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E la fata Smemorina mi prepara per il Gran Ballo.
Prende zucchine e carote dal frigo, e le trasforma in una carrozza ad impatto zero.
Rapisce le vicine ottuagenarie e ne fa degli artrosici cavalli bianchi, con quella leggera sfumatura carta da zucchero che fa tanto sciura piemunteisa.
Acchiappa al volo il barista cinese sotto casa mia per dare al cocchio un'aria più internazionale.
Infine mi dota di abito, zatteroni e boa di struzzo.  Sto uno splendore: dovrei aprirmi un fashion blog!

Penso di piroettare leggiadra su me stessa, ma l'unico risultato che ottengo è quello di rotolare giù dal letto. Ouch!
Un sogno. Solo un dannatissimo sogno!
La pennica pomeridiana mi è stata fatale: ho i segni del cuscino sulla faccia, i capelli antigravitazionali, la fiatella da mangiatrice di sorci e, soprattutto, sono in ritardo!

In questo fiabesco stato afferro al volo un borsone e ci metto dentro tutto: abito, scarpe e trucchi. Poi corro a prendere la metro, attraverso il centro e arrivo finalmente in piazza Vittorio al Lab.
Ho il fiatone, saranno tutti agitati, non possono cominciare senza di me!
"Eccomiiiii!!!" esordisco, varcando l'ingresso del locale.
Tutti si girano, mi fanno un cenno, e poi riprendono a fare ciò che stavano facendo prima.
C'è chi fotografa, chi prepara balletti e chi chiacchiera.
Ho il fondato sospetto che non si siano neanche accorti della mia assenza e che avrebbero cominciato tranquillamente anche senza di me. Maledetti!

Dentro schiumo di rabbia peggio di Grimilde ma, proprio come la crudele Regina di Biancaneve, all'esterno mantengo un regalissimo aplomb.  E, senza rivendicare l'altrui cuore battente, vado a prepararmi.
Nel cesso.
Rischio la disarticolazione di una spalla nel tentativo di infilarmi di corsa l'abito VivaLeTetteAbbassoLaPancia. Sfioro la rottura di entrambi i femori nel saltare dentro le mie scarpine da CenerentolaPanterona. Alla fine però esco dal bagno sana, salva, truccata e parruccata. Anvedi che gnocca! Fiuuuuuuuuuu fiuuuuuuuuuuuuuu

Finalmente pronta mi aggiro per la sala in attesa dell'inizio. Saluto la mitica dj Valentina che, vittima dell'odierna postazione audio situata dietro al bancone del bar, ringhia contro tutti gli sprovveduti che osano chiederle da bere. A me però offre uno spritz. E che cavolo! Ora mi sento a casa!

I posti a poco a poco vengono tutti occupati, gli artisti si agitano, le luci si accendono e comincia lo spettacolo. Ricomincia Facce da Palco!
La raffinata Natalia esordisce con boys e balletto. Bella, brava e ormonalmente iperattiva!
Quest'anno, però, la presentatrice che viene dall'est subisce l'onta di essere affiancata da una tutor. Ma che tutor! Nientepopodimeno che Donna Antea Zamboni Bresci, dai palcoscenici degli anni '30 fino ai giorni nostri. Pallottoliere alla mano, dovrebbe avere più di cento anni. Portati bene, eh! Ma ecco spiegato il colorito un poco "passato".
Le due donne sono un'accoppiata di raro squilibrato equilibrio. Sono sicura che ci daranno grandi soddisfazioni.

Ma è già ora del primo concorrente: il prestigiatore Davide Allena.
Molto bravo a tenere il palco, diverte il pubblico, e intrattiene con maestria.
A dirla tutta però il ruolo dell'"attore" finisce col superare quello del mago. L'idea di aggiungere una cornice accattivante ai numeri di magia è ottima, ma io vorrei più stupore. Una ricerca dell'originalità non solo nella confezione ma anche nel contenuto.

Il secondo concorrente è il bassista Ale De Rosa, accompagnato dal percussionista Giorgio Brusamonti. Questi sono musicisti veri, non strimpellano, dietro c'è lavoro e talento. I pezzi sono inediti. Ma, in questa nuova versione, "Pancrazia un po' più stronza dell'anno scorso" mi tocca dire che lo stile molto anni '90 risulta forse un po' datato. Probabilmente è ancora presto perché la musica di quel decennio appaia vintage e ricercata.

Per terzo sale sul palco Massimo Pica.
L'anno scorso partecipò a Facce da Palco con la compagnia d'improvvisatori Detto Fatto, quest'anno presenta un pezzo da monologhista.
Ci fa ridere prendendo in giro le trasmissioni folli da cui ormai siamo tutti dipendenti: da SOS Tata a Il mio Gatto è Indemoniato. Ci ricorda le assurdità del cinema e ci dà una lezione sui film iraniani. Tutto molto divertente anche se farcito da qualche indecisione di troppo. Evidentemente, il palco di Natalia innervosisce anche chi già lo conosce.

Infine si va di Burlesque! Un tipo di spettacolo che, piaccia o meno il genere, mette sempre allegria. I  protagonisti dell'esibizione sono le Sweet Dolls con Poison De Luxe. Tre donne e un uomo che raccontano una storia in quattro atti, uno spettacolo in quattro quadri. Il tutto è carino ed originale ma io, ormai ufficialmente "Pancrazia stracciamaroni", suggerirei dei tempi più rapidi, un ritmo più serrato. Meno spazio all'unico uomo e più alle donne.

Le esibizioni sono terminate. Il pubblico vota e la giuria anche.
Ogni sera verranno promossi due artisti. Io, una vaga idea di chi possano essere già me la sono fatta e, infatti, ci prendo!
Vanno in semifinale lo stand up comedian Pica e il prestigiatore Allena. Complimenti!

Io, novella Aurora, sfranta dalla fatica corro a dormire per 100 anni o giù di lì.


Il prossimo appuntamento con Facce da Palco sarà il 22 marzo al Blah Blah in via Po.
Siateci anche voi. Vi prometto una sorpresa!
Nell’antico regno di Bulgazia viveva un crudele Barone.
Egli, per saziare le proprie voglie, ogni sera si faceva portare dai servitori una fanciulla diversa prelevata a forza dal popolo.
Poi, dopo averla concupita, la chiudeva nelle segrete a morire di stenti.

Per quale motivo si comportasse così non è dato sapere, anche se le malelingue affermano che egli volesse, in tal modo, far tacere le insoddisfatte amanti. Perché l’ardore del Barone era grande, ma il resto no!

Una sera i servitori portarono al nobile la bella Natalia.
“Kosa tu folere da me, orrido Barone?” chiese lei.
“Kosa? Non afere detto niente te, mammina?”
“Certo, mia era domanda retorica, barone perfido e pure un poco ignorante!”
“No perdiamo tempo. Fogliamo iniziare?”
“No!”
“Come no? Io sono Barone: ogni mio desiderio defe essere ordine!”
“No, cioè, sì, ma non potremmo aspettare attimino? Fare kvattro chiacchiere? Raccontare te kvalche bella storiella?”
“Bella storiella? E fa bene. Ma facciamo in fretta”

E così l’astuta Natalia prese tempo raccontando di mille personaggi ed avventure. Narrò le vicende di giovani che cercavano l’amore, il lavoro, o solo un poco di tempo libero. Raccontò di uomini che pettinavano bambole, o di tizi che mangiavano paste scotte. Parlò per ore, giorni, settimane e mesi. Parlò per un anno intero.

“In capitale di penisola italica fifefa ragazza di grande talento. Ella faceva chiamare lei il Boss, e sapefa risolvere tutti più impossibilissimi problemi di amoritudine...”
“Ecco, perché noi non facciamo adesso tanta amoritudine?”
“Aspetta ancora uno minuto! E poi c’era bella Manila che fendefa corpo ma folefa indipendenzia...”
“Ecco, ora io foglio federe un poco di tuo corpo...”
“Un attimo! E poi c’era spettacolo, talent, fatto per giovani grandi artisti!”
“Talent? Taleeent??? Taleeeeent? Perché non detto subito me? Io amo talent! Kvando inizia?”
“Come kvando? Domani alle 21! Forza, tira su tue nobili braghe, e iniziamo a cercare parcheggio per tua carrozza!”

Facce da Palco ricomincia!
Domani, venerdì 6 marzo, accorrete tutti al Lab!
La famiglia Topova vi aspetta con mille altre storie.
Jane Pancrazia Cole ve le racconterà!
Questo scrissi in occasione di una semifinale dell'anno scorso...

Ormai questa avventura è giunta al termine, ed è tempo di bilanci. Bilanci finanziari e monetizzazione. Perché, insomma, bella la vita della blogger, piena di creatività e cultura, ma pure le blogger devono mangiare e pagare le bollette!  
Questa necessità si è chiaramente palesata a Jane Pancrazia l’altra sera, mentre cenava a pane e cipolle. Era là, nel suo umido monolocale, quando ha pensato: “Facce da Palco! Dovrò pur ricavar qualcosa da questa esperienza, no? Certo, soddisfazione personale, incontri memorabili, contatti lavorativi, bla bla bla. Ma i soldi? Come poter guadagnare meravigliosi, profumati, tintinnanti denari?”   
Varie alternative si sono palesate alla sua fertile mente: 
  • intrecciare e vendere deliziosi tappetini per il bagno ottenuti con le parrucche di Natalia. Ma, siamo sinceri, certi colori non convincerebbero neanche un daltonico incontinente.  
  • Far fruttare e sfruttare le doti di stallone balcanico di Dragosh. Ma c’è il rischio che il ragazzo pretenda una parte dei guadagni. I giovani d’oggi hanno completamente perso l’etica del lavoro e lo spirito di sacrificio.  
  • Oppure vendere gli organi degli artisti eliminati. Un rene per artista: Pancrazia non è mica avida! Ma pare che un tale commercio sia illegale nel nostro paese. Non c’è nulla da fare, in Italia lo spirito imprenditoriale non viene mai apprezzato!  
Comunque, la nostra blogger non è mai stata una che si arrende facilmente. E così, ieri sera, dopo essersi messa a dormire sul suo divano-letto IKEA di quarta mano, ha avuto finalmente una vera e propria folgorazione, l’idea che la farà svoltare: Facce da Palco, il gioco da tavolo!  
Numero giocatori: da 1 a 24 artisti ardimentosi, singoli a coppie o anche a squadre. Facce da Palco sarà un gioco di società che metterà alla prova le vostre capacità teatrali, musicali, canore e danzerecce. Lo scopo del gioco sarà, ovviamente, quello di eliminare tutti gli altri concorrenti, anche fisicamente se necessario, e diventare l’unica vera Faccia da Palco. E, oltre alla gioia della vittoria, il giocatore più bravo potrà usufruire della bambola gonfiabile di Natalia, Lothar o tutti e due. Noi della Jane Pancrazia Toys, non abbiamo pregiudizio alcuno, e desideriamo che tutti i nostri clienti siano pienamente soddisfatti! 
Nella scatola è fornito tutto il minimo indispensabile per divertirsi e realizzare la vostra artistica impresa. Un microfono che non funziona, una cassa gracchiante, un paio di minislippini aderenti, una bambola inquietante, un boa di struzzo, un coltellaccio da macellaio, un paio di mocassini marroni, una sedia da regista poco resistente, una panchina ricoperta di peluche, una vestaglia di seta, e ogni 10 scatole acquistate... una donna gravida. Una persona sana di mente non saprebbe che farsene di tutto ciò, ma un vero campione di Facce da Palco riuscirà a trovarne la giusta collocazione e l’utilizzo per montare un pezzo di successo.  
Scegliete il vostro segnalino tra: • Il fiasco di vino, compagno di Natalia nelle rare notti solitarie; • Il funghetto allucinogeno, che Lothar smercia dalla Bulgazia; • O la candela con cui Pancrazia illumina il suo monolocale ora che le hanno staccato la luce.  
Poi tirate i dadi, esibitevi e, infine, pescate le carte del giudizio e pregate che la sorte vi sia benevola. Tutto è superabile tranne la bocciatura spietata della presidentessa di giuria con la carta: “la tua dizione non è all’altezza, torna al via!”  
Potrete trovare Facce da Palco in tutti i migliori, peggiori, e così così negozi di giocattoli! Non fate gli avari, mettetevi una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio. Facce da Palco vi farà passare deliziose serate in famiglia, e forse farà riallacciare il gas a Jane.  
Grazie a tutti e buona serata!

Mi raccomando, non dimenticate: venerdì 6 marzo, alle 21 parte l'edizione 2015 di Facce da Palco.
Appuntamento al Lab in piazza Vittorio 13, a Torino.
Ingresso gratuito.
"Clank clank clank" fece la libidinosa chiave nella pudica serratura.
Ricomincia Facce da Palco!
Venerdì 6 marzo alle 21, al Lab di Piazza Vittorio 13 (Torino), riparte il carrozzone del talento e del divertimento.

Sono contenta come una bambina, ma anche agitata ed ansiosa.
Quindi, per prepararmi adeguatamente all'evento, in questi giorni proporrò tutto ciò che di mio è passato su quel palco l'anno scorso. Le indegne parole che ho scritto e che Francesca ha letto. Vabbé non proprio tutte, quelle meglio riuscite, perché non voglio infierire su di voi con i miei esperimenti di "testi da leggere in pubblico". Alcuni così brillanti da scatenare un gelo nella platea che neanche in Alaska.

Oggi inizio con "La storia di Facce da Palco". Un pezzo che in realtà di mio ha soprattutto la forma, mentre il contenuto è tutto (o quasi) di un paziente comico torinese che accettò di correre in aiuto di una poveraccia a cui l'ansia da prestazione aveva bloccato qualsiasi forma d'ispirazione.

Ecco dunque a voi La vera storia di Facce da Palco. Il testo originale. Mica cotiche.

Buonasera a tutti!
Io di solito mi occupo della cronaca di Facce da Palco, della stretta attualità. Questa volta, invece, vi parlerò della storia di questo talent.

Voi pensate di essere qua a vedere un piccolo show, nato solo l’anno scorso a Torino. E invece vi sbagliate, eccome se vi sbagliate! Facce da Palco ha una storia gloriosa alle spalle. Una storia che affonda le proprie radici quasi ottant’anni fa nella culla della civiltà mitteleuropea: la Bulgazia! Laggiù Natalia Topova, nonna della nostra meravigliosa presentatrice, a cui ha trasmesso il nome, la sobrietà, e la predilezione per l’amore libero. Natalia Topova, dicevo, fondò uno spettacolo che avrebbe cambiato il corso del teatro, del cabaret, della musica e lo chiamò: Facce da Palco.
Per 80 anni migliaia di artisti si sono esibiti e sfidati, per poi lanciarsi in sfolgoranti carriere! Sono certa che molti di questi li conosciate anche voi. Ve ne ricordo alcuni:
gli innamorati Albanien e Ramina, passati alla storia della musica dell’Est grazie a successi come Nostalgia socialista o Ilarità. Ve la ricordate Ilarità, no? Quella diventata famosa grazie agli immortali versi “Ilarità è mangiare un panino con dentro un bambino”. Versi poi usati da una certa magistratura per alimentare stupidi pregiudizi.

Poi ci fu il duo comico: Ficarrov e Piconoscky, provenienti da Palermograd, ridente cittadina nel sud della Siberia, i cui abitanti mangiano granita al gusto di aringhe alla parmigiana.
Oppure, più recentemente, i ballerini dall’anca sbilenca “I compagni di Maria”.
E, infine, avrete sentito parlare anche voi di quel misterioso caso legato al monologhista che recitò “Lettera aperta contro Putin”. Un vero talento! Vinse la semifinale ma non si presentò mai alla finale. Che vergogna! Una brillante carriera stroncata da una tale mancanza di professionalità! Se non puoi venire, dillo! E che si fa così? Che avrai mai avuto da fare? Cosa avrà mai potuto trattenerti?


Comunque, arriviamo ai giorni nostri. Con l’ingresso della Bulgazia in Europa e la successiva apertura delle frontiere, Natalia, degna erede della nonna, decise di portare Facce da Palco all’ovest.
Avrebbe potuto scegliere la Germania, la Francia, la Svezia. E invece no: scelse l’Italia. E all’interno dell’Italia avrebbe potuto scegliere Roma, Milano, Napoli e invece no. Scelse Torino. E a Torino avrebbe potuto scegliere qualsiasi teatro o locale, e invece no: scelse proprio il Café des Artes.


E per questa serie di fortunatissime coincidenze noi ci troviamo qui. Tutti assieme. Di sabato sera. Dopo aver girato due ore per un parcheggio. A godere di questo spettacolo. Tutto grazie a nonna Natalia e alla sua deliziosa nipote. 

Un bell’applauso!
Da piccola sognavo di andare in radio, parlare dei fatti miei e mettere la musica che piaceva a me.
Sabato scorso questo sogno si è avverato.

Ho chiacchierato, riso, raccontato di me e ciò che faccio. Ho scelto le canzoni, fatto dediche, comunicato con gli amici-spettatori tramite facebook. Mi sono divertita un bel po'. Ma proprio un bel po'.

Ho completamente realizzato un mio sogno d'infanzia. Quanti possono dire lo stesso?
Tutto merito di Gianluca e Roberto. Villa e Tave. In onda ogni sabato alle 14 su Radio Nuclear con Tutto Disco. Ogni sabato. Anche oggi.
Un contenitore di chiacchiere, musica dance dagli anni '70 ad oggi, e due gran fighi!
Sono agli inizi, ci provano, si allenano, crescono, ogni tanto fanno casini, ma si divertono e non si prendono mai troppo sul serio. Io ve li consiglio.
Oggi vorrei raccontarvi del momento in cui la danza classica entrò nella mia vita.

Questa scintilla, questo pizzicore, questa necessità improvvisa di parlare di un così specifico momento è nata dalla visione di un video delizioso, disponibile a questo link.
Un video in cui si documenta un pomeriggio speciale, durante il quale dei leggiadri ballerini dell'English Youth Ballet hanno abbandonato per poche ore le tavole del palcoscenico, e portato la propria arte in un ospedale pediatrico. Un'idea meravigliosa che ha sbalordito e incantato i piccoli pazienti. Ci sono stati occhi spalancati e timide imitazioni. Una bambina con un cerchietto rosa tra i lunghi capelli scuri ha sollevato le braccia in una quinta posizione. Ed è stato a questo punto che io mi sono commossa, che ho ricordato quel pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa.

Avevo otto anni ed ero in vacanza in Sicilia. Avevo trascorso una notte insonne, vittima di uno spregiudicato mix di pizza e gelato. Sostavo, fiacca e verdognola, su una sedia in terrazzo.
Non era una bella giornata. Niente sole e una nausea che non mi faceva avvicinare neanche al pane secco.

"Vado a fare un giro in paese, vuoi qualcosa?" mi chiese mio padre.
"Un giornaletto" gli risposi io.
Tornò poco tempo dopo con il Corriere dei Piccoli o forse qualcos'altro. In realtà non me lo ricordo.
Ciò che ricordo chiaramente è che, tra le varie storie a fumetti, era presente anche quella di una ragazzina che studiava danza.
Aveva occhi grandi, gambe lunghe, e sottili capelli biondi. Era bellissima. La storia raccontata non mi colpii più di tanto ma quelle immagini mi stregarono. Mai avevo visto qualcosa di più elegante. La danzatrice era immobile sulla carta ma nella mia testa si muoveva leggera e forte. Fluida e sicura. Era musica ed era poesia.

Dimenticai la nausea, riacquistai il colore, e cominciai ad imitare quei fantastici disegni.
In punta di piedi, con il collo teso e la schiena dritta, mi muovevo per tutto il terrazzo.  Ero felice. Ricordo che mi sentivo felice. La felicità della scoperta e della bellezza. La stessa felicità che mi riempie il cuore ancora adesso quando incontro l'arte e il talento.

Ballai senza musica a lungo, poi corsi dai miei genitori:
"Quando torniamo a Torino posso fare danza classica?" chiesi in un sol fiato.
"No" mi ripose mia madre.
"E perché?"
"Perché finiresti per fare come tua sorella, che inizia una cosa ma poi l'abbandona. Sempre la stessa storia: tennis, pallavolo, pallacanestro. No, non se e parla proprio!"
Quella risposta mi suonò allora e mi suona ancora come un'epica fesseria.
Piansi. Ma i miei genitori furono irremovibili.

Fino a quando, un paio di mesi dopo, la mia maestra dell'elementari mi fece un magnifico inconsapevole regalo:
"Jane è una bambina molto intelligente, giudiziosa e ben voluta da tutti i suoi compagni, ma..."
"Ma cosa?" chiese mia madre allarmata.
"Ma dovrebbe fare più movimento, qualche sport. E' così rigida e gracilina."

Quella sera stessa a tavola mi chiesero: "Vuoi ancora fare danza classica?"
Ricordo lo stupore a la gioia di quel momento.
Ricordo il body blu elettrico, le scarpette bianche, e la piccola palestra con gli specchi.
Ricordo il tutù che mi veniva largo, i miei genitori seduti tra il pubblico, e i fiori che mi regalò mia zia alla fine del primo saggio.

Non ero un gran talento ma mi piaceva ballare e, a detta dell'insegnante, avevo dalla mia una certa eleganza e un ottimo senso del ritmo.

Purtroppo però quest'avventura nel mondo del balletto durò solo due miseri anni, di cui il secondo trascorso vittima del bullismo di un gruppo di ragazzine più grandi. Un gruppo di giovenche incapaci che passavano il tempo a prendere pesantemente in giro noi più piccole. Io mi difesi con le armi che possedevo: una gran testa dura e una lingua tagliente. L'anno dopo però mi arresi, ormai la danza non mi piaceva più, andare a lezione non era più divertente, era una guerra che mi ero scocciata di combattere. E così lasciai le scarpette e scelsi la pallavolo. Sport in cui, per la cronaca, sono sempre stata e sarò sempre una pippa clamorosa.

Non sarei mai diventata una danzatrice, non ho mai avuto neanche un quarto del talento necessario, ma rimpiango comunque l'interruzione così precoce del mio viaggio nella danza classica. Un'arte che ancora adesso mi affascina e commuove, la perfetta sintesi tra forza e leggerezza, anima e corpo.

Se volete vedere le divinità che scendono dall'Olimpo andate a vedere il balletto.
Certi bei momenti meritano di essere fermati per sempre. Sulla carta o sulla tastiera.
Dalla bacheca di facebook al blog.

"Mi è scaduta la carta postepay. Per il rinnovo devo fare la fila agli sportelli o posso chiedere a te, solerte amico del banco informazioni?"
"Nessuna fila: ci penso io!"
"Grazie"
"Figurati, noi della posta amiamo venire incontro alle esigenze dei nostri clienti"
"Che meraviglia!"
"Vuoi rinnovare questa postepay basic-puzzona o passare alla fantastica postepay figa-evolution?"
"E quale differenza ci sarebbe?"
"Un piccolo canone annuale in cambio di fantastici servizi cazzi-e-mazzi"
"Interessante, ma io di questi fantastici servizi cazzi-e-mazzi non saprei proprio che farmene. Credo che rinnoverò semplicemente la postepay basic-puzzona"
"Va bene. Biglietto e fila allo sportello. Il prossimo! "
Oggi, contro ogni mia consolidata abitudine, sto sul pezzo.
Birdman ha appena trionfato alla notte degli Oscar. Ed io, che ne sono rimasta folgorata, voglio celebrarlo con un post.

Birdman è un capolavoro. L'espressione di una perfezione che non è esibizione di fredda tecnica, ma dimostrazione di talento e conoscenza del mestiere. Perché ogni arte, checché ne dicano i pigri romantici convinti che basti il sacro fuoco, cresce e si esprime al meglio solo partendo dal lavoro, dallo studio, e dalla fatica.

Birdman è la celebrazione del cinema. Che è altra cosa rispetto al teatro ma, come nel caso di questo film, lo può rappresentare, svelarne i retroscena, raccontarne l'essenza.
Il cinema è immagine. E con il suo spettacolare piano sequenza, il regista Alejandro González Iñárritu, crea una gioia per gli occhi, una meraviglia, un viaggio dentro lo schermo molto più efficace di qualsiasi 3D.
Il cinema è parola. E tutto il cast dà corpo ed anima a dialoghi che corrono con lo stesso ritmo della cinepresa.
Il cinema in questo caso è anche danza. Perché gli attori, con i loro movimenti, tessono un racconto fatto di spazi, corse, passi, linee e ritmo.

Il cinema è fonte inesauribile d'istanti memorabili.
Il treno che ti viene addosso, il vagabondo seduto accanto al bambino, il pazzo che parla allo specchio.
Birdman non ha un'immagine unica così forte, non potrebbe, non è nella sua natura. Ne ha una sequenza, tra palco, quinte, camerini, corridoi, bar e strade.

Birdman è una dichiarazione d'amore al cinema, al teatro, e al mestiere dell'attore. Con le sue ricchezze ma le tante miserie. Con un Michael Keaton che corre in mutande per le strade di Broadway. Nudo e ridicolo. Inseguito e deriso. Tra la folla e il pubblico.
Fino all'ultimo applauso.
Fino all'ultimo ciak.


Domani torno sul luogo del delitto. Torno davanti alla webcam che mi fa sembrare un gioioso cucciolo d'ippopotamo. Torno in radio. Radio Nuclear.

Domani parteciperò alla trasmissione di due amici: Villata e Tavella. Che è un po' come dire Batman e Robin, Ian Solo e Chewbecca, Birba e Gargamella. Ma non chiedetemi chi sia chi.
Posso solo dirvi che io, per un pomeriggio, sarò Batgirl, la principessa Leila, Puffetta. O, più realisticamente, sarò solo sobria come Joker, slanciata come un Ewok, e gradevole come Quattrocchi.

Non so cosa faremo, non so cosa farò, non so cosa faranno. L'unica certezza è che verrà messa in onda la mia playlist: dodici canzoni dance che spaziano dagli anni '70 ai giorni nostri.
Com'è nel mio stile di "Regina dell'Ansia da Prestazione", appena mi è stato chiesto di fare questa scaletta musicale, mi sono messa al lavoro manco ne dipendesse la pace nel mondo, la scomparsa della disoccupazione in Italia, o la scoperta del balsamo perfetto per i miei capelli. Ho ascoltato, ballato e selezionato come se non ci fosse un domani.

Ma un domani ci sarà. E, quindi, domani alle 14 collegatevi, guardate ed ascoltate!
Potrete godere della bellezza sfolgorante degli amichetti miei, sbertucciare i miei infruttuosi tentativi di non sembrare grassa e, soprattutto, sentire tanta buona musica.

Non mi credete? Si comincerà così:



E voi cosa avreste scelto al posto mio?
Potete spaziare. Uno o più titoli della musica dance, da quando è nata all'altro ieri. Ditemi, commentate, sculettate! Oggi si fa festa e domani di più!
Ve la faccio breve.
Avete presente quelle serate in cui il mondo ce l'ha con voi e voi ce l'avete col mondo? Quelle serate in cui chi vi dovrebbe volere bene mette in pratica tutto il proprio peggior repertorio per farvi sentire una cacca? Quelle serate in cui vorreste solo chiudervi in casa, staccare il telefono, e nascondervi sotto il piumone fino a data da destinarsi? Quelle serate in cui vi credete figa e poi scoprite di avere il rossetto sui denti?
Avete presente?
No?
Beati voi.

Io sì, c'ho presente, c'ho presente chiarissimamente.
Giovedì scorso è stata proprio una serata così.
Ma invece di tumularmi sotto il piumone, ho deciso che sarebbe stato meglio ridere. No, non una risata isterica da pazza. Proprio una risata vera. Più d'una possibilmente.

E per questo motivo, una settimana fa, carica dello spirito machisenefotteneanchequestomiabbatterà, sono andata a godere della seconda data live di Kotiomkin.

Uno spettacolo dove qualcuno ha fatto molto ridere, qualcuno ridere, e qualcuno insomma.
Dove la parte tecnica ha funzionato, i presentatori hanno dimostrato scioltezza, e i disturbatori hanno disturbato secondo uno schema divertente e riuscito.
Dove i battutari online si sono scatenati sulle attualissime 50 sfumature di grigio.
Dove gli Anonymous hanno presentato un commovente prediciottesimo, Morandazzo ha illuminato la platea con le sue cinematografiche perle di saggezza, e i Civatians hanno raccontato i drammi di una vita indecisa... o forse sì?... o forse no?

Il Kotiomkin live è una formula che funziona. A cavallo tra rete e palco, professionisti e amatori, cabaret e satira. Uno spettacolo che le diverse teste matte della nota pagina facebook stanno portando in tutta Italia. Che io sappia almeno: Milano, Roma, Genova e Torino.
Ah, ovviamente, le serate torinesi sono le migliori. E che ve lo dico a fare?

Il prossimo appuntamento sotto la Mole sarà il 5 marzo alle 21:30, al Colors, in via Sacchi 63.

E, visto che oggi mi sento particolarmente generosa, segnalo per i miei lettori romani, il KotiomkinTevere, stasera, ore 21:30, al TAG (Tevere Art Gallery) in via Passera 25.
E per i milanesi, sempre stasera, il Kotiomkin live alle 22, presso La Strada in via Patellani 4.

Buon divertimento a tutti! Fate come me: uscite da sotto i piumoni e andate a ridere ridere ridere!...prima però controllate il rossetto.
Tempo fa ho comprato, letto, apprezzato, recensito un libro.

Poi ho fatto amicizia su facebook con l'autore. Incontrato il suddetto per caso lo scorso autunno. Chiestogli di tenermi informata sulle volte che avrebbe portato ciò che aveva scritto, nato come monologo, di nuovo davanti a un pubblico.

In seguito, ho avuto da fare tutte le volte che il comico/attore/scrittore gentilmente m'informava delle date, come da me precedentemente richiestogli. Sembrando, probabilmente, una di quelle persone che ti fanno dei complimenti, si raccomandano tanto, ma poi se ne fottono e spariscono. La simpatia, proprio.

Tutto ciò fino a ieri sera quando, complice un po' di fortuna e l'opera degli astri propizi, ho finalmente potuto assistere alla magia delle parole che lasciano la carta per ritrovare il proprio ambito naturale: il palco.

Un palco ben strano per la verità. L'angolo di una vineria. Tra un pianoforte, la porta del bagno e le ginocchia del pubblico assiepato. Una di quelle situazioni molto underground, dove può essere un trionfo o un disastro. Dove l'artista è diviso tra il fascino della sfida e il desiderio di tornare nella propria cameretta con il pigiama, i giornaletti e la spremuta d'arancia, come quando gli veniva la febbre da piccolo, saltava scuola e poi, una volta guarito, si scopriva più alto di qualche centimetro.

Sono abbastanza sicura che ieri Dario Benedetto abbia provato tutte queste cose, mentre usava i bagni come quinta e si preparava a fare il suo ingresso. Ingresso di fronte a un pubblico vario e caloroso, che contava tra le proprie fila anche una blogger seduta per terra, ed un cane che ha cercato più e più volte di limonarla. Lei, pur colpita dall'avvenenza del quadrupede e dal suo sguardo carico di passione, ha preferito comunque fare la ritrosa. Perché, si sa, è sempre meglio farsi desiderare un poco.

Il libro, Piglia un uovo che ti sbatto, mi era piaciuto molto, come già avevo scritto in questo vecchio post.  Mi autocito: "Un libro di divertimento e poesia. Che coinvolge e si fa leggere di corsa, pagina dopo pagina, immagine dopo immagine. Una seduta di psicanalisi pubblica, dove l'autore racconta tic, ossessioni, sogni e deliri. L'infanzia, le donne, e pure i gatti. Il tutto accompagnato da una virtuale colonna sonora."

Lo spettacolo dal vivo mi è piaciuto altrettanto.

Bravo Benedetto che è riuscito a calamitare rapidamente l'attenzione in un luogo non così favorevole, dimostrando talento e mestiere.
Bravo Benedetto che ha creduto nella sua creatura portandola in ogni dove fino a raccogliere successi anche inaspettati, tipo quello di una bionda che ti si avvicina e ti dice "Vuoi pubblicare un libro con me?" Che il giorno che un editore anche non biondo dovesse dire a me una cosa del genere, prima svengo e poi mi faccio un piantarello.
Bravo Benedetto perché è proprio bravo. Perché le passioni sono faticose, e senza lavoro, lucida follia, e patologica caparbietà non si va da nessuna parte. E lui, invece, continua ad andare e macinare km, metaforicamente e non.

Quindi, che sia per questo spettacolo o che sia per un altro, se sentite il nome di Dario Benedetto dalle vostre parti, vi consiglio di non lasciarvi sfuggire l'occasione.
Datemi retta. Vi ho mai deluso?
La bacheca di facebook scorre veloce ed inesorabile. Col passare del tempo non è affatto facile recuperare vecchi scritti e, ogni tanto, sento la necessità di mettere al sicuro alcuni post. Trascriverli sul blog, dove sono più protetti e facilmente rintracciabili.

Per questo motivo oggi fermo su Radio Cole un mio particolare microracconto. Un piano sequenza in parole. Una ripresa continuata senza stacchi. Una storia priva di punteggiatura. Un gioco. Una sciocchezza. Un esperimento.

Su facebook l'ho pubblicato senza alcuna spiegazione, mettendo in difficoltà qualcuno. Con voi, vecchi frequentatori del mio blog, mi sento di essere più benevola e svelare la chiave di lettura.
Ogni parola in grassetto è la fine della frase precedente e l'inizio della successiva.

Le foglie si lamentano sotto i piedi affondano ne la neve si scioglie tra i fili d'erba che si allungano come le giornate.

Il titolo? Un anno.
Metro

She's a weirdo.
She's young and dirty.
She insults people and puts her feet on the seat in front of her.

People look, whisper, move away.

He's a gentleman.
He's older and smells of cologne.
He smiles and nods.

The girl takes her feet off the seat. The man sits.
He sits and speaks. He speaks to her like a granpa.
"You shouldn't put your feet on the seat."
"Why not?"
"Because it's not very nice. You dirty the seat and other people can't use it."
She listens to him. She tries to justify herself. She tells sad pieces of her life, real or made up.

People look at them, listen to them.

The metro stops.

The gentleman stands up, "It was a pleasure," he says, shaking her hand.
"For me, too" she says, she smiles, she's like a happy child.

People look at them.
Other people's kindness is always so embarassing.

The end

E siamo a tre, tre racconti tradotti in inglese.
Anche quest'ultimo è nato per Humans Torino (qui la versione italiana) e anche quest'ultimo ha goduto dell'anglosaggiasupervisione di quella santa donna di Renée. Ella, madre di un adorabile pargolo, si starà ormai chiedendo se sia peggio cambiare pannolini o correggere racconti di amiche a cui non basta più parlare all'Italia, ma vogliono coinvolgere l'Europa, il Mondo, il Sistema Solare, la galassia.
Pancrazia, verso l'infinito e oltre!

Volare o cadere con stile? Inutili sottigliezze.
Prossimo obiettivo: scrivere un racconto direttamente in inglese.
Stay tuned!
Io ho un nipote. Ha cinque anni. E lo invidio moltissimo.
Non gli invidio i grandi occhi neri, la leggerezza dell'età o l'innato carisma.
No. Gli invidio i nonni.
Io non ne ho più, ormai da molti anni. In realtà la vita è stata generosa con me. Me ne ha regalati addirittura cinque. Non mi sono fatta mancare nulla, ho avuto la nonna bisbetica e quella rudemente accogliente, il nonno protettivo e quello mitologico. Ho avuto perfino il nonno putativo.
Ma ho sempre avuto anche una marea di cugini con cui spartire questo tesoro. Che sia chiaro, i cugini sono un altro bel regalo dell'esistenza a cui non potrei mai rinunciare. Ma a PrincipeV invidio l'amore assoluto e incondizionato di cui gode grazie allo status di piccolo unico nipote.
Lui ama i suoi nonni, che poi sarebbero i miei genitori, e loro amano lui con uno struggente slancio.

Ogni tanto li guardo e mi auguro che lui non li dimentichi mai. Che ricordi quei momenti. Ricordi quel calore. Perché sono doni preziosi che ci si porta dietro anche da grandi. Anche quando si va per i 40, ma i nonni ancora ci mancano.
Io ricordo le confidenze di mia nonna Maria, che mi raccontò di un cuore infranto e una gioventù vanitosa.
Ricordo il carattere da leonessa di nonna Rosa quel giorno che tornai in lacrime dal liceo. Ricordo il suo desiderio di strozzare i professori e la mia sorpresa di saperla sempre al mio fianco, anche quando avevo torto.
Ricordo nonno Francesco che, seppur anziano e malato, era in grado di rammentare perfettamente quanto tempo avessi fatto passare dall'ultima volta che ero andata a fargli visita. Un bonario cazziatone che dava il senso di quanto lui, immerso in una folla di nipoti, ci distinguesse e amasse tutti.
Ricordo i mille colori che, da piccola, davo alla personalità di mio nonno Andrea. Morto giovane, ancora prima che i miei genitori si sposassero, e quindi disponibile ad ogni mia libera e fantasiosa interpretazione.
Ricordo il niente affatto scontato amore di nonno Herbert, la sua generosità, la sua accoglienza, il suo sonno improvviso ed eterno su una panchina, all'ombra dei tigli.

I nonni sono il mio punto debole. Lo confesso.
E così sabato 24, lo spettacolo del duo Popoff mi ha colpita dritta al cuore.
Loro sono una coppia, sul palco e no. Lei è un'attrice che ama cantare. Lui un musicista che ama lei. Gli occhi non tradiscono.
Per la rassegna Palco Oscenico hanno portato uno spettacolo ancora in divenire. Hanno portato un pancione e tante piante. Hanno portato la storia di una bambina che diventa donna. Una bambina accompagnata dal mistero della vita e della nascita, "Sono nata da un fiore, con l'aiuto di un'ape, vestita da un ragno". Accompagnata dall'amore di un nonno che è il più dolce dei fidanzati. Accompagnata dalla rassicurante presenza di una nonna e delle sue rose.

E sabato sono state cornicette, canti, boccioli. E sono stati amori, dolori e percorsi. E sono state tutte queste cose e anche di più. In un testo semplice ma genuino. Capace di evocare balconi assolati, vestaglie fiorate, vecchi telefoni e profumi di casa, di famiglia, di vita.

Il duo Popoff ha tanti progetti, tra cui il più grande vedrà la luce fra pochissimo, ma mi auguro di cuore che questo testo non venga messo da parte, ma arricchito e migliorato come merita. Curato come una pianta. Curato come l'amore. Perché: "Non siamo stati cacciati dal paradiso terrestre. Non ce ne siamo mai andati".

N.d.A.: i virgolettati sono tratti direttamente da "La grammatica dei fiori" del duo Popoff.
Io ho mangiato un hamburger buonissimo. Di corsa, con le mani gelate e la Gran Madre che occhieggiava invidiosa. Sono scesa ai Murazzi ed entrata al Magazzino sul Po. Ho assistito a una serata di CaleidoScoppio. Ne ho scritto fitto fitto su un'agenda.
E poi, alla fine, sono salita sul palco e ho letto la mia Cronaca davanti a tutti. Un microfono e due djembe a farmi compagnia.

Vi siete persi quest'esperimento di instant blogging? Non c'è problema. Ecco a voi il testo originale, rigorosamente NON riveduto e NON corretto.

Buonasera, vi spiego com'è andata, perché mi trovo qui.
Ho ricevuto l'invito su Facebook, l'idea della serata mi è piaciuta, e quindi ho condiviso, ho "piacciato", ho cliccato "parteciperò". Ho fatto tutte quelle cose che si fanno in questi momenti. Sono stata leggera e inconsapevole.
Poi, una settimana fa, Esther mi ha contattata.
"Allora che fai? Sali sul palco?"
"Eh? No, sul palco no! Io detesto parlare in pubblico"
Voi non potete capire, mi viene l'ansia, le palpitazioni, la voce da gallina isterica. Faccio cose patetiche, tipo mettermi una minigonna inguinale per distrarre il pubblico con lo stacco di coscia. Perdo l'etica e la morale.
"Sul palco no, non esiste!" dico.
"Dai! Ti esibisci alla fine. Fai la cronaca della serata: instant blogging"
"Instant che? No, guarda, ci penso, eh..."
Ci ho pensato. Ed eccomi qui. Voce isterica e patetico stacco di coscia compresi.
Eccomi qui a fare la cronaca della serata. La mia cronaca. Della mia serata. Dal mio esclusivo punto di vista. 
Arrivo alle 20-20:30 e mi ritrovo subito meravigliosamente a disagio. La gente prova, suona, qua è pieno di artisti. Io sono una blogger. Una che scrive su internet. Una poveraccia. Farò una figura pessima.
Quindi, per sopravvivere, decido di entrare nel mood "vabbè tanto non mi conosce nessuno". Esattamente cinque secondi dopo entra Noemi Cuffia. Lei è blogger ma anche una scrittrice coi controcazzi. Ah, dimenticavo, lei mi conosce. Ecco. Ciao Noemi! 
La serata comincia: si festeggia il primo compleanno del CaleidoScoppio, un "mix di arti diverse", come dicono i presentatori. Pittura, video, musica, fotografia, cabaret. Tutto assieme.
Parte  l'appello. Chiamano Sciencol. Nessuno alza la mano. Chi è? Dov'è? Assente? Ah no, sono io: J-a-n-e C-o-l-e. Le soddisfazioni cominciano a mazzi!
 
Finalmente si parte. Con Na Na, la zia di CaleidoScoppio. Una gran testa di capelli che già, solo per questo, si guadagna tutta la mia sfacciata simpatia. Lei fa gli auguri, gli auguri "al contrario".
Poi si canta e si suona. L'atmosfera è rilassata. Mi tranquillizzo. Un po', non troppo. 
Intanto, in giro per il locale, si disegna, vignetta e graffita. 
Sul palco si sonetta e filosofeggia. Ci si rilassa: "non bisogna essere i migliori".
Il poeta-filosofo poeteggia ed è bravo, bravo assai.
Finisce lui, si passa a uova e galline, e poi si torna alla musica. Giovanissima e con una gran voce.
Il tempo passa, arriva l'"amico palazzo" e capelli di bacca. Arrivano fantastici microracconti. La follia delle parole e dell'immaginazione. Il potere del 'tutto è possibile'. Ecco, questo è proprio l'ambiente mio: la scrittura e la follia. Quasi quasi mi commuovo e, invece no, rido, rido tanto.
Smetto di ridere e arrivano due ragazze che lo stacco di coscia ce l'hanno sul serio. Musica d'altri tempi e danza d'altri luoghi. 
Intanto, in giro per il locale, c'è chi chiacchiera, chi si conosce, chi prova a dipingere e chi lo fa sul serio, ma con le spezie. 
Sul palco si litiga con l'amplificatore, si combatte e poi si vince. Ed è musica ed è poesia. Con o senza titolo. Non importa.
Poi è poesia ed è musica.
Si passa da Frank Sinatra in gonnella a Massimo Pica e il cinema. Secondo lui. Secondo lui e il suo amico esperto di film iraniani, pecore e pastorelli.
Dopo è il turno della padrona di casa, Esther Nevola, e delle sue parole e delle sue emozioni. Che sono sue e di tutti.
Ed ancora musica e immagini.
Papere, cacciatori e momenti di commovente comicità.
Musica, Fabio Bosco, Baudelaire e djembe: l'accostamento che non ti aspetti. 
Intanto, in giro per il locale, c'è chi mangia una pizza e chi scrive una cronaca. Io.

Tornano i resoconti di Pancrazia, single dopo i 35. Post sciocchini e cronologicamente disordinati che dicono tutto ma non raccontano niente.

A un certo punto capita. Capita che tu ti rimetta in gioco ma che lui tergiversi.
Capita. E tu, in uno sfoggio di sorprendente maturità, ti dai un'unica e inequivocabile risposta: "Evidentemente non gli piaccio". Ti dai una risposta, cerchi di fartene una ragione, e provi ad andare avanti con la tua vita utilizzando la tecnica, un po' meno matura, della totale rimozione del problema.

Ecco, tu vorresti fare così, ma i tuoi amici no. Loro di risposte non ne hanno una sola. Ne hanno millemilioni. E vogliono condividerle con te fino allo sfinimento, se non loro, almeno tuo.

"Il problema è che gli piaci troppo, ha paura d'impegnarsi, perché sa che con te finirebbe col lasciarsi andare completamente" dice la candida M, cavalcando il suo unicorno glitterato, circondata da folletti giocosi, e diretta verso il villaggio dei Puffi.
"Secondo me è gay" risolve con ingegneristica precisione A.
"E' colpa tua: sei troppo criptica! Quel poveraccio neanche l'avrà capito di piacerti. Avrà paura che, se ci prova, prima lo denunci e poi lo prendi a mazzate" teorizza F, specializzato nella nobile arte dell'avvocato del diavolo altrui.
"E' gayyy" insiste A.
"Magari è solo un poco timido" ipotizza G che, da quando si è fidanzato, ha subito l'orrida muta da uomo equilibrato a molesto orsetto del cuore.
"Gayyyyy!!!" s'innervosisce A, esasperato dall'antico teorema che vede quelli che hanno il pane essere incredibilmente sprovvisti di denti.

Ma, in tutto questo folle vociare, arriva lei. L'amica S che, con un'invidiabile capacità di sintesi, sentenzia: "E' solo uno stronzo."
E che puoi rispondere di fronte a tanta illuminata saggezza?
Nulla. Non valgono i "ma" i "forse" o gli "eppure". Se lo difendi ti senti patetica. Ma se lo attacchi pure di più. Quindi ti arrendi, annuisci e pensi che, in fondo in fondo, avresti preferito avesse avuto ragione A.
Anche perché: quanti post ci avresti potuto scrivere sopra?
Il blog ci avrebbe campato un anno!
Invece no! Il destino non vuole fare di te una blogger famosa, ma la protagonista, la coprotagonista, il personaggio secondario, e la comparsa della peggio commedia americana.
Certe cose, o le si fanno per bene, o non le si fanno proprio.
Giovedì ho fatto la Radio!

Il socio ed io ci siamo recati agli studi della web Radio Nuclear (Tv). E, insieme a un nutrito gruppo di artisti/amici, abbiamo chiacchierato e riso davanti ai microfoni.

La sera stessa, tornata a casa, ho visto il podcast della trasmissione e ho scoperto due cose: una bella e una brutta.
Quale volete sapere prima?
Decido io: comincio con la bella. Il raffreddore ha avuto il merito di abbassarmi di molto la voce. In radio non sembravo affatto una gallina strozzata, eventualità che davo praticamente per scontata, ma quasi una donna con voce da femmina,
Di contro, la webcam che ci ha filmato ingrassava. Giusto un poco, mica tanto. Regalava quei 10 meravigliosi maldistribuiti kg in più, come neanche un week end sequestrata dentro una pasticceria. Io ho preso la scoperta col mio noto aplomb. E mi sono state sufficienti 48 ore di rassicurazioni da parte di amici, conoscenti, parenti e psicoanalisti, per decidere di non seppellirmi dentro un confortevole e poco fasciante scafandro da palombaro. Insomma, tuttapposto!

Quest'esperienza ha, quindi, confermato ciò che già sapevo: io sono nata per la Radio!
Ma per la tv no, per la tv proprio per niente.
L'8 gennaio scorso dovevo trovare il modo per passare una serata che mi distraesse dall'imminente sopraggiungere della mezzanotte e, con questa, del mio genetliaco.

Le possibilità erano:
  • Collegarmi con la mia "cumpa" di complottisti per dimostrare la causa delle scie chimiche, rivelare al mondo l'inutilità dei vaccini, diffondere in rete le prove del falso sbarco sulla Luna, curare l'ebola con la tisana di finocchio, e superare l'ultimo livello di Candy Crush Saga.
  • Accodarmi a un gruppo di ecoterroristi per un'azione dimostrativa in Egitto. Tracciare un messaggio di speranza e salvezza per il nostro pianeta e la genuina musica pop di una volta: l'intero testo di "We are the world" trascritto con l'uniposca fucsia sulla facciata ovest della piramide di Cheope.
  • Imbucarmi alla prima serata torinese di Kotiomkin live.
Che ci crediate o meno, ho scelto la terza opzione. Ho scelto la satira dal vivo.
In fondo a Candy Crush sono una pippa e l'inchiostro indelebile macchia le mani.


Voi sapete cos'è Kotiomkin?
E' una pagina di satira nata un paio di anni fa. Un collettivo di circa 700 burloni sparsi per tutta Italia.
Scrivono battute a raffica, le scremano e poi le diffondono in rete. Secondo me delle volte dovrebbero scremarle meglio. Ma tutto è perfettibile e io sono parecchio scassam... rompic.... Esigente. Sono parecchio esigente.

Destino vuole che io conosca più d'uno di questi fenomeni dallo spirito salace, e quindi che non abbia potuto esimermi dall'andare a vedere la prima di questo show.

Una serata a base di battute storiche, battute recitate, battute in diretta dalla rete. Queste ultime un poco sotto tono a dire il vero. Che i migliori elementi di Kotiomkin fossero già tutti presenti sotto la Mole?
Una serata di sketch e monologhi. Perone e Gorno i miei preferiti.
Una serata con collegamenti. Molti riusciti, altri meno. Da dimenticare quello al finto collettivo Cinque Stelle. Da incorniciare quelli brevissimi ma esilaranti con Morandazzo, il maggior esperto mondiale di cinema.
Una serata con i disturbatori ai lati del palco e i disturbati a presentare. Menzione speciale alla bionda debuttante Julia Campa. E pure al mio personale oggetto del desiderio: il suo boa di struzzo.

Tante risate, tanta carne al fuoco e uno show che è scivolato via velocissimo.
Un esperimento migliorabile, soprattutto dal punto di vista tecnico, ma ricco di ottimi spunti.

Vi consiglio, quindi, sia il reading del 22 sia il secondo Kotiomkin Live del 5 febbraio.
Tutti e due alle 21:30.
Tutti e due al Colors Club in via Sacchi 63.

Ci si vede lì.
Io sarò la riccia che tenta di fregare il boa alla Campa.
Domani sera alle ore 21 Jane Pancrazia, me medesima, e l'insostituibile socio, Sergio Sasso, saranno-saremo tra i numerosi ospiti di Rock Electro Pop, una trasmissione della web Radio Nuclear.

Noi porteremo Humans-Torino, voi portate immeritato sostegno e indomito entusiasmo collegandovi al sito di Radio Nuclear (TV)

Potrete ascoltarci e, come se non bastasse, anche vederci.
Io sarò facile da riconoscere, non tanto per i capelli alla comemisonosvegliatastamattina, quanto per la voce da oltretomba di cui l'influenza mi ha fatto generosamente dono.

Febbre, mal di gola, inadeguatezza estetica, voce da grizzly, nulla potrà tenermi lontana dai microfoni della radio. Del resto ve lo ricordate perché questo blog si chiama così? No? Come no?
Studiate!

Vabbè, ve la faccio breve: da bambina...
...m'immaginavo all'interno della mia(!) stazione radiofonica privata, come un'imperatrice egocentrica e delirante. M'immaginavo mentre, senza dover rendere conto a nessuno, mettevo solo la musica che piaceva a me, parlavo solo delle cose che interessavano a me, e filosofeggiavo profondamente senza contradditorio alcuno. 
(...)molti anni dopo, di fronte alla schermata di Blogger che pretendeva di essere compilata, questo mio vecchio sogno riaffiorò in superficie e diede vita proprio a Radio Cole. La mia stazione radiofonica personale, dove scrivere di tutto ciò che mi passava (e mi passa) per la testa, in maniera del tutto anarchica, disorganizzata, e allegramente disordinata.
Domani sera si avvera una parte del sogno: non mancate!

Tra le ultime ore dell'8 gennaio e le prime del 9 ho:

rischiato di ammazzarmi in auto, avendo grandemente e inconsapevolmente torto;

sbagliato clamorosamente candeggio, facendo virare parte della mia biancheria verso lo sciccosissimo tono verde ramarro;

litigato con qualsiasi forma di tecnologia a me disponibile, vecchia e nuova, conosciuta e sconosciuta.


Ormai è evidente: la demenza senile mi sta correndo incontro a grandi falcate.
Ma io me ne fotto: mi sono comprata una bottiglia di nebbiolo e pure una di candeggina. L'importante e che non le scambi!

Che sia festa per me e per tutti quelli che oggi mi hanno pensato anche solo per pochi attimi!

Ognuno di noi ne ha una.
Quella che ferma tutto, che fa nascondere la testa nel cappuccio, che attutisce i rumori e amplifica i ricordi.

Non è necessariamente la più bella. Ma è lei.
Quella che trascina in un posto e un tempo diversi. Che fa ricordare quando insieme cercavamo di comprenderne il testo.
Green light, Seven Eleven
You stop in for a pack of cigarettes
You don't smoke, don't even want to
Hey now, check your change
Quella che prende alla gola dalle prime note. Che fa sentire giovani o anziani. Ma, comunque, ancora vivi.
Red lights, gray morning
You stumble out of a hole in the ground
A vampire or a victim
It depend's on who's around
Quella che ritorna sempre. Che non bussa alla porta. Ne ha le chiavi.
Three o'clock in the morning
It's quiet and there's no one around
Just the bang and the clatter
As an angel runs to ground
Ognuno ha la propria.
Io ho la mia.

E' innegabile, finire un conto alla rovescia a "Meno Uno" è una schifezza d'idea!
Ed è per questo motivo che oggi, in un post unico, pubblico l'epilogo mancante del mio epico doppio calendario dell'avvento pagano.
L'utilizzo del termine "epico" è sarcastico. Lo specifico. Nel caso non si fosse capito.

Il calendario si conclude con un post che racchiude in sé Radio Cole e Humans Torino.
La cronaca di un'intervista e di uno spettacolo.
Una bella esperienza.
Una bella foto.
Tanto contenuto.
Tanto sentimento.

Il post, datato 5 dicembre 2014, cominciava così:
Questa cronaca, che non è una cronaca, parte da più lontano del solito.
Parte da una settimana prima dello spettacolo. Parte da un piovoso sabato mattina in cui il socio ed io siamo andati a San Pietro in Vincoli.

(Continua...)
Come si è concluso il 2014 di Humans-Torino?
Con una bella foto, ottimismo e un augurio sincero.
E un muso che, vabbè, che ve lo dico a fare? Lo vedete da voi.

Il link diretto alla pagina.
Non ci posso credere: sono finalmente arrivata all'ultimo post degno di nota del 2014!
Il calendario dell'avvento pagano finisce a "Meno Uno", ma forse sarei dovuta arrivare fino allo Zero? Boh! Vabbè, questo progetto è venuto fuori un po' così, per la fine del 2015 magari mi organizzo meglio.

Qual è l'ultimo post da ricordare?
Niente di memorabile per voi ma emblematico per me, e per questo blog.

Il 12 dicembre scorso annunciai l'acquisto del dominio e il conseguente cambio d'indirizzo. Dopo millemilioni di anni questa pagina è passata da www.radiocole.blogspot.com al più snello www.radiocole.it
Il primo passo di un nuovo (si spera) fruttuoso e organizzato percorso professionale.

In bocca al lupo a me!


Che foto! Che tipo! Che storia!
Orgogliosissima del post natalizio di Humans-Torino, ve lo ripropongo tronfia e contenta.

La versione ufficiale con tutta l'intervista la potete trovare a questo indirizzo.
Con questo penultimo post, dedicato al mio sgarrupatissimo calendario dell'avvento pagano, voglio celebrare uno dei miei nuovi progetti. Forse quello a cui tengo di più. La mia avventura creativamente più stimolante e divertente. Cominciata nell'autunno del 2014, spero che veda compimento e culmine entro la fine del 2015.
Il mio viaggio nella scrittura in inglese, la mia apertura a un mondo nuovo, una lingua nuova, un ritmo nuovo.

Il 18 settembre scorso pubblicai il mio primo anglo-racconto. Il primo di una lunga serie? Sperò di sì. Una serie che, nei miei programmi, dovrebbe comprendere vecchi testi tradotti e nuovi testi scritti direttamente con la voce del bardo.

Il post originale è questo qui.
Il racconto invece...

His story 

The tracks are on fire.
The old man walks and sweats in a wool coat.

He sees me from afar. I smile.
He sits next to me. He smells.
"Do you take the next train?"
"Yes"


I pull out the headphones from the bag. I select the music. 
It's not enough.
He speaks.
I give up.
I listen.

He starts telling his story.
A difficult childhood.
A bad mother. A selfish mother.
She's still alive. She's still bad and selfish.

A happy youth.
The '80s full of women, business, money, and friendship.

And then: drama.
Wrong choices. No more friends.
Debts.
Prison.

"Were you in prison?"
"Yes, it was a big scandal"
He's happy to have my attention, finally.

He speaks.

I listen.
Listen and surf the web. I want to know the truth, his words aren't enough.

I find something.

The story is true.
Him? I don't know.
I can't recognize his old tired face in the young man smiling on my phone.

"From the hills to the jail. He could have helped me, but he didn't"
"Who?"
"Him"
"Him?"
"Yes. He's a son of a bitch!"
"He died years ago"
"He's a son of a bitch. Anyway."


The end.
 Il testo in italiano lo potete trovare qui.
Amo questa foto.
Mi piace questa storia.
Adoro questi due ragazzi. Amedeo e Pippo.
Conosciuti tramite Facce da Palco, ho avuto il piacere di rincontrarli e intervistarli grazie alla collaborazione tra Humans-Torino e Off Stage.

Basta guardare per un attimo quest'immagine per ritrovare il sorriso.

Il link diretto alla pagina Facebook.
La cronaca del loro spettacolo.
Il 5 settembre scorso trascrissi sul blog un mio stato di Facebook.
Mi piaceva molto e non volevo che andasse perduto nello scorrere infinito della mia bacheca.

Periodi brevi. Frasi semplici. Punteggiatura spietata.
È così che scrivo.

(Parentesi aperte che non si chiudono, "Virgolettati abbelliti da una memoria selettiva; subordinate che reggono altre subordinate che reggono interrogative irrisolte.
È così che vivo.
Il più originale. Il più poetico. Il più affascinante.
Una location suggestiva. Una protagonista incredibile. Una storia senza tempo.

Il 28 ottobre 2014 il freddo autunno torinese incontrò la rovente tragedia greca.


Il link diretto alla pagina di Humans-Torino.
E alla mia cronaca dello spettacolo.
Delle volte si mettono di mezzo il lavoro, la disorganizzazione, e la mia pigrizia.
Delle volte questo blog viene colpevolmente trascurato.
Delle volte capita che un post, che avrei dovuto pubblicare giorni fa, slitti al 31 dicembre. Slitti tanto da ritrovarsi ad essere l'emblematico ultimo post dell'anno.

Evidentemente, delle volte, il diavolo fa le pentole e anche i coperchi.

Nascoste tra le prossime righe ci sono storie e persone di questo 2014. Importanti per Radio Cole. Importanti per Jane. E importanti pure per Rossana. (Chi???)

Era il 28 maggio scorso quando pubblicavo:
La vita è un domino.
Una serie di coincidenze che ti fanno andare da un posto all'altro, da un incontro all'altro.
A te viene chiesto solo di continuare a muoverti, dire molti "Sì", e pochi ponderati "No".



(Continua...)
Non ce la farò mai a finire il doppio calendario dell'avvento pagano entro la mezzanotte di oggi.
E, sinceramente, non ho neanche intenzione di provarci.
Intanto, però, proseguo con la riproposizione dei post migliori di quest'anno. Con calma. Che tanto non ci corre dietro nessuno. O no?

E' la volta di uno dei più grandi successi di Humans-Torino.
Bella la foto, bella la persona, bello il tema proposto.

Il link alla pagina di Facebook.
Siamo giunti a metà strada nel doppio calendario dell'avvento pagano.
In ritardo? Of course!

Con il post meno cinque si celebra un altro progetto che ha caratterizzato il 2014 di questo blog: "Un marito per caso e per disgrazia".
Capitolo dopo capitolo, post dopo post, vi ho raccontato la storia di Adelina, Augusto e tutto il familiare cucuzzaro.

Un libro online che cominciò così:
Prologo.
Ogni mattina mi sveglio presto, tiro su i capelli come piacevano al marito mio, metto l’acqua di colonia dietro agli orecchi e piano piano, con la pioggia o con il sole, mi trascino fino a qua.

Tra le pietre, le fiammelle e gli alberi dritti, siamo sempre le stesse quattro facce: un gruppo di vecchi così rimbambiti che non c’è manco gusto a parlarci assieme.
(Continua...)

Non l'avete mai letto e intendete cominciare? L'avete letto ma vi è venuto un inspiegabile desiderio di rifarlo? Bravi! Già che ci siete, se qualche link tra un capitolo a l'altro non dovesse funzionare, vi dispiacerebbe lasciarmi un messaggio di avvertimento? Così mi evito la scocciatura di ricontrollarli tutti. Grazie.
Sono una blogger pigra e approfittatrice? Sì, lo sono.

NdA: Buona lettura!
Prosegue il doppio calendario dell'avvento pagano più disorganizzato di sempre!
Oggi, 28 dicembre, esce il post del 26.

Quando l'immagine si sposa perfettamente con le parole.
Il link alla pagina ufficiale è qui.
Sarebbe dovuto uscire ieri ma, meglio tardi che mai, ecco oggi a voi il post dell'avvento numero 5.

A cavallo tra il 2013 e il 2014 mi dedicai a un progetto giornaliero che, con grande originalità, chiamai appunto "Il Mio Progetto".
Trecentosessantacinque post. Uno per ogni giorno dell'anno. Dal 18 aprile 2013 al 17 aprile 2014.

Oggi vi ripropongo la chiusura di quella mia piccola impresa. Didascalica anzi che no.

17 Aprile
Sono Rossana Rotolo e oggi concludo Il Mio Progetto. 

Nel caso ve la siate persa: ecco la pagina Ufficiale, dove potete trovare ispirazione, origine e svolgimento di quella mia "avventura" lunga un anno.
La scorsa estate, nell'elegante parco della Tesoriera, incontrammo un professore. Un Signore. Un Maestro dai modi impeccabili.
Ci parlò della sua passione: la botanica.
Le piante non furono mai così affascinanti come quel pomeriggio di qualche mese fa.


Il link alla pagina di facebook.
Natale e Santo Stefano sono state giornate di festa anche per Radio Cole. Il computer è rimasto spento e gli aggiornamenti sono stati rimandati.

E' vero che avrei dovuto mantenere l'impegno del calendario dell'avvento pagano, ma non ho avuto voglia di fare tutto di corsa. Tanto sarà stata festa pure per voi, no? E sono sicura che avrete avuto tutti qualcosa di meglio da fare che leggere il mio blog.

Comunque sia, oggi si torna in pista e si recupera.
Avrei dovuto pubblicare questo post il 25. Ed il caso vuole che sia una delle cose meno natalizie e politicamente corrette che io abbia scritto in quest'ultimo anno.
Un racconto. Che, per la cronaca, io amo ancora moltissimo. E, vi assicuro, io non amo tutto ciò che scrivo, soprattutto quando lo rileggo a distanza di tempo.
Ma il fascino delle gesta del " vecchio docente universitario, senza cattedra e senza pensione" rimane ancora immutato per me.

Datato 2 aprile 2014, oggi vi ripropongo
"Il Professore"
Era giunta finalmente la primavera.
Il sole illuminava la città dal centro di un perfetto cielo color carta da zucchero.
Il Professore avanzava lungo il marciapiede, portando con sé solo un sorriso aperto da un orecchio all'altro. Procedeva a passo tanto spedito, che le falde del lungo impermeabile faticavano a coprire gli ossuti polpacci.
Ossuti, ignudi, pallidi e glabri. 


(Continua...)
Questa vigilia di Natale la dedico a quel signore pugliese arrivato a Torino cinquant'anni fa.
Lo incontrammo davanti a Palazzo Reale.
Elegante e colto. Ci conquistò.

Il link.


Prosegue la carrellata dei dieci post più rappresentativi di questo 2014.

Qual è stato l'evento che ho maggiormente pubblicizzato, seguito, amato quest'anno?
Impossibile non ricordarselo, sia che mi leggiate solo sul blog sia che abbiate la sventura di essere miei amici su Facebook, vi ho letteralmente tormentanto con il talent teatrale più figo della storia: Facce da Palco. La gara, tra artisti torinesi e non, che ho ufficialmente bloggherizzato da marzo a maggio.
Nonostante la mancanza di parcheggio, l'influenza, e il terrore di parlare in pubblico, non mi sono persa un appuntamento e non l'ho fatto perdere neanche a voi. Che lo voleste o meno.

Annunciai l'inizio di quest'avventura con un post pubblicato l'11 febbrai del 2014.
Queste furono le mie parole:

E ora come ve la dico questa cosa?
Come sbatto in prima pagina la notizia?
Come mi pavoneggio senza vergogna?
Vabbè, facciamo che ve la dico e basta!


Il primo marzo a Torino partirà Facce da Palco, un talent show ad eliminazione per artisti emergenti.
Un viaggio che si snoderà lungo nove serate e attraverso diversi locali della città. Un'avventura che terminerà a metà maggio con l'elezione del vincitore.
Le arti sceniche in gioco saranno le più diverse: dalla musica alla danza, dal teatro al cabaret, per poi passare attraverso la giocoleria, il mimo, la follia e l'incontinenza artistica!

Continua...

Fu un'esperienza memorabile che, per fortuna, si ripeterà anche quest'anno. Ma con una variante: oltre ad essere la blogger ufficiale, vestirò anche i panni della presidentessa di giuria. Non vedo l'ora di amministrare il mio nuovo ruolo con giustizia, spocchia, e prepotenza. Per l'occasione indosserò corona, mantello, e un inflessibile accento teutonico.
Oggi tocca al designer e alla ballerina.
L'incontrammo durante la nostra prima uscita a "caccia" di Humans.

La dimostrazione che un'immagine casuale, accompagnata da una risposta semplice, può aprire scenari fallaci ma interessantissimi.

Il link alla pagina ufficiale è qui.
La fine dell'anno si avvicina e il calendario dell'avvento pagano prosegue.

Oggi voglio riproporvi un post davvero speciale. Lo scrissi un sabato notte, dopo aver assistito per la prima volta ad un catch d'improvvisazione teatrale. Lo scrissi di getto e con divertimento. Lo scrissi non immaginando il successo che ne sarebbe derivato.

Quel due febbraio nacquero le cronache di Radio Cole. E scusate se è poco!

Metti una blogger tra il pubblico

Secondo i miei progetti più ambiziosi dovevamo essere in cinque.
Di fronte alla dura realtà ho prenotato due biglietti.
Nella realizzazione del mio peggior incubo, quando sono già in macchina, rimango sola. Abbandonata da un sms in corso Francia.

Ferma al semaforo, preda dello sconforto, penso per un attimo di fare inversione. Ma è solo un attimo poi, al grido di "echecazzo", continuo la mia strada diretta al Cecchi Point, tempio torinese dell'improvvisazione teatrale.

Una volta giunta lì, smadonno un quarto d'ora prima di trovare parcheggio, per poi lasciare l'auto in una via buia e mal frequentata. Perfetto! Ho sempre sognato di essere uccisa, fatta a pezzi con un taglierino, e convertita in mangime per galli da combattimento coreani.

Continua...

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