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Certi bei momenti meritano di essere fermati per sempre. Sulla carta o sulla tastiera.
Dalla bacheca di facebook al blog.

"Mi è scaduta la carta postepay. Per il rinnovo devo fare la fila agli sportelli o posso chiedere a te, solerte amico del banco informazioni?"
"Nessuna fila: ci penso io!"
"Grazie"
"Figurati, noi della posta amiamo venire incontro alle esigenze dei nostri clienti"
"Che meraviglia!"
"Vuoi rinnovare questa postepay basic-puzzona o passare alla fantastica postepay figa-evolution?"
"E quale differenza ci sarebbe?"
"Un piccolo canone annuale in cambio di fantastici servizi cazzi-e-mazzi"
"Interessante, ma io di questi fantastici servizi cazzi-e-mazzi non saprei proprio che farmene. Credo che rinnoverò semplicemente la postepay basic-puzzona"
"Va bene. Biglietto e fila allo sportello. Il prossimo! "
Oggi, contro ogni mia consolidata abitudine, sto sul pezzo.
Birdman ha appena trionfato alla notte degli Oscar. Ed io, che ne sono rimasta folgorata, voglio celebrarlo con un post.

Birdman è un capolavoro. L'espressione di una perfezione che non è esibizione di fredda tecnica, ma dimostrazione di talento e conoscenza del mestiere. Perché ogni arte, checché ne dicano i pigri romantici convinti che basti il sacro fuoco, cresce e si esprime al meglio solo partendo dal lavoro, dallo studio, e dalla fatica.

Birdman è la celebrazione del cinema. Che è altra cosa rispetto al teatro ma, come nel caso di questo film, lo può rappresentare, svelarne i retroscena, raccontarne l'essenza.
Il cinema è immagine. E con il suo spettacolare piano sequenza, il regista Alejandro González Iñárritu, crea una gioia per gli occhi, una meraviglia, un viaggio dentro lo schermo molto più efficace di qualsiasi 3D.
Il cinema è parola. E tutto il cast dà corpo ed anima a dialoghi che corrono con lo stesso ritmo della cinepresa.
Il cinema in questo caso è anche danza. Perché gli attori, con i loro movimenti, tessono un racconto fatto di spazi, corse, passi, linee e ritmo.

Il cinema è fonte inesauribile d'istanti memorabili.
Il treno che ti viene addosso, il vagabondo seduto accanto al bambino, il pazzo che parla allo specchio.
Birdman non ha un'immagine unica così forte, non potrebbe, non è nella sua natura. Ne ha una sequenza, tra palco, quinte, camerini, corridoi, bar e strade.

Birdman è una dichiarazione d'amore al cinema, al teatro, e al mestiere dell'attore. Con le sue ricchezze ma le tante miserie. Con un Michael Keaton che corre in mutande per le strade di Broadway. Nudo e ridicolo. Inseguito e deriso. Tra la folla e il pubblico.
Fino all'ultimo applauso.
Fino all'ultimo ciak.


Domani torno sul luogo del delitto. Torno davanti alla webcam che mi fa sembrare un gioioso cucciolo d'ippopotamo. Torno in radio. Radio Nuclear.

Domani parteciperò alla trasmissione di due amici: Villata e Tavella. Che è un po' come dire Batman e Robin, Ian Solo e Chewbecca, Birba e Gargamella. Ma non chiedetemi chi sia chi.
Posso solo dirvi che io, per un pomeriggio, sarò Batgirl, la principessa Leila, Puffetta. O, più realisticamente, sarò solo sobria come Joker, slanciata come un Ewok, e gradevole come Quattrocchi.

Non so cosa faremo, non so cosa farò, non so cosa faranno. L'unica certezza è che verrà messa in onda la mia playlist: dodici canzoni dance che spaziano dagli anni '70 ai giorni nostri.
Com'è nel mio stile di "Regina dell'Ansia da Prestazione", appena mi è stato chiesto di fare questa scaletta musicale, mi sono messa al lavoro manco ne dipendesse la pace nel mondo, la scomparsa della disoccupazione in Italia, o la scoperta del balsamo perfetto per i miei capelli. Ho ascoltato, ballato e selezionato come se non ci fosse un domani.

Ma un domani ci sarà. E, quindi, domani alle 14 collegatevi, guardate ed ascoltate!
Potrete godere della bellezza sfolgorante degli amichetti miei, sbertucciare i miei infruttuosi tentativi di non sembrare grassa e, soprattutto, sentire tanta buona musica.

Non mi credete? Si comincerà così:



E voi cosa avreste scelto al posto mio?
Potete spaziare. Uno o più titoli della musica dance, da quando è nata all'altro ieri. Ditemi, commentate, sculettate! Oggi si fa festa e domani di più!
Ve la faccio breve.
Avete presente quelle serate in cui il mondo ce l'ha con voi e voi ce l'avete col mondo? Quelle serate in cui chi vi dovrebbe volere bene mette in pratica tutto il proprio peggior repertorio per farvi sentire una cacca? Quelle serate in cui vorreste solo chiudervi in casa, staccare il telefono, e nascondervi sotto il piumone fino a data da destinarsi? Quelle serate in cui vi credete figa e poi scoprite di avere il rossetto sui denti?
Avete presente?
No?
Beati voi.

Io sì, c'ho presente, c'ho presente chiarissimamente.
Giovedì scorso è stata proprio una serata così.
Ma invece di tumularmi sotto il piumone, ho deciso che sarebbe stato meglio ridere. No, non una risata isterica da pazza. Proprio una risata vera. Più d'una possibilmente.

E per questo motivo, una settimana fa, carica dello spirito machisenefotteneanchequestomiabbatterà, sono andata a godere della seconda data live di Kotiomkin.

Uno spettacolo dove qualcuno ha fatto molto ridere, qualcuno ridere, e qualcuno insomma.
Dove la parte tecnica ha funzionato, i presentatori hanno dimostrato scioltezza, e i disturbatori hanno disturbato secondo uno schema divertente e riuscito.
Dove i battutari online si sono scatenati sulle attualissime 50 sfumature di grigio.
Dove gli Anonymous hanno presentato un commovente prediciottesimo, Morandazzo ha illuminato la platea con le sue cinematografiche perle di saggezza, e i Civatians hanno raccontato i drammi di una vita indecisa... o forse sì?... o forse no?

Il Kotiomkin live è una formula che funziona. A cavallo tra rete e palco, professionisti e amatori, cabaret e satira. Uno spettacolo che le diverse teste matte della nota pagina facebook stanno portando in tutta Italia. Che io sappia almeno: Milano, Roma, Genova e Torino.
Ah, ovviamente, le serate torinesi sono le migliori. E che ve lo dico a fare?

Il prossimo appuntamento sotto la Mole sarà il 5 marzo alle 21:30, al Colors, in via Sacchi 63.

E, visto che oggi mi sento particolarmente generosa, segnalo per i miei lettori romani, il KotiomkinTevere, stasera, ore 21:30, al TAG (Tevere Art Gallery) in via Passera 25.
E per i milanesi, sempre stasera, il Kotiomkin live alle 22, presso La Strada in via Patellani 4.

Buon divertimento a tutti! Fate come me: uscite da sotto i piumoni e andate a ridere ridere ridere!...prima però controllate il rossetto.
Tempo fa ho comprato, letto, apprezzato, recensito un libro.

Poi ho fatto amicizia su facebook con l'autore. Incontrato il suddetto per caso lo scorso autunno. Chiestogli di tenermi informata sulle volte che avrebbe portato ciò che aveva scritto, nato come monologo, di nuovo davanti a un pubblico.

In seguito, ho avuto da fare tutte le volte che il comico/attore/scrittore gentilmente m'informava delle date, come da me precedentemente richiestogli. Sembrando, probabilmente, una di quelle persone che ti fanno dei complimenti, si raccomandano tanto, ma poi se ne fottono e spariscono. La simpatia, proprio.

Tutto ciò fino a ieri sera quando, complice un po' di fortuna e l'opera degli astri propizi, ho finalmente potuto assistere alla magia delle parole che lasciano la carta per ritrovare il proprio ambito naturale: il palco.

Un palco ben strano per la verità. L'angolo di una vineria. Tra un pianoforte, la porta del bagno e le ginocchia del pubblico assiepato. Una di quelle situazioni molto underground, dove può essere un trionfo o un disastro. Dove l'artista è diviso tra il fascino della sfida e il desiderio di tornare nella propria cameretta con il pigiama, i giornaletti e la spremuta d'arancia, come quando gli veniva la febbre da piccolo, saltava scuola e poi, una volta guarito, si scopriva più alto di qualche centimetro.

Sono abbastanza sicura che ieri Dario Benedetto abbia provato tutte queste cose, mentre usava i bagni come quinta e si preparava a fare il suo ingresso. Ingresso di fronte a un pubblico vario e caloroso, che contava tra le proprie fila anche una blogger seduta per terra, ed un cane che ha cercato più e più volte di limonarla. Lei, pur colpita dall'avvenenza del quadrupede e dal suo sguardo carico di passione, ha preferito comunque fare la ritrosa. Perché, si sa, è sempre meglio farsi desiderare un poco.

Il libro, Piglia un uovo che ti sbatto, mi era piaciuto molto, come già avevo scritto in questo vecchio post.  Mi autocito: "Un libro di divertimento e poesia. Che coinvolge e si fa leggere di corsa, pagina dopo pagina, immagine dopo immagine. Una seduta di psicanalisi pubblica, dove l'autore racconta tic, ossessioni, sogni e deliri. L'infanzia, le donne, e pure i gatti. Il tutto accompagnato da una virtuale colonna sonora."

Lo spettacolo dal vivo mi è piaciuto altrettanto.

Bravo Benedetto che è riuscito a calamitare rapidamente l'attenzione in un luogo non così favorevole, dimostrando talento e mestiere.
Bravo Benedetto che ha creduto nella sua creatura portandola in ogni dove fino a raccogliere successi anche inaspettati, tipo quello di una bionda che ti si avvicina e ti dice "Vuoi pubblicare un libro con me?" Che il giorno che un editore anche non biondo dovesse dire a me una cosa del genere, prima svengo e poi mi faccio un piantarello.
Bravo Benedetto perché è proprio bravo. Perché le passioni sono faticose, e senza lavoro, lucida follia, e patologica caparbietà non si va da nessuna parte. E lui, invece, continua ad andare e macinare km, metaforicamente e non.

Quindi, che sia per questo spettacolo o che sia per un altro, se sentite il nome di Dario Benedetto dalle vostre parti, vi consiglio di non lasciarvi sfuggire l'occasione.
Datemi retta. Vi ho mai deluso?
La bacheca di facebook scorre veloce ed inesorabile. Col passare del tempo non è affatto facile recuperare vecchi scritti e, ogni tanto, sento la necessità di mettere al sicuro alcuni post. Trascriverli sul blog, dove sono più protetti e facilmente rintracciabili.

Per questo motivo oggi fermo su Radio Cole un mio particolare microracconto. Un piano sequenza in parole. Una ripresa continuata senza stacchi. Una storia priva di punteggiatura. Un gioco. Una sciocchezza. Un esperimento.

Su facebook l'ho pubblicato senza alcuna spiegazione, mettendo in difficoltà qualcuno. Con voi, vecchi frequentatori del mio blog, mi sento di essere più benevola e svelare la chiave di lettura.
Ogni parola in grassetto è la fine della frase precedente e l'inizio della successiva.

Le foglie si lamentano sotto i piedi affondano ne la neve si scioglie tra i fili d'erba che si allungano come le giornate.

Il titolo? Un anno.
Metro

She's a weirdo.
She's young and dirty.
She insults people and puts her feet on the seat in front of her.

People look, whisper, move away.

He's a gentleman.
He's older and smells of cologne.
He smiles and nods.

The girl takes her feet off the seat. The man sits.
He sits and speaks. He speaks to her like a granpa.
"You shouldn't put your feet on the seat."
"Why not?"
"Because it's not very nice. You dirty the seat and other people can't use it."
She listens to him. She tries to justify herself. She tells sad pieces of her life, real or made up.

People look at them, listen to them.

The metro stops.

The gentleman stands up, "It was a pleasure," he says, shaking her hand.
"For me, too" she says, she smiles, she's like a happy child.

People look at them.
Other people's kindness is always so embarassing.

The end

E siamo a tre, tre racconti tradotti in inglese.
Anche quest'ultimo è nato per Humans Torino (qui la versione italiana) e anche quest'ultimo ha goduto dell'anglosaggiasupervisione di quella santa donna di Renée. Ella, madre di un adorabile pargolo, si starà ormai chiedendo se sia peggio cambiare pannolini o correggere racconti di amiche a cui non basta più parlare all'Italia, ma vogliono coinvolgere l'Europa, il Mondo, il Sistema Solare, la galassia.
Pancrazia, verso l'infinito e oltre!

Volare o cadere con stile? Inutili sottigliezze.
Prossimo obiettivo: scrivere un racconto direttamente in inglese.
Stay tuned!
Io ho un nipote. Ha cinque anni. E lo invidio moltissimo.
Non gli invidio i grandi occhi neri, la leggerezza dell'età o l'innato carisma.
No. Gli invidio i nonni.
Io non ne ho più, ormai da molti anni. In realtà la vita è stata generosa con me. Me ne ha regalati addirittura cinque. Non mi sono fatta mancare nulla, ho avuto la nonna bisbetica e quella rudemente accogliente, il nonno protettivo e quello mitologico. Ho avuto perfino il nonno putativo.
Ma ho sempre avuto anche una marea di cugini con cui spartire questo tesoro. Che sia chiaro, i cugini sono un altro bel regalo dell'esistenza a cui non potrei mai rinunciare. Ma a PrincipeV invidio l'amore assoluto e incondizionato di cui gode grazie allo status di piccolo unico nipote.
Lui ama i suoi nonni, che poi sarebbero i miei genitori, e loro amano lui con uno struggente slancio.

Ogni tanto li guardo e mi auguro che lui non li dimentichi mai. Che ricordi quei momenti. Ricordi quel calore. Perché sono doni preziosi che ci si porta dietro anche da grandi. Anche quando si va per i 40, ma i nonni ancora ci mancano.
Io ricordo le confidenze di mia nonna Maria, che mi raccontò di un cuore infranto e una gioventù vanitosa.
Ricordo il carattere da leonessa di nonna Rosa quel giorno che tornai in lacrime dal liceo. Ricordo il suo desiderio di strozzare i professori e la mia sorpresa di saperla sempre al mio fianco, anche quando avevo torto.
Ricordo nonno Francesco che, seppur anziano e malato, era in grado di rammentare perfettamente quanto tempo avessi fatto passare dall'ultima volta che ero andata a fargli visita. Un bonario cazziatone che dava il senso di quanto lui, immerso in una folla di nipoti, ci distinguesse e amasse tutti.
Ricordo i mille colori che, da piccola, davo alla personalità di mio nonno Andrea. Morto giovane, ancora prima che i miei genitori si sposassero, e quindi disponibile ad ogni mia libera e fantasiosa interpretazione.
Ricordo il niente affatto scontato amore di nonno Herbert, la sua generosità, la sua accoglienza, il suo sonno improvviso ed eterno su una panchina, all'ombra dei tigli.

I nonni sono il mio punto debole. Lo confesso.
E così sabato 24, lo spettacolo del duo Popoff mi ha colpita dritta al cuore.
Loro sono una coppia, sul palco e no. Lei è un'attrice che ama cantare. Lui un musicista che ama lei. Gli occhi non tradiscono.
Per la rassegna Palco Oscenico hanno portato uno spettacolo ancora in divenire. Hanno portato un pancione e tante piante. Hanno portato la storia di una bambina che diventa donna. Una bambina accompagnata dal mistero della vita e della nascita, "Sono nata da un fiore, con l'aiuto di un'ape, vestita da un ragno". Accompagnata dall'amore di un nonno che è il più dolce dei fidanzati. Accompagnata dalla rassicurante presenza di una nonna e delle sue rose.

E sabato sono state cornicette, canti, boccioli. E sono stati amori, dolori e percorsi. E sono state tutte queste cose e anche di più. In un testo semplice ma genuino. Capace di evocare balconi assolati, vestaglie fiorate, vecchi telefoni e profumi di casa, di famiglia, di vita.

Il duo Popoff ha tanti progetti, tra cui il più grande vedrà la luce fra pochissimo, ma mi auguro di cuore che questo testo non venga messo da parte, ma arricchito e migliorato come merita. Curato come una pianta. Curato come l'amore. Perché: "Non siamo stati cacciati dal paradiso terrestre. Non ce ne siamo mai andati".

N.d.A.: i virgolettati sono tratti direttamente da "La grammatica dei fiori" del duo Popoff.
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