
    • ►  luglio (6)
    • ►  giugno (6)
    • ►  maggio (11)
    • ►  aprile (12)
    • ►  marzo (8)
    • ►  febbraio (5)
    • ►  gennaio (2)
  • ►  2007 (132)
    • ►  dicembre (2)
    • ►  settembre (18)
    • ►  agosto (11)
    • ►  luglio (33)
    • ►  giugno (13)
    • ►  maggio (13)
    • ►  aprile (16)
    • ►  marzo (26)

Copyright © Radio cole. Designed & Developed by OddThemes