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Io, fino a poche settimane fa, lo ignoravo.
Sono una capra.
Lo so da me.
Non è il caso che infieriate.

W. Szymborska è una poetessa polacca, anzi è La Poetessa Polacca.
Una donnina dalle spalle ossute e l'aria furba che nel 1996 si è portata a casa il Nobel per la Letteratura e che con le sue raccolte vende quasi quanto un romanziere.
Nei suoi scritti emergono un' ironia ed una lucidità di pensiero rari.
Le sue poesie sono racconti brevi ed intensi che io ho amato dal primo incontro.

Scoprire un libro, una poesia, uno scrittore o un poeta che ci emozionano è sempre un evento speciale. In quel momento si sorride per la consapevolezza di avere un amore in più a scaldarci il cuore ed aprirci la mente.
È pura gioia.

Vi lascio con un delizioso esempio del talento della signora Wisława Szymborska.

Consolazione

Darwin.
Si dice che per rilassarsi leggesse romanzi.
Ma avesse le sue esigenze:
dovevano essere a lieto fine.
Se gliene capitava uno differente,
lo gettava con furia nel fuoco.

Vero o no che sia-
sono propensa a crederci.

Percorrendo con la mente tanti spazi e tempi
aveva visto così tante specie estinte,
tali trionfi dei forti sui più deboli,
così grandi sforzi di sopravvivenza,
prima o poi inani,
che almeno dalla finzione
e dalla sua microscala
aveva diritto di aspettarsi l'happy end.


E quindi per forza: un raggio che sbuca
dalle nuvole,
gli amanti di nuovo insieme, i casati
riconciliati,
i dubbi dissipati, la fedeltà premiata,
i beni recuperati, i tesori dissotterati,
i vicini pentiti del loro accanimento,
la reputazione resa, la cupidigia smascherata,
le vecchie zitelle maritate con pastori
dabbene,
gli intriganti deportati nell'altro emisfero,
i falsari di documenti scaraventati dalle scale,
i seduttori di vergini di gran corsa all'altare,
gli orfani accolti in casa, le vedove consolate,
la boria umiliata, le ferite sanate,
il figliol prodigo invitato alla mensa,
il calice dell'amarezza vuotato in mare,
i fazzoletti intrisi di lacrime pacificate,
canto e musica per tutti,
e il cagnolino Fido,
smarrito già nel primo capitolo,
corra pure di nuovo per la casa
abbaiando gioioso.
Cari lettori,
oggi vi propongo un esperimento che mai nessuno, prima di me, ha tentato sul web.
Uniremo le menti, congiungeremo le anime ed apriremo i chakra.
Seguendo le mie semplici indicazioni raggiungeremo un nuovo livello di consapevolezza e conoscenza.

Siete pronti per iniziare?
Prima di tutto cercate di isolarvi dal mondo che vi circonda, se siete in ufficio ignorate le chiacchiere dei colleghi, se siete in biblioteca escludete dai vostri sensi il compagno di corso che tenta di broccolarvi, se siete a casa narcotizzate il pupo o rifilatelo per 5 minuti alla vicina di casa.
Del resto ciò che vi chiedo è proprio questo: 5 minuscoli, insignificanti, miserrimi minuti.

Ora che siete concentrati solo su questa pagina iniziate a porre attenzione alla respirazione.
Inspirate lentamente con il naso fino a raggiungere la pienezza dei vostri polmoni.
Espirate lentamente dalla bocca fino a svuotarli.
Inspirate.
Espirate.
Inspirate.
Espirate.
Inspirate.
Espirate.
Inspirate.
Espirate.

Ecco, i nostri spiriti si sono ormai sincronizzati, ogni angolo della blogosfera risuona della medesima melodia, dalla Valle d'Aosta alla Sicilia voi, Cole Lettori, state respirando come un unico organismo.
Tutto ciò non è meraviglioso?
Sì, lo è.

Ma procediamo con la seconda parte dell'esercizio.
Continuando a respirare regolarmente, provate a visualizzarvi come se vi vedeste dall'esterno.
Riuscite a riconoscervi?
Sì, siete proprio voi.
Vestiti di luce e circondati dall'armonia celeste.
Avvolti intorno al vostro centro ed immersi nella sfera dell'equilibrio.
Voi fate parte del tutto ed il tutto fa parte di voi.

State andando benissimo ed ora vi chiedo solo un ultimo sforzo.
Visualizzate le vostre mani. Quella destra stringe qualcosa. Qualcosa che vi accompagna da tempo. Qualcosa che avete ottenuto con sudore ed impegno. Qualcosa che vi ha aperto nuove strade e guidato lungo innumerevoli percorsi.
Sì, è proprio lei.
Piccola e rosa.
La vostra patente.
La vedete? E' ben a fuoco? Perfetto.

Rimanete concentrati su questa immagine, non lasciatevela sfuggire.
Inspirate.
Espirate.
Inspirate.
Espirate.
Cercate la forza dentro di voi, sentite il battito del vostro cuore, seguite lo scorrere del vostro sangue e rispondete a questa semplice domanda: Quando scade?

Vuoto?
Buio?
Confusione?

Tranquilli, è normale.
Chiudete l'occhio interiore ed aprite per bene quelli esteriori.
Svuotate il portafoglio, ribaltate la borsa, non c'è tempo da perdere, correte subito a dare un'occhiata.
Perché?
Perché quella fetente scade ogni dieci anni, un periodo talmente lungo che ci vuole poco a far finire l'incombenza "rinnovo" nel dimenticatoio. E se non si degna di avvertirvi neanche il comune, la regione, la motorizzazione o chi per essi, potreste ritrovarvi nell'incresciosa situazione di girare per mesi(!) con il documento scaduto senza rendervene conto. Il che non è bello. No. No.

Non che a me sia mai successa una cosa del genere. Figurarsi!
Io, come ben sapete, sono la regina dell'organizzazione e della precisione.
Parlo così, in generale.
A CasaCole c'è un solo ed unico Mega Responsabile Supremo dell'albero di Natale: l'illustre Jane Pancrazia.

Ella si è guadagnata la prestigiosa carica direttamente sul campo, grazie alla dedizione alla causa, l'indubbio talento e lo sbaragliamento della concorrenza.
Jane ha dedicato anni, tra mercatini e negozietti, alla raccolta di meravigliosi addobbi. Ogni dicembre, tra slanci di creatività e sfoggio di buongusto, ha dato vita alla "propria creatura" ed ogni gennaio, con raziocinio e praticità, ha smontato l'opera, inscatolato con ordine ed affidato il tutto alle capaci(?) mani di PapàCole. Il cui unico compito è sempre stato quello di riportare l'intero natalizio ambaradan in cantina.

L'oliato meccanismo non ha mai presentato falle.
Mai.
Fino a quest'anno.

Ieri Jane ha realizzato con sorpresa ed orrore che, dove avrebbero dovuto esserci palle, palline e babbacetti vari, erano presenti solo vecchie cianfrusaglie e scatole vuote. La stessa paccottiglia che il di lei genitore avrebbe dovuto buttare undici mesi fa.

Dopo ventiquattro ore di ricerche in ogni dove, gli addobbi accumulati negli anni con amore e cura non sono ancora stati rinvenuti.
Gli scenari possibili che potrebbero spiegare lo strano fenomeno sono solo due.
O una banda di malfattori, specializzata in furto di addobbi e lucette, si è introdotta nella ColeCantina e, senza lasciare traccia alcuna, è scappata con il mal tolto per poi rivenderlo al fiorente(?) mercato natalizio di seconda mano.
Oppure quel rimbambito di PapàCole ha buttato ciò che avrebbe dovuto conservare ed ha conservato ciò che avrebbe dovuto buttare.
    MammaCole, probabilmente per evitare una rissa in famiglia, propende per la prima ipotesi.
    Jane ovviamente per la seconda.

    Ricordatelo così...
     

    Può capitare di farsi un giro in una libreria qualunque, in un giorno qualunque ed imbattersi in un libro qualunque, per poi scoprire con goduriosa soddisfazione che in quelle pagine non vi è raccontata una storia qualunque. Affatto. Dietro una copertina rassicurante ed un titolo sufficientemente accattivante è celata la storia di un uomo e di un popolo. 

    "Un perfetto gentiluomo" è l'opera prima della talentuosa Natasha Solomons. Che, ispirandosi ai propri nonni, narra le tragicomiche vicende di un rifugiato ebreo, scappato dalla Germania nazista per ricostruirsi una vita in Inghilterra.
    Il cocciuto Jack Rosenblum spenderà l'intera esistenza  nel disperato e folle tentativo di diventare "Il Perfetto Gentiluomo Inglese",  a scapito delle proprie ingombranti origini e del proprio doloroso passato.
    Un progetto tanto ambizioso  quanto infantile.
    Un personaggio tanto irritante quanto tenero.
    Una storia tanto antica quanto attuale.

    Con divertimento e leggerezza l'autrice affronta temi importanti quali l'identità, il senso di colpa dei sopravvissuti e la ricerca di un equilibrio tra l'integrazione e il legittimo desiderio di non tradire o dimenticare le proprie radici.
    Ricerca che caratterizza l'esistenza di tutti gli immigrati che ancora oggi, per paura, necessità o ambizione, mollano tutto e si ricostruiscono un'esistenza in Europa, tra gente estranea e spesso ostile che tende ad interpretare ogni diversità come una sfida od una mancanza di rispetto.

    Un libro che si fa leggere tutto d'un fiato con un sorriso dolce sulle labbra ed una nuova consapevolezza nella testa e nel cuore.

    Consigliatissimo.
    Oggi ho spiccato il volo.
    Non so come ciò sia potuto accadere.
    Un secondo prima stavo salendo sul marciapiede. Un secondo dopo ero nel bel mezzo di una spettacolare parabola aerea, terminata con il mio corpo inerme spatasciato al suolo ed il mio adorabile visino a due centimetri da un muro antico, solido e potenzialmente molto molto cattivo.

    Non mi esibivo in una caduta tanto catastrofica da quand'ero una bimba. Epoca in cui, imbranata e scoordinata, mi scorticavo le ginocchia due volte al giorno.
    A quei tempi però c'era almeno la possibilità di farsi un bel pianto e chiamare la mamma. Ma a trentatré anni no.
    Alla mia età certe debolezze uno non se le può più permettere. E quindi mi sono rialzata, ho raccolto le mie cose ed ho ricacciato indietro le lacrime.

    Mi sono allontanata dal luogo del delitto zoppicante e dignitosa.
    Ma dentro di me frignavo, eccome se frignavo!
    I vestiti paiettati scivolano languidi e sensuali sui manichini rachitici e scoliotici della boutique.
    Nessun corpo vero di donna sarebbe in grado di indossarli, non sono fatti per contenere fianchi femminili o un accenno di timido seno. Possono vestire solo una dodicenne androgina, con i fianchi stretti, niente vita e due prugne secche al posto delle tette.

    Grimilde si specchia nella vetrina, conta le rughe intorno agli occhi e controlla il turgore delle labbra.
    L'immagine restituita dal vetro non le piace, troppo stanca e anonima. Sta velocemente sfiorendo, ormai non è più una ragazzina: ha già 27 anni suonati. Praticamente una vecchia.
    Neanche la bocca all'Angelina, regalatele dalla mamma per il suo compleanno, è sufficiente a migliorare l'insieme.
    Neanche la crema anti età presa di contrabbando su internet, fatta con il grasso di foca, gli incisivi di panda ed il sangue di vergine, sembra bastare più.
    Neanche il naso rifatto con i primi stipendi la convince. Forse dovrebbe operarsi un'altra volta. Pacchetto completo, naso e zigomi, magari da quel chirurgo famoso che va sempre in tv.

    I corridoi del centro commerciale sono pieni di ragazzine. Grimilde se le vede passare accanto, chiassose ed allegre, tutte uguali con i loro caschetti lucidi e le bocche a cuore. Non hanno neanche quindici anni ma gli uomini le guardano rapiti con la pupilla dilatata ed il battito accelerato. Le ammirano, le desiderano, le inseguono.

    Lei odia la loro pelle tonica, i loro seni alti ed i fianchi stretti.
    Farebbe qualsiasi cosa per poter essere di nuovo così giovane e fresca, ingoierebbe qualsiasi pillola, snifferebbe qualsiasi polvere, berrebbe qualsiasi pozione.
    Oppure, se potesse, cancellerebbe tutte queste lolite dalla faccia della terra. Una ad una. Le irretirebbe con frutti deliziosi e poi, carpitane la fiducia, strapperebbe loro il cuore per custodirlo in decine, centinaia, migliaia di scrigni preziosi, nascosti accuratamente nella sua immensa cabina armadio. E allora, solo allora, Grimilde potrebbe tornare a sentirsi "la più bella del reame".

    Peccato che tutto ciò sia solo un dolce sogno, bello come una favola ma altrettanto irraggiungibile.

    Per consolarsi e cercare di risollevare lo spirito, la nostra ventisettenne, mai abbastanza giovane e bella, non può far altro che dedicare il week end esclusivamente a se stessa ed al proprio benessere.
    Quarantotto ore tra pilates, spinning, hamman, scrub, ricostruzione unghie, trucco permanente e botulino.
    Ma, prima di ogni altra cosa, deve fare la sua purga giornaliera.
    Grimilde, purtroppo, non è mai stata capace di vomitare a comando. E quindi si arrangia come può.

    Fine.

    Nota dell'Autrice (ossia me).
    Sono stata un po' di tempo senza scrivere nel blog e devo avere perso il "tocco". Sigh.
    Dai primi commenti a questo post era evidente che il racconto pubblicato all'ora di pranzo non fosse chiarissimo e quindi l'ho modificato, leggermente ampliato e ripubblicato stasera.
    Spero che ora sia più chiaro.

    Ora scusatemi, ma vado in un angolino a piangere con la colonna sonora dell' "Incompreso" di sottofondo. Sob.
    "Il governo di Berlusconi dà nuovi fondi per le scuole private e cattoliche, in cambio ha un bonus per altri tre scandali e bestemmia libera fino al 2012."
    Corrado Guzzanti, dalla puntata di "Vieni via con me" del 22 novembre 2010.

    Non so da cosa dipenda.

    Forse dai miei trascorsi germanici, che me lo fanno sentire piacevolmente famigliare.
    O forse dalla privazione di caffeina, che sta alterando la mia capacità di giudizio.
    Oppure semplicemente dal fatto che io sia già normalmente sciroccata di mio.

    Fatto sta che ogni volta che vedo la pubblicità dell'Eni mi torna il buonumore e quando lo scienziato teutonico chiosa con "UNO cane" mi metto a ridere.
    Di gusto.
    Tutte le volte.
    Ma proprio tutte.
    Tutte tutte. Anche adesso che ormai avrò già visto lo spot dieci volte.



    Per favore, fatemi sentire meno strana, rassicuratemi circa il mio equilibrio psichico, ditemi che succede lo stesso anche a voi.

    Mentite pure se è necessario.
    Dalla mia vita sono usciti: caffè, latte e derivati, cioccolato, salumi, aceto, agrumi, insalata e tutti gli alimenti lievitati.
    Ma, in compenso, hanno fatto il loro tronfio ed orgoglioso ingresso: l'orrido caffè d'orzo e l'inconsistente latte di soya.

    La cosa più dolorosa da sopportare è la consapevolezza che la mia adorata colazione non sarà più la stessa. Sob.

    Ora che ho superato lo shock iniziale quasi quasi mi rimetto a scrivere sul blog. Così non ci penso. Arisob.
    I diamanti riposano beati nel loro letto di velluto rosso.
    Il signor Pino, gioielliere da tre generazioni, li guarda con amore.
    Oggi gli ci è voluta quasi un'ora, ma con una pezzettina e tanto olio di gomito, è riuscito finalmente a cancellare tutte le macchie che l'inzozzavano.

    Da quando quello scioperato di suo nipote gli ha fatto la predica sui "Signori della guerra, i bambini soldato ed il traffico di armi" al povero Pino sembra sempre che quelle pietre, che ama da tutta una vita, siano diventate opache e luride, sporche di terra e sangue.
    I suoi figlioli, come li chiama lui con paterno amore, non brillano più come prima.

    E così ogni sera, giunto l'orario di chiusura, si mette a strofinare e lucidare, per cancellare macchie e memoria, sangue e colpa.



    Il sito ufficiale di Emergency.
    Per saperne di più sulla Sierra Leone, i diamanti e la guerra vi consiglio RisoNero.
    CuginaFinalmenteSposa (già CuginaPrestoSposa) piega le ginocchia, stende il braccio e, con un deciso scatto all'indietro, lancia il bouquet che si va a schiantare contro il soffitto per poi precipitare, mesto ed ammaccato, al suolo.

    Le zitelle, traendo un sospiro di sollievo, cercano di svignarsela, "Non era destino", "Peccato", "Sarà per la prossima volta", "Andiamo a sederci",  "Io vado. Ciao ciao"

    "Ferme!!!", le blocca perentoria la cantante, animatrice, presentatrice, dittatrice del ricevimento.

    Gli stagionati "fiori non ancora colti" (così la simpatica NaziCantante le apostrofa) si trovano costretti a riprendere mestamente posizione alle spalle della sposa. Hanno lo sguardo torvo e l'espressione inequivocabile di chi vorrebbe essere altrove oppure convolare a giuste nozze solo per potersi finalmente risparmiare questo imbarazzante teatrino.

    CuginaFinalmenteSposa ci riprova, si flette in avanti e poi scaraventa all'indietro i fiori, che schizzano veloci ed inevitabili come proiettili.

    Jane vorrebbe fare la gnorri, ma il missile floreale si dirige dritto dritto sopra la sua testa.
    Il neurone numero 1 (detto NonMiSposoPerScelta), che detesta queste barbare tradizioni, intima: "Tieni le braccia giù! Guai a te se le alzi!"
    Il neurone numero 2 (noto come MaSceltaDiChi?) più romantico e zuzzurellone, ribatte: "Eddai, quante storie! E' solo un gioco: acchiappalo!"
    1:"Ferma! Ti mozzo le mani se ci provi!"
    2:"Non fare la guasta feste: provaci!"
    1:"No!"
    2:"Si!"
    1:"Nooo!"
    2:"Siii!"
    Alla fine Jane, confusa e scoordinata, alza le braccia al rallentatore e afferra il...

    ...vuoto.

    Il bouquet, dopo esserle passato tra le mani, finisce nuovamente a terra, diventando ormai l'ombra di se stesso.

    Le zitelle si guardano tra di loro con orrore, chiedendosi quando avrà fine tutto ciò.
    La maestra di cerimonia, strillando come un'ossessa, sentenzia: "Era suo! L'ha preso lei! Ha fatto la furba, non ha voluto afferrarlo, ma era destinato a lei!"
    Quindi, ad insindacabile giudizio di CuginaFinalmenteSposa e NaziCantante, lo straccetto vegetale viene assegnato a Jane, nonostante lei continui a ripetere inascoltata: "Ma che furba e furba! Il problema è che ho la coordinazione occhio-mano di un novantenne rimbambito! Non l'ho mica fatto apposta, non ho preso un bel niente! Non è mio!"

    Nessuno le dà retta ed il rituale circo si celebra tra foto, auguri e promesse estorte con la forza a Ciccio che, per togliersi d'impaccio, biascica un vago: "Provvederò"
    Ma, quando rimane solo con la propria metà, commenta lapidario: "Così non vale: ti hanno assegnato il bouquet a tavolino. Come gli scudetti dell'Inter."
    Stavolta neurone1 e neurone2 si trovano subito d'accordo e ribattono pronti: "Tesoro mio, interista dei miei stivali, è inutile che accampi scuse. Se valgono gli scudetti dell'Inter, vale pure il mio bouquet. Con tutte le conseguenze del caso!"

    Ciccio non può far altro che tacere.
    SorellaCole, romantica e sdolcinata, organizzò un incontro casalingo tra amiche. La serata culminò nell'esposizione della tormentata ma inarrestabile nascita dell'amore tra i futuri sposi Cole. Racconto seguito da una folla in deliquio, tra discreti occhi lucidi, sonore soffiate di naso e assunzione compulsiva di salatini e dolcetti.

    LAmicaS, gaudente e golosa, ci portò in un ristorante romano dove, dopo i bucatini all'amatriciana, la coda alla vaccinara ed il vino dei castelli, finimmo a ballare e cantare stornelli sui tavoli, con tacco 10, minigonna ed un tasso alcolemico estremamente euforizzante.

    CuginaPrestoSposa, ossessionata dal controllo, timida e riservata, ha espresso il desiderio di una serata tranquilla, in un locale tranquillo, tra gente tranquilla, bandendo aprioristicamente qualsiasi forma di cialtrona e goliardica presa in giro.

    Jane, incasinata, sconclusionata, delirante ma lungimirante, nella remota e fantascientifica ipotesi che prima o poi convoli a giuste nozze, ha già avvertito amiche e parentado di desiderare un addio al nubilato chiassoso e di cattivo gusto con l'irrinunciabile presenza di spogliarellisti (s)vestiti da giocatori di rugby o Highlander.
    C'è qualcosa di sbagliato in lei?
    Ci si può imbattere in gioiellini come questo, segnalato dal bravissimo Pol.

    Fin quando ci saranno in giro cervelli capaci di curiosità, ironia e creatività, ci sarà speranza per tutti.
    Si sta avvicinando a grandi passi il Momento.
    Quale?
    Come quale?
    Ma è ovvio!
    Il Momento in cui lo studente Erasmus medio, in partenza per il primo semestre, prende coscienza del fatto che dovrà prepararsi dei bagagli contenenti il necessario per almeno 6, e dico 6, e ribadisco 6, mesi all'estero.
    Se lo studente è maschio l'impresa risulta difficile, ma se lo studente è femmina (e dunque studentessa) l'impresa assume dei contorni titanici.

    Ma Jane vostra, che vi vuole bene e sa che questa arancione paginetta è spesso meta di Erasmi in cerca di aiuto, ha deciso di venirvi incontro e di condividere con voi la propria esperienza, fornendovi in questo modo qualche indicazione di massima.
    Tutto ciò perché?
    Ma che domande?
    Non è evidente?
    Perché lei vi ama, giovani ventenni in partenza.
    Perché lei vi è affezionata quanto una sorella, vabbè diciamo quanto una zia. Una zia ancora giovane e piacente, però!
    E soprattutto perché questo vecchio post Jane ce l'ha sul groppone da una vita ed ora ha deciso di liberarsene. Ecco.

    Chiunque abbia fatto l’Erasmus lo sa: fare stare nei canonici 20 kg di bagagli lo stretto indispensabile per sei mesi all’estero è un’impresa che richiede nervi saldi, creatività, elasticità mentale ed una certa dose di lucida follia.

    In primo luogo bisogna selezionare. Decidere cosa è davvero utile e insostituibile e cosa no. Le scarpe preferite? Impossibile rinunciarvi. La tinta per rimanere fintamente e sfacciatamente bionda? Più importante delle aspirine. Il top da panterona? Mai senza. La moca e il parmigiano? Certo. Sarà patetico ma ognuno ha pur diritto alle proprie perversioni.
    Il secondo passo consiste nell’ armarsi di santa pazienza e procedere al riempimento della valigia con la stessa precisione che richiederebbe un’opera ingegneristica. Nulla può essere lasciato al caso, tutto deve essere incastrato al millimetro e pesato fino all’ultimo etto: bisogna piegare ed arrotolare, mettere i capi pesanti sotto e quelli più leggeri sopra, infilare i calzini dentro le scarpe e disporre ciò che avanza come un florilegio ad ornare il tutto e soprattutto ad occupare gli spazi morti.
    E quando alla fine, inevitabilmente, nonostante le rinunce e i calcoli, qualcosa sembra destinato a non trovare posto, rimane l’ultima possibilità, la risorsa estrema, l’uscita d’emergenza.
    Lo si indossa durante il viaggio.
    Il piumino a settembre? Quattro paia di mutande? Bracciali, collanine ed anelli? Si. Si. Si.
    Fino ad assomigliare all’omino Michelin bardato come la Madonna di Pompei? Certo, perché no?
    Se si ha l’opportunità di vivere un’avventura fantastica come sei mesi all’estero si deve pur essere disposti a rinunciare a qualcosa: al proprio senso del ridicolo, per esempio.

    Per quanto le valigie possano sembrare piene, per quanto il peso possa apparire eccessivo ed ingestibile, per quanto ci si possa sentire a disagio con dieci strati di roba addosso, bisogna star sereni e non preoccuparsi.

    Al ritorno sarà peggio.
    http://www.mariarosariaserritiello.info/opere.htm
    C'era un posto speciale.

    Un posto di vicoli e scale, archi e segreti.
    Un posto che ubriacava gli occhi e saziava il cuore.
    Un posto dove potevi immaginare la trama di un romanzo, camminare a piedi nudi, scioglierti i capelli e sentirti bella e misteriosa.
    Un posto capace di regalarti molto più di qualsiasi promessa.
    Un posto che ti accoglieva da amica e ti congedava da figlia.

    C'era un posto così e presto ci sarà ancora, per la sua gente e per tutto il mondo.
    Perché tutto il mondo ha bisogno di Atrani.

    Confessiamolo, ogni quattro anni di fronte alla bandiera con i cinque cerchi, tutti noi sognamo per un attimo di essere campioni olimpici.
    Non è vero?
    No?
    Come no?
    E vabbè, io sì!

    Io sogno di stare sul gradino più alto del podio, commossa ma impettita, mentre tutti i Cole, riuniti davanti alla tv, versano copiose lacrime e traspirano ettolitri di orgoglio.
    Sogno di salutare la folla festante venuta a darmi il benvenuto in aeroporto al mio ritorno in patria, avvolta nel tricolore e pronta per sostituire nei sogni proibiti dell'italiano medio quella sciacquetta di Federica Pellegrini.
    E sogno anche di essere invitata a "Porta a Porta" ed in diretta, a tradimento, prima che mi possano sfumare, dire davanti a tutta la nazione ciò che penso di quel "diversamente alto" del nostro illustre Presidente del Consiglio. Riuscendo così nella doppia impresa di commuovere fino alle lacrime PapàCole e far prendere un coccolone a quell'ominide che risponde al nome di Vespa Bruno.

    Il problema non indifferente però è sempre stato il fatto che io stia allo sport come Fantozzi al congiuntivo. E non è colpa del tempo che passa, io ero un'emerita pippa pure da bambina, da ragazzina, a vent'anni, a venticinque. Insomma: sempre!

    Ma durante la mia esperienza estiva di cameriera per amore e per necessità, uno spiraglio sembra essersi improvvisamente aperto e con esso la possibilità di poter finalmente esprimere le mie straordinarie seppur celate qualità atletiche.

    Dopo il giavellotto, il peso ed il martello, ho intenzione di proporre all'esimio comitato olimpico il: "lancio della pizza da ferma". Disciplina in cui, non per vantarmi, so di poter eccellere.
    Per ora vado forte nel doppio salto in avanti carpiato della quattro formaggi, ma fino a Londra 2012 ho ancora tempo per migliorare ed ampliare le mie specialità. Mi sto applicando soprattutto nel carpiato ritornato della Marinara e nel raggruppato rovesciato della Capricciosa.

    Vedo aprirsi davanti a me un nuovo brillante futuro.

    Qualcuno di voi ha mica il numero di cellulare o l'indirizzo email di Jacques Rogge?
    Dopo due mesi di stupidera, oggi si cambia registro.
    Partendo da un verso(il primo della terza strofa) della poesia "Questions of travel"(*) di Elizabeth Bishop ho scritto un breve racconto.

    Prima che vi venga l'ansia, lo dichiaro subito: la storia è di pura fantasia.

    Che peccato sarebbe stato non aver visto gli alberi lungo questa strada.

    Scendo nelle viscere umide e buie della terra, cerco un posto libero e mi siedo.
    Con la testa appoggiata al finestrino osservo il tunnel con occhi ciechi, quando l'istintivo bisogno di aria e luce si impossessa di me, costringendomi a risalire in superficie. Tra i vivi.

    Il sole splende in questo inizio d'estate. Periodo dell'anno in cui Berlino è un dono per gli occhi e per il cuore, con i suoi colori, i suoi odori e le sue facce.
    L'umanità intera forma un unico serpentone colorato lungo Unter den Linden, ed io mi accodo, nascondo e perdo in esso.

    Lui mi starà già aspettando davanti allo studio medico.
    Gli esami del sangue non promettono niente di buono, la risonanza magnetica fa paura da quanto è brutta ed i raggi mostrano chiaramente la mia colonna vertebrale sull'orlo del collasso.
    "Bisogna correre dal Dottor Hahn. Sono sicuro che troverà una soluzione", ha deciso ieri sera.
    Ha chiamato il vecchio amico fraterno di suo padre ed ha preso appuntamento. Senza neanche interpellarmi, senza darmi il tempo di aprire bocca.
    "Domani sera. Ore 18. Io verrò direttamente dall'ufficio e ci troveremo là davanti. Mi raccomando non tardare"
    "Agli ordini capitano", gli ho risposto battendo i tacchi.
    Ma non ha apprezzato l'ironia: "E' una cosa seria", mi ha detto severo.
    Come se non lo sapessi. E' la mia schiena quella che si sta rattrappendo su se stessa, è la mia vita quella che sta scivolando via a tradimento. Lo so che è una cosa seria ma delle volte mi piacerebbe solo farmi una bella, grassa risata.

    Non dovrei camminare per lunghi tragitti.
    Ogni muscolo, ogni osso, ogni tendine del mio corpo brucia di un fuoco blu, intenso, accecante. Ondeggio faticosamente sotto il sole come una vecchina. Una vecchina di soli 28 anni.
    Probabilmente qualcuno mi crederà ubriaca o peggio ancora drogata.
    Qualcuno forse proverà pena per me. Per il mio viso rosso dalla fatica, per i miei capelli appiccicati dal sudore, per la mia maglietta così bagnata da poterla strizzare.

    Di certo quando Lui mi vedrà non proverà pena, ma forse fastidio e sicuramente rabbia.
    Se la prenderà con questa donna che lo sta facendo diventare pazzo, che non si lascia amare, cullare e guidare. Maledirà la mia irrazionalità, persino la mia follia, o semplicemente la mia testa dura. E di certo non si calmerà quando gli dirò: "Hai ragione, ma che peccato sarebbe stato non aver visto gli alberi lungo questa strada."

    I tigli sono in fiore e sono meravigliosi.
    Chissà se riuscirò a vederli anche il prossimo anno. Probabilmente no.
    E allora al diavolo Lui ed il suo buon senso, al diavolo il dottor Hahn che "è stato così gentile da trovare un buco nella sua agenda", al diavolo la famiglia che vorrebbe che tornassi a casa. Al diavolo tutti.
    Me ne fotto del vostro amore, della vostra buona fede e dei vostri buoni propositi.
    Lasciatemi godere i miei tigli fioriti. Lasciatemi respirarne il profumo. Lasciatemi annegare in tanta bellezza.
    Avrò tempo per le cure ed anche per la morte, trattenuta dalle vostre mani e bagnata dalle vostre lacrime.

    Mi ha vista da lontano e ora mi viene incontro.
    Il viso furioso è di un rosso innaturale. Ed io rido.
    Le vene del collo sono gonfie, piene di rabbia repressa. Ed io rido.
    Mi piovono addosso mille parole, ma pronunciate a denti stretti, senza urlare. Ed io rido.
    Lui non lo sa, ma è tanto buffo in questo momento. E per questo rido, rido e rido.

    Rido così forte che cado in terra e la schiena mi si spezza. Per sempre.
    L'ultima cosa che vedo sono i tigli. Che peccato sarebbe stato non aver visto gli alberi lungo questa strada.


    Immagine tratta dal sito http://www.rfennis.com/Berlin/Berlin.htm

    (*) Scusatemi per il link solo in inglese, ma purtroppo non ho trovato in rete la versione italiana.
    Una ragazza di città ha scarpinato allegramente tra prati e monti trentini.
    Tutta sudata e stropicciata, equipaggiata con abbigliamento e scarpe inadatte, si è trascinata dietro anche un bastone da passeggio ma, incapace di usarlo correttamente per facilitarsi negli spostamenti, non le è rimasto che utilizzarlo per esibirsi nell'imitazione mal riuscita del Vagabondo.

    Gli orsi probabilmente non si sono palesati perché troppo presi a farsi grasse risate alle spalle della suddetta giovine, ma in compenso le morbidose marmotte, che sempre plantigradi sono, hanno salutato l'esibizione con sonori fischi di apprezzamento.

    Ed anche per quest'anno la pellaccia è salva.
    Sono salva. Per ora.
    Ne avevo già parlato l'anno scorso ed in quella occasione voi, miei adorati lettori,  avevate cercato di rassicurarmi. A modo vostro.

    Ma il problema si è ripresentato ed ora è molto, ma molto peggio!

    Sarà che ultimamente quegli sporcaccioni degli orsi trentini si sono dati parecchio da fare, moltiplicandosi come conigli, ma sta di fatto che quest'estate gli avvistamenti dei morbidosi plantigradi lungo i sentieri ed a pochi passi dal paese sono cresciuti esponenzialmente.

    Domani mi attenderebbe una gita dove solo ieri una signora ed un'orsa si sono trovate faccia-muso. L'animale, di fronte alla cotonatura anni '80 della madama, è fuggito inorridito mentre la donna probabilmente se l'è fatta addosso. 

    Essendo io oltremodo pavida cosa mi consigliate di fare?

    A) Mi fingo malata?
    B) Durante la notte, con il favore delle tenebre, scappo verso la mia amata e soprattutto bear-free pianura padana?
    C) Inizio subito a fare la danza della pioggia, propiziando così un bell'acquazzone che impedisca qualsiasi attività escursionistica?
    Oppure
    D) Mi cotono i capelli e per evitare inutili imbarazzi indosso anche un bel pannolone?

    Comunque, sappiate, che vi ho voluto tanto bene.
    Chi di voi mi segue da un po' sa che c'è una realtà a cui sono molto affezionata: l'Oasi Locatelli.

    Un rifugio sicuro per i cani senza famiglia.
    Una casa per chi una casa vera ancora non ce l'ha.
    Un posto gestito da persone piene d'amore e passione.

    Purtroppo adesso l'Oasi rischia di chiudere per i troppi debiti.

    Che ne dite di dare un'occhiata al sito di Secondazampa per saperne di più e magari decidere di dare una mano?

    Direttamente dal lussuosissimo Regionale Brennero, che tutto il mondo ci invidia, tra turisti arrostiti e pendolari bolliti, con una temperatura di crociera che oscilla tra i 30 ed i 35 gradi, la vostra Jane saluta e ringrazia affettuosamente tutti coloro che le hanno tenuto compagnia durante la difficoltosa traversata padana.
    Un pensiero speciale va ovviamente alla beneamata Trenitalia che, sempre più efficiente e lungimirante, da qualche tempo ha pensato bene di sopprimere lo storico collegamento diretto Torino-Venezia, rendendo gli spostamenti da ovest ad est (e viceversa) tanto scomodi e macchinosi da risultare ridicoli.
    Ripetete tutti con me: grazie Trenitalia!
    Ve l'ho mai detto?
    Io odio la stazione di Milano.
    No, non ce l'ho con la città meneghina, che tra l'altro conosco pochissimo, ma proprio con la sua caotica e sovraffollata stazione ferroviaria.
    Io, in qualità di sfigata passeggera sabauda di passaggio, mi trovo ogni volta a dover correre da un binario all'altro e da un treno all'altro, trascinandomi dietro una valigia strapiena e calpestando anziani innocenti, teneri bambini ed ingombranti donne incinte, con l'unico scopo di non perdere la coincidenza.
    Capirete che per una personcina mite e ben educata come me, un tale comportamento è fonte di grande disagio.

    Per questa volta credo di aver provocato solo un paio di traumi cranici e la rottura di qualche femore.
    E' proprio un mondo difficile.

    Prossima fermata: Verona.
    Sono seduta accanto ad una ragazza che ascolta musica in cuffia e ogni tanto canta ad alta voce.
    I primi 5 minuti ho pensato che fosse simpatica.
    Poi che fosse semplicemente una sopportabile scocciatura.
    Ora, dopo più di un'ora di viaggio, canzoni smozzicate ed acuti improponibili, vorrei solo che la giovine creatura chiudesse la sua boccuccia santa.

    Ecco a cosa serve realmente un blog: a condividere con i propri pazienti lettori le piccole frustrazioni quotidiane.

    E voi che fate di bello?
    Abbiate pazienza, sono parecchio impicciata ma pensovi, pensovi tanto.

    Come si fa a non amarla follemente?
    Scrivo questo post e non ci penso più.
    Vi svelo il mio segreto segretissimo.
    La mia grande vergogna.

    Voi però non ridete, ok?

    Siete pronti?

    Siete sicuri?

    Mi giurate che dopo questa rivelazione rimarrà tutto uguale tra di noi?

    Si?

    Ok, allora vado: prendo un bel respiro e poi lo scrivo.

    Anzi no, conto fino a 3.

    1

    2

    2 1/2

    2 3/4

    3

    Io, Jane Pancrazia Cole, non so andare in bicicletta.

    Ecco. L'ho scritto.

    Ora, scusatemi, ma corro a nascondermi.

    ...sob...
    Se racconti a due bambine dalla sfrenata fantasia le vicende di Fatima e dei pastorelli il minimo che possa accadere è che le due innocenti si lascino prendere dall'entusiasmo ed inizino ad imbastire un semplice quanto ambizioso progetto.
    No, non quello di farsi suore.
    No, neanche quello di darsi alla pastorizia.
    No, neppure quello di aprire un B&B a Fatima per accogliere i pellegrini.
    La mia compagna di banco ed io, dopo un'illuminante lezione di religione in terza elementare, decidemmo "semplicemente" che da quel giorno saremmo state buonissime in modo da guadagnarci anche noi un'apparizione della Madonna.
    La nostra non era una speranza ma una certezza. Ad un comportamento corretto sarebbe sicuramente corrisposto il premio desiderato, nello specifico una visione mistica. Punto. Le chiacchiere stavano a zero.
    Io che passavo i week end a giocare a calcio con mio cugino Ale sdrumandogli sempre le caviglie, più aggressiva di Gattuso e più fallosa di Materazzi; io che anni addietro avevo ceduto la Barbie in comodato d'uso a quel porco di Giuliano; io che ritenevo la messa domenicale la peggiore delle punizioni; io avrei intrapreso la via della beatitudine.
    Lei che conosceva certe colorite espressioni da far impallidire qualsiasi camionista turco; lei che passava i suoi pomeriggi a corcare di mazzate il fratello; lei che considerava il pettegolezzo una forma d'arte; lei mi avrebbe affiancata sulla medesima via.

    Era proprio il caso di dire: Dio le fa e poi le accoppia.

    Come andò a finire?
    Ci mettemmo solo 24 ore per renderci conto che nessuna delle due sarebbe stata in grado di mantenere una condotta di vita adeguata e quindi decidemmo di rinunciare.
    Ma negli anni seguenti ci saremmo comunque intrattenute in altri interessanti diversivi: come organizzare un mercato nero durante l'intervallo, sventare una rapina immaginaria in cartoleria e condurre una campagna tutta al femminile contro il bullo della scuola.
    Sapete com'è: ci piaceva tenerci impegnate.
    Ci sono persone che nascono coraggiose e affrontano la vita con sprezzo del pericolo ed una certa dose d'incoscienza.
    Io non sono una di quelle. Io sono nata paurosa e vivo facendomela metaforicamente sotto.

    Ma se adesso sono un'adulta discretamente pavida, da piccola ero proprio una fifona senza speranza.
    Una frignona priva di ritegno.
    Una palla al piede.
    Insomma: una discreta rompiballe.

    Avevo il sacro terrore dell'acqua.
    Quando mi facevano il bagnetto mi dibattevo come un'anguilla ed emettevo certi strilli che neanche un coguaro con la coda incastrata in una tagliola. E nelle vecchie foto al mare si possono ancora ammirare le mie espressioni da bimba gaudente in vacanza: c'è la classica "disperata, chi me l'ha fatto fare" sulla battigia e l'inarrivabile "terrorizzata, non voglio morire" nel canotto.
    Ovviamente avevo anche paura del buio.
    Ogni notte era una tragedia: vedevo ombre, immaginavo cose, mi convincevo che la stanza fosse infestata dai mostri mangia-bambini e così correvo a cercare riparo nel lettone dei miei.

    Ora che sono diventata una signorina grande non ho più bisogno della coercizione fisica per farmi il bagno, ho perfino imparato a nuotare e nelle foto delle vacanze le mie espressioni variano dal "ma quanto sono gnocca?" al "oh cielo sembro una balena spiaggiata" a seconda della trippa accumulata durante l'inverno.
    E il buio?
    Ovviamente ho ancora paura del buio. E chi non ce l'ha?
    Ma, in quanto adulta e vaccinata, dormo buona buona nel mio lettuccio, sperando che i mostri, nel caso si palesino, si pappino prima Ciccio.

    E voi? Che paure avete? Non vorrete mica lasciarmi da sola a "confessarmi"? Guardate che io ho anche paura della solitudine!
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