Radio cole
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Il camion. L'esplosione. E poi fuoco, fuoco dappertutto.
Abbandoniamo l'auto e scappiamo all'aperto. 
Siamo tra i fortunati.
(1999)
"Soy infeliz porque se que no me quieres para que mas insistir
Vive feliz mi bien, si el amor que tu me diste para siempre he de sentir
Soy infeliz si porque tu no me quieres, piensas que yo he de morir
Que me sirvan otro trago cantinero yo los pago
Pa' calmar este sufrir"

(1988)
La riconosco. E' Maria Pia Vianale.
Mi avvicino per arrestarla.
Muoio.
(1977)
Mi sparano.
Sopravviverò?
Il pubblico trattiene il fiato.
(1980)
Se non fosse per il mal di testa e la stanchezza io stasera avrei scritto un bellissimo post.
Non so neanche su quale argomento, ma l'avrei scritto.

Ma proprio non ce la faccio.

I polpastrelli potrebbero battere sui tasti ma il cervello è assopito da più di un'ora ormai.
Quindi, miei affezionati lettori, facciamo come se l'avessi fatto, ok?
Grazie.
Sapevo di poter contare sulla vostra comprensione.
Bevo il mio ultimo caffè. Al cianuro.
(1986)
Scendo dal treno.
Prendo la bicicletta.
Pedalo fin sotto casa.
"Professore, ehi, Professore!"
Muoio.
(2002)
Venerdì. Ore 13.
Rimoviamo a Terri Schiavo il tubo per l'alimentazione.
(2005)
Hanno trovato la nostra lista.
(1981)
Il bello di Facce da Palco è che ogni serata è diversa dalle altre.
Il bello di Facce da Palco è che si esibiscono artisti nelle più svariate discipline.
Il bello di Facce da Palco è che, a qualche giorno di distanza dallo spettacolo, venite su Radio Cole e vi leggete una meravigliosa cronaca minuto per minuto. La mia.
Tutto ciò non è fantastico? Ma sì, che lo è.
La mia cronaca, appunto. Non una vera e propria recensione, ma il racconto della mia serata attraverso i miei occhi, e in base ai miei soggettivi gusti e giudizi. Sono stata chiara? Tutto ciò puzza molto di "mettere le mani avanti", nevvero? Naaaaaaaaaaa.

Vabbè, inizio?
Inizio.

Arrivo davanti al blindatissimo portone del Bazura, circolo ARCI in via Belfiore 1. A Torino, naturellement.
Suono. Niente.
Risuono. Niente.
Suono ancora. Niente.
Nel frattempo vengo raggiunta da un giurato.
Suoniamo. Niente.
Risuoniamo. Niente.
"Vabbè, si vede che stasera hanno deciso di fare a meno di noi"
Stiamo per rassegnarci quando la porta si apre. Natalia ci vuole ancora bene.  
Talmente bene che, dopo una nostra discesa dalle scale degna di Wanda Osiris, ci presenta agli artisti con enfasi ed entusiasmo. Ma stanno tutti cenando, a base di pasta al sugo e vino rosso, e non ci considerano manco di striscio. Non me la sento di dare loro torto.

Occupo il mio posto al tavolo "tecnico" e faccio rapidamente sparire un piatto di maccheroni, cercando di affogare nel cibo la più grande preoccupazione della serata.
"Jane, sei pronta per darci una mano a riempire i buchi?"
"Beh, si, insomma"
"Tranquilla, dovrai solo leggere parti del tuo blog. Fare un resoconto delle serate precedenti"
"Ma certo, nessun problema", dico.
'Voglio morire', penso.

Prendo posto accanto alla giuria.
Salgono sul palco i presentatori.
I millemila presentatori.
La prima sera c'erano solo Natalia e gli appetitosi Boys. La seconda Natalia, gli appetitosi Boys e il maschio Lotar. La terza Natalia, gli appetitosi Boys (che questa volta non si tolgono le magliette, procurandomi una certa delusione), il maschio Lotar, e le testosteroniche Girls. Molto testosteroniche e poco Girls. Allego una foto a chiarire meglio il concetto.

Purtroppo l'immagine non rende pienamente giustizia all'orrore alla bellezza di cui abbiamo goduto noi dal vivo. Prendetevela con l'inabilità della fotografa, la spietatezza delle luci, o i santi in paradiso che proteggono voi e la vostra vista.
Ma, comunque, so che non avrete difficoltà a farvene una ragione. O, per lo meno, minore della difficoltà che avrò io a cercare di cancellare dalla mia testa una tale leggiadra, elegante, femminea visione.
Sono indecisa tra l'elettroshock e la lobotomia. O entrambe.

Ora basta, però.
Si comincia.

Viene annunciata la compagnia Checosasonolenuvole, che arriva direttamente da Roma. Sono gli artisti che hanno fatto più chilometri per Facce da Palco. Almeno credo. O forse no? Potrei chiederlo a Natalia ma oggi, mentre io febbricitante scrivo la cronaca, sta a rilassarsi al sole. E io non la voglio disturbare. Invidiarla sfacciatamente sì. Ma disturbarla no.

I romani presentano un testo originale, in cui i protagonisti sono due uomini alla fermata dell'autobus. Uno sfaccendato amante della lentezza. Uno yuppie cieco a tutto ciò che gli succede attorno. A confrontarsi due visioni della vita completamente diverse.


Alla fine dell'esibizione la giuria avanza più di una critica. C'è ancora molto da lavorare, ci sono ancora notevoli margini di miglioramento, soprattutto sul ritmo e la posizione dei personaggi in scena. 
La regista, decisamente esuberante, accetta la visione altrui sorridendo, ma difende la propria creatura. E ci mancherebbe che non lo facesse. Se porti il tuo spettacolo su un palco ci credi. Se fai tutti questi chilometri ci devi credere per forza. 
Ma (e ora parte il pippone critico che, da quel pezzo di pane di Jane Pancrazia, non vi aspettereste mai), se ci credi, non puoi usare come scusante "Tutti noi facciamo anche altro nella vita, e non abbiamo tanto tempo da dedicare al teatro".
E perché non si può usare questa scusa, secondo me? 
Perché questa è la situazione tipo della stragrande maggioranza degli artisti. Soprattutto di quelli che si muovono tra piccoli teatri, locali e circoli. Che lo facciano per hobby o con il sogno di sfondare. Che abbiano 18 o 68 anni. La maggior parte di coloro che si dedicano all'arte e allo spettacolo, affiancano a questa attività altro. Un altro spesso molto ingombrante.
Il tempo dedicato all'arte è un tempo appassionato, faticoso, ricco, ma rubato. Rosicchiato al sonno, a un lavoro "normale", alla famiglia, agli amici e all'ozio.
Quindi no, questa non è una scusa valida. Vale per tutti e quindi per nessuno. 
Certo, può esserti successo qualcosa di grave, imprevedibile ma, comunque, sul palco non lo dici. Sorridi. Accetti le critiche. Rispondi a tono. Ma non cerchi scuse che sanno di pressapochismo. Offensivo per il pubblico, tutti gli altri artisti in gara, e persino gli attori che nel  tuo testo ci hanno messo la faccia. Attori che quel tempo, sicuramente, l'avranno rubato.

Dopo questo lungo pippone, passo oltre.
I secondi a salire sul palco sono i DettoFatto. E che fanno costoro? Improvvisano.
Lo spettacolo che presentano è un format canadese chiamato Gorilla Theatre. Gli elementi su cui questo si regge sono una sedia da regista (e per chi era presente il termine "reggere" acquista tutto un altro significato), degli improvvisatori e un gorilla. 
Ogni membro della compagnia, a turno, dirige una scena, che prende corpo grazie alla fantasia malata del pubblico.
E il pubblico di Facce da Palco non è un pubblico qualunque, ma un pubblico che sa dare notevoli soddisfazioni.
Un paio di esempi.
"Qual è la sua fiaba preferita?" viene chiesto a una ragazza in platea.
"La bella addormentata"
"Oh che tenerezza, ce la racconta in poche parole?"
"C'è una principessa che si addormenta per cento anni, un drago che la tiene prigioniera (ma quando mai?!?!), e un principe che alla fine se la tromba"

Oppure.
"Qual è il suo genere cinematografico preferito?" viene chiesto a un signore dall'aria distinta.
"Il cinema americano anni '70"
"Eh? Ci può fare qualche esempio?"
"Easy Rider"
"Ok"
"Oppure 'Mariti' di John Cassavetes"
"Ah, ecco, ora è tutto più chiaro. A noi e al resto del pubblico", risponde l'improvvisatore nel cui sguardo si legge chiaramente il panico. (*)

I DettoFatto affidano tutta la loro esibizione al pubblico, accettando il rischio che ciò comporta. Ed è proprio in questo che si vede la loro abilità. Nel non buttarsi a terra fingendosi morti. Nel non tentare la fuga. Nel non prendere a testate il simpatico spettatore. Ma nel provarci, sempre e comunque.
Nel provarci e nell'uscire vittoriosi da ogni nuova assurda sfida.
Il pubblico ride, la blogger pure, la giuria si complimenta.
E il gorilla? Il gorilla premia il regista preferito dal pubblico. Con una banana. E se stesso.

Con i terzi concorrenti cambia completamente l'atmosfera. 
Ci ricomponiamo tutti quando salgono sul palco i Wood Beat. Un duo acustico. 
Si siedono. Imbracciano le chitarre. Sorridono. Spendono qualche parola di presentazione. E poi suonano. E cantano.
E sono bravi, dannatamente bravi.
I musicisti in giuria fanno le fusa. Il pubblico si lascia guidare dalle note. E la blogger, che è una donna piccola piccola e dalla scarsa morale pensa: sono pure carini! 
Ok, questa è una battutaccia: passo troppo tempo con Natalia.
Rifaccio. 
La blogger pensa, come chiunque altro presente al Bazura, ma quanto sono bravi? 
E poi: ma quant'è bello che a Facce da palco, con il passare delle serate, si stia dando tanto spazio a talento e lavoro? E che io, nel mio piccolo, ne faccia parte?
Bene. C'è ancora speranza per me e la mia morale.

Per farvi capire il livello medio dell'esibizione ne condivido una parte con voi. L'unico video disponibile attualmente, poiché il loro progetto è ancora giovane e quella di stasera è la loro prima esibizione insieme. 
Questo è "Granpa", un pezzo in cui canta e suona solo uno dei due.




A questo punto pensiamo tutti che i vincitori siano loro.

Ma poi è il turno di Caterina Fornaciai e Luca Terracciano della compagnia A_Tratti_Brevissimi.
Di Roma. 
Pure loro? Forse avrei davvero dovuto importunare Natalia.
I due presentano l'estratto di uno spettacolo degli anni 70: "Dialogo di una prostituta con il suo cliente" di Dacia Maraini.
Non siamo in un teatro. Siamo in un circolo. In un pub. C'è confusione. Gente che si alza, va a prendersi da bere, fumare una sigaretta, godersi i complimenti e le congratulazioni.
E, al riguardo, avrei da dire che: almeno gli altri artisti in gara, per rispetto ai colleghi, dovrebbero sforzarsi di non muoversi. 
Io mi sono tenuta la pipì per tre ore, tanto per dire, eh.
Ops, mi è partito un altro pippone. Con la febbre mi si slatentizza l'AcidaPancrazia. 
Domani Natalia mi licenzia.

Dicevo, non siamo nell'ambito ideale per un'esibizione di questo tipo. Eppure i due attori sono talmente bravi da riuscire a calamitare l'attenzione del pubblico. A poco a poco tutti gli occhi sono per loro. Le bocche tacciono. I piedi si fermano. La magia del teatro si compie.
Il testo è intenso anche se, inevitabilmente, racconta un mondo che ai nostri occhi risulta un po' datato. La prostituzione che viene presentata sembra un ricordo sporco, brutto ma quasi nostalgico. 
Il testo è pura poesia e i due attori lo rappresentano con intensità e convinzione. Non si risparmiano. Non si tirano indietro.

Passano i venti minuti.
Silenzio. 
E poi applausi.

E ora chi vince?
Troppo talento tutto assieme. Discipline diverse da confrontare. 
Io, per fortuna, non voto. Per gli altri, giuria e pubblico, non sarà facile scegliere.

Nel frattempo giunge l'orrido momento.
"E ora sul palco la nostra blogger preferita: Jane Pancrazia" mi presenta Natalia.
Io bofonchio qualche maledizione, mi alzo, e prendo posto accanto a Lotar. Abbarbicata a Lotar. Attaccata al suo montone (indossato direttamente sulla canotta, che fa tanto chic!) come Linus alla sua coperta.

Ignoro i post del mio blog. Sono troppo lunghi e non sono nati per essere letti in pubblico. E vado a braccio. O a ca... 
Dipende dai punti di vista.
Parlo poco, in fretta e, mi è stato riferito, appaio "legnosetta e con la vocetta strozzata". E questa è l'opinione di un amico.
La cosa più bella che mi dicono è "Non ti preoccupare, non ti ascoltava nessuno". E ciò mi rassicura.

Scendo dal palco. Il peggio per me è passato. Ora potrebbero anche annunciarmi un attacco atomico e io non farei una piega. Sono sopravvissuta a questo. Che potrebbe mai farmi un poco di Uranio?

Finisce il conteggio delle votazioni.
A vincere sono gli A_Tratti_Brevissimi. 
Hanno portato un grande testo e l'hanno interpretato magistralmente. Chiunque voglia ambire alla vittoria finale sa che dovrà fare meglio di loro.
La competizione si fa sempre più accesa.

Ora mi drogo di Paracetamolo e torno a letto.
Devo esser in forma per venerdì prossimo. La quarta serata si terrà il 21 marzo alle ore 21,30 alla Casa del Quartiere in via Morgari 14.
Torino! 

(*) Non fate i furbi miei affezionati lettori.
Non buttatevi su Google.
Non setacciate wikipedia.
Non ci credo, neanche se me lo giurate su quella santa donna della vostra trisavola, che voi conoscete a memoria il film di Cassavetes.
Giusto ad Alligatore-unochenesa posso credere, che gli altri non millantino.

(Che qualcuno abbatta l'AcidaPancrazia a fucilate. Mi faccio paura da sola)
9:03
Via Fani.
Eliminiamo la scorta. 
Rapiamo il gerarca Moro.
(1978)
symbolics.com
Sono il primo dominio internet ad essere registrato.
(1985)
Siamo i sei di Birmingham e siamo innocenti.
(1991)
Sono sorella Nirmala e succedo a Madre Teresa.
(1997)
No, non sono io ad essere fobica.
Sono le macchine fotografiche ad essere crudeli.
Che ci crediate o meno, è in atto da tempo una manovra di abbattimento della mia autostima e della mia immagine da parte di tutti gli obiettivi fotografici. Che appartengano a una fotocamera analogica, a una digitale, a uno smart phone, o anche a un tablet, non cambia nulla. Si sono tutti coalizzati contro di me. E' un complotto.

No, non sono io ad essere paranoica.
Potrei mostrarvi decine, centinaia, migliaia di scatti a testimoniare il sabotaggio. Scatti che, inspiegabilmente, non ritraggono una gnocca da paura ma una tizia con una marea di capelli, gli occhietti piccoli e la faccia da pirla.

No, non sono io.
Quella non sono io: è ovvio.
Chi afferma il contrario mente sapendo di mentire.
16:30
Iniziamo il conclave. Dobbiamo scegliere il successore di Benedetto XVI.
(2013)
"I can't believe the news today,
I can't close my eyes and make it go away.
How long, how long must we sing this song?
How long? Tonight we can be as one.
Broken bottles under children's feet,
Bodies strewn across a dead end street,
But I won't heed the battle call,
It puts my back up, puts my back up against the wall."

(1983)
Trucco e parrucco: mi preparo alla seconda serata del talent per artisti ardimentosi.
Obiettivo da raggiungere: arrivare in anticipo e respirare un po' del clima di concitazione pre-spettacolo.
Che credete? Prendo molto seriamente questo mio ruolo da blogger-cronista.

Prendo molto seriamente anche la penuria di posteggi in zona San Salvario e, quindi, lascio la macchina a casa e vado in metro. Lo spettacolo questa sera si tiene alla Casa del Quartiere in via Morgari 14. Torino, ovviamente.

Arrivo e sono passate da poco le 20.
Il pubblico attende fuori. Io mi faccio largo a spallate. Come ogni vera finta VIP che si rispetti. 
In sala c'è un gran fermento. I rapper rappano. I fotografi fotografano. Gli improvvisatori improvvisano.
E Natalia, sobriamente vestita com'è nel suo stile, dà di matto:
"Problemi tecnici, tanti problemi tecnici", ripete concitata. "Questa sera krande disastritudine si abbatterà su tutti, schiacciando noi come frittelle che faceva nonna Ludmilla in piccola casetta su Volga. Serata troppo difficilissima. Io non sento me. Io voglio morire in erotico abbraccio tra miei Boys"

Mi allontano dall'isteria in salsa ninfo-esteuropea e giro tra le sedie ancora vuote in cerca di campo per il mio cellulare. Campo che non troverò mai. Tra l'altro, tra un'elegante smadonnamento da blogger sconnessa e l'altro, scopro che il mio posto questa sera sarà in prima fila. Al centro. Accanto alla giuria.
"E magari ti facciamo anche intervenire" m'informano dall'organizzazione.

Mi sento carica ma terrorizzata. Soprattutto terrorizzata.
'Quasi quasi scappo dalla finestra dal bagno', penso.
'No, rimango qua e faccio la blogger scoppiettante!' mi rispondo.
'Vabbè, facciamo che resto e cerco di cavarmela con meno imbarazzi possibili', concludo.

Intanto, tra una chiacchiera schizofrenica e l'altra, si fa una certa. Il pubblico entra e io, prima che incominci lo spettacolo, faccio in tempo a incontrare un mio compagno del liceo che, accidenti a lui, non è invecchiato neanche di un secondo, e a farmi dare della "signora" da una ragazza seduta dietro di me.
Tesoro, che la simpatia ti travolga: sotto forma di una colata lavica!
E non venite a dirmi che, tecnicamente, ha ragione lei. Lo so anch'io di essere abbondantemente in età da "signoritudine". Ma mi sento di affermare liberamente il mio pensiero con un semplice: echisenefotte!
Ho la sindrome di Trilly o come diavolo si chiama. Il corrispettivo femminile della sindrome di Peter Pan. E se non esiste, non importa, io ce l'ho. E' una patologia seria. Oh come soffro!

Ma andiamo oltre: è l'ora di cominciare.
La sala è strapiena. 
Natalia e i Boys entrano in scena tra un'abbondanza di lustrini, paillettes, petti villosi e numeri di telefono lanciati come coriandoli. Stasera, inoltre, per dare man forte nella conduzione, è stato chiamato anche il cugino Lothar. Riccio da cherubino. Canotta d'ordinanza. Sguardo pallato da "mucca che fissa i treni". Quasi quasi m'innamoro.

Le prime ad esibirsi sono Giulia Bavelloni e Daniela Pisci del Municipale Teatro. Portano in scena 20 minuti di R.I.P., una commedia drammatica in un unico atto.
Due ragazze insoddisfatte che assomigliano a tutte e a nessuna. In cerca di un lavoro, in cerca di un amore, in cerca del phon.
"Se domani finisce tutto?" si chiedono.
Se domani ci danno un taglio loro o il mondo per loro? Non è dato saperlo ma solo intuirlo. E poi, del resto, non importa.
Venti minuti che scorrono via tra valige da preparare, colloqui lavorativi da sostenere, addominali da scolpire, e quel qualcosa da trovare. Da trovare prima che domani finisca tutto. Da trovare perché domani non finisca tutto.

Passano i venti minuti. Il pubblico esplode in un lungo meritato applauso, il più lungo della rassegna finora. La giuria elargisce commenti entusiasti.
Ed io? Io voglio assolutamente vedere tutto lo spettacolo. Spettacolo scritto dalle stesse protagoniste e diretto da Chiara Lombardo.
E voglio parlarne ancora in questo blog. Perché tanto talento, professionalità e lavoro travolge e appassiona. E, soprattutto, merita di essere pubblicizzato il più possibile.

Le prime concorrenti hanno portato la competizione a un livello superiore e ora tocca alla Domus Alpha Crew.  Lello Carbone in arte “Zens” e Federico Salvai in arte “Twice” sono due giovanissimi rapper che entrano in scena pieni d'entusiasmo, ma con un grave handicap: la cassa in dotazione non è adatta allo scopo. Risultato: l'audio è pessimo e si fa molta fatica a capire le parole. Nonostante questo, il ritmo della base riesce a fare presa ma loro, ovviamente, non sono ancora soddisfatti. E allora che succede? Lello blocca la musica, chiede scusa, e comincia con il freestyle. Tutto con umiltà e un gran sorriso. In seguito verrà rimproverato dalla giuria per questo: "Dovevi andare avanti comunque", "Non avresti dovuto chiedere scusa al pubblico", "Sei un rapper, cazzo!"
Bah, probabilmente avranno ragione loro. Forse avrebbe potuto rendere il passaggio al freestyle meno "drammatico". Ma che vi devo dire? A me questa cosa è piaciuta moltissimo. Ho visto qualcuno che ama ciò che fa, non molla mai, cerca una soluzione, sa stare sul palco e sa stare pure al mondo! Niente vittimismi, niente frigne: c'è un pubblico da intrattenere e lo s'intrattiene. Bravo, bravi!

L'esibizione alla fine è più che dignitosa, ma rimane il rimpianto di non aver potuto sentire la crew al meglio delle possibilità. E allora sapete che vi dico? La sentiamo adesso su Radio Cole!


Dopo il rap, in una montagna russa di emozioni e cambiamenti di scenografia, si passa al teatro sperimentale. E' il turno dei milanesi Into the Aquarius.
Fanno teatro emozionale, interattivo e partecipativo.
La loro esibizione prevede la presenza costante del pubblico che viene coinvolto a coppie. Purtroppo lo spazio non è adatto, chi non partecipa si sente escluso e fa fatica a capire ciò che accade al centro della scena. La rappresentazione si protrae oltre i 20 minuti, dietro di me sento l'attenzione calare, ed io vivo nel terrore di essere chiamata a partecipare.
Poi l'incubo si realizza. Uno degli attori mi prende per mano e, in men che non si dica, mi trovo inginocchiata accanto a un ragazzo sdraiato, dormiente, e in mutande.

Ma, superato il primo comprensibile imbarazzo,  finalmente comprendo. O almeno credo. Questo è un teatro da vivere dall'interno.
Emozionale. Interattivo. Partecipativo.
Nel momento in cui ci sei in mezzo, anche se non capisci molto cosa stai facendo o cosa ti viene chiesto di fare, ti senti parte di un gruppo, di una creazione, di un progetto.
Una volta che vieni chiamato, non te ne vai più fino a quando non ti riaccompagnano al posto. E non solo perché hai paura di essere sgridato ma proprio perché, investito di nuova responsabilità, senti tuo dovere prendere parte alla rappresentazione fino a quando ti viene richiesto. Hai un compito. Hai un ruolo. Stai creando anche tu con gli altri. Ogni tuo gesto cambia il quadro generale.
So che non tutti quelli coinvolti hanno provato il mio stesso entusiasmo. Ma questa è la mia cronaca. Ed io vi racconto il mio punto di vista. Non ho pretese da critica esperta. Non so nulla del teatro sperimentale. Non so se ciò a cui ho assistito sia ultramoderno o riprenda semplicemente vecchi schemi degli anni '70.
So che mi è piaciuto però. Ed ho molto apprezzato il coraggio di chi porta tanta diversità in mezzo a un pubblico non pronto e, spesso, non ben disposto.
Alla fine la giuria non risparmia critiche, la responsabile del progetto (Alessandra MR D'Agostino) difende la propria creatura come una leonessa, gli attori sorridono con bellissimi sorrisi da bambini, io intervengo non nascondendo l'entusiasmo e la simpatia per tutti loro.

Ormai è tardissimo, manca solo un'esibizione.
E sapete di cosa si tratta?
Ebbene sì, proprio della "mia specialità" da cronista, l'improvvisazione teatrale!
Mi pavoneggio con chi mi è accanto, faccio quella che ne sa, elargisco commenti con tutta la spocchia di cui sono capace.

Ad esibirsi sono i SuMaDai ( Roberto Tavella, Nancy String Citro, Sergio Sasso, Gianluca Villata, Ivano Zanchetta). Portano in scena il Club dei Segreti. 
E che cos'è?
Cerco di spiegarlo rapidamente: a inizio serata è stato chiesto a tutti i presenti in sala di scrivere un proprio segreto sopra un foglietto. Da questi suggerimenti partirà l'improvvisazione.
Ecco, questa è la teoria, ma non ho la più pallida idea di come funzioni la pratica. Altro che esperta. Tanto per cambiare faccio la figura della millantante cioccolataia. Grandi soddisfazioni! 

Lo spettacolo inizia. Ognuno degli improvvisatori estrae un "segreto", lo legge tra sé e sé, e se lo mette in tasca. Infine ne viene estratto un altro, viene letto ad alta voce, "In una vita precedente sono stato un guerriero barbaro", e i Sumadai partono da questa suggestione.

Sono bravi, la storia si dipana, il pubblico si appassiona. Il ritmo non cala mai tra tradimenti, rincarnazioni, morti premature, passioni travolgenti, demoni e gatti. 
Alla fine, tra gli applausi, viene svelato il contenuto degli altri foglietti("canto a squarciagola in macchina", "sono uscito dal bar senza pagare", "ho tradito l'intradibile"...) tutti elementi che ognuno di loro ha inserito nell'improvvisazione ad insaputa dei compagni e del pubblico. Un ulteriore elemento di difficoltà. Chi, come me, non conosceva il meccanismo si entusiasma ancora di più. Bravi!
L'improvvisazione spesso viene sottovalutata, ma stare sul palco senza un testo da seguire, affidandosi solo alla tecnica, alla propria inventiva, e a quella dei compagni, non è facile. Ci vuole coraggio, fiducia, e una certa dose di follia.
Anche la giuria è soddisfatta.

La serata è finita.
Tanto talento. Tanta fatica. Tanta energia.

Pubblico e giuria votano.
A passare il turno sono i SuMaDai con il loro Club dei Segreti.
Io, prima di correre alla metro, faccio in tempo a congratularmi con i vincitori, fotografare i rapper, abbracciare i milanesi, e rincorrere le bravissime Giulia e Daniela.

Ah, già che ci sono, limono anche con due preti nel pubblico. Ma questa è un'altra storia.

Il prossimo appuntamento? Giovedì 13 marzo ore 21,30 presso il Circolo Arci Bazura di via Belfiore 1, Torino.
Sono un astronomo. 
Sono James Elliot.
Sono colui che scopre gli anelli di Urano.
(1977)
"Living on borrowed time
Without a thought for tomorrow
Living on borrowed time
Without a thought for tomorrow

Now I am older
The more that I see the less that I know for sure
Now I am older ah hah
The future is brighter and now is the hour

Living on borrowed time
Without a thought for tomorrow
Living on borrowed time
Without a thought for tomorrow

Good to be older
Would not exchange a single day or a year
Good to be older ah hah
Less complications everything clear"

(1984)
"In your discussions of the nuclear freeze proposals, I urge you to beware the temptation of pride - the temptation of blithely declaring yourselves above it all and label both sides equally at fault, to ignore the facts of history and the aggressive impulses of an evil empire, to simply call the arms race a 'giant misunderstanding', and thereby remove yourself from the struggle between right and wrong and good and evil."

"Nelle vostre discussioni relative al congelamento dell'arsenale nucleare, vi esorto a guardarvi dalla tentazione dell'orgoglio - la tentazione di dichiararvi serenamente al di sopra di tutto questo e di etichettare entrambe le parti come egualmente in torto; la tentazione di ignorare i fatti storici, gli impulsi aggressivi di un impero del male, chiamando la corsa al riarmo 'un enorme fraintendimento', e così sottrarvi alla lotta tra il giusto e l'ingiusto, tra il bene ed il male."
(1983)
Arriviamo al porto di Brindisi. 
Siamo 27.000 e siamo albanesi.
(1991)
A qualche lettore particolarmente attento non sarà sfuggita la mia leggera predilezione per la città di Berlino. Il mio moderato affetto per la città di Berlino. La mia calorosa tenerezza per la città di Berlino. Il mio smodato amore per la città di Berlino. La mia patologica ossessione per la città di Berlino.

Non sarà quindi motivo di stupore che, di fronte a un romanzo scritto da un berlinese e ambientato nella capitale tedesca, io non abbia resistito.

Lontano dai miei gusti. Lontano dalle mie letture solite. Lontano da ciò che più amo leggere e scrivere. Il profeta della morte di Vincent Kliesch è mille volte lontano da un mio libro "tipo".
Prima di tutto è un thriller. E io, lo devo ammettere, non sono una grande appassionata del genere.
In secondo luogo è truculento. E io, lo devo ammettere, mi sono trovata a leggere alcune parti con un occhio solo. Esattamente come mi è capitato di guardare alcuni film horror in tv, prima di arrendermi, cambiare canale, e stare sveglia tutta la notte come un gufo.

Il profeta della morte però l'ho letto tutto. Fino alla fine. Non ho cambiato canale.
Ho superato le parti più truculente e disturbanti per appassionarmi a una trama ben scritta, e a personaggi ben delineati. Per lasciarmi avvincere dall'eterna sfida tra poliziotto e serial killer. Bene e male. Ma con un'abbondanza di toni di grigio e amorali alleanze ad aggiungere il perverso fascino della realtà.

Questo romanzo è il terzo di una serie ma, come nel mio caso, lo si può leggere benissimo senza sapere l'antefatto, che viene abilmente riportato durante lo svolgersi della vicenda.

Escludo che Vincent Kliesch possa mai diventare il mio scrittore preferito, anche perché non posso mica passare il tempo a leggere con un occhio solo. Ma se amate il genere e l'ambientazione euopea, a cavallo tra Berlino e Londra, mi sento di consigliarvi questa lettura. 
E se non amate il genere e l'ambientazione, ve la consiglio comunque. Perché ogni tanto bisogna pur fare una passeggiata per strade diverse: il rischio peggiore che potremo correre sarà trovare qualcosa che ci piace.

Buona lettura.
Sparo a Larry Flynt.
(1978)
Positivo. Un'altra volta.
Vengo squalificato a vita dalle competizioni internazionali.
Sono Ben Johnson.
(1993)
Stiamo tornando a casa.
Ancora pochi km e poi finalmente raggiungeremo l'aeroporto.
Un faro. 
I colpi.
Mi copre e mi salva.
Io sopravvivo. Lui no.
(2005)
Esco di casa con un certo anticipo. O almeno credo.
Trovo parcheggio in un posto relativamente vicino al locale. O almeno credo.
Mi dirigo a passo spedito nella giusta direzione. O almeno credo.

Dopo mezz'ora giro ancora come una cretina, ingobbita sotto un maxi piumino, con i ricci che, drogati di pioggia e umidità, si ribellano e acquistano vita propria. Insomma, la serata per me inizia come ogni sabato.

Arrivo al Café des Arts stravolta e seducente quanto uno strofinaccio per la polvere. Ma, contro ogni aspettativa e speranza, in perfetto orario.

Stringo mani e mi presento. Col mio nome vero, col mio nome da blogger e, in alcuni casi, semplicemente con un grugnito. Gli altri annuiscono e si presentano a loro volta. Non capisco la metà dei nomi. E, comunque, dimentico dopo un minuto l'altra metà.
In questo caotico delirio, mi ricordo improvvisamente di avere un ruolo istituzionalizzato: mi drogo di sicurezza, gonfio d'orgoglio, tiro fuori il petto (metaforicamente), e metto in dentro la pancia (praticamente). E' ora che mi cerchi un posto.
"Dove mi metto?" chiedo.
"Dove vuoi tu: qua in un angolino o là al centro, in prima fila, vicino alla giuria"
Scelgo l'angolino.

Mi arrampico tra fotografo e dj.
Ottimo posto, così non rischio di finire negli scatti.
Mentre gongolo soddisfatta per la posizione strategica occupata, entra in scena Natalia con i suoi Boys.

Chi è Natalia?
La presentatrice. Una sobria, elegante, pacata, morigerata giovine dalle imprecisate origini est europee.
Ella, vestita di ghepardate fibre sintetiche, truccata da un non vedente armato di cazzuola, e cotonata come neanch'io riuscirei mai ad osare, dirige tutto l'ambaradan di Facce da Palco. Ovviamente non lo fa guidata dal fuoco sacro dell'arte, ma da ben altre necessità. Altrettanto rispettabili, però.
In primo luogo cerca qualche vittima da raggirare anima grande che ospiti lei e i suoi 2000 parenti, per un tempo variabile dai due anni all'infinito. In secondo luogo, generosa da par sua, adocchia tra il pubblico svariati soggetti con cui accoppiarsi in allegria.
Quando si dice: poche idee ma molto chiare.
Io Natalia la stimo, le voglio bene e, soprattutto, le invidio moltissimo gli zatteroni su cui traballa con tanta femminile sicurezza. Ella è il mio nuovo punto di riferimento, la mia musa, la scriteriata a cui guardare con sincera ammirazione.

Natalia, dicevo, sale sul palco, legge il regolamento, importuna un paio di spettatori e poi presenta i primi concorrenti di questa edizione di Facce da Palco: gli Stregatti.
O meglio, Luca e Francesca, gli attori under 30 della compagnia. "Quelli giovani", ci tiene a precisare Luca. Quelli giovani. 
Ora Luca, tesoro mio, io non sono una persona meschina e non mi farò influenzare dall'odio profondo che provo nei tuoi confronti da questo momento in poi. Comunque sappi che, se t'incontro per strada, t'investo. E poi, ovviamente, faccio anche retromarcia. Del resto, mai fidarsi di un'anziana al volante! 

Ma torniamo all'esibizione. Per quanta fatica e dolore fisico mi costi ammetterlo gli Stregatti colgono nel segno. Rappresentano un tipico appuntamento tra due conosciutisi in chat. Un tipico primo appuntamento. Un tipico appuntamento al buio.
Insomma, rappresentano l'inferno!
Tra una risata e l'altra riconosco almeno due tic, quattro gaffe e cinque idiozie che sono uscite dalla mia bocca in situazioni simili. Tra una risata e l'altra prendo consapevolezza della mia scarsa originalità, ma anche del fatto di essere, forse, meno irrecuperabile di quanto io stessa creda.
Gli Stregatti rompono il ghiaccio con successo. Il pubblico ride. Il fotografo accanto a me si scompiscia e io, quasi quasi, decido di graziare l'infido Luca. 

Ora tocca al duo Bella domanda. Il loro è uno sketch di comicità surreale: dalla nobile arte della ventriloquezza ventriloquanza ventiloquetitudine, al difficile rapporto con l'arte contemporanea, fino al colloquio lavorativo che tutti sogneremmo di avere. Dopo aver mangiato un chilo di cozze marinate nella peperonata, però.
I Bella Domanda, formati da Mafe Bombi e Paolo Carenzo, tengono benissimo il palco e hanno dalla loro un pezzo scritto e montato in maniera molto intelligente. Un crescendo di comicità e assurdo. La capacità di condurre lo spettatore, anche quello meno avvezzo al nonsense, sempre un poco più al largo, sempre un poco più in là.
Mi piacciono. Mi piacciono molto. Si è capito? Faccio il tifo per loro.

Il terzo concorrente è Matthias Martelli. Giovane, pulito, ordinato. Una personcina proprio a modo. Chissà di cosa parlerà: poesia, filosofia, bon ton?
No, pornografia in rete.
Ah.
Bisogna ammettere che lo fa con una naturale eleganza. Gli manca solo la giacca con le toppe ai gomiti per sembrare un supplente di lettere. Lui è là, con quella sua faccetta da bravo ragazzo, e intanto ti parla di Sara Tommasi, You Porn, il nero che snellisce "ma neanche poi tanto", e via dicendo.
Risate e applausi anche per lui. Che, però, a differenza di chi l'ha preceduto, si becca le critiche di un giurato. "Avresti dovuto spingere di più!" gli dice. E, dato l'argomento del monologo, questa diviene, a mio insindacabile giudizio, la battuta involontaria migliore di tutta la serata. 
Matthias, uomo di classe, prende la critica con un sorriso. Natalia cerca di consolarlo. Lo spettacolo viene momentaneamente interrotto dagli artificieri del Genio Guastatori, che si adoperano per disinnescare gli ardori della presentatrice. Giù le mani dal monologhista! 

La serata si conclude con un altro duo: il The NecsTù, formato da Giorgia dell'Uomo e Magda Pohl Tontini.
Fermi tutti: arrivano in scena la bellezza e la poesia.
E' uno spettacolo di mimo. A me il mimo non è mai piaciuto. Per niente. E avrei continuato a vivere nel mio mondo di banale ignoranza e superficiale idiosincrasia se non avessi visto queste due ragazze all'opera. 
Realtà e immaginazione l'una accanto all'altra. Un angolo di colore, attenzione dei dettagli, e delicata ironia.
Le amo. Le amo così tanto che mi farei liscia solo per poter portare anch'io una bombetta. Le amo così tanto che ora tifo anche per loro.
Applaudo. E tutta la sala di appiccicati, sudati e sconclusionati spettatori applaude con me. Tra di noi c'è davvero di tutto: bambini, addetti ai lavori, curiosi e caciaroni. Applaudiamo tutti. Perché la bellezza e il talento sono tali proprio quando vengono riconosciuti universalmente e senza necessità d'infrastrutture.

La gara si è conclusa. E' l'ora della votazione.
La classifica viene stabilita per il 70% dalla giuria e per il 30% dal pubblico.
Io ho scelto i miei preferiti. Senza  togliere niente agli altri, che si sono fatti un adeguato mazzo, spero che a passare siano i Bella Domanda o le The NecsTù. 

Natalia, i Boys, e i concorrenti, salgono tutti sul palco.
Rullo di tamburi.
Emozione tangibile.
Passano il turno Mafe e Paolo.
E' giusto così. Mi ritengo soddisfatta.

I Bella Domanda, primi seminifinalisti del talent

 La serata è finita. Io mi sento appagata e orgogliosa di appartenere a questo progetto. 

Ci si vede venerdì prossimo alla casa del Quartiere in via Morgari 14. Sempre a Torino, ovviamente.
"Che guardi?"
"Un nuovo telefilm"
"Lei me la ricordo in Taxi Driver, ma lui chi è?"
"Boh, un tizio"
"Un tizio? Tutto qua?"
"Non lo conosco. Dai un'occhiata alla guida tv se sei tanto curiosa"
"Ok"
"Allora?"
"Bruce Willis"
"Mai sentito"

 
(1985)
Peter sta guardando la tv. John sfoglia una rivista. Io mangio un sandwich.
Mi cade un sottaceto, dopo essermi chinata a raccoglierlo, dò un'occhiata distratta al monitor.
"Guardate qua", richiamo l'attenzione dei miei colleghi.
"Wow!" fanno loro.
La vediamo formarsi a poco a poco. E' enorme e lo diventerà ancora di più nei giorni a venire. 
E' la tempesta del secolo. 
(1993)
Zurigo.
Assisto alla presentazione della prima collezione di Swatch.
Precisione svizzera a basso costo. Sarà un successo planetario.
(1983)
Oggi, primo marzo 2014, comincerà finalmente Facce da Palco!

Alle 21, presso il Café des Arts, in via principe Amedeo 33/F, si affronteranno i primi quattro artisti.

Matthias Martelli, con il suo "Pornologo", racconterà il mondo surreale e ossessivo della pornografia online. 
 
Luca Zilovich e Francesca Pasino, gli attori under 30 della compagnia Stregatti, porteranno in scena "Love Date (Namastè)". Una serie disastrosa di primi appuntamenti organizzati in chat.


Il duo Bella Domanda, costituito da Mafe Bombi e Paolo Carenzo, proverà a fare ridere, sorridere, sogghignare e pure pettinare con una finestra aperta sul mondo del paradosso e del nonsense dal titolo, appunto, "Ridere, sorridere, sogghignare, pettinarsi sono sinonimi?" 


E, infine, Giorgia dell’Uomo e Magda Pohl Tontini, della compagnia The Necs Tù, con "Sotto il cielo di…" passeggeranno tra realtà e fantasia. Dove l'invisibile acquista corpo. Dove vivono un palloncino, un ombrello, una pallina e una fisarmonica.



Io sono pronta. 
Porno. Innamorata. Spettinata. E decisa a prendere il volo alla prima distrazione di chi mi trattiene a terra.

E voi?
Per prepararvi nel modo giusto alla serata vi consiglio il video teaser dell'evento. Un video pieno di sole, energia e talento. E, con tutta la pioggia che sta cadendo a Torino, un po' di sole è proprio quello che ci vuole!



La sede è vacante.
Convoco il Conclave.
(2013)
Lo annuncio al mondo: il Kuwait è libero!
(1991)
All'inizio è come la scenografia di un film, con la paura che le pareti cadano a rivelare cavi, lavoranti e luci di scena.
All'inizio è una valigia pronta nell'armadio. Una stanza d'albergo. Un viaggio da cui dover fare ritorno.
All'inizio è il silenzio. Il vuoto. L'odore di nuovo. L'odore di niente.

Una casa non la fanno i mobili, i quadri e le tende. E neanche il colore giusto alle pareti, la progettazione degli spazi o il consolidarsi delle abitudini.
No, una casa la fanno le persone. Quelle che ci abitano ma anche quelle che ci passano. Lasciando tracce, ricordi, momenti.

Una casa la fanno gli ospiti in pigiama e la colazione. Gli amici che urlano i propositi per il nuovo anno dalla finestra della cucina. Le telefonate che durano ore. Il citofono che suona quando non te lo aspetti. I mille piatti sporchi di una cena felice. Il vapore di una doccia appena terminata. Il calore di un letto sfatto. L'odore di vita. L'odore di tutto.


 Se ne va via per sempre.
(2014)


Ho visto una serata di eliminatorie di Catch Imprò.
Ho visto le seminifinali di Catch Imprò.

Però mi sono persa la finale di Catch Imprò.
Shame on me!
Anche perché, ovviamente, voci di corridoio e leggende metropolitane narrano di una sfida epica, indimenticabile, da raccontare ai propri nipoti.
E, ora, io a mio nipote che gli racconto?

Per recuperare tale mancanza, sabato scorso, ho deciso di scapicollarmi a vedere la "serata di gala" di Catch Imprò.

Il programma prevedeva, prima, la sfida tra due squadre eliminate al primo turno, e la conseguente assegnazione del cucchiaio di legno di rugbistica tradizione. E, poi, il combattimento definitivo tra i vincitori del torneo appena conclusosi e una coppia di professionisti.

Con il primo Catch si sono scaldati i motori, ma è con il secondo che è decollato il vero spettacolo.
I vincitori del torneo erano i Preti-à-Porter, coppia di cui dissi già un gran bene in un altro post. Marco ed Ennio non sono solo bravi, ma bravissimi. E Marco, sabato, era insuperabile. Andava di qua, andava di là, diceva questo, diceva quello, e noi del pubblico in devota, goduriosa, quasi sessuale ammirazione.

A confrontarsi con i preti c'erano due improvvisatori di tutto rispetto: Annalisa e Roberto dei  Cirque du Solaio. Lui (protagonista del filmato) l'avevo già visto fare l'arbitro, ed era straordinario. Lei la cronaca in diretta delle semifinali, ed era... e che ve lo dico a fare? Disinvolta, briosa, perfetta.
Ma per quanto l'altra sera siano stati bravi, soprattutto lei, contro i clerici modaioli non c'è stato niente da fare. E questi ultimi, forti anche del voto mio e di Silvana, si sono portati a casa il premio della serata: il doppio shottino, bevuto nel tripudio e la festa generale.

Con questo terzo post si conclude (per ora) la mia incursione nel mondo dell'improvvisazione teatrale.
Da sabato prossimo parte un'altra avventura: il talent Facce da Palco. Seguitemi sul blog e, chi può, anche dal vivo. Primo appuntamento sabato primo marzo ore 21:00 al  Café des Arts, in Via principe Amedeo 33/F a Torino.

Stay tuned e a presto!

(N.d.A. tutti i video dei tornei torinesi di Catch Imprò li potete trovare qui)
And the Grammy goes to buoni propositi e sdolcinato perbenismo.
"There comes a time when we hear a certain call"
 (1986)
Vengo eletto ufficialmente successore di Fidel.
(2008)
Assalto il Congresso dei Deputati e dalla tribuna urlo: "¡Quieto todo el mundo!"
(1981)
Siamo tutti e tre sul divano.
Mamma, papà ed io.
Assistiamo al miracolo. Il Miracolo sul ghiaccio.
(1980)
Mi concedono 130 miliardi di euro.
Evito il default.
(2012)
Mancano solo 9 giorni all'inizio di Facce da Palco, il survival talent show per artisti ardimentosi.

Nove brevissimi giorni per gettare il cuore oltre l'ostacolo.
Poco più di 200 ore per allenare cervello e anima, progetto e follia.
Un attimo. Un soffio. Una scorreggina del fluire del tempo per prepararsi adeguatamente all'impresa che mi-ci-vi vedrà impegnati.

E come potremo fare tutto ciò?
Studiando!
Mettete la merenda in cartella. Annusate il bianchetto per avere la giusta carica. E accartocciatevi nei banchi delle elementari.
Mentre siete ancora lì, con le ginocchia in bocca, a chiedervi come diavolo facevate ad essere così piccoli, aprite le orecchie e prestatemi ascolto.

Oggi: lezione di storia.
Non temete, non sbuffate e, soprattutto, non fatevi beccare a limonare duro in ultima fila: la lezione sarà breve ma utile.
E l'insegnante, come sempre, brillantissima.

Quella che comincerà il primo marzo sarà la seconda edizione di Facce da Palco. Una manifestazione, quindi, ancora giovanissima e piena di energia e voglia di crescere.

L'anno scorso nacque in fretta e furia, dalla felice intuizione di Nathalie Bernardi, attrice, regista, organizzatrice, presentatrice, donna caricata al plutonio ed equilibratamente svitata.

In pochi giorni vennero messe su una serie di serate dal successo sempre crescente.
Frutto di tanta fatica ma anche tanto divertimento. E, soprattutto, di un'ottima risposta da parte di artisti (adeguatamente ardimentosi) sparsi per tutto lo stivale.

La qualità e la riuscita di quell'impresa sono misurabili dal talento dei vincitori che vennero proclamati: Christian La Rosa e il duo composto da Alessandra Deffacis e Anna Fantozzi.
Sperimentatori.
Ardimentosi.
Validi.

Il primo, con il suo Incommunicabilifamily, mischiò e mischia tuttora parole, musica, immagini e silenzi.
Spietato ma confuso. Surreale ma vero.
"La famiglia è un'accolita di persone di età e di sesso diversi tese ad occultare rigorosamente imbarazzanti segreti comuni", dice citando Christa Wolf.

Le seconde, con il loro Voci del Varietà, riproposero e ripropongono in una nuova veste e con una nuova voce il teatro comico italiano del Novecento. Uno spettacolo di  cabaret sperimentale da Petrolini a De Filippo, da Palazzeschi a Rezza. Divertimento e ricerca. Originalità e intelligenza.

Vi ho incuriosito?
Bene!
Allora domani sera, alle 21:30, scapicollatevi al circolo ARCI Rainbow in via san Domenico 6. A Torino, ovviamente. Troverete ad aspettarvi Christian La Rosa e il suo Incommunicabilifamily.




Mi chiamo William J. Schroeder. 
Bill per gli amici.
Ho un cuore artificiale e oggi me ne torno a casa.
Nessuno prima di me, nelle mie stesse condizioni, aveva mai lasciato l'ospedale.
(1985)
Però ho lo streaming.

Ed è per questo motivo che ora vi beccate la cronaca in diretta ma pubblicata in differita della prima serata sanremese.
Lo faccio per voi. Fornisco un servizio.
Non avete avuto tempo o voglia di piazzarvi quattro ore davanti alla televisione, e oggi siete tagliati fuori da ogni conversazione? Non c'è problema! Leggetevi il post e fate sfacciatamente vostri i commenti di carattere artistico, musicale, estetico e scientifico.
Non solo riuscirete perfettamente a mimetizzarvi tra la fauna postsanremese ma, ve lo assicuro, farete un figurone, per l'originalità dei temi trattati e l'arguto punto di vista esibito.

Siete pronti?
Andiamo!

S'inizia con l'anteprima di Pif e il suo "Sanremo e Sanromolo".
 www.lanostratv.it
Io Pif lo amo da sempre. Platonicamente.
E, se fosse possibile, l'amerei anche NON platonicamente.
Mi dicono che, a tal proposito, la Marini abbia dichiarato: "Con Pif  farei tutto"
Ecco, cara, vedi di prendere il numeretto. Perché, da donna a donna, io lo so che non stai parlando solo di lavoro. Non fare la furba con me e mettiti in coda!

Comunque, messi da parte i miei pensieri libidinosi, guardando il prefestival, scopro che Sanremo si scrive tutto attaccato e che il nome della città nasce dalla contrazione di San Romolo. Sanremo dovrebbe dunque chiamarsi Sanromolo. Sono confusa, ma non indago oltre, e me ne faccio rapidamente una ragione.

Finita quest'introduzione parte la pubblicità. La prima di una lunga lunghissima serie.
Io, nell'attesa, m'immagino il dietro le quinte: Fazio che suda come un ramarro, la Littizzetto che si finge morta come un furetto impanicato, e la Casta che cerca d'infilarsi una pancera.
Embé? Nella mia testa la modella francese ha anche bisogno di collant contenitivi e una sfoltitina ai baffi. Sarò libera di sognare, o no?

Ma, bando alle ciance, è tempo di eurovisione.
Alle 20:53 si comincia.

www.sorrisi.com
Cominciare, in realtà, è una parola grossa.
C'è subito un problema con il sipario. E' bloccato.
Fazio, dopo un minuto, entra sconsolato dal lato del palco. Wanda Osiris piuttosto si sarebbe suicidata, il presentatore ligure invece finge noncuranza.
E che deve fare, poveretto? Almeno ha il gusto di risparmiarci l'abusato "questo è il bello della diretta!"

Immediatamente, però, parte con un pippone sulla bellezza della nazione e il dovere di preservarla.

Ma che succede? Qualcuno urla.
"C'è gente sull'impalcatura delle luci" mi scrive un amico su facebook. Amico che, d'ora in poi, verrà identificato con il nome voluto da lui di SuperFigo, metà supereroe e metà grangnocco. Mai scelta fu più azzeccata!

Quelli che protestano sono dei lavoratori del consorzio di bacino di Napoli e Caserta.
Vogliono che Fazio legga la loro lettera.
Sono senza stipendio.
E' un periodo di merda. Niente di nuovo.
In rete a molti sembra una bufala. Una sceneggiata.
Non lo so. Certo che, se così fosse, avrebbero potuta organizzarla meglio.

Ma andiamo avanti.
Il presentatore riporta il discorso sui binari della salvaguardia del paese e della bellezza.
E, a proposito di bellezza, oggi sarebbe stato il compleanno di De André. Per questo motivo parte l'omaggio al cantautore: Ligabue con "Creuza de mä".
Difficile pensare a un interprete meno adatto.

"Sei stato magnifico" gli dice Fazio alla fine. Contento lui. Ma magari, la prossima volta, invece di portarlo a Sanremo lo inviti a casa sua per tali perle.

Ci si riprende dalla mediocrità di questi primi minuti con una pausa pubblicitaria e poi, forse, si comincia sul serio.
Gli inizi sanremesi sono sempre così: infiniti e inutili.
Certe cose non cambiano mai.

Si torna in diretta.
Cacchio! Io sono ancora in cucina a prepararmi un'insalata.
Per fortuna nel frattempo c'è SuperFigo che, tramite chat, m'informa minuto per minuto di cosa sta succedendo sul palco.
Corro al pc a leggere. E' un vero supereroe: vede nel futuro! Ah no, è il mio streaming ad essere in ritardo.

www.melty.it
Entra la Littizzetto. Anche quest'anno ha scritto una lettera a San Remo.
Berlusconi, Renzi, Letta, Napisan e il Papa. Niente di nuovo.
Andiamo avanti, va!


E si parte con le canzoni. Di già? Altri quaranta minuti introduttivi, no? Peccato, non ci sono più gli autori sanremesi di una volta!
Anche quest'anno ogni cantante canterà due pezzi, e il televoto decreterà quale di questi entrerà ufficialmente in gara. Non sentivo il bisogno di questa riproposizione. A me l'idea aveva già fatto abbondantemente schifo l'anno scorso.

La prima a salire sul palco è Arisa con "Lentamente" prima e "Controvento" dopo.
Io, intanto, mangio l'insalata. E Superfigo, feticista, nota i piedi nudi della cantante.
Stop al televoto.
Noi bocciamo entrambe le canzoni.

Un'altra conferma? Un presentatore diverso per ogni cantante.
Non sentivo il bisogno neanche di questo.
Tito Stagno annuncia il passaggio del turno di Controvento.

Ma questa non è la cosa più interessante. Superfigo è tormentato da un altro problema, anzi due: le tette della Littizzetto.
"Quelle non sono sue!" ripete oltraggiato, quasi fosse vittima di una truffa.
Deve avere avuto qualche brutta esperienza in passato con i push up.

Dopo la pubblicità è il turno di Frankie hi-nrg.
Il mio cocommentatore è di parte. Lo ama.
In effetti piace molto anche a me.
Vabbè Radio Cole è luogo di faziosità, sappiatelo.
Dopo un minuto di ascolto de "Un uomo è vivo" SuperFigo cambia idea: "questa canzone fa schifo!".
Io, con un poco di ritardo (colpa dello streaming), giungo alla stessa conclusione.
Molto meglio il secondo pezzo: "Pedala". La bicicletta come metafora della vita. Un argomento delicato per me. Mi toccherà proprio togliere le rotelle prima o poi.

Il rapper conclude anche la seconda esibizione e, in attesa del risultato, la Littizzetto ringrazia l'orchestra. I musicisti sono sistemati in una scenografia che ricorda un condominio. Avete presente il gioco dei nove di Vianello? Ecco, una cosa così. Una schifezza!

Ad annunciare la canzone che passa il turno arrivano le tuffatrici Cagnotto e Dallapè. Entrambe in gran tiro.
Il mio collaboratore, che è uomo sensibile, sbava.
"Pedala" entra in gara.
La Cagnotto, credendo di avere il microfono spento, alla fine di tutto l'ambaradan si chiede "dove cazzo andiamo?"
E anche quest'anno per le tradizionali parolacce fuori onda abbiamo dato.

Mi accorgo che Fazio è vestito come un pirla.
"Da mimo" mi spiega SuperFigo.
Dichiaro ufficialmente la mia inadeguatezza. La prossima volta vi lascio direttamente nelle mani del mio cocommentatore, che mi sembra più portato e pronto per queste cronache.

Intanto, mentre io mi cruccio, arriva la Casta.
Sono passati tanti anni dalla sua ultima volta all'Ariston, ma lei è sempre gnocca.
Pure la francese appare colpita dal décolleté della Littizzetto.
Anche lei nasconde traumi passati con push up ingannevoli?
La trama s'infittisce.

SuperFigo definisce la Casta "inquartata di brutto". Secondo me è solo colpa del vestito che, per la cronaca, fa schifo a tutta la mia bacheca di facebook.

Siparietto "comico" Fazio-Casta.
Tanta noia.
Quando finisce?
Ma questi ospiti stranieri inutili? Perché?
Aridatece i Duran Duran, i Take that, Madonna!

La modella canta. Male.
Cara Letizia, sei tanta e sei gnocca. Sfili. Reciti. Non puoi essere brava in ogni cosa. Non devi per forza cimentarti in tutto. Fattene una ragione. Per te e per noi.
Certe consapevolezze bisogna farle proprie il prima possibile. Io, per esempio, lo imparai alle medie. Quando una mia compagna mi disse: "Pancrazia sei brava a scuola e pure simpatica. Ma a pallavolo, diciamolo, sei una pippa!"
E che le dovevo dire? Aveva ragione da vendere!

Comunque la Casta se ne va. Torna la Littizzetto. Fazio canta.
Tutto evitabile.
Andiamo avanti, o no?

No.
Ritorna la Casta.
E se ne va la Littizzetto.
Sembra il gioco delle tre carte.
La modella canta "Ma 'ndo vai se la banana non ce l'hai"
"Aridatece la Vitti!" mi ribello.
SuperFigo non mi dà retta, ipnotizzato com'è dalle cosce della francese.

www.musicroom.it
Dopo tutto questo avanspettacolo di periferia, ha luogo l'unico momento davvero carino.
Presentatore e modella, accompagnati al pianoforte dal figlio Paolo, ricordano Jannacci con il pezzo "Silvano".
Scanzonati, divertiti e divertenti. Il solo modo degno per omaggiare il compianto cantautore milanese.

E' ancora la volta della pubblicità.
Io lavo i piatti.
E, nel frattempo, SuperFigo pensa ai piedi di Arisa, le tette della Littizzetto, o le cosce della Casta? Niente di tutto ciò. In realtà si sta chiedendo: "stasera vedrò anche un bel culo?"
E' amico mio e mi rende tanto orgogliosa.

Arriva Antonella Ruggiero.
Mi perdo il titolo del primo brano. Fosse una cronaca seria cercherei di recuperarlo, ma l'obiettivo era proprio un post pressappochista, e quindi scelgo di rimanere nell'ignoranza.
La canzone è sofisticata e lontanissima dallo stile sanremese.
Più facile e orecchiabile la seconda: "Da lontano".
Per decretare il pezzo promosso entra uno che non so chi sia.
Un pallanuotista cubano. Gli si muovono i pettorali sotto lo smoking. Tanta roba.
La Littizzetto gli fa una serie di domande spiritose che non necessitano risposta. Lui ride. Non deve fare altro. La versione sanremese delle pari opportunità è questa: far passare tutti i belli, uomini o donne, per dei cretini.
Missione compiuta!

Tocca a Gualazzi con The Bloody Beetroots, un famoso deejay. Io, ovviamente, non l'ho mai sentito nominare perché sono una disadattata. SuperFigo invece lo conosce, perché è tamarro nell'animo, anche se ormai ha una certa.

La prima canzone mi piace.
La seconda, "Liberi o no", non mi convince al 100%. Mi sembra troppo facile all'ascolto. Furba.
Il mio collaboratore questa volta non  mi è d'aiuto: "Non lo so, non l'ho sentita, stavo riascoltando i pezzi di The Bloody Beetroots"

Secondo me era semplicemente al bagno, ma preferisce darsi un tono.

Ad annunciare il pezzo promosso arriva un ricercatore: Luigi Naldini. E, mentre si proclama il passaggio di "Liberi o no", si parla anche di ricerca e della sua importanza. Male non fa.

Ma fermi tutti: è giunto l'apice della serata.
Arriva la Carrà!
Balla e canta "I wanna party tonight" e "Ciaciaciao muchacho ciao"
Io al confronto sembro sua nonna. La amo.

Pubblicità. Asciugo i piatti.
Ebbene sì, avete ormai capito il mio vero dramma. Non la mancanza della tv ma della lavastoviglie!
Finisce la pubblicità e mi si blocca lo streaming.
Colpo di scena: la mancanza di una televisione riprende il primo posto nella classifica delle tragedie che affliggono la mia esistenza.
Io la prendo con aplomb sabaudo e, mentre sono già con una gamba oltre la ringhiera del balcone, sento dal pc la Littizzetto che canta "Rumore rumore"
E' ripartito lo streaming! Gioia! Per questa volta non mi butto.

Continua la festa:
"Fatalità
Portafortuna
Fatalità
Chiaro di luna
Fatalità
Senza parlare
Ti amo, ti amo
Ti amo, ti amo

Risponderò
Al primo squillo
Ti porterò
Un ritornello
Ti ascolterò
Senza parlare
Ti amo, ti amo
Ti amo, ti amo"

Ormai sono scatenata ma, proprio un secondo prima di svitarmi la gamba di legno e farla roteare sulla testa, Raffaella saluta tutti e se ne va.
No, non lasciarci soli!
Noooooo!!!

www.bitchyf.it
Mentre piango l'uscita di scena della Regina, la Rai piazza l'ennesimo stacco pubblicitario.
Ho perso il conto. Sarà il trentesimo.

Quinto cantante in gara: Cristiano De Andrè.
Quinto?
Sono le 23:28. Inizio a vacillare.
De Andrè canta prima "Gli invisibili" e poi "Il cielo è vuoto". Farei passare la seconda.
La Capotondi porta il verdetto. Il voto concorda con me. Faccio parte della maggioranza. Non ci sono abituata. Mi gira la testa.

Fermi tutti: ora tocca ai Perturbazione di Torino!
Primo brano "L'unica"
Il testo parla di tante donne e tante storie diverse. Ma riconoscerei quelle situazioni tra mille.
Quella che viene raccontata, in realtà, è buona parte della mia vita. 
Sono sconvolta: ho un passato presente e futuro sentimentale sanremese. Non credo sia una cosa buona.
Comunque la canzone mi piace, e non mi curo troppo di ascoltare la seconda: "L'Italia vista dal bar"

Mi salta ancora lo streaming. Vado a stendere il bucato.
Riparte lo streaming. C'è la pubblicità. Finisco di stendere il bucato. 

Massimo Gramellini annuncia il passaggio de "L'unica". Lo sapevo.
La migliore ascoltata finora.
Vincerà.
Vincerò.
Vinceremo tutti.
I miei ex, il gatto ed io.
Quale gatto?
Quello a 0:48



E' il momento dell'ospite internazionale con i controca##i: Cat Stevens.
E che gli vuoi dire? Talento. Carisma. Tutto. C'è tutto.
C'è pure "Father & Son". Un capolavoro.

Ancora pubblicità.
E dopo sale sul palco la Littizzetto sulle note di "Mi piaccion le sbarbine" degli Skiantos.
Con qualche parola ricorda Freak Antoni, da poco scomparso.
Io lo vidi due anni fa al DoraTo, festival di microeditoria e musica indipendente torinese.
Sarei rimasta ad ascoltarlo per ore. Intelligente. Ironico. Umile. Ad avercene!

E' finalmente giunta l'ora dell'ultima cantante: Giusy "she'sback" Ferreri.
SuperFigo ed io, ancora mentalmente sintonizzati su Cat Stevens, parliamo di zone del cervello maggiormente stimolate da determinati accordi. Canzoni stracciamilanima costruite ad arte, tra uno studio di registrazione e una risonanza magnetica.
Ma adesso fanno davvero di queste cose?
La mia parte scientifica ne è ammirata. Quella creativa molto meno.

Ovviamente il titolo della prima canzone mi sfugge ma, comunque, il pezzo non mi piace.
Mi concentro sul secondo: "Ti porto a cena con me". La mia concentrazione dura poco. Non mi piace neanche questo che, però, passa ed entra ufficialmente in gara.

Non ci posso credere: finalmente è finita!
Non credevo ce l'avrei fatta.
E' stata una serata interminabile.
La prossima volta che mi viene in mente di fare una cronaca così, fatemi un favore: sparatemi!
"That's me in the corner
That's me in the spotlight
Losing my religion
Trying to keep up with you
And I don't know if I can do it
Oh no Ìve said too much
I haven't said enough
I thought that I heard you laughing
I thought that I heard you sing  
I think I thought I saw you try"
(1991)
Duro solo mezz'ora, ma è sufficiente per entrare nella storia.
Sono la neve e cado nel Sahara.
(1979)
Diretto, gancio, montante.
Calcio frontale, laterale, circolare.
Gomitata e frustata.

Pancrazia mena.
Colpisce l'aria e il sacco.

Lo fa in allegria o con rabbia.
Lo fa per caricarsi o alleggerirsi.
Lo fa perché sì e pure perché no.

Pancrazia fa fitboxe.
Aerobica boxata. Coreografia di una rissa. Femminile esibizione di voglia di menar le mani.

Pancrazia, che di parole vive e si nutre, per un'ora a settimana chiude la bocca e stringe i pugni.
E poco le importa di sembrar buffa e poco temibile.
Lei si sente cattivissima e invincibile.
E persino un poco sexi, a dire il vero.

Pancrazia mena.
Poi torna a casa e sviene sul divano. Felice.
Arrestato in flagranza di reato.
Sette milioni di lire.
Sono il primo ma, di certo, non sarò l'ultimo.

Tutto cambierà. Tutto resterà uguale. Forse, anche peggio.
(1992)
E' la fine dei MASH.
Pensioniamo un mito.
(2006)
Filmati, esibizionismo, dive, egocentrici, cantanti, ballerini, bambini, tutorial, comici.
I 15 minuti di celebrità a disposizione di tutti.
Nasco oggi e sono YouTube.
(2005)
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