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His story 

The tracks are on fire.

The old man walks and sweats in a wool coat.

He sees me from afar. I smile.
He sits next to me. He smells.

"Do you take the next train?"
"Yes"


I pull out the headphones from the bag. I select the music.

It's not enough.
He speaks.
I give up.
I listen.

He starts telling his story.

A difficult childhood.
A bad mother. A selfish mother.
She's still alive. She's still bad and selfish.

A happy youth.
The '80s full of women, business, money, and friendship.

And then: drama.
Wrong choices. No more friends.
Debts.
Prison.

"Were you in prison?"
"Yes, it was a big scandal"
He's happy to have my attention, finally.

He speaks.

I listen.
Listen and surf the web. I want to know the truth, his words aren't enough.

I find something.

The story is true.
Him? I don't know.
I can't recognize his old tired face in the young man smiling on my phone.

"From the hills to the jail. He could have helped me, but he didn't"
"Who?"
"Him"
"Him? Him?"
"Yes. He's a son of a bitch!"
"He died years ago"
"He's a son of a bitch. Anyway."


The end.


Siete arrivati fino a qua? Bene. Avete appena letto il mio primo racconto in inglese. Oooooooooh.
Era ormai da tempo che volevo provarci. Esprimermi in un'altra lingua. Trovare un ritmo diverso.
L'occasione di buttarmi in questo mare grandissimo e straniero (nell'ovvio senso della parola) mi è stata data da Humans Torino. La pagina facebook dove il mio socio Sergio ed io raccogliamo volti e storie da sotto, sopra e tutto attorno alla mole. La maggiorparte dello spazio è dedicata a foto accompagnate da brevi didascalie, ma sono presenti anche piccoli racconti rubati alla quotidianità d'inconsapevoli passanti. 

Nelle ultime settimane il socio ed io abbiamo deciso che sarebbe stato il caso di tradurre tutti i post di Humans anche in inglese, "che magari non guadagnamo neanche un like, ma comunque fa figo", abbiamo sentenziato all'unisono da cialtroni par nostri. Così abbiamo iniziato a lavorarci. Così ho(!) iniziato a lavorarci.
Prima ho scelto le didascalie più brevi, poi quelle più semplici, infine ho deciso che fosse tempo di provarci con un racconto. E oggi ci ho provato.
"His story" è il risultato di questo esperimento. Esperimento rivisto e corretto da nientepopodimeno che Renée, una delle Comari berlinesi. Non so se mi spiego!

E' stato faticoso ma incredibilmente stimolante poter rimettere mano alle mie parole, cercare un nuovo respiro, riadattare il tutto a una lingua diversa. Il racconto è sempre lo stesso ma è anche un altro. E io ne vado molto orgogliosa. Questo piccolo figlio, ammettendo che a qualcuno interessi, potrà essere letto da milioni di persone in più. Lui ha un passaporto che, almeno nei miei sogni, lo potrà far viaggiare. 
E' la prima volta che ciò accade a una mia storia. Ed era il momento che accadesse.

Quindi, volete farmelo un piacere? Mandate questo link a i vostri amici sparsi per il mondo. Fate "partire" questa piccola storia per il suo lungo viaggio. 
Grazie. Thank you.

N.d.A: la versione italiana del racconto la potete trovare qui.
Quest'anno le mie vacanze sono state brevi e spezzettate, ma non prive d'interessanti rivelazioni.
Rivelazioni che vado a condividere con voi, miei amati lettori, perché la conoscenza va diffusa, elargita, lanciata al popolo come carnevaleschi coriandoli.

Sul lago di Garda ho capito che la Coca Cola Zero dà dipendenza fisica e, soprattutto, psicologica.
Non si spiegherebbe altrimenti il motivo per cui un mio amico, prossimo alla morte per totale disidratazione, si sia incaponito nel girare 3 diversi bar, rifiutando di assumere qualsiasi altro liquido, fino a trovare l'ultima lattina disponibile della nota bevanda. Lattina a cui si è fisicamente congiunto, tra lacrime e risate, con l'equilibrio emotivo di un concorrente da reality.

In riva al mare di Recco ho elevato la focaccia ligure, quella sottile salata e croccante, al rango di unico alimento di cui valga sempre la pena nutrirsi. Che sia mattina, pomeriggio o sera, essa è in grado di appagarti e allietarti. Essa è la soluzione ad ogni mancanza e necessità. Null'altro serve. Essa è.

Immersa nelle langhe mi sono, per l'ennesima volta, interrogata circa la nota freddezza di noi piemontesi (che siano acquisiti o meno). Tali aprioristiche convinzioni sono il frutto di una profonda ignoranza. Chi è in grado di produrre dei vini rossi così, è uno che dei piaceri della carne, di tutti i piaceri della carne, se ne intende. Eccome se se ne intende!
Noi non siamo freddi. Siamo solo un poco sbattuti.
Sabato, 13 settembre, 2014

La mattina vado a tagliarmi i capelli.
Il pomeriggio mi preparo secondo il dress code indicato: nero, bianco e rosso. Pantaloni neri, top bianco, smalto e rossetto rossi.
Mi sono scocciata di fare l'intellettuale e ora gioco la carta panterona. Roar.

Arrivo all'appuntamento con l'entusiasmo e l'emozione del primo giorno di scuola. Le mie compagne di avventura mi abbracciano e festeggiano:
"Ammazza che gnocca!"
"Stai benissimo con la tua nuova pettinatura"
"Sì, ma hai il rossetto sui denti"...ecco. A vestire i panni di selvagge feline bisogna esserci portate. Io non lo sono. Miao.

Oggi si tiene la festa d'inaugurazione di OffStage, la stagione teatrale che include al suo interno Facce da Palco.
Gli artisti presentano brevi stralci dei propri spettacoli in una cornice meravigliosa: piazza Vittorio!
Per i non indigeni e pratici agevolo una foto.

http://www.turinphototours.it/
Dalla quale non si capisce una mazza, ma l'immagine è spaziale e quindi ve l'agevolo lo stesso. Perché, anche in questa nuova stagione blogghistica, l'andazzo di "faccio le cose a ca..." mi accompagnerà fedelmente. E ci mancherebbe!

Piazza Vittorio è uno sfondo da favola, ma non è certo l'ideale per un'esibizione all'aperto: c'è confusione, rumore e l'amplificazione alcune volte deficita. Ma gli artisti di OffStage, dotati di notevoli attributi, non mollano, vanno avanti per la loro strada, strappano risate, applausi ed emozioni a mazzi.

Nell'ordine ci sono:

il duo Popoff, che presenta musica e parole, e mi fa sognare un cappellino rosso in precario equilibrio tra i miei ricci.

Seguono gli improvvisatori DettoFatto che, come sempre, scelgono di coinvolgere il pubblico a proprio rischio e pericolo:
"Ci dici il titolo di una favola che ti piace molto?"
"..."
"Una storia per bambini"
"Ah, lo so: Walt Disney!"
"Ma Walt Disney è una persona non una favola"
"..."
"Vabbé lo chiediamo alla tua amica, tu intanto pensaci, eh!"

Poi è la volta del musicista Emanuele Francesconi che, con il suo piano, ci regala una perfetta colonna sonora, e ci promette esibizioni future di note e voce.

Tocca alle Paperelle Scampate che propongono pochi minuti di "Non di sola parola", lo splendido spettacolo fatto di danza, poesia, e immagini di cui già vi parlai mesi fa.

Si buttano nella mischia anche i giovani allievi della scuola Mal dei Fiori Neoarcheoteatro, dimostrando la giusta dose di coraggio e incoscienza.

A chiudere Nathalie, Francesca ed Elena, le tre madri, levatrici e maestre della rassegna che ci raccontano una storia surreale di amore, inganno, legami e mistero tutto femminile.

La serata scivola via mentre io, liberatami di gran parte del rossetto, ciuccio avidamente un mojto. Seduta accanto ad amici e colleghi con cui è sempre un piacere ubriacarsi di chiacchiere.

La rassegna di OffStage prenderà il via il 27 settembre con Cecilia d'Amico, vincitrice della scorsa edizione di Facce da Palco. Voi segnatevi la data ma, non temete, ne riparleremo su questa pagina e su quella di Humans Torino. La parola d'ordine di questo autunno sarà media partnership. Che non mi è chiarissmo cosa significhi, ma fa tanto fine e non impegna.
Ogni mattina mi sveglio presto, tiro su i capelli come piacevano al marito mio, metto l’acqua di colonia dietro agli orecchi e piano piano, con la pioggia o con il sole, mi trascino fino a qua.

Augusto ed io siamo stati sposati quasi sessant’anni.
Ed io racconto la storia nostra da sempre, prima alle nuore ed adesso alle nipoti. Loro sospirano e sognano per questi due innamorati bruttarelli che si sono trovati a dividere una vita intera per caso e per disgrazia. Una storia così non c’avrebbe mai posto nei libri di favole o al cinematografo. Una storia così può esistere solo nella vita vera.

Augusto ed io abbiamo cresciuto assieme sei figli: Sandro, Enrico, Luciano, Donato, Cristiano e Felice. Abbiamo messo assieme un esercito di maschi rumorosi e disordinati, ma onesti e tutti grandi lavoratori. Ad occuparmi della casa e di quel branco di selvaggi delle volte mi sono sentita peggio d’ una schiava, ma poi a guardarli negli occhi uno ad uno sono stata orgogliosa come una regina.
Io per loro, per tutti loro, sono sempre stata “mamma Adelì” e lui “lu Babbo”.

Pochi anni dopo la fine della guerra, quando mamma mia s’era già sdraiata vicino a Lucia, abbiamo cercato fortuna in città, che la poca terra che avevamo ed il ricamo non bastavano più per dare da mangiare a tutte quelle bocche.
I ragazzi li abbiamo mandati a scuola, dal primo all’ultimo, e mentre loro studiavano anch’io, con l’aiuto dei più grandi e di Augusto, ho finalmente iniziato a leggere. Non mi sono certo fatta dottoressa o scienziata ma almeno un poco meno ignorante. Ora è normale e non ci si rende manco conto di quanto sia importante. Che delle volte, a non saper leggere e scrivere, ci si sente come ciechi e sordi. O peggio ancora ci si sente stupidi.

Ma non voglio star qua a raccontar frottole. Il matrimonio nostro non è stata mica perfetto ed anche Augusto, purtroppo, c’ha avuto le debolezze sue e qualche porcheria me l’ha fatta. Che, già ve l’ho detto, i maschi so fiacchi e prima o poi ce cascano tutti. Come quella primavera del ‘62 quando gli arrivò una nuova collega in fabbrica. Una svergognata, di sicuro. Io ho passato mesi a far finta di niente e foderarmi gli occhi e li orecchi col prosciutto. Lui faceva tardi dal lavoro, aveva sempre la capoccia da un’altra parte e di tempo per me non ce ne aveva più. Non so cosa sia successo e non lo voglio manco sapere, ma un giorno di luglio Augusto tornò a casa in orario e ricominciò finalmente a guardarmi come faceva prima. Non ci fu bisogno di dirsi niente e da quella sera tutto tornò normale. E tornammo ad essere due sposi che dormivano vicini ed intrecciati per freddo, abitudine, ma anche per amore.

Non mi piace parlare di quella vecchia storia ed alle ragazze non l’ho mai raccontata, che certe cose riguardano solo me e lui, nessun altro. Augusto è tornato da me e questa è l’unica cosa importante. L’estraneo di quei pochi mesi non lo voglio manco ricordare. Preferisco pensare a quel vecchio rugoso che in ospedale, di fronte alle bimbe appena nate di Luciano, mi sussurrò con gli occhi lucidi: “Ce ne hanno messo de tempo, ma finalmente le gemelline so arrivate.”  Quelle bambine belle, sane e perfette furono come il miracolo che tutti noi aspettavamo da sempre, e per il battesimo loro le mogli di Sandro ed Enrico gli prestarono i vestitini fatti da Lucia mia. Da Lucia nostra.

I ragazzi si sono sparpagliati per tutto il mondo, mentre noi, con la pensione, siamo tornati a vivere al paese in un appartamento al primo piano con un bel terrazzino per stare all’ombra e respirare l’aria buona. Ed ogni estate abbiamo insegnato ai nipotini nostri ad arrampicarsi sugli alberi, tirare con la fionda e sputare i noccioli delle cerase.

Sessant’anni sono così tanti che alla fine non ti ricordi neanche com’era la vita tua prima. Ti sembra che debba continuare così per sempre e che un giorno passerai al Creatore assieme al marito tuo, a braccetto, come quando andavate a passeggio la domenica. Ma non succede quasi mai purtroppo. Di solito uno dei due se ne va prima e lascia da solo l’altro.

Una mattina mi svegliai all’alba, la stanza era buia e tranquilla, ma c’era qualcosa che mi dava fastidio.
Nella nostra camera da letto non c’era mai silenzio. Augusto russava, ma non russava mica in maniera normale. Soffiava, sbuffava, grufolava, uno poteva stare ad ascoltarlo per ore senza annoiarsi mai. Ma quella mattina no, quella mattina era come se nella stanza non ci fosse più.
Mi girai a guardarlo e lui era lì. Immobile.
“Augù, ma che fai? Nun sarai mica morto? Dai nun scherzare, Augù”.
Che cosa stupida da dire: Augusto mio non avrebbe mai scherzato su una cosa così. Non un’altra volta.
Era proprio morto. Morto stecchito.

Ma che si more cuscì? Senza avvertire? Senza darmi il tempo di salutarti? Di dirti quanto bene ti ho voluto e quanto mi hai fatta felice?

Vengo qua tutti i giorni per dirtelo, Augù, sei stato la vita mia.


Fine.

N.d.A. La storia di Tizzoncino, il cui titolo originale è “Spera di sole”, fu scritta da Luigi Capuana(1839-1915) ed è contenuta nella raccolta “Si conta e si racconta”(Muglia Editore, 1913; Pellicanolibri, 1985).


Prologo - 1 - 2 -3-4-5-6-7- 8 - 9 - 10- 11- 12- 13- 14- 15- 16- 17- 18- 19- 20- 21- 22- 23- 24- 25- 26- 27- 28- 29
Non dimenticherò mai la prima notte di nozze. Me ne stavo accucciata sotto le coperte, aspettando lo sposo mio con lo stesso animo di uno che sta nella sala d’aspetto del dentista: un poco c’avevo voglia di scappare ed un poco di farmi cavare subito sto dente e non pensarci più.
Quando finalmente lui mi raggiunse, si sdraiò accanto a me e, senza dire manco una parola, si voltò dandomi le spalle.
“Notte, Adelì.”
“Notte, Augù.”
Dopo cinque minuti già russava come un trattore.
Forse era nervoso come me oppure l’aria spaventata mia gli aveva fatto passare tutte le voglie. La verità non me l’ha confessata mai e io non ho mai avuto la faccia di chiedergliela neanche dopo tanti anni. Ma fatto sta che, per quella sera e molte altre a venire, Augusto decise di non far rispettare i diritti suoi da marito.
Ero cresciuta in campagna in mezzo agli animali e più o meno lo sapevo come funzionavano certe cose. Ma una donna non è mica una giumenta e mamma mia s’era ben guardata dal darmi qualche spiegazione un poco utile. Che, comunque, ai tempi miei il massimo che ti diceva una madre prima dello sposalizio era: “Sta ferma e fa fare tutto allo marito tuo. Che prima inizia, prima finisce.”

La relazione tra me ed Augusto non era mai stata intima, non ci eravamo mai corteggiati né baciati, figurarsi fare altro.
Di fronte al Signore ed allo Stato eravamo marito e moglie ma tra di noi continuavamo a comportarci come prima. Eravamo parenti, stavamo diventando pure amici, ma ce ne sarebbe ancora voluto del tempo per diventare amanti prima ed innamorati poi.

I bambini invece rifiorirono subito, meglio degli alberelli a primavera. Il matrimonio era stato celebrato per il bene loro ed infatti furono loro a goderne subito i vantaggi più di chiunque altro. Stavano tornando ad essere sereni sia di giorno che di notte. Erano felici di avere la nonna e la zia sempre a casa. Delle volte però capitava ancora che al buio la paura si facesse troppo grande ed allora si presentavano tutte e due in camera nostra, mano nella mano, con le canotte che gli arrivavano ai ginocchi, i nasi che colavano e le guance sporche di pianto. Così belli e dolci da mangiarseli di baci.
Mia madre dormiva sopra un lettuccio nella stanzetta loro, ma aveva il sonno pesante e non si accorgeva di niente. Invece io sentivo i piedini ignudi sul pavimento già dal corridoio. Alzavo le coperte e senza dire una parola li facevo subito intrufolare nel lettone, che tanto di spazio ce n’era in abbondanza. Altro che due bambini, i primi tempi Augusto ed io dormivamo così distanti che in mezzo ci sarebbe potuto stare comodo pure un asino bello grasso.

Ma giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, cominciammo a cercarci. Era la natura che ci chiamava. Se metti due giovani e sani, con tutte le cose al posto giusto, sotto lo stesso tetto e addirittura a dividere il medesimo letto è normale che la carne si risvegli. Sia quella d’Augusto che, dopo il dolore ed il lutto, sembrava finalmente ricordare la vita con i piaceri suoi. Sia la mia, che certe sensazioni ancora non le conosceva ma diventava ogni giorno più curiosa.
Delle volte, mentre lavavo le stoviglie o stavo accucciata a strofinare il bucato, mi sentivo lo sguardo di Augusto addosso. Erano solo attimi ma bruciavano come il carbone nella stufa. Quegli occhi scuri seguivano la curva abbondante dei fianchi miei o l’ondeggiare dei seni. All’inizio sembrava un ragazzino che spia dal buco della serratura ma poi divenne sempre più sfacciato. Ed io, ogni volta che incrociavo gli occhi suoi, mi sentivo tutta scombussolata come dopo una sorsata di vino caldo.

Augusto con gli occhi mi accarezzava e delle volte perfino mi spogliava, ma con le mani non mi toccava mai. Teneva quelle grandi mani sue, chiuse a pugno, dentro le tasche.
“Cuscì nun me venivano tentazioni”, mi confessò anni dopo.
Bravo. A lui non gli venivano tentazioni, ma a me continuavano a venire sempre più spesso certi pensieri strani, che a ricordarli adesso ancora mi faccio rossa come un pomodoro maturo. Mi sentivo così confusa che, se non fosse stato per la paura di essere rifiutata o di fare una brutta figura, gli avrei buttato le braccia al collo come avevo fatto con Gino. E al diavolo tutto!
A letto la distanza si faceva ogni giorno più piccola e delle volte eravamo così vicini da sentire l’uno il calore dell’altra. Fino a quando una notte la mano di Augusto si appoggiò sul fianco mio. “Si sveglia, Adelì?”, mi chiese con una voce bassa e profonda, di quelle che senti più con la pancia che con gli orecchi. Io non ebbi manco il tempo di rispondere, che dal corridoio si avvicinarono due paia di piedi scalzi.
Lui, bofonchiando una bestemmia, si girò dall’altra parte e si rimise a dormire ed io, sospirando delusa, feci salire le due pesti sul lettone. Quella fu la prima notte in cui il materasso divenne troppo piccolo per tutti e quattro.

Poco tempo dopo in paese si scatenò la festa.
Era l’estate del ’44, quando una lunga fila di camion occupò lo stradone principale come una grossa biscia. Sopra, a salutare e far festa, centinaia di giovani in divisa  sorridevano ai bambini ed ammiccavano alle femmine.
“So arrivati li americani!”, urlavamo tutti.
Che poi i nipoti miei, che so tutti studiati, m’hanno spiegato che al paese nostro ci sono venuti gli inglesi mica gli americani, ma che ne sapevamo noi a quel tempo lì? Per noi erano tutti uguali: alti, bellocci e non si capiva niente quando parlavano.
Nel giro di pochi minuti ci trovammo tutti per strada. Don Felicino con la tonaca impolverata e gli occhi rossi dall’emozione. I Casotti che ridevano e battevano le mani sognando il ritorno a casa dei figlioli loro. Annamaria che faceva girare la gonna come una bimba. Le ragazze non maritate tutte sorrisi e risatine. Ed i bambini che correvano come pazzi a fianco delle ruote dei furgoni, che erano alte quanto loro e c’era d’aver paura che qualcuno ci restasse sotto.

Quel giorno sembrò l’inizio di una vita nuova e di un mondo nuovo. Tutti noi avremmo ricordato per sempre la fame. Quella vera, che ti toglie la dignità, che ti fa litigare l’erba con gli animali e ti porta a dare la caccia ai ricci, gli uccelletti e perfino i gatti. Che se lo dici adesso la gente quasi te ne dice dietro, perché non lo sa più cosa vuol dire stare male per colpa dello stomaco vuoto.
Noi per anni siamo andati avanti con certe zuppe: tutta acqua e niente sostanza. Ed eravamo pure fortunati, perché stavamo in campagna con un poco di terra e qualche bestia, mentre quelli di città ad un certo punto non c’hanno avuto più manco gli occhi per piangere.

Tutti noi avremmo ricordato i visi e le voci di quelli che rimanevano indietro. Il bell’Emilio, che tornò chiuso in una bara di legno, lasciando la povera Costanza vedova e con tre bambini piccoli. Donato e Cristiano, fratelli di Augusto, morti talmente giovani da non avere ancora manco la barba sulla faccia. Tommaso, che era tanto bravo a fregare i frutti colorati dagli alberi in estate e a cui toccò andarsene in mezzo al freddo bianco e vuoto della Russia, e rimanerci a riposare per sempre, povero amico mio. Ed il signor Mariotti, che non tornò mai manco da morto, e che la famiglia sua piange ancora di fronte ad una targa fatta appendere dal figlio Pino, il primo giorno dei suoi vent’anni da Sindaco del paese.

Ma tutti noi ora volevamo andare avanti.
La famiglia mia aveva avuto la parte sua di disgrazie e dolori e forse anche per noi sarebbe finalmente cominciato un periodo più fortunato e lieve. Mia madre se ne stava da parte, infastidita da tutta quella confusione. Che, ormai, a lei dopo il matrimonio e la certezza di aver sistemato pure la figlia sua piccola ed i nipoti, non le importava più di niente ed aspettava solo, buona buona, di andare a riposarsi accanto a Lucia. Enrico, seduto per terra, s’impiastricciava la faccia con le cerase che gli aveva portato zia Caterina. Sandro era corso chissà dove con gli amichetti suoi.
Un ragazzotto in divisa si lisciò i baffetti sottili e mi strizzò l’occhio: “Bongiorno bela siniorina”
“E’ na signora”, gli rispose serio Augusto, stringendomi la vita con un braccio.
Mi voltai a guardarlo. C’aveva il profilo rigido e lo sguardo di un cane da guardia. Lo sguardo di un marito geloso. Lo sguardo del marito mio.
Il braccio mi stringeva con una presa che negli anni avrei saputo riconoscere pure ad occhi chiusi, ma quel giorno era ancora nuova e mi faceva bruciare la pelle attraverso i vestiti. Lasciandomi confusa e con la capoccia che girava.

Quello fu un giorno di gioia e la sera, complice l’aria di festa ed il vino, Augusto ed io facemmo all’amore per la prima volta. Furono carezze, baci e morsi. Con gli anni avremmo imparato a memoria la danza nostra ma quella prima volta, pure se confusa e faticosa, l’avremmo sempre ricordata con nostalgia.
Con le gambe ancora intrecciate gli sussurrai: “Pure la storia delli sassi era stata n’idea mia.”
“Bene, Adelì, c’hai altro da dirme? Cuscì co stanotte ce togliamo tutti li pensieri.”
“No, me sembra de no. Me sembra che t’ho detto tutto.”
“Bene.”
“Si arrabbiato?”
“No”, mi rispose lui ridendo.
“Ma che te ridi?”
“Gnente, è colpa tua.”
“Colpa mia?”
“Sì, me sa che co te me ne farò proprio tante de risate.”
“E’ na cosa brutta?”
“No anzi è na cosa bella.”

Quella notte, a più di un anno dal sì pronunciato in chiesa, cominciò realmente il matrimonio nostro.

Continua...


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Periodi brevi. Frasi semplici. Punteggiatura spietata.
È così che scrivo.

(Parentesi aperte che non si chiudono, "Virgolettati abbelliti da una memoria selettiva; subordinate che reggono altre subordinate che reggono interrogative irrisolte.
È così che vivo.
Gli ultimi mesi di lutto sembrarono volare via ed io mi ritrovai la notte prima della cerimonia agitata da mille dubbi e paure che mi si mangiavano da dentro. Mi rigiravo nelle coperte peggio di un polletto allo spiedo, con gli occhi sbarrati ed il cuore che pareva impazzito.
“Che c’hai?” mi chiese mamma mia.
“Gnente”
“Allora dormi”
“Nun so capace a fare la mamma. Nun so come se fa”
“E in tutti sti mesi che hai fatto?”
“Perché volete fare crescere li bambini proprio a me? Solo pe fa sta zitta la gente?”
Per la prima volta diedi fiato alla domanda che mi girava in testa da mesi. Perché io? Il paese era pieno di femmine più adatte di me, più mature, più dolci e pure più belle. Perché Augusto l’aveva chiesto a me? Perché mia madre voleva che i nipoti suoi fossero allevati dalla figlia sua più selvaggia e peggio riuscita.
“Perché sorella tua vorrebbe a te”, fu la risposta.
Io a questo non ci avevo pensato mai e, nel giro di pochi minuti, senza accorgermene, mi addormentai.

Il nostro non fu certo quel tipo di sposalizio che sognano le bambine quando giocano con le bambole. Non fu un giorno di festa ma solo la firma di un contratto che ci avrebbe legati per sempre.
In chiesa c’eravamo solo Annamaria, zia Caterina, la mamma, i bambini, Augusto ed io. A farci da testimoni ci pensarono una delle signore della canonica ed il marito suo. A parte la zia, nessun altro parente dello sposo si presentò, avvelenati che lui scegliesse ancora una volta di legarsi a quei morti di fame dei Carretta.
Non si degnò di venire manco il signor Ottavio. Su Lucia aveva chiuso un occhio, dato che era povera ma “na vera bellezza”, ma su di me no.
“Questa c’ha le caviglie grosse e nun è certo sto granché. A questo punto te potevi sposare Angela: lu fratello mio le lascerà quel bel campo dietro la villa”, aveva commentato quando eravamo andati ad annunciargli le nozze. In quell’occasione Augusto mi aveva trascinata fuori da casa dei Parise, tenendomi per mano e sbattendo la porta.
“Te chiedo scusa pe babbo mio: è na bestia!”
“Nun te preoccupare Augù, nun me so mica offesa. Già lo so de nun essere na bellezza ma almeno io nun ce li ho i baffoni della cugina tua.”

Durante la cerimonia Enrico dormì come un angiolo tra le braccia di mamma mia. Sandro all’inizio rimase tranquillo seduto in un angolo ma poi si alzò e si mise in piedi accanto a me.
“Torna a sederti!” lo sgridò Don Felicino.
“No, lasciatelo stare qua”, replicai io.
“Questo non è il posto suo”
“Si, che lo è”, chiuse serio Augusto.
Al mio “Sì” avevo alla destra Augusto ed alla sinistra Sandrino. Mi ero sposata con tutta la famiglia di Lucia. Ed era giusto così.

All’uscita dalla chiesa mi avvicinai all’orecchio dello sposo mio e gli sussurrai: “Quella volta t’ho detto na bugia”
“Quando?”
“Lu cane, la bonanima de Puzzo, te l’avevo mandato dietro io”
“E perché me lo dici proprio adesso?”
“Mo che siamo sposati me pareva brutto tenere sto segreto”
“E lu gioco dei sassi è stato n’idea tua?”
“N’idea mia? No! Ma che fai scherzi? Che pensi che so cuscì cattiva? Quella è stata colpa de quella carogna de Teo”

Dopo la cerimonia andammo tutti a casa, dove mamma mi fece trovare la tavola apparecchiata con una tovaglia di lino bellissima.
“E questa da dove esce?”
“Dal corredo de nonna Ada. Nun credevo te saresti sposata mai, ma nun me pareva giusto dare tutto a Lucia e a te lasciarte senza gnente, e cuscì te l’ho conservata.”

Un giorno, quando sarò anch’io dall’altra parte, preparerò un buon pranzo per tutti quanti e mangeremo tra i melograni ed i tralci d’uva di quella stoffa meravigliosa. I piatti saranno ricchi, i sapori deliziosi e l’acqua fresca come quella della fontana della piazza. Nonna Ada ci coccolerà tutti come bambini. Mamma sarà serena e sorridente come non l’ho vista mai. Forse ci sarà anche il babbo che, a forza di prendere mazzate dai diavoli, si sarà raddrizzato, diventando finalmente un capofamiglia come si deve. Lucia sarà giovane e bella come l’ultima volta che la vidi. Ed io le chiederò quello che voglio sapere da più di sessant’anni: “Ho fatto bene? E’ stata la scelta giusta? Avresti scelto davvero a me?” e lei, se Dio vorrà, mi risponderà di sì, chiudendo la boccaccia per sempre a quella vocina maligna che ogni tanto, nei momenti più difficili come in quelli più felici, mi ha sussurrato all’orecchio: “Sei na ladra. Questa nun è la vita tua.”
Ed ovviamente a capotavola ci sarà Augusto.
Da una parte quello giovane che aveva fermato Lucia lungo la strada e si era presentato a chiederne la mano a mia madre. Sarà seduto tra le due gemelline e potrà finalmente guardarsele con tutto l’amore del mondo per l’eternità.
Dall’altro lato ci sarà il marito mio. L’uomo diventato vecchio e spelacchiato ma ancora capace di farmi arrossire con una strizzata d’occhio ed un sorriso.


Continua...


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Dopo una giornata così, c’avevo solo una gran voglia di buttarmi nel lettone e dimenticare tutto almeno per qualche ora, ma prima dovevo andare da qualcuno che forse aveva passato un giorno persino peggiore del mio.

Appena si aprì la porta mi trovai davanti l’ultima persona che m’aspettavo: “Che ce fate voi qua, zia Caterina?”
“Le ho portato una zuppa. E tu?”
“Pur’io, ma de sicuro la vostra è meglio”
“La tua la teniamo pe domani, intanto io finisco co questa”, e si rimise ad imboccare Annamaria.
La Pazza se ne stava buona buona seduta al tavolo con un gran fazzoletto annodato al collo. Lei e la zia c’avevano praticamente la stessa età ma l’amica mia, con quella foresta di capelli bianchi e la faccia rugosa come una prugna secca, sembrava più vecchia ancora.

Annamaria mangiò tutto, fino all’ultimo boccone, senza dire manco una parola poi, come le aveva insegnato la Vedova del Dottore, si mise subito a letto.
“La Signora è andata dalli angioli”, mi disse.
“L’ho saputo”
“Pensi che nun torna proprio più, più, più?”
“No, nun torna più”, le risposi, mentre gli occhi suoi diventavano ancora più grandi e lucidi. E per distrarla aggiunsi: “T’ho portato questo, guarda”
“Ma questo è tuo, te l’ho dato io”
“Lo so, ma mo serve de più a te”
Annamaria mi sorrise e poi si ranicchiò nel letto, stringendo il nastro giallo tra le mani sue.
Io mi ci accucciai accanto e l’abbracciai stretta stretta, come avevo fatto tante volte in quei mesi coi piccoli miei: “In un paese tra le montagne ce stava na fornaia co na figlioletta nera come lu carbone”, cominciai.
Quella volta non ci fu neanche bisogno che arrivassi alla fine perché l’amica mia, stracca e triste, si addormentò molto prima.

“Sei brava a raccontare le storie”, mi disse zia Caterina.
“Ne so solo una, racconto sempre la stessa”
“E’ na bella favola. Come finisce?”
“Tizzoncino e Reuccio se sposano. Annamaria dice che fanno pure na bambina. Pe Sandro ed Enrico invece fanno du bei maschietti e Reuccio ammazza n orso cattivo co la spada sua.”
Ormai era ora che me ne andassi ma prima le chiesi: “Ce pensate voi adesso a lei?”
“Sì, l’ho promesso alla madre mia”
“Alla madre vostra?”
“Prima de morire m’ha fatto promettere che, dopo la Vedova del Dottore, c’avrei pensato io ad Annamaria”.

E la zia Caterina mi raccontò finalmente tutta la storia. O almeno tutto quello che avevano raccontato a lei, che certi segreti se li sarà portati nella tomba la Strega e là ci rimarranno per sempre.
Una storia che pare una favola, dove ci sta tutto: l’amore, la morte, i cuori cattivi, quelli boni e pure lo dimonio con tutto l’inferno suo. Una storia con un principe, una principessa, un re prepotente e due fate madrine. Una storia che sarebbe piaciuta tanto all’amica mia.

Mariuccia veniva da una bella famiglia della bassa Italia. Era giovane, carina e c’aveva tutto quello che voleva: una vita facile e un amore con gli occhi di fuori come un ranocchio, ma che a lei pareva bello come un principe. Se Dio avesse voluto loro due sarebbero potuti essere tanto felici ma, chissà perché, il Signore c’aveva un disegno diverso nella capoccia.  E così il fidanzato s’ammalò e nel giro di pochi giorni lasciò Mariuccia da sola.
Sola con una pagnotta nella pancia: la piccola Annamaria.
Il babbo di lei, che c’aveva il core grande quanto una nocciolina e gli piaceva tanto urlare ordini e comandi manco fosse un re con tutti i servi, dopo aver bestemmiato ed insultato quella svergognata della figlia sua, la fece chiudere in un Istituto, una Casa dei Pazzi, un manicomio. Un palazzo brutto e scuro come il castello d’un mago cattivo, dove ci stava di tutto, dagli orfani alle femmine sole, da quelli che si credevano Garibaldi ai bambini poco svegli e un poco strani. In un posto così pure quelli sani, e ce n’erano tanti, diventano matti sul serio.
Ma Mariuccia c’aveva la capoccia fina e, lo sa solo il diavolo come, entrò dalla porta, uscì dalla finestra e dentro quell’inferno in terra non ci passò manco una giornata intera. E scappò subito verso l’alta Italia.
Tanto su, veramente, non c’arrivò mai ma si fermò dalle parti nostre, stracca e grassa, a mettere al mondo la creatura sua nel convento delle suore della valle.

Un anno dopo tutte e due, madre e bambina, finirono per caso in paese da noi. Cercavano solo un posto dove fermarsi qualche giorno ma alla fine questi quattro contadini ignoranti e le strade piene di polvere diventarono la famiglia e la casa loro. Mariuccia divenne La Strega che faceva filtri e salvava matrimoni. Annamaria crebbe in un mondo tutto suo di canzoncine sgangherate e animali parlanti.

Quando poi la Strega s’ammalò chiese alle migliori amiche sue, la Moglie del Dottore e Parise Agnese, di occuparsi della piccola, di aiutarla e di non farla finire, per nessuna ragione al mondo, in uno di quei castelli dei maghi cattivi.
La signora Agnese c’aveva già sei figli ed un marito ancora lontano ma la Vedova del Dottore, che a quei tempi ancora vedova non era, figlioli non ne aveva avuti mai e non vedeva l’ora di poter finalmente fare pure lei la mamma. Ma certe favole non sono fatte per finire proprio nel modo più giusto e facile, ed infatti il medico si rifiutò di prendersi in casa una bimba che non era sangue del sangue suo ed in più non era manco tutta apposto con la testa. E la Signora questa cosa non glie l’ha perdonata mai e da quel giorno non gli ha voluto più il bene che gli voleva prima.

Le due amiche, per mantenere comunque la promessa fatta a Mariuccia, portarono via la piccola Annamaria e la nascosero nel convento, lo stesso dov’era venuta al mondo dieci anni prima e dove rimase fino a quando si fece una signorina.
E una volta divenuta grande, una femmina con la capoccia piena di farfalle colorate e favole, le due fate che non erano state capaci di fare magie la riportarono in paese.
La Signora, che ormai Vedova c’era diventata, provò a fare vivere Annamaria in casa con lei, ma la principessina svitata non ne voleva sapere di stare in un posto diverso dalla casa sua e non voleva nessuna compagnia oltre alle bestie.
“E cuscì la Vedova del Dottore s’è dovuta accontentare di aiutarla come ha potuto. L’ha tenuta pulita e le ha portato da mangiare tutti li giorni negli ultimi trent’anni”
“E mo ce penserete voi?” chiesi a zia Caterina.
“Sì, pure io so vedova e nun c’ho figli. Per questo mamma mia l’ha chiesto a me”
“Nun ve peserà troppo?”
“Lei c’ha bisogno de na mamma e io de na figliola”
Già sulla porta mi girai a chiederle l’ultima cosa: “Me la fate na promessa?”
“Dimme”
“Se avete di bisogno me chiedete aiuto?”
“Te lo prometto. Croce sul core. Ma tu nun te devi preoccupare pe me e l’amica tua, noi staremo bene. Tu c’hai li figli de Lucia da guardare. E’ quello lu destino tuo”, mi disse e mi augurò la buona notte.
  
Appena in strada tornai da Augusto quasi di corsa. La casa era già tutta buia, ma io bussai lo stesso. Non sono mai stata beneducata e quello non era certo il momento giusto per cominciare.

Quando la porta si aprì dissi solo: “Sì”

Quella primavera nella chiesetta del paese si sarebbe celebrato un matrimonio d’amore. Non quel tipo di sentimento che lega un uomo e una donna. Ma quello che ci legava tutti e due ai bambini e a Lucia nostra.

Continua...


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Una storia vera. 
I binari bruciano.
Il vecchio col completo di lana passeggia sotto la pensilina.
Suda.

Mi punta da lontano. Sorrido. Mi si siede accanto.
Puzza.

"Anche lei deve prendere questo treno?" chiede.
"Sì" rispondo.
Tiro fuori gli auricolari. Seleziono la musica
.

Non basta.
Lui parla.
Mi arrendo.
Lo ascolto.
Racconta.

(...)

Volete sapere come finisce questa storia?
Seguite il link.
E se ancora non conoscete quella pagina fermatevi a dare un'occhiata.
E' roba mia. Ovvio che è roba mia.
Ancora me la ricordo, come se ce l’avessi davanti in questo momento, la faccia di mamma che mi dice che devo sposare il vedovo della sorella mia.
A sentire queste cose adesso ai giovani gli vengono i brividi ma una volta era quasi normale. Normale per gli altri, perlomeno. Non tanto per me, perché a me i brividi vennero eccome. Mi sembrava che il mondo stesse andando alla rovescia e che fossero diventati tutti pazzi.

Me la presi col Signore, la morte, mia madre, Augusto e pure Lucia che mi aveva lasciata in un pasticcio così grande. Mamma mi fece sfogare e poi aggiunse senza manco battere gli occhi: “Se nun ce pensi tu, Augusto cercherà quarghidun’altra per crescere li figli de Lucia.”
Quella donna, pure mo che dormiva poco e niente e quando stava sveglia c’aveva la capoccia quasi sempre da un’altra parte,  riusciva comunque a capire quale fosse il punto preciso da colpire. A me sposare Augusto sembrava una cosa assurda, una cosa sbagliata, una cosa sporca. Mi sembrava di rubare la casa, la famiglia, la vita della sorella mia. Ma l’idea che un’altra donna crescesse i nipoti miei era più brutta ancora.
“E chi?”
“Le Zaccaria ce stanno facendo più d’un pensiero.”
“Ma che stai scherzando?”
“No, te parono cose da scherzare queste?”
“Ma tu come le sai tutte ste chiacchiere che nun esci mai de casa?”
“Lo conosci sto paese com’è. Le voci passano pure le porte chiuse a chiave.”

Quella notte non dormì neanche un pochetto e la sera dopo, con una nottata in bianco ed una giornata di lavoro, a tenermi su erano solo i nervi che sentivo nello stomaco come un gomitolo tutto ingarbugliato.
Avevo bisogno di parlare con Augusto. Non era cosa che i figli di Lucia venissero educati da qualche estranea, magari qualche zitella stagionata, che nessuno aveva voluto fino a quel momento, o qualche approfittatrice, a cui importasse solo portare il cognome Parise. Una delle Zaccaria magari, non ci potevo manco pensare.
Ma, del resto, non c’era mica vero bisogno di sposarsi, le cose potevano continuare tranquillamente così. Forse.

Finalmente, dopo aver messo i bambini a letto, Augusto ed io fummo soli. Non sapendo da dove cominciare, dissi la prima cosa che mi passava per la capoccia in quel momento: “Hai sentito che è successo?”
“La Vedova del Dottore?”
“Già.”
“Me dispiace.”
“Pure a me. L’ha trovata stamattina lu farmacista.”
“Ne lu letto sua?”
“Già.”
“Nun se sarà accorta de gnente.”
“Dallu sonno allu paradiso. Me mette tristezza sapere che se n’è annato nu core bono.”
“E’ vero, era proprio na brava persona.”
“Quelli cattivi invece restano sempre.”
“Sì.”
“Come la Zaccaria.”
“Chi?”
“La Zaccaria.”
“E che c’entra? Nun è manco tanto vecchia quella.”
“Che fai? La difendi già?”
“A chi?”
“A quel core cattivo della Zaccaria!”
“Ma de che stai a parlà? Nun te capisco mica.”
“Lassa perdere. Fa finta che nun t’ho detto gnente.”

Io tenevo le mano sul tavolo e mi fissavo li diti, non ce l’avevo proprio la forza di cominciare quel discorso lì.
“Adelì, noi dobbiamo parlà”, iniziò Augusto che s’era scocciato d’aspettare e c’aveva più coraggio di me.
“Lo so.”
“L’altro giorno ho visto mamma tua.”
In quel momento tutti i propositi miei andarono a farsi benedire e scoppiai peggio della pentola a pressione di  Lisuccia lo scorso Natale.
Sarà stata la stanchezza, la morte della Signora, il pensiero della Zaccaria o lo sguardo serio serio d’Augusto che mi metteva a disagio ma fatto sta che, buttando alle ortiche il buon senso, mi alzai di scatto dalla sedia e iniziai a vomitargli addosso tutta la rabbia che c’avevo.
“Tu co me dovevi parlare mica co lei!”
“M’è sembrato giusto prima vedere come la pensava lei.”
“E certo! Tu e lei decidete mentre quella fessa d’Adelina aspetta. Io so bona pe lavorare come na bestia ma poi, pe decidere della vita mia, ce deve pensare quarghidunaltro.”
“Sei tu che decidi mica li altri. Io a mamma tua ho chiesto solo nu consiglio. E mo siediti.”
“Nun me dire che devo fare, che sto già abbastanza incazzata cuscì. Quella nun è più manco bona a trovarsi lu culo co le mano e tu le vai a chiedere consigli?”
“Adelì, te voi calmà? Nun urlare e smettela de dire porcherie, che nella bocca d’una femmina nun ce stanno bene.”
A quel punto non lo so manco io che mi prese, gli piantai in faccia il muso mio arrabbiato e con la voce bassa e velenosa gli dissi la cosa più brutta di tutte. Gliela dissi nonostante avessi ormai imparato a conoscerlo e rispettarlo. Gliela dissi perché ero arrabbiata ed in quel momento godevo nell’essere cattiva: “Pensavo che volevi davvero bene a Lucia mia e invece nun vedi l’ora de metterte n’altra serva a pulirti casa e a scaldarti lu letto.”
Lui non alzò la voce, non mi insultò come avrei meritato, ma mi guardò con degli occhi severi e delusi che mi fecero sentire l’ultimo dei vermi sulla terra: “Per me Lucia è stata na benedizione. Ringraziavo lu Signore ogni mattina per quell’angiolo che m’aveva messo accanto. Ed ora che nun c’è più, penso a lei tutti li giorni e me la sogno tutte le notti, ma ai figli mia nun possono bastare li ricordi: loro c’hanno bisogno de na madre.”
Dio solo sa quanta fatica deve essere costata una dichiarazione così ad Augusto, sempre riservato e geloso dei sentimenti suoi.

E’ passata una vita intera da quella sera ma io ancora mi vergogno di avere insultato lui e l’amore che provava per la sorella mia. E me ne vergognai talmente tanto anche in quel momento che abbassai gli occhi, ricaddi come un sacco sulla sedia e iniziai a singhiozzare come una scema.
Piangevo perché mi mancava Lucia. Perché non sarei mai stata all’altezza sua. Perché questa vita nuova piena di responsabilità mi pesava più d’una pietra attaccata al collo.
“So cuscì stracca, Augù.”
“Lo so, te lavori come na mula.”
“E nun è abbastanza?”
“Che fai, scherzi? Se nun era pe te, noi stavamo tutti persi. Ma la gente parla.”
“Ma che ve frega a tutti quanti se la gente parla?”
“Che me frega? L’ho promesso a Lucia e pure a te, te lo ricordi? Nisciunu ve deve mancare de rispetto.”
Augusto mi guardava mentre io frignavo e sospiravo accartocciata sulla sedia come una bambola de pezza.
“Facciamo cuscì, Adelì. Tu stai serena e te prendi nu poco de tempo pe pensarce. Se decidi che nun te la senti, va bene uguale e ce parlo io co mamma tua: le dico che è colpa mia, che so stato io a cambiare idea.”
Quella sera vidi per la prima volta l’uomo che la sorella mia aveva imparato ad amare. Non era uno di niente come il babbo, una testa fresca come Emilio o uno tutto zucchero e poca sostanza come Gino. Lui era forte ma pure gentile. Sapeva essere un marito, un padre, un fratello ed anche un amico. Augusto era un uomo.

Svuotata e confusa, mi avvolsi nello scialle ed andai via. Quanto bisogno avevo che Lucia da lassù mi mettesse una mano sulla capoccia ed anche una sul cuore.

Continua...
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Il tempo passava ed intanto tutti i giorni s’erano fatti uguali, ed io mi sentivo come una bestia che porta il peso sulla schiena senza sapere dove sta andando.
Da quando la sorella mia era volata in cielo la capoccia mi si era trasformata in un campo morto con la terra secca e dura. Non avevo più pensato a niente, manco a lei, perché avevo paura che, se aprivo quella porta lì, mi sarebbe passata pure la voglia di alzarmi dal letto la mattina.
E proprio la mattina era il momento più bello e più brutto della giornata intera. Mi svegliavo presto e, per qualche secondo, mi dimenticavo di tutto e mi sentivo contenta. Poi mi tornava in mente come stavano le cose, mi saliva l’acido in bocca e mi alzavo per ricominciare un altro giorno.

Erano ormai passati più di sei mesi dalla disgrazia, quando mamma mia mi disse: “La gente parla.”
Io ero appena tornata da casa dei bambini e lei mi aspettava seduta a tavola di fronte ad una zuppa fredda. Aveva lo sguardo presente e l’aria molto seria. Un’espressione come quella dei tempi migliori, quando usava quel tono che ci faceva stare zitte e con la testa bassa.
Ero contenta di vederla un’altra volta così, “E che dice?”, le chiesi tranquilla.
“Parla de te ed Augusto.”
La cosa non mi sorprese, avevo già sentito delle voci per il paese ma me n’ero fottuta. Con tutto il daffare che c’avevo, l’ultimo dei problemi miei erano le chiacchiere senza costrutto.
Ma mamma non si fece scoraggiare dal silenzio mio e continuò: “Passate molto tempo assieme.”
“Io nun passo lu tempo mio co lui ma colli bambini.”
“E’ lo stesso.”
“No, che nun è lo stesso!”
Ero stracca. Enrico aveva avuto la febbre e non mi s’era staccato di dosso per tutto il giorno. Sandro, con la mania sua di stare dietro alle bestie e aiutare il babbo, s’era infangato dalla capoccia fino ai piedi. Io avevo dovuto finire una tovaglia per la Barbagallo e rammendare di corsa le brache d’Augusto. E poi la minestra era fredda e sapeva solo di acqua zozza, come tutto quello che aveva cucinato mia madre negli ultimi sei mesi.
Non ne potevo più.

“Me ammazzo de fatica ogni giorno, me occupo de tutto e de tutti. Cerco de nun far mancare gnente alli bambini. Lo so che c’hanno bisogno de na mamma vera, ma Lucia sulla terra nun ce la posso riportare. Me dispiace. Ce lo so che se lo Signore se prendeva me e lasciava lei eravate tutti più contenti.”
“Nun dire fesserie!”
“Io nun sono lei.”
“Lo so, ma li bambini c’hanno bisogno de na sistemazione come se deve. E pure tu. E poi la gente parla.”
“Ancora co sta storia? E allora facciamola stare zitta: mettiamoglie na bella ciavatta in bocca e speriamo che se soffoca!”
“Troppe ciavatte ce vorrebbero pe fa stare zitti tutti. Augusto ed io abbiamo già parlato, c’è solo na cosa da fare: ve dovete maritare.”

Continua...

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Agosto è cominciato da qualche giorno.
Voi dove siete?
Al mare? In montagna? In giro per l'Europa?
Maledetti!

Dai vostri fantastici luoghi di vacanza, come se non bastasse il sole e l'ozio, godetevi anche la recensione dell'ultimo spettacolo a cui ho assistito prima della morte sociale estiva.

"Rooms".
Una long form d'improvvisazione teatrale. Un tipo di rappresentazione in cui gli attori si trovano a recitare scene legate tra loro dalla trama, i personaggi o, come in questo caso, l'ambientazione. Le Rooms, appunto. Ogni storia (completamente improvvisata, ovviamente!) porta allo sfondo successivo.
Nello specifico, l'altra sera, si è partiti da un ospedale, si è passati in un bar, e si è finiti in un soggiorno.
Luoghi che hanno visto un intrigo familiare, un giallo e una commedia napoletana.

Mi è piaciuto Rooms?
Moltissimo!

Cos'aveva di speciale?
Era una prima assoluta. Torinese, italiana, mondiale. Un format completamente originale, nato e codificato dalle menti di coloro che l'hanno messo in scena. In particolare, l'idea, la scintilla, il lampo da cui è partito il tutto è di Ennio Passaro.

Chi erano i protagonisti?
Delle vecchie conoscenze mie, di Facce da Palco e di questo Blog!
Hanno dato grande prova di sé Matteo Barbero, Roberto Tavella e Carmen Maimone (la Dea del Pensiero Laterale. Lei!). Ma pure i meno esperti Julia Campa e Gianfranco Macello. E, ovviamente, Ennio, il padre di tutto l'ambaradan.

Il momento più esilarante?
La commedia napoletana, dove la Dea ha giganteggiato, la Ballerina ha ballato, l'UomoPashmina ha tradito, e un diadema magicamente è diventato una collana. Ma è possibile che nessuno sappia cos'è un diadema?
Kate, saresti così gentile da spiegarglielo?


Grazie caVa.

L'ennesima recensione positiva su Radio Cole?
Smettetela di accusarmi di essere una blogger troppo buona. 
La selezione viene fatta ancora prima di sedermi a scrivere.
Chi mi entusiasma merita il mio tempo.
Gli altri no.

Quelli di Rooms l'hanno meritato pienamente.
Dopo la morte di Lucia il peso della famiglia intera finì completamente sulle spalle mie.
Una volta si usava così: gli uomini da soli erano persi ed i vedovi non erano mai lasciati ad arrangiarsi, soprattutto se c’erano dei figli di mezzo.
Augusto, pure con una gamba mezza guasta, poteva lavorare nei campi per ore, ma non sapeva cuocersi manco un ovetto e soprattutto non era capace di pensare ai bambini suoi. Li amava con tutto il cuore, ma non sapeva proprio da dove cominciare per le cose pratiche. Ai tempi miei nessuno si sarebbe mai sognato di chiedere ad un padre di pulire il sedere dei figli. Per queste cose c’era bisogno di una femmina. E se la moglie veniva a mancare, c’era bisogno di una zitella.
Io ero quella zitella.

Se la situazione fosse stata diversa avrei potuto dividere l’impegno con mamma, ma lei purtroppo non riusciva ad essermi proprio di nessun aiuto, anzi. Dopo la disgrazia s’era fatta più vecchia, s’era svuotata come un sacchetto di farina mezzo usato. Si muoveva lentamente, strascicando i piedi con la capoccia bassa e le spalle curve. Ogni tanto la trovavo a guardare nel vuoto, con una sofferenza nel fondo degli occhi che mi faceva un gran male al cuore.
Lucia per lei era sempre stata tanto speciale. Mia sorella era venuta al mondo dopo due gravidanze finite male e poco prima della morte di nonna Ada. Per mamma, figlia unica e con un marito peggio di una disgrazia, Lucia era stata come un raggio di sole. E mo, che s’era fatto freddo e buio per sempre, lei era finita dentro una melanconia che non l’avrebbe abbandonata più. Ora la chiamerebbero depressione, allora era solo tristezza.

Anche le femmine della famiglia di Augusto non potevano aiutarmi. A parte il fatto che lui non  parlava più con metà dei parenti suoi, ma poi erano comunque tempi difficili, tanti uomini stavano in guerra e le donne si dovevano occupare dei campi, delle bestie e pure dei bambini. Tutto questo da sole, con in più l’animo pesante di chi non sa se l’amore, il babbo o il fratello suo a casa ci tornerà mai. Stavano già belle occupate così, ci mancava pure doversi preoccupare dei figli di qualcun altro.
Solo zia Caterina si faceva vedere ogni tanto, portava qualche frutto ai piccoli, puliva i loro nasi zozzi e, mentre io stavo fuori con le bestie, rassettava un poco casa e preparava delle zuppe così buone che magari non riempivano il cuore ma lo stomaco sì.
“Ve ringrazio zia Caterì, voi siete troppo bona”, le dicevo.
“Faccio metà del dovere mio”, mi rispondeva lei.
“Quando cucinate voi li bambini mangiano de gusto. Quando lo faccio io, poverini, lo fanno perché c’hanno troppa fame pe fare li schizzinosi.”
“Meglio, cuscì nun prendono vizi.”
La zia non era certo di grande compagnia ma in quei brutti giorni lì era meglio che niente.

Con la morte di Lucia mia, dal giorno alla notte, mi ritrovai a dividere solo con Augusto la responsabilità dei bambini. Dovevamo accudirli e soprattutto aiutarli ad affrontare il dolore loro. Dovevamo mettere da parte la sofferenza nostra ed occuparci solo della loro.
Enrico, il più piccoletto, cercava la madre girando per casa con l’aria persa. Noi provavamo a spiegargli che se n’era andata ed adesso era con gli angioli. Gli dicevamo che lo guardava dal cielo e lo amava tanto, ma lui non si chetava. Mi si stringeva il cuore a vederlo così confuso e spaventato, allora lo prendevo tra le braccia per calmarlo e coccolarlo ma neanche questo delle volte era abbastanza. Come quel giorno che, dopo avermi fatta diventare pazza con i capricci, lo ritrovai addormentato sul cuscino di mamma sua.
Sandro c’aveva solo quattro anni ma pareva già un ometto. Se ne stava tutto serio, dritto come un soldatino, e quando non cercava d’aiutare me, correva dietro al fratello piccolo peggio d’un cane dietro alle pecore sue.  Di giorno non lasciava capire nulla ma la notte i sogni brutti lo facevano svegliare con i lacrimoni ed i singhiozzi. Una volta accadde quando io ero ancora in casa di Lucia a rassettare. Non ebbi manco il tempo di correre da lui, che babbo suo era arrivato prima. Augusto gli accarezzava la capoccetta e lo lasciava sfogare senza dire niente. Chiunque altro, al posto suo, avrebbe tirato fuori una di quelle cose stupide che all’epoca mia sembravano tanto giuste come “nun piangere, che si grande” o “nun fare cuscì che si n’omo”, ma lui no. Lui lo cullava in silenzio. Perché sapeva che in certi momenti non c’è proprio niente da dire. Che se non è libero di piangere un bambino che ha perso la mamma sua, allora chi lo è?

Continua...


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Pancrazia ha una bella cantina. Grande e pulita.

Appena trasferitasi nella nuova casa, ella adorava la sua capiente cantina. A tal punto che la di lei espressione preferita era: "Questa cosa non so dove metterla, la porto giù. Che tanto, quando mi serve, ci metto un minuto ad andare a prenderla."

Questo slancio verso la cantina lasciava perplessa MammaCole che si premuniva di ricordare al frutto del proprio ventre "Le cose che usi più spesso ti conviene tenerle a casa. E pure quelle che usi meno spesso. Che se poi non hai voglia di andare giù come fai?"

A più di un anno dal trasloco, a Pancrazia scoccia incredibilmente dover dare in parte ragione alla propria genitrice.
In realtà il problema non è "non aver voglia di andare giù". Il dramma è che, col passare del tempo e lo scemare dell'entusiasmo, si sono palesate mille paranoie.

La cantina è diventata un luogo infestato dalle peggio creature: animali e vegetali. Ma soprattutto animali.
Non che Pancrazia abbia mai fatto qualche spiacevole incontro, ma la sua fertile fantasia le ha fornito abbondanti quadri di party tra roditori, aperitivi tra bagarozzi, e orge tra varani. Sì, varani.

Ella, dunque, ora cerca di andare in cantina il meno possibile. Anche se ciò significa tenere esposta una valigia per un mese, esibire tre barattoli di vernice in soggiorno per 2 settimane, o importunare-supplicare-ricattare moralmente parenti e amici per farsi accompagnare nell'orrido antro.

Periodicamente, però, arriva un momento in cui Pancrazia si stufa di veder roba per casa e ha un sussulto d'orgoglio che le impedisce di chiedere l'altrui aiuto. In queste rare occasioni, ella indossa un paio di scarpe chiuse e scende verso l'abisso, schiamazzando come una pazza e pregando che ciò sia sufficiente a far fuggire bestie e simili.

Pancrazia domina le scale ballando e cantando, neanche stesse sostenendo un provino per un musical di Broadway.
Uno spettacolo indecoroso che prima o poi, non vi è dubbio alcuno, verrà scoperto da qualche fortunato vicino che provvederà a ricattarla.

One singular sensation, every little step she takes
One thrilling combination, every move that she makes
One smile and suddenly nobody else will do
You know you'll never be lonely with you-know-who
One moment in her presence and you can forget the rest
For the girl is second best to none, son
Oooh! Sigh! Give her your attention
Do I really have to mention she's the one

La capoccia nostra delle volte è proprio strana. Della notte in cui sorella mia se ne andò ricordo tutto come se fosse successo ieri, ma del funerale invece mi sono rimaste solo poche immagini, facce e parole. Così ingarbugliate che non sono manco sicura di cosa è successo prima e cosa dopo.

La chiesa era piena piena, questo me lo ricordo bene, perché, anche se poveraccia d’origine, Lucia era comunque diventata una Parise e quindi tutto il paese era venuto a piangere, chiacchierare, pregare la Vergine e guardare il carro nero coi cavalli. Così bello che manco una regina.
Io e la mamma eravamo arrivate fino alla prima fila, camminando piano piano e tenendoci per mano, ma posto per noi non ce n’era rimasto. Tutti i parenti d’Augusto avevano già piazzato i loro culoni sulle panche più importanti e non ci pensavano proprio a smuoverli per due disgraziate come noi. Che poi eravamo la madre e la sorella della morta era un particolare che non importava a nessuno. A nessuno tranne che ad Augusto. Lui si alzò subito e venne a prendere mamma mia, se la mise sottobraccio e la guidò fino al signor Ottavio: “Metteteve a lu posto mio”, le disse, “che tanto io seduto nun ce riesco a stare”, e poi tornò da me.
Rimanemmo tutto il tempo in piedi, uno vicino all’altra. A me mi girava la capoccia e se non fosse stato per Augusto che mi stringeva per un braccio sarei finita a terra come un mucchietto di ossi, stoffa e capelli.
“Dove stanno li bambini?”, gli chiesi.
“Nun te preoccupà, oggi li guarda Anna”, mi rispose.
“Anna chi?”
“La levatrice.”
Ero al funerale di Lucia ma l’unica cosa che mi veniva da pensare era che i nipoti miei stavano con un’estranea. Noi seppellivamo la madre loro e quelle anime candide se ne stavano con un’estranea. Chissà se c’avevano paura? Chissà che pensavano? I nipoti miei non ci dovevano stare con un’estranea. Loro una famiglia ancora ce l’avevano e ce l’avrebbero avuta sempre.

Non mi ricordo niente del cimitero o della processione dietro a quel carro per signori. Ma sono sicura che tutti piangevano e si strappavano i capelli, perfino zia Rita: “Cuscì giovane e bella. Glie volevo bene come na figlia”, diceva. A me mi veniva perfino da ridere e pure a Lucia mia se avesse sentito. Ad Augusto no, ed infatti fece mandare via quella vecchia bugiarda in malo modo e da quel giorno si trovò litigato con mezza famiglia.

Tutti piangevano e si strappavano i capelli, tutti tranne la sorella, la madre ed il marito della morta.
Noi avevamo gli occhi asciutti ed il core caduto ai piedi.

All’uscita del camposanto mi vennero incontro zia Caterina e la Vedova del Dottore. La Signora s’appoggiava alla zia d’Augusto, aveva ancora la camicia inamidata e quel profumo buono buono di una volta ma ormai s’era fatta proprio vecchia e si vedeva che di tempo non glie ne rimaneva tanto.
Mi baciò sulla guancia e mi sussurrò: “La nostra amica non l’ho portata. C’è troppa confusione e lei si agita. Ma ti manda questo”, mi aprì la mano, ci lasciò cadere dentro qualcosa, mi baciò un’altra volta e poi s’allontanò.

Abbassai lo sguardo e lo vidi: il bel nastro giallo di Annamaria. Il suo tesoro più grande. Il suo pensiero per me ed il dolore mio.
Guardai il nastro per un attimo ma poi non lo riuscì a vedere più. Gli occhi miei non erano più asciutti e non lo sarebbero stati fino alla mattina dopo.

Continua...


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Un altro passaggio obbligato del ritorno alla singletudine consiste nell'iscrizione compulsiva a corsi di vario genere e natura.

Il single lungimirante sceglie attività che riempiranno il suo tempo libero, gli consentiranno di fare nuove amicizie e, se gli va bene, gli permetteranno anche la nobile arte del broccolaggio. Secondo questa logica non è poi così importante il corso in quanto tale ma chi, normalmente, lo frequenta.
Mentre il single minchione, categoria a cui mi vanto di appartenere, si preoccupa solo di scegliere attività che ritiene realmente  interessanti. Grandissimo errore! O, almeno, così mi hanno detto.

Io scelsi fitboxe, acquerello e francese. Corsi a bassa densità maschile.
Che vi avevo detto? Single minchiona.

Riguardo all'acquerello e al francese credo che non ci sia neanche bisogno che aggiunga altro, ma per quanto riguarda la fitboxe sappiate che è la meno maschia delle attività ginniche. Vi assicuro che è più probabile trovare cromosomi Y a zumba o acqua gym che a menar l'aria o il sacco. Attività che invece vede partecipare decine e decine di donne incazzate col mondo e con qualsiasi portatore sano di testosterone.

Non c'è dunque da stupirsi che, di fronte alle mie scelte, si sprecarono le domande.
"Fitboxe? Perché? Dimmi almeno che l'istruttore è figo!"
"Acquerello? E' uno scherzo, vero?"
"Francese? Vuoi imparare il francese? Ma chi te lo fa fare? Dai, dì la verità: hai conosciuto un francese carino? Daiii a me puoi dirlo!"

Io, testarda, mi ostinai a dare sempre la stessa risposta: "Perché mi piace, che male c'è?"

Risposta a cui i miei amici reagirono dimostrando affetto e comprensione.
"Tu sei cretina!"
"Già che ci sei perché non ti annodi le tube?"
"Morirai da sola: prenditi almeno un gatto"

In effetti ai miei corsi non ho mai broccolato.
E' il caso che mi organizzi per tempo in vista del prossimo autunno.
Prometto che a settembre farò scelte più ponderate, mi troverò amici un pochino meno critici stronzi e, soprattutto, smetterò di usare termini orribili come "broccolaggio".

Continua...

Lucia quella sera parlò ad Augusto con il cuore leggero e  pesante assieme.
“So due femmine” gli disse.
“E perché fai quella faccia lì? Nun si contenta? San Giuseppe c’ha fatto la grazia!”
“Sì, ma ce sarà na bocca de più. Facciamo già fatica cuscì”
“Te preoccupi pe questo? Dove mangiano in tre, mangiano pur in quattro. Sta serena Lucia mia, che quando c’hai li pensieri te viene la faccia brutta.”
Augusto non è mai stato un tipo sdolcinato ma neanche uno che si spaventava facilmente.
Augusto era una roccia.

Il travaglio cominciò un mese dopo, al tramonto. Mamma andò da Lucia ed io tenni Sandro ed Enrico.
Mi ricordo tutto di quelle ore.
I bambini erano molto agitati e per farli stare buoni almeno un pochetto l’unica cosa che mi riuscì fu quella di tirare fuori un’altra volta Tizzoncino e la storia sua. Tizzoncino funzionava sempre. A loro però più che l’amore di Reuccio gli interessava se quello scimunito portava la spada oppure no, apriva la pancia agli animali feroci oppure no. C’è poco da fare, i maschi sono bestioline semplici che le raffinatezze non sanno manco dove stanno di casa.
Quei due mascalzoncelli crollarono addormentati solo a sera tarda, raggomitolati vicino alla stufa come due gattini. Me li presi in braccio, prima uno e poi l’altro, prima Enrico che era piccoletto e morbido e poi Sandro, alto, pieno e pesante come un vitello grasso. Li infilai nel lettone con me e rimasi al buio ad ascoltare i respiri loro. Dormirono tutta la notte, mentre io non chiusi occhio: c’avevo troppa voglia di conoscere finalmente le nipotine nuove. Me le immaginavo come Lucia, con le guanciotte rosa e le ciglia lunghe piegate all’insù. Belle come due principessine, due regine, due figlie di signori. Da grandi avremmo insegnato loro a ricamare, ed alla prima delle due che si fosse sposata avrei regalato la catenina di nonna Ada. Sarebbero state eleganti e fini come la mamma loro, ma anche capaci di arrampicarsi sugli alberi e cacciare le rane come me. I loro fratelli le avrebbero protette e rispettate, ed Augusto non le avrebbe mai spaventate o fatte scappare, perché lui non era come babbo nostro.

Scivolai fuori dal letto appena si fece un poco chiaro, mentre Sandro ed Enrico rimasero sotto le coperte a dormire quel sonno profondissimo che c’hanno solo i bambini.
L’aria era fredda, la casa silenziosa ed alla base della gola sentivo come un nodo stretto stretto che non voleva andare né su né giù.
Uscì a prendere le uova ed in cortile incontrai mia madre. Aveva la faccia bianca e gli occhi vuoti. Mi guardava ma non mi vedeva.
Mi si fece vicina e disse piano piano: “I bambini, dobbiamo pensare alli bambini”.

Non l’avevo mai vista piangere, neanche quando era morta Ines, neanche quando babbo l’ammazzava di botte, neanche quando lo stomaco le faceva male dalla fame.
Mamma piangeva e sul cuore mio si apriva una crepa che non sarebbe guarita più. Lucia, Lucia mia, se n’era andata: il Signore si era preso lei e le due gemelline sue.
Dopo tutti quegli anni d’inferno, dopo tutte le cose che avevamo passato, il Signore l’aveva chiamata proprio ora. Ora che era felice, ora che aveva una famiglia. L’aveva lasciata sulla terra quando se ne stava accucciata nella stalla tra la merda di vacca, quando lavorava giorno e notte come una schiava, quando le toccava sopportare gli sguardi sporchi degli uomini. Ed ora che stava tutto alle spalle, ora che aveva un marito che l’amava più dell’anima sua e dei figli che le riempivano il cuore, quel vigliacco se l’era portata su in paradiso, strappandole tutto e strappandola a tutti.

“I bambini, dobbiamo pensare alli bambini.”

Io sarei voluta scappare, correre fino a quando il petto mi scoppiava, per non sentire più il male e manco la paura.
Ma questa volta non potevo, non c’era più Lucia, non rimaneva lei a pensare a tutto. Ero rimasta solo io. Non potevo più andare da nessuna parte. Dovevo rimanere lì. Quello era il posto mio.

I bambini, dovevo pensare ai bambini.

Continua...

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In un anno e mezzo di questa rubrica vi ho parlato di corto-medio e lungometraggi, fotografie sabaude, illustrazioni originali, erasmici documentari, libri nascosti, iniziative online e offline. Ma...
Ve lo aspettavate il "ma", vero?

Ma non ho mai fatto pubblicità ad un blog in quanto tale.
Ecco. E' finalmente giunto il momento.
Oggi vi segnalo Brodo pane.
Giovanissimo e ancora con pochi post. Anzi, magari, con questa scusa, la blogger Annalisa smette di battere la fiacca e decide di darsi da fare. Che lo so che è piena d'impegni e l'ispirazione non viene a comando, ma qua fuori c'è gente che attende con ansia la sua prossima dipartita!
Perché, ancora non ve l'ho detto,  questo è un blog con un sottotitolo che è tutto un programma: "Millemila fantasticherie su come morirò".
Ogni post un nuovo decesso. 
In un crescendo surreale e originale.

Annalisa guarda il mondo a modo suo e ce lo riporta in un modo ancora più suo. Poetico ma non sdolcinato.
Lei è una fatina, ma una fatina politicamente scorretta.

Io vi consiglio caldamente di dare un'occhiata. Di sicuro non avete mai letto niente del genere Nella Rete.
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