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Stasera c'è la quarta serata eliminatoria di Facce da Palco e io devo ancora scrivere della terza. Oh cielo, non c'è tempo da perdere, inforcate gli occhiali, bagnate gli indici e sfogliate virtualmente questa mia arguta cronaca.

Innanzitutto, c'è da fare un passo indietro a pochi giorni prima dell'evento. Quando mi telefona Elena Mulè, eminenza grigia metalizzata della kermesse teatrale, e mi dice:
“Buongiorno Lady Pancrazia, divina tra le divine, la disturbo?”
“Beh, insomma, sono le undici di mattina, ho appena fatto colazione a ostriche e champagne; Gianluì, il visagista delle dive, mi sta facendo la pedicure; e dopo devo portare a spasso Poldino, il mio carlino che ha un pedigree che Betty d'Inghilterra se lo sogna. Ma, a parte questo, sono libera. Dimmi, plebea, perché mi cerchi?”
“Ehm divina volevo solo dirle che noi, cioè, non solo io ma tutta l'organizzazione, noi, dicevo, pensavamo che sarebbe stato carino se voi, i giurati, non foste sempre gli stessi ma faceste un poco a rotazione”
“...”
“Nello specifico, ehm, ella, ehm, sublime, la prossima volta dovrebbe lasciare il posto a un altro giurato e stare tra il pubblico”
“...”
“Mantenendo comunque l'ambito ruolo di blogger”
“...”
“L'unica e sola blogger ufficiale dell'evento, ovviamente”
“Ovviamente.”
 Io, com'è nel mio stile, la prendo da gran Signora, non urlo, non strepito, ma alzo solo il sopracciglio sinistro. Leggermente.
Prima do mandato alla mia stuola di avvocati di agire, chiedere danni, un adeguato rimborso, e la testa di questi screanzati. La lesa maestà è un reato grave. Poi suggerisco a Poldino, che ha la vescica canina un poco debole, di spiscettare abbondantemente sulle ruote delle auto e sulle scarpe scamosciate dell'organizzazione tutta. Infine, abbasso il sopracciglio, e mi reco comunque alla serata. Perché sono una blogger professionista, IO! Una che mantiene fede ai propri impegni, IO! Una che non c'ha mai una mazz… da fare, IO! Vabbè, dicevo, nella mia immensa bontà e professionalità decido di recarmi comunque ad assistere alla serata. Ed ecco qui la cronaca.

Anche questa volta si sfidano tre artisti, anche questa volta l'emozione è tangibile: fogli che si perdono, trucco che si scioglie, computer che s'imbizzarriscono.

I primi ad esibirsi sono Roberto Tavella e Nancy Citro, vecchie conoscenze di Facce da Palco che, due anni fa, si erano guadagnati la semifinale con i Sumadai, la compagnia d'improvvisazione di cui fanno ancora parte. Questa volta, però, decidono di lasciare a casa i colleghi e provano a mettersi in gioco con un nuovo format dall'evocativo nome “Terapia di coppia”. E, infatti, è questo quello a cui si assiste: una terapia di coppia tutta improvvisata. Dove, per dare vita ai propri personaggi, si chiedono suggerimenti al pubblico e, per avanzare nella storia, si fanno intervenire i giudici che rivestono, per loro stessa sorpresa, il ruolo che fu di Freud.
Il tutto è gradevole, divertente e immediato. I conflitti uomo-donna vengono descritti in maniera buffa e leggera. Ma i due improvvisatori, forse per paura di non raccontare abbastanza o di non fare abbastanza nei 20 minuti a disposizione, tendono a “correre” troppo, non sfruttando a pieno le scene più promettenti ed esilaranti.
Il risultato è comunque buono, il pubblico apprezza e la giuria, gasata dal ruolo da psicanalista che gli è stato affidato, finisce per prenderci fin troppo gusto. Ed è per questo che stabilisce la durata della seduta, compila ricette mediche, ed emette regolare fattura.

Dopo l'improvvisazione è la volta di un monologo drammatico, portato in scena da Sabrina Divina Conquistadina.
Il testo nasce dall'unione di pensieri, poesie, e pezzi scritti da lei nel tempo. E, proprio per questo, richiederebbe un ulteriore lavoro di lima e legatura.
La recitazione è molto acerba. Troppo artefatta. Che sia un meccanismo di difesa attuato da chi si sta mettendo tanto in gioco o una semplice mancanza di mestiere non è dato sapere.
Ma a Sabrina bisogna, comunque, concedere l'onore delle armi per aver avuto il coraggio di raccontare se stessa, “Più donna che uomo, ma non una donna, non un uomo”. Per aver provato a spiegare il difficile percorso della transizione, l'aggressione del giudizio della società, e la complessità del conflitto interiore.
La forma è da rivedere, ma l'emozione è tangibile e onesta.

Alla fine tocca a Manuele Laghi, anch'egli vecchia conoscenza della competizione. Questa volta non si presenta all'interno dell'esilarante trio comico Tracataiz Tracataiz ma tutto solo. O quasi. Sul palco ci sono lui e un computer.
Il suo monologo è molto divertente, capace di analizzare la società attuale con le sue mille follie. Ma la follia più grande la fa lui, che rinuncia ad un tecnico audio per fare tutto da solo col suddetto computer. L'idea di base è comprensibile e condivisibile, quasi una protesta, “I locali, non investono, i tecnici costano e, se questo lavoro lo vuoi fare per vivere, devi essere indipendente e in grado di poter gestire ogni aspetto dello show in completa autonomia”. L'idea, come dicevo, ha tutta la mia solidarietà ma il pc se ne sbatte della libertà di Manuel e del mio appoggio morale e, con una tempistica che solo le infernali macchine sanno avere, si pianta, si blocca, fa le bizze. Lo stronzone. Costringendo l'artista ad improvvisare e menare il can per l'aia per 5 minuti buoni. Poi, finalmente, anche la tecnologia si mette una mano sulla coscienza, il monologo può partire come si deve, e il comico milanese ci fa ridere tutti come lui ha sempre dimostrato di saper fare. Applausi!

La sfida si è conclusa, è tempo di annunciare il vincitore: passa Manuel Laghi. L'uomo ha sconfitto la macchina.

Stasera al Blah Blah ci sarà la quarta imperdibile eliminatoria di Facce da Palco, io sarò nuovamente in giuria ma, per scrupolo, Poldo me lo porto comunque. A dopo!
Ormai siamo alle porte della terza serata eliminatoria di Facce da Palco ed io devo ancora scrivere la cronaca della seconda. Quindi? Quindi, rimedio subito.

Siamo al Cafè des Arts e si ride, si ride parecchio. Merito dei tre presentatori eccezionalmente ispirati.
La Diva Zamboni Bresci, in particolar modo, acida come non è stata mai, non risparmia battute al vetriolo contro tutti, artisti compresi. La cattiveria le dona. Divina!
Natalia, gnoccherrima as ever, cerca di impalmare incastrare un belloccio pescato a caso dal pubblico. Egli si finge turbato ma sta volentieri al gioco. La di lui fidanzata si finge tranquilla ma in realtà ribolle di rabbia omicida.
La terza testa di questo Cerbero presentante, tale Rato Glitte (che se ne colga l'arguto gioco di parole), cantante confidenziale di Bulgazia, canta. Canta assai. Coinvolgendo il pubblico fino alle lacrime, i crampi e, in taluni casi, l'esaurimento nervoso.

Io, in prima fila (avete notato come sottolinei sempre la mia posizione privilegiata? Sono Poveraccia dentro), mi godo lo spettacolo e i tre concorrenti che si sfidano.
La prima esibizione è di un gruppo musicale: La figlia del dottore. Tre allegri 30-35-40-45?enni che, come lascive civette sul comò, se la cantano e se la suonano con tanto di famiglie-groupie al seguito. Io sculetto sul posto, trascinata dalla musica, leggera, piacevole e molto frulla-ricci. La loro formazione è quella più classica dei gruppi musicali: batterista schivo, bassista sorridente, frontman egocentrico e logorroico. Per arginare l'incontinenza verbale di quest'ultimo vengono chiamati prima gli artificieri e poi le teste di cuoio ma, ovviamente, nessuno riesce nell'impresa. L'abbattimento si rende necessario.
Liberato il palco dai poveri resti, viene il turno di Sergio Sasso, che porta un nuovo format d'improvvisazione: "Data". Il pubblico gli dà degli spunti, Wikipedia anche, e poi lui interpreta tre personaggi e racconta la storia che li riguarda. Improvvisazione e story telling, tutto da solo su un palco. Non è facile, al limite tra il coraggio e l'incoscienza. L'artista pare molto emozionato e la rappresentazione ha un ritmo discontinuo. L'idea è buona ma migliorabile. Intanto, chapeau per essersi buttato senza paracadute.
Infine tocca alla clownerie, all'arte di strada di Davide Fontana. E qui veniamo tutti conquistati: pubblico, giuria e artisti precedentemente esibitisi. Tutti. Ironia, musica, tempi perfetti e tanto lavoro. Lo spettacolo è un mix di pezzi diversi. Un mix ottimamente costruito. Non solo riesce bene ma dà l'impressione di avere ancora ampi margini di miglioramento. Ottimo!

Si vota e il risultato è previsto, prevedibile e giusto. Passa Fontana tra la soddisfazione generale.

Per il resto nulla da segnalare tranne due giurati, una riccia e uno no, che si litigano il microfono. Vince “quello no”, screanzato, ma la riccia medita vendetta. Tremenda vendetta!


Prossima serata eliminatoria: domani alle 21 al Cafè des Arts, in via Principe Amedeo 33/F, Torino.
C'erano una volta un Re e una Regina, 
giovani, belli ed innamorati. 

Vivevano in un meraviglioso Castello e sognavano che un piccolo erede venisse a rallegrare la loro dimora. 
Sogna che ti risogna, un giorno il desiderio si compì e nacque una piccola Principessa. Ma proprio piccola, eh! Alta quanto il moccolo di una candela. 

Nessuno sapeva spiegarsi il perché e il per come da due ragazzoni così fosse nata una tale frugoletta. Forse la bambina era stata vittima di un sortilegio? Oppure la Regina aveva mangiato la zuppa restringente del Cuoco BuonoANiente? O ancora il Re era divenuto bersaglio di un folletto dispettoso? All'inizio tutti si fecero mille domande, ma poi la piccola imparò a sorridere e a nessuno importò più di nulla. La testolina coronata era una preziosa benedizione per tutto il regno, che ne ammirava i piedi minuscoli, le mani sottili, e gli occhi tondi tondi perfetti per studiare il mondo. 

Ella era un gioiellino che poteva tuffarsi in una ciotola di zuppa, dormire raggomitolata nel guscio di una noce, o giocare a nascondino tra le tazze di tè. 
Il papà, durante i ricevimenti regali, se la metteva nel taschino del tait, come un fiore all'occhiello, proprio sopra il cuore. 
La mamma, tenendola sul palmo della mano, le insegnava a ballare il valzer, più leggera ed elegante di qualsiasi altra principessa. 

Certo, non mancavano le preoccupazioni, bisognava stare attenti a non schiacciarla o al furore del vento che poteva trascinarla via. Ma le attenzioni in più erano ripagate dal sorriso della piccola e dall'amore che gonfiava i cuori del Re e della Regina. 

Gli inverni divennero primavere, l'amore cresceva, eppure la Principessa rimaneva sempre piccina. Ma ciò non le impediva di godere del mondo e degli amici. Guardava gli spettacoli teatrali arrampicata sulla spalla di uno dei suoi cugini. Scriveva lettere d'amore usando la rugiada delle rose rosse come inchiostro. Andava in gita aggrappata al campanello della bicicletta della sua migliore amica, “Drin drin” faceva e giù tutte due a ridere. 

Anni seguirono ad anni, tutto cambiava ma rimaneva uguale, fino a un giorno inaspettato. 
Quel pomeriggio la Principessa, ormai raggiunta l'età adulta, si era coricata per un pisolino di bellezza, ma poi uno strano fastidio ne aveva causato il prematuro risveglio. Era cominciato con un un friccicorio che era divenuto prima un curioso solletichio, ed infine un franco prurito. 
"Mamma, Papà, correte!" aveva chiamato immediatamente a gran voce. 
E i due sovrani si erano precipitati nella stanza della loro prediletta. 

Grande fu lo stupore quando la trovarono volteggiare a mezz'aria sopra il letto a baldacchino. Agitava le sue ali nuove di zecca. Ali dorate da Principessa delle fate! Dalla camera volò fuori dalla finestra fino al cortile, poi salutò i cavalli nelle stalle e, tornando nel palazzo, si mise a giocare tra le mille candele dei lampadari della sala da ballo. 
Volava e rideva felice, mentre tutti la seguivano con i piedi ben piantati in terra. 
“Attenta, tesoro”, le diceva la Regina. 
“Non ti stancare troppo”, le suggeriva il Re. 
“Le principessine per bene non dovrebbero spettinarsi così”, la sgridava bonariamente la vecchia tata.

Ma lei non ascoltava nessuno, felice com'era dell'incredibile scoperta. Di tutte le teorie proposte alla sua nascita, sortilegi, dispetti, malie, nessuno aveva pensato alla più ovvia, a un regalo. Lei era stato un Regalo. La Regina delle Fate aveva saputo del desiderio dei due saggi e generosi regnanti, e aveva deciso di accontentarli facendo loro dono di una delle piccole fate appena nata sul perfetto pistillo di una margherita. 

La Principessa si riempì d'orgoglio a sentirsi tanto speciale poi però guardò i suoi genitori e una fitta di dolore le trafisse il petto. 
Ogni fata, diventata adulta ha l'obbligo di svolgere i propri compiti, deve tornare nel bosco a proteggere piante e creature magiche. Nemmeno la bella Principessina poteva fare eccezione. 

Quindi scese a baciare le guance bagnate di pianto della sua mamma, e accarezzò il nasone rosso di commozione del suo papà. 
“Devo andare” disse. 
“Sì”, le risposero. Poi portarono le loro mani intrecciate all'altezza del taschino del tait, “Vai, noi ti terremo sempre qua”. 

"Arrivederci", disse la nuova Principessa delle Fate a loro e a tutta la folla che si era riunita commossa alla sua partenza. “Arrivederci” disse. E, prima di volare via, sorrise ancora.

Squillino le trombe, rullino i tamburi, sviolinino i violini: Facce da Palco è tornato e con esso Jane Pancrazia Cole in versione giudicessa suprema.
Ella, che ormai montatasi la testa parla di sé in terza persona, indossa un paio di calze contenitive, si arrampica su tacchi vertiginosi di sexi scarpe ortopediche e, pittatasi le labbra di rosso vermiglio, attraversa di gran carriera le vie del centro. Orgogliosa ed altera, con la sua inconfondibile  falcata gigia, raggiunge il Blah Blah in tempo record: da Porta Nuova a via Po in soli 20 minuti, calli e fiatone asmatico compresi!
Ad attenderla trova il pubblico delle grandi occasioni. Gente ovunque: sulle sedie, i tavolini, appesa alle tende, nascosta nel mixer audio, a mollo nella insalatiera dell'aperitivo. Ma, in fondo, a lei che frega? In quanto imperatrice delle giudicesse, vanta un posto d'onore in prima fila e, ovviamente, se ne bulla con chiunque abbia la sventura di darle retta. Perché l'umiltà non le appartiene, quasi quanto la capacità di esibire una pettinatura decente.


Il grande talent teatrale sta per riaprire i battenti e Pancrazia, professionale da par sua, ha una sola preoccupazione: avere almeno una foto decente! 
"Buonasera a te, fotografo ufficiale dell'evento" cinguetta.
"Buonasera" 
"Volevo solo dirti che, nel caso tu volessi immortalare la giuria e rendere gnocchissima la blogger meno fotogenica dell'universo, la suddetta blogger sarebbe talmente riconoscente da dare il tuo nome al suo primogenito"
"Ok" sorride compiaciuto il fotografo ufficiale dell'evento. 
Sorride di quel sorriso sicuro, di quel sorriso che già decine e decine di fotografi hanno esibito prima di lui. Quel sorriso che sembra dire "non esistono persone poco fotogeniche, esistono solo fotografi poco capaci". Quel sorriso che, però, si raggela in una smorfia di sorpresa e orrore al primo clic, di fronte alla spietata evidenza dei fatti: gli adorabili connotati di Jane Pancrazia Cole, ad ogni scatto, si mischiano in maniera improponibile. 
Picasso ne sarebbe stato estasiato. Solo lui, però.
Jane piange, il fotografo cerca qualcosa di forte da bere.
Il primogenito verrà chiamato "Ehi tu!"


Ma finalmente la gara ha inizio.
Tre concorrenti tre si sfidano.
Il gruppo Due X Uno Cinque racconta l'inferno dantesco con corpo, parola e dialetti. Risate ed entusiasmo, sul palco e in platea. La giudicessa riacquista il buonumore e si bea dell'appagamento artistico.
Inizio col botto e gli altri a rincorrere.
Yuri Ferrero mette in scena la difficile vita del call center. Porta una riduzione dello spettacolo intero. Evidentemente la riduzione sbagliata. Lunga e lenta.
Infine, i Brocchi da Carretta, una compagnia amatoriale, si esibiscono in una pièce di Oscar Wilde. 
E qua mi sia concessa una breve digressione. Perché le compagnie amatoriali si ostinano a fare i classici? A parte rarissimi casi, un testo classico, una recitazione dilettantistica, e costumi che puzzano di naftalina, portano inevitabilmente all'effetto recita della parrocchia. 
Perché non osano? Eppure non avrebbero niente da perdere! 
Comunque, nello specifico, i BdC svolgono discretamente il compito, fanno il proprio, ma il professionismo è un'altra cosa e, in quanto tale, merita di essere riconosciuto e premiato.


Il verdetto è tanto prevedibile quanto giusto: passano i Due X Uno Cinque, ampiamente meritevoli.
Applausi, sipario.

Alla prossima: il 20 febbraio al Cafè des Arts!
L'anno scorso entrai per la prima volta a far parte della giuria di Facce da Palco.
Mi bastò afferrare la biro smangiucchiata da giudice, per trasformarmi immediatamente da pucciosa blogger felice a molesta giudicante mai contenta.

I primi che ebbero a che fare con questa mia nuova perfida versione furono, ahiloro,  i  Proprietà Commutativa di cui scrissi così:

"...lo spettacolo s'intitola 3Q-Liberi esperimenti politici. In scena ci sono cuochi e snob. E poi c'è lui. Il cowboy. La voce narrante. Il fil rouge con la sua aria da vecchio west e il suo Johnny Cash. Lui. Completamente avulso dal contesto. Ma non avulso in un modo surreale e immaginifico. Più in un modo 'eh???'
(...)ad esibizione finita chiedo più o meno così: 'Perché c'era un cowboy in scena?'
E mi viene risposto più o meno così: 'Perché mi sono innamorato di questo personaggio e ho deciso di metterlo dentro questo spettacolo'
Ecco. No!
Mai mai mai innamorarsi di un personaggio e metterlo a forza in una storia che non è la sua. Non funziona a teatro come non funziona in letteratura. I personaggi vanno rispettati. I capricci degli artisti: no. Neanche quando gli artisti siamo noi. Bisogna essere spietati con i propri vezzi. Altrimenti potrebbe esserlo qualcun altro. Tipo una blogger qualunque"

Poi così:

"...per la semifinale portano un testo leggermente modificato e, secondo me, migliorato. Ma riportano pure il cowboy.
I due attori, comunque, hanno letto la mia critica e l'hanno presa sul serio. Ora, mi assicurano, nella versione completa dello spettacolo il personaggio del vaccaro ha una sua ragione d'essere. Per la cronaca: loro due sono degli attori davvero capaci, ne sono sempre più convinta, e anche la loro scrittura è di ottimo livello. Insomma, lo posso confessare: la prima volta che li vidi ebbi il sospetto di una supercazzola teatrale. Ora no, la storia ha un suo senso, una sua struttura, ben fatta e convincente. Nonostante il Johnny Cash de noartri"

E infine così:

"...spingono sull'acceleratore, osano. Sfiorano l'eccesso con l'eleganza che li contraddistingue. Sono bravi. Dannatamente bravi. E intelligenti. Cavoli, ormai mi sono quasi affezionata persino al loro inspiegabile cowboy!" 


Il 17 gennaio scorso i Proprietà Commutativa sono tornati in scena per Off Stage. E io, come i peperoni, mi sono riproposta loro in prima fila. Una tassa, Una iattura. Una. 
Con le caviglie educatamente incrociate sotto la sedia e le labbra strette da signorina Rottermeier, mi sono apprestata a giudicare per la quarta volta questo lavoro. E loro?
Loro mi hanno regalato il piacere di uno spettacolo intelligente e fruibile, ben scritto, ottimamente recitato, e parecchio divertente.
Loro mi hanno fatto dono di un progetto cresciuto e migliorato, frutto di uno studio serio e di un approccio critico intelligente,
Loro mi hanno omaggiato della pia illusione di aver contribuito anch'io, col mio punzecchiarli, a questa notevole crescita.

Bravi! Bravi! Bravi!
3Q Liberi Esperimenti Politici è uno spettacolo da vedere.
I Proprietà Commutativa sono due artisti a cui auguro un meritato luminoso futuro.
Valentina e Alessandro sono l'ennesimo esempio che Facce da Palco porta fortuna (questa è in codice, chi non la capisce non si crucci).


Stasera torna in scena al Café des Arts Alessandra Donati, colei che vinse Facce da Palco pari merito proprio con i Proprietà Commutativa. Accorrete numerosi, sono sicura che anche questa volta ne varrà la pena.

NdA: le foto non sono mie ma vigliaccamente sottratte dalla pagina Facebook di Facce da Palco,
Con il teatro si può fare politica? Certo. Con l'arte si può esprimere il proprio impegno sociale? Ovviamente. Da sopra un palco si può veicolare un pensiero? Sì, sì e ancora sì. 
Ma trattare il pubblico come uno scolaretto da indottrinare, come il popolino da imboccare a forza di didascaliche scenette e frasi ad effetto, no, no e ancora no. 
Ed è questo quello che io ho visto domenica sera quando ho assistito ad Animal Machine. E a poco sono valse le ottime prove attoriali di Davide Capostagno e Serena Bavo. 

Per raggiungere il cuore e il cervello di una platea pensante lo sforzo da fare è ben altro. Ridurre la questione animalista e, soprattutto, il problema etico della sperimentazione a un testo tanto moraleggiante fa un pessimo servizio alla causa stessa. 
La proiezione di frasi e statistiche ad effetto alla maniera di facebook, e il riciclo di video vecchi o "acchiappatenerezza" è un espediente da occupazione scolastica.

Non m'importa quale sia il messaggio, non lo devo necessariamente condividere ma lo devo rispettare, e perché ciò avvenga è necessario che io assista a un lavoro onesto che scavi faticosamente in profondità e non razzoli tra la polvere dell'ovvio.

Se sei su questa pagina è probabile che ti piaccia leggere. E, spesso, a chi piace leggere piace anche scrivere. Non è necessario che tu creda di avere il romanzo del secolo chiuso in un cassetto, anzi sarebbe preferibile di no, ma magari pratichi la parola scritta come sfogo, prova o semplice gioco. Evvivaiddio!

Esiste quindi la remota possibilità che a te, proprio a te, che stai leggendo queste righe in questo momento (sì, dico a te, quello con le dita nel naso), non faccia affatto schifo l'idea di partecipare a un laboratorio di scrittura via Skype.



Che tu sia in Islanda o a Roncobilaccio, che tu abbia velleità da romanziere o solo voglia di ritagliarti un poco di tempo per sfogare la tua creatività, questo laboratorio potrebbe fare al caso tuo. Nevvero?
Quindi cosa aspetti?
Commenta, scrivi, informati, fai domande, chiedi spiegazioni. Insomma batti un colpo ed entra anche tu in questa classe.

Per ora c'è ancora posto ma il tempo stringe.
Per molto tempo ho avuto un pessimo rapporto con il mio compleanno. Non che mi facesse soffrire il trascorrere del tempo sul mio corpo, ma mi sentivo insoddisfatta, insofferente, protagonista di una storia noiosissima che non mi apparteneva. Una storia che non si decideva ad iniziare. Bloccata ad un eterno prologo.

Negli ultimi anni, però, le cose sono cambiate, questa sensazione è svanita, e il compleanno è tornato ad essere ciò che doveva: un'occasione come un'altra per festeggiarsi, per dedicarsi un giorno speciale. 

Oggi, poi, la situazione è mutata nuovamente, i sentimenti si sono fatti più forti, e questo nove gennaio ha risvegliato una nuova consapevolezza. Quella di essere finalmente nel posto giusto e, soprattutto, con le persone giuste. Quella di essere felice. 

E chi se ne frega se queste cose non dovrebbero dirsi ad alta voce,  tanto meno scrivere, che la sfiga si sa ha il sonno leggerissimo. I drammi si presentano comunque, e allora meglio godere dei bei momenti, meglio viverli e coccolarli, perché questo cuore pieno sarà utile nei momenti bui.

E allora buon compleanno a me. A me che mi sarebbe bastata una telefonata e invece ho auto molto di più, ho avuto il gracchiare di un citofono dopo la mezzanotte, ho avuto degli auguri veri dati dal vero, ho avuto il regalo più bello.
Son capaci tutti a fare la classifica dei 10 post più letti nel 2015 e chiudere con questa le pubblicazioni dell'anno. Ma ci vuole un guizzo di originalità nel decidere di utilizzare la suddetta classifica come pubblicazione d'apertura del 2016.
Un lampo di genio, una zampata di anticonformismo, una frullata di scintillante avanguardia!
Non trovate?
No?
Beh, comunque, io il 30 avevo da finire un lavoro e il 31 dovevo preparare lenticchie e cotechino. Insomma c'avevo da fare! Quindi beccatevi questa classifica-celebrazione fuori tempo massimo e non fate tanto i difficili!

10°
Io avrei deciso, eh
Un progetto piccolo piccolo a cui non dedico ancora la necessaria attenzione. Forse dovrei trasformarlo in una sorta di foto-rubrica periodica della serie "indovinate dove ho lasciato le mie tracce questa settimana".
Voi che dite? Io credo che dovrei.

9°
Il pudore degli affetti
Il tempo passa ma la mia opinione non cambia, anzi.
"Perché le cose davvero care si conservano, si curano, non si esibiscono.
I bambini si stringono al petto. Gli amici si comprendono muti. Gli amori sono misteri insondabili agli occhi dei più, e tali dovrebbero rimanere.

Il pudore è delicato. La pornografia è volgare.
Ci caschiamo tutti. Ma qualcuno di più."

8°
La partenza
Cronaca di una vacanza tra divertimento, buon cibo e terrore montano.

7°
Pancrazia and the city/5
L'ultimo (per ora) post della fortunata serie dedicata alla mia vita da "stagionata single di ritorno".

6°
Cin cin Pancrazia
L'immancabile autocelebrazione che riscuote ogni anno un immeritato successo.

5°
Il trono di spade: tutto ciò che c'è da sapere sulla prima stagione
"Che siate neofiti come me o vecchi metalupi esperti, queste sono le cose più importanti da ricordare..."

4°
Pancrazia chi?
Il primo capitolo della guida definitiva per blogger che non vogliono diventare famosi.
Che ci crediate o meno, prima o poi questo micro ebook lo pubblicherò, eccome se lo pubblicherò!

3°
BeRevolution
Una bellissima iniziativa. Un viaggio in favore dei sogni e dei sorrisi. Da leggere qui e seguire su Facebook.

2°
Lettera aperta
L'ultimo post del 2015 rischia di fare il colpaccio e accaparrarsi la prima posizione.
Ma a raffreddare i suoi entusiasmi ci pensa... 

1° 
Il Trono di Spade: tutto ciò che c'è da sapere sulla terza stagione, che sbanca il botteghino con millemila visite, a dimostrazione che a parlare di fenomeni di costume si fa sempre il botto. Perché l'originalità non se la fila nessuno, tanto meno Google.

E ora che mi sono tolta l'ansia da primo post dell'anno tutto il resto sarà in discesa: a prestissimo!
Caro amico lettore,
avevo grandi progetti per questo blog.

Volevo svecchiare la grafica e rendere l'homepage più professionale. Ma poi l'entusiasmo per la novità è rimasto incastrato tra l'informatica inadeguatezza e la cronica mancanza di tempo. Vistoso e sgradevole, quanto un pezzo di rucola tra denti freschi di detartrasi.

Attualmente, quindi, Radio Cole appare diversa da prima, ma ancora distante anni luce da ciò che avevo in mente. Ma non intristiamoci e cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno. Concentriamoci su ciò che c'è adesso e non su ciò che ancora manca, e che probabilmente mancherà per sempre. 

Ad esempio, c'è un logo tutto nuovo, fatto con le mie manine sante e, per questo, motivo d'infinito orgoglio. Semplice e colorato. Mi hanno chiesto di farlo. Io ho accettato e poi ho atteso l'ispirazione. Invano. Me l'hanno chiesto un'altra volta, ma con una data di scadenza che suonava più o meno "o adesso o mai più". Quindi, con la testa priva di qualsiasi spunto creativo, mi sono finalmente messa al lavoro e, in tempi tanto ristretti quanto irripetibili, ho avuto un'idea e l'ho realizzata in maniera tecnicamente adeguata. Una sorta di "miracolo di Natale" anticipato. 
Io ve lo dico con sincerità, se non vi piace il nuovo logo non lo voglio sapere, tenetevi per voi quest'informazione, nascondetemi il severo giudizio. A me piace e sono una strenua sostenitrice del lussurioso lussureggiante lusso dell'ignoranza. L'opinione altrui in alcuni casi, e questo è uno, deve rimanere nell'oscurità. Un po' come quando si cambia drasticamente taglio di capelli o fidanzato.

Tra le altre cose che ora ci sono su questa pagina è impossibile non notare il mio faccione. Del resto,ormai, se vuoi fare la blogger ci devi mettere la faccia. E quindi quella mia è quella là. Guance candide, labbra vermiglie. Cioè, appena sveglia no, non ho mica quell'aspetto lì, e neanche di pomeriggio, forse la sera sì, ma solo sotto la giusta luce.  Però, insomma, io sono più o meno così. Più meno che più. Ma perdonatemi, che avrei dovuto fare? Mettere la foto della carta d'identità? Va bene metterci la faccia, ma con un certo legittimo uso di filtri!

Questo bicchiere mezzo pieno lo voglio anche arricchire con una promessa, anzi due. Quella di rimettermi a scrivere con una costanza decente, che di post in arretrato ne ho almeno 5 o 6, e quella di cominciare a dare un poco d'importanza alle immagini. Tranquilli non mi darò alla fotografia, non ne ho il desiderio, il tempo o le attrezzature, ma prometto di fare foto meno orrende del solito e di cercarne di belle online.

Insomma, qua si vorrebbe cominciare a fare sul serio, ma sempre a modo mio. Con pazienza, procrastinazione, e un'infinità di buoni propositi.

A presto,
JPC
Ora vi racconto cosa ho fatto domenica.
No, non domenica scorsa.
Domenica 11 ottobre.
Ho i miei tempi, già lo sapete.

Domenica 11 ottobre ho dormito tutto il mattino come la più grave delle narcolettiche, poi ho fatto colazione come se non ci fosse un domani e, infine, mi sono rimessa a letto. Del resto avevo ancora da sfruttare una mezz'oretta di tutto il sonno arretrato accumulato negli ultimi 38 anni. Ora sono pari, e prevedo di stare sveglia come un grillo per i prossimi due mesi. O anche no.

Dopo tutto questo sfacciato riposo, sono andata in centro. Ci siamo andati tutti. Tutti gli abitanti di Torino e provincia stavano là. In auto. Un traffico folle che neanche a Bangkok, ci mancavano giusto i tuc tuc a fare lo slalom tra le macchine. Sembro una vera donna di mondo quando evoco tali esotiche immagini, nevvero? Ma non lo sono, ho solo visto tutte le puntate di Pechino Express.

Trovato parcheggio dall'altra parte del mondo ho raggiunto a piedi la meta tanto agognata: la Cavallerizza Reale. Cos'è la Cavallerizza Reale? Per i non sabaudi forse è il caso che lo spieghi.
La Cavallerizza Reale è un complesso antico, di stile barocco, sotto tutela dell'Unesco. Oltre che luogo di conflitto tra chi lo occupa, e cerca di farlo vivere e godere ai torinesi, e il comune che vorrebbe venderlo. 
Sappiate che ve l'ho fatta semplice ma il succo è questo.

L'altra domenica alla Cavallerizza ho assistito a: una lezione di letteratura cinese, tanto appassionata da farmi venir voglia di saperne di più; un reading, con poeti che che già conoscevo e poeti che non conoscevo, scrittori di prosa, e persino Morandazzo. Come chi? Non lo sapete? Ma fatevela una cultura cinematografica e, soprattutto, una risata: cliccate qua!

Poi sono andata a mangiarmi un hamburger in un locale che conosco da sempre. Nessuno sa quando abbia aperto, forse neanche i proprietari. Eppure esso c'è sempre stato. Dimenticabile ma non dimenticato. Tutti lo conoscono, tutti ci hanno passato almeno una serata, ma nessuno ci ha mai vissuto epiche imprese o notti memorabili. Regge inossidabile, con lo stesso arredamento e gli stessi bagni minuscoli, lascito di un tempo antico in cui gli abitanti della città erano tutti umpa lumpa custodi del segreto del gianduja.

Infine sono corsa all'apertura della stagione di Offstage, la rassegna che in primavera presenta Facce da Palco.
La responsabilità di cominciare la stagione se l'è presa Ettore Scarpa. Ottimo attore, mi piace quando recita e mi piacciono le sue freddure su Facebook. Per onestà, però, devo dire che questa volta non mi ha convinta. Ha scelto di rischiare, improvvisare, andare allo sbaraglio. Lui sa tenere il palco come pochi, ma ciò non può bastare, non deve bastare. Il patologico perfezionismo rende infelici ma fa meno danni della leggera approssimazione. Come una critica sincera è più impegnativa di un calcolato silenzio.

E comunque ho recuperato la macchina, sono tornata a casa e ora, a distanza di 10 giorni, ho nuovamente accumulato una discreta quantità di sonno arretrato. Prossimo obiettivo? Il letargo domenica 25. 
Il bello delle vacanze in macchina è che alla fine sei talmente stanco da esser felice di tornare a casa, soffri molto meno per la fine del viaggio, non ti struggi di nostalgia. Desideri solo rivedere le tue quattro familiari mura.

E' l'ultimo giorno: attraversiamo la Francia, riaffrontiamo le Alpi col malcelato terrore di finire nuovamente sulla strada degli orrori, scavalliamo le montagne e poi siamo a Torino.
In città fa freddo ma non c'importa e, ancora prima di posare le valigie, ci offriamo un gelato di benvenuto. In qualche modo dobbiamo pure ammortizzare la separazione forzata dalle boulangerie delle meraviglie.
Poi parcheggiamo, apriamo il portone, prendiamo l'ascensore, entriamo in casa e...

E perdiamo i sensi sul letto. No, non ci si addormentiamo, sveniamo proprio, non prima di un ultima preziosa domanda: "Dove andiamo la prossima volta?"

Fine.
E' ora di fare i bagagli, riempire la borsa frigo di specialità iberiche, salutare l'amato Edoardo, e tornare a casa.
Durante il primo giorno del viaggio di ritorno scopriamo che: a Madrid ci sono pochissimi distributori di benzina e per gli abitanti della capitale spagnola è normale andare in autostrada a fare il pieno. Mah! Gli inquietanti tori neri non sono presenti solo lungo la strada che dalla costa nord va verso il centro del paese, ma anche lungo quella che dal centro del paese va verso la costa sud. Ansia! Narbonne, affascinante ma inquietante cittadina francese dove passiamo la notte, ha strade vuote, marciapiedi deserti, ma ristoranti affollati con grandi vetrine che paiono acquari. Credo che la gente ci si teletrasporti dentro direttamente da casa, non vi è altra spiegazione.


Noi, per evitare di essere assimilati o ridotti in glitterate nuvolette, ceniamo in una micropizzeria d'asporto dove una dolcissima vecchina francese, dalla bellezza sfiorita ma ancora presente, ci coccola, ci vizia e ci adotta, congedandoci con un "Buona notte, mi raccomando non correte domani che è prevista pioggia!"
Noi, di fronte a tanta spontanea e familiare nonnitudine,  c'inteneriamo talmente da perdonarle perfino l'Emmenthal usato al posto della mozzarella.

Continua...
Svagata e svanita come sempre, lo dico a cani e porci ma dimentico i miei lettori. Sono proprio una brutta persona e una schifezza di blogger!

Vi ricordate che la scorsa primavera avevo avviato l'esperimento di un laboratorio di scrittura via Skype? L'esperimento continua e, fra poco, partirà una classe nuova di zecca, mentre la precedente va avanti lungo il suo percorso regalandomi manciate di goduriose soddisfazioni.

Siete interessati a buttarvi in quest'avventura?
Fate un fischio, lasciate un commento, scrivete un'email (janecole@live.it).

Potrete giocare, scrivere, leggere, confrontarvi con gli altri e, soprattutto, coccolare e far crescere un personaggio tutto vostro. 
Le persone scolpiscono la propria vita, i personaggi la propria trama.
Con questa frasona ad effetto vi ho convinto, eh? 
No? 
Strano.

Il laboratorio di scrittura è una cosa bella assai, farlo su skype ha il vantaggio di poter conoscere persone lontane e relazionarsi con nuove realtà. Se avete sempre scritto o non avete scritto mai, questa è comunque un'ottima occasione per liberare la vostra creatività senza prendervi troppo sul serio.
Vi aspetto! 
Da quando siamo a Madrid arrivo a sera così stanca da non riuscire a riposare. E di notte, comunque, fa un caldo maiale.
Mi giro e mi rigiro tra le lenzuola come un porceddu sardo. Destra, sinistra, sinistra, destra, testa sopra, testa sotto, con cuscino, senza cuscino. Dividere il letto con me deve essere una delizia. Ma sono fortunata, e chi si dovrebbe lamentare fa spallucce, pat pat sui ricci, e sopporta con calma zen.

Abbiamo bisogno di un giorno a ritmo ridotto prima del viaggio di ritorno. Di un giorno in cui non si corra. Un giorno in cui si passeggi.
Shopping è la risposta.
Ma mica shopping qualunque. Tsk! Con quali banali creature credete di avere a che fare?
Vinili. Andiamo a caccia di vinili.
Eduardo, il nostro padrone di casa-guru, ci dà un paio di dritte e noi passiamo ore a scartabellare tra polvere e copertine, in un mondo molto nerd e altrettanto affascinante.
Che sia ben chiaro, io non sono una collezionista, io non sono un'esperta, no, niente di tutto ciò. Io sono solo una che  va a rimorchio di un appassionato-collezionista dei dischi dei Beatles e, dovendo fare di necessità di virtù, decido che il mio souvenir di questa vacanza sarà un vinile da incorniciare. Quale? Lo saprò quando lo vedrò.

E così cerco tra i 45 giri. All'inizio cerco qualcosa di vecchio e italiano e m'imbatto in Modugno, Cecchetto, Pappalardo, Carrà, Albano, Celentano, Pavone. Tutta roba che avrebbe anche un suo perché, ma le cui orride copertine mettono a dura prova il mio senso estetico e l'amore che provo per le mura del mio appartamento. Ok che il vintage va di gran moda, ok che ciò che una volta era sfigato adesso è cool, ok un sacco di altre belle cose, ma io non me la sento di tenermi Cecchetto in soggiorno. Non ce la posso fare.
Quindi, abbandonata la musica italiana, mi getto sulle colonne sonore internazionali. E da queste ho molte più soddisfazioni, talmente tanta da finire con lo struggermi nell'indecisione tra diversi film, per poi scegliere di portarne a casa non uno, ma ben due: un 45 giri e un 33.  Ne agevolo le deliziose immagini.




Una volta fatti gli acquisti, passeggio per Madrid tronfia nella mia nuova condizione di detentrice di vinili iberici, quando il destino beffardo decide che sono troppo di buon umore e gioca crudelmente con me.
Eduardo ci consiglia una passeggiata lungo il fiume, a lui piace tanto. A noi un po' meno, molto molto meno.
La passeggiatina è lunga come la quaresima, il clima è quello della foresta tropicale e, inoltre, che si sappia, la vista lungo il Manzanarre non è nulla di memorabile. Noi, comunque, arriviamo fino in prossimità del Palazzo Reale e da lì c'inoltriamo nel centro. Che ideona! Per l'ora successiva (o forse più) camminiamo in salita, con una pendenza del 99%. Le salite madrilene già le abbiamo ampiamente sperimentate ma nulla ci ha preparato a una tortura medievale simile. Non mi stupirei se mi dicessero che la pianta urbana della città sia stata disegnata dalla Santa Crudele Inquisizione. Sempre e solo in salita, qualunque sia la direzione che scegliamo, non c'è modo di uscirne illesi. Voglio delle scale mobili! Voglio uno skylift! Voglio la mamma!
Finalmente raggiungiamo una fermata della metro, non prima di aver avuto la visione di un paio di santi, due beati e, per la par condicio, quattro dei pagani.

Domani si parte. E io, disidratata e sfranta, riesco persino a dormire.

Continua...
Il giorno dei musei.
Bisogna solo decidere quali.
Ci consultiamo con Eduardo che, oltre all'imperdibile Prado, ci consiglia il Reina Sofia. Noi vorremmo dargli retta, vorremmo sul serio, ma il destino si oppone. Per caso passiamo davanti al CentroCentro e ne veniamo letteralmente risucchiati.

Cos'è il CentroCentro? Se non siete stati a Madrid nell'ultimo anno probabilmente lo ignorate. Poveri sciocchini. Mi sto bullando e pavoneggiando dandomi arie da grande donna di mondo? Sì, lo sto facendo.
CentroCentro è il vecchio palazzo della Posta, appena ristrutturato e trasformato in sede di mostre e punto d'incontro per la città.
Noi ci entriamo quasi per caso e per due ore giriamo tra le immagini di un'esposizione dedicata a fotografi sudamericani. Un'esperienza intensa, suggestiva, originale, inquietante. Impossibile rimanere indifferenti. Ah, quasi dimenticavo, completamente gratuita.

Al CentroCentro sono anche disponibili grossi tavoli, per studiare, lavorare e approfittare della rete wifi. Il tutto rigorosamente aperto a tutti. Un luogo dei sogni per i freelance, gli studenti e gli scrittori.
Uno spazio silenzioso, moderno, ordinato, ricco di buonissime vibrazioni.
Ne esco a fatica, mi ci trasferirei. 
Consigliatissimo.
Se siete da quelle parti fateci un giro. Rappresenta il perfetto matrimonio tra architettura moderna e non. Spazio per cultura, curiosità, creatività. Grembo protettivo nel mezzo del caos urbano.

Dopo questa piacevole scoperta ci buttiamo nel Prado. E vi restiamo agli arresti domiciliari per quasi 5 ore.
Volete la verità? Alla fine la sensazione non è "Oh che esperienza meravigliosa", ma più "Lo dovevamo fare, l'abbiamo fatto, ora passiamo oltre." 
Sarà che (Diomiperdoni!) non sono una grande appassionata di Goya, ma altri musei europei, magari meno conosciuti, mi hanno emozionata molto di più. Ci tornerei solo per perdermi ancora nella sublime follia di Bosch, o per ammirare una seconda volta la mostra temporanea dedicata a Picasso. Perché vedere le sue opere dal vivo dà sempre un lieve friccicore allo stomaco, una sensazione di sassolino messo nella metaforica saccoccia delle cose  da fare almeno una volta nella vita.

Comunque, la giornata ci ha sfiancato, al Reina Sofia ci andremo nella prossima vita. Ma non  rinunciamo a un altro viaggio nel meraviglioso mondo delle Tapas. Questa volta ci buttiamo sul turistico sfacciato ma irresistibile: andiamo al mercato di San Miguel con le sue mille scelte. Ci abboffiamo di mini hamburger, crocchette di baccalà e soprattutto spiedini di olive. Olive con formaggio, olive con pescetti, olive con prosciutto, olive con cipolline. Ancora, ancora e ancora. Oh sì sì sììììì... aaaaahhhhhhh...

Le olive spagnole conquisteranno il mondo e noi saremo loro umili servi.

Continua...
Sveglia all'alba. Anzi, prima dell'alba.
Partenza. Direzione: Madrid.
Ci lasciamo la Francia, i paesi baschi, Biarritz, il mare alle spalle.
Puntiamo verso l'entroterra.

Attraversiamo il nulla per molto tempo, saltuariamente salutati da inquietanti sagome di tori. A Los Angeles hanno piantato la celebre scritta "Hollywood". In Spagna hanno messo i tori. Grandi, neri, vagamente inquietanti. Cioè, il primo no, il primo è folcloristico, il primo ti fa dire "Figo, stiamo proprio raggiungendo il cuore della vera Spagna". Ma al terzo inizi a chiederti cose tipo "Ma questi che vogliono? Ma perché li hanno messi? Ma ce l'hanno con noi?"

A metà mattinata finalmente arriviamo alle porte di Madrid. La vediamo da lontano. Un popolatissimo e brulicante tappeto di vita. E' grande e moderna. A pelle ci piace molto. 
Poi la dobbiamo attraversare da nord a sud, per raggiungere finalmente la stanza che abbiamo prenotato. E doverci fare 40 minuti di tangenziale ci piace un poco meno. Ma ormai l'avrete capito: ci lamentiamo facilmente ma, per fortuna, ci entusiasmiamo con altrettanto slancio.

Arrivati, ci accoglie il padrone di casa: Eduardo. Un mito. Regista teatrale impegnato nella traduzione di una pièce. Ad aiutarlo nell'impresa una sua amica attrice. Ci presentiamo anche noi "Io sono un comedian. Lei è una blogger".
Insomma, in quella casa, uno con un lavoro normale manco a cercarlo col lanternino!

Presi dalla smania di visitare tutto e subito, svuotiamo rapidamente i bagagli e ci buttiamo immediatamente nella città.
Di Madrid tutti mi avevano detto "Fa caldo, caldissimo", ma tutti avevano taciuto circa la vera iattura di questa, per altri versi, meravigliosa città: le salite! Madrid è in salita, sempre e comunque. Qualunque parte del centro si voglia visitare c'è sempre da scarpinare disperatamente. Noi, però, non ci facciamo scoraggiare e alle 11 siamo già per strada.

Dopo millemilioni di giri, dopo km e km, dopo ettolitri di liquidi persi, dopo aver scoperto le tartarughe di Atocha, dopo esserci persi tra viuzze sguelfe/caratteristiche/olaborsaolavita, dopo aver passeggiato per le piazze principali, dopo aver ammirato il palazzo reale (da fuori) e la cattedrale (pure da dentro), dopo aver preso fresco all'ombra del Don Chisciotte, dopo tutto questo, guardiamo l'ora e scopriamo che "...sono solo le 15???" "Ma noi con questo ritmo moriamo!"
Così ci diamo una regolata, torniamo a casa di Eduardo e ci facciamo un pisolino. Il rito della siesta non è una pigra abitudine, ma una fisiologica necessità quando si è immersi in certi climi. 

Poche ore dopo, rinfrancati nel corpo e nello spirito, investiamo in un salvifico biglietto della metro e torniamo in centro per la sfida tapas. E questa volta ne usciamo vincitori. Mangiamo quelle che, a mio insindacabile giudizio, si possono considerare le migliori tapas di Madrid. Lo facciamo in un posto scrauso e semplice, che presto scopriamo essere sia una nota meta turistica (indicata nelle guide) sia un apprezzato punto di ritrovo per la gente del luogo. Sto parlando di "Casa labra", dove fu fondato il partito socialista spagnolo e dove si possono mangiare le migliori crocchette di baccalà della capitale. E a me il baccalà neanche piace. Ciò, per farvi capire quanto buone devono essere!

Continua...
Dopo tre giorni sempre in giro optiamo per un tranquillo pomeriggio in spiaggia. Ci portiamo il minimo indispensabile: teli mare e 10 euro a testa. Poco inclini all'abbronzatura ci buttiamo subito in acqua. Giochiamo con le bonariamente aggressive onde di Biarritz. "Splash!""Spruzz!" "Spataplash!" "Arisruzz". Due otarie felici che, appena tornate a riva, non trovano più nulla. Tutto sparito: gli asciugamani, le scarpe e, soprattutto, gli occhiali da vista. Echecazzo! Procediamo con la perlustrazione ossessiva di ogni centimetro quadrato di spiaggia. Le persone sono accalcate l'una sull'altra. Nulla ci sembra familiare. Avevamo pochi punti di riferimento prima di tuffarci e quei pochi, comunque, non riusciamo a ritrovarli. Passa il tempo. La striscia di sabbia diventa sempre più piccola. Dopo mezz'ora realizziamo l'orrore e l'errore: l'alta marea. Non sappiamo se a portarci via tutto sia stata l'acqua o qualche poveraccio. Il risultato non cambia: siamo in costume, scalzi, e dobbiamo farci mezz'ora di strada a piedi per tornare a casa. E, problema più grave, io sono senza occhiali e non vedo una mazza. Domani andiamo a Madrid e io sono la cieca di Sorrento. Poi, però, accade il miracolo. Quando, afflitti e scoraggiati, ci apprestiamo ad andarcene, due persone ci notano, intuiscono il motivo del nostro avvilimento e fanno partire il passaparola. E' tutto là. La nostra roba è tutta là. Sull'ampio corrimano della scalinata che porta verso la strada. Asciugamani, soldi, scarpe e occhiali. C'è tutto. Zuppo e pieno di sabbia. Ma tutto affettuosamente custodito da una famiglia francese, che aspettava solo qualcuno che ne rivendicasse la proprietà.

"Io amo questa gente"
"Anch'io"

Continua...
Perché si decide di fare un viaggio così lungo in auto?
Per potersi spostare, come e quando si vuole, tra luoghi diversi. Spinti solo dall'ispirazione del momento e non dai dettami di un rigido programma da seguire.

Ed infatti, dopo tanti km macinati in 48 ore, la terza giornata non ci fermiamo, ma andiamo a visitare San Sebastian.

Da Wikipedia:
Donostia-San Sebastián (la denominazione ufficiale comprende la doppia versione in basco e spagnolo), è una città situata nella comunità autonoma dei Paesi Baschi, nella Spagna nord-orientale, che conta circa 185.510 abitanti. 
Grande, luminosa, viva. Piena di sé. Una sfacciata. Già l'adoro!
Ma non si vive di sola bellezza. E dopo cinque minuti dal nostro arrivo sentiamo il dovere di darci da fare. Non è tempo di poltrire! E, mai domi, ci dedichiamo alla valutazione dei prodotti dell'arte bianca locale. Dopo un attento esame, la conclusione è la seguente: i bomboloni baschi non hanno niente da invidiare a quelli italiani.
Che sia messo a verbale.
Grazie.

La giornata è solo all'inizio e noi abbiamo ancora tanto di cui occuparci. In particolar modo, dopo aver a lungo camminato, dobbiamo fare ciò che ogni bravo turista deve fare superati i Pirenei: provare le Tapas.
Ci troviamo in una lunga via dove i locali si alternano più o meno così: ristorante figo, bar, trattoria, ristorante figo, bar, trattoria, ristorante figo, bar, trattoria, ad libitum.
Passiamo davanti ad ogni posto, gettiamo un occhio dentro e questo ci viene ritirato indietro da una folle enorme ed ingorda. Tra paradiso ed inferno, ci sono così tante persone nei locali che, se uscissero tutte assieme, per strada non potremmo più muoverci, stretti, come neanche le sardine riescono ad essere.
Comunque noi prendiamo talmente sul serio la faccenda Tapas da metterci un'infinità di tempo a scegliere il posto adatto. Poi, una volta deciso, al bancone ci viene l'ansia da prestazione, gli occhi diventano molto più grandi dello stomaco e, scioccamente, ci facciamo irretire dagli assaggi più astrusi. Letto di frittatina con cosciotto di maiale ornato da infradito di gamberetti. Gondola di noce di cocco con bagnetto di cozze e isolotto di tirannosauro. Sgabello di asparagi con foca viva che tiene in equilibrio un prosciutto e pinneggia due aragoste come clavette.
"Era un po' pesante questa roba, eh?"
"No, ma che dici? Ora però mi sdraio un attimo a terra. Tu puoi andare. Non voglio rallentarti. Abbandonami qui a morire"

E' la giornata del cibo e delle lezioni di vita: l'ultima l'apprendiamo di sera, di ritorno a Biarritz.
Il fatto di essere in Francia non significa che tutti siano capaci a fare le crepes che, tra l'altro, tanto complicate da fare non sono! Con nostro grande disappunto scopriamo che può succedere di stare in Francia e di mangiare una delle crepes più insignificanti di tutta la propria vita.
Che delusione.

A domani...
Ostriche, ostriche, ostriche, come se non ci fosse un domani
La mattina mettiamo fuori il naso con lo sguardo dei caprioli indifesi. Ci aspettiamo che, da un momento all'altro, accada qualche sventura. Che ci abbiano rubato l'auto, fatta a pezzi, e già smerciata in Bulgaria. Che un'incudine ci colpisca,  uno o entrambi, sulla testa. Che Salvini, andato finalmente a quel paese, ci corra incontro con addosso la felpa di Libourne.

Ma i cattivi pensieri non prendono forma e, dopo i primi dieci minuti vissuti nel terrore, ci arrendiamo all'evidenza: è una bella giornata, il sole splende, e le leggi cosmiche ci sono nuovamente favorevoli.
Così passeggiamo tra i banchi di ostriche del pittoresco mercato locale, e scopriamo la bontà delle ciambelle del supermercato. Un marchio di nicchia, un certo Carrefour, immagino che non l'abbiate mai sentito nominare.

Recuperato il sorriso e riassestato l'equilibrio glicemico, ci rimettiamo in moto, lasciamo la piccola (e poco significativa) Libourne e puntiamo verso Biarritz. 
Ecco cosa ne dice Wikipedia:
Biarritz (in lingua basca Miarritze) è un comune francese di 26.067 abitanti situato nel dipartimento dei Pirenei Atlantici nella regione dell'Aquitania. Fa inoltre parte, da sempre, del Paese Basco francese.
Attraversiamo boschi e cittadine, e più ci avviciniamo ai Pirenei più l'autoradio oscilla tra il francese e lo spagnolo, tra gli chansonnier strappacuore e todo el futbol minuto a minuto.

Un lato a caso della cattedrale di Bayonne
Quasi giunti alla meta, sorprendentemente in anticipo, decidiamo di fare un giretto a Bayonne,
Bella, grande, elegante. Se passate da queste parti dedicatele un'oretta, se non di più, ne vale la pena.
Io, tra l'altro, a Bayonne scopro l'esistenza del Croque Monsieur. Toast col formaggio esterno. Perché me l'avevate tenuto nascosto finora? Perché???

Una volta arrivati a Biarritz, prendiamo possesso di quelli che saranno i nostri appartamenti per tre giorni. Abbiamo prenotato in un fantastico Airbnb dove Claudine, gentile signora francese, mette a disposizione la sua villetta con giardino ad uno stuolo di turisti provenienti da ogni dove. A noi tocca la dépendance e siamo molto felici.

La giornata è fresca ed usciamo in esplorazione della città atlantica: grandi onde per i surfisti e grandi ville per i ricconi francesi. Fricchettoni e scicconi. Mute, gonnelloni e giri di perle. Ci si perde a guardare tutte le facce e tutte le facciate. E, mentre ci chiediamo se sia meglio il castello sugli scogli o la villa con l'ingresso da sogno, arriviamo al tramonto senza aver subito incidenti, sciagure o calamità.
La vacanza è finalmente iniziata.

A lunedì...
Bagagli fatti. Navigatore collegato. Cartina stirata e inamidata. Borsa frigo piena fino all'orlo da rendere orgogliosi i miei siculi natali.
Sabato 15 agosto, alle 9 di mattina, partiamo pieni di ottimismo e buone intenzioni.
Poveri stolti.

Le principali mete della vacanza sono i paesi baschi e Madrid.
Sia all'andata che al ritorno programmiamo una sosta notturna a metà strada per recuperare le forze.
Il percorso del primo giorno prevede di coprire i km tra Torino e Libourne, ridente cittadina nei pressi di Bordeaux, che usiamo come meta di avvicinamento alla ben più nota e significativa Biarritz.

"Passiamo dal Frejus?"
"Naaaaaa, costa uno sproposito. Monginevro, Grenoble e poi c'immettiamo nell'autostrada francese"
"Yeahhhhhh siamo furbi noi!"
"Yeahhhhhhh"

Pieni di entusiasmo e autocompiacimento scavalchiamo le Alpi, sbertucciamo i pedaggi esosi, e puntiamo verso Grenoble.
"Che c'era scritto su quel tabellone?"
"Boh, non sarà importante. Che c'è frega?"
"Giusto, che c'è frega! Yeahhhhhhhhhhh"
"Yeahhhhhhhh"

Arrivati a Briancon il clima si fa sempre più freddo e strani segnali sembrano indicare oscuri presagi. La nuvola di Fantozzi ci segue fedele, branchi di gatti neri ci fanno le fusa, uno strano tizio dotato di falce ci fa "ciao ciao" con l'ossuta manina da bordo strada.
Bah... che significherà tutto ciò?

Dopo aver girato in tondo per un po', e aver cercato di ignorare anche l'evidenza, ci arrendiamo, accostiamo e chiediamo indicazioni all'ufficio turistico.
"Scusi, ma la strada per Grenoble non sarà mica..."
"Chiusa! Sì sì. Ermeticamente impercorribile"
"Ecco, lo sospettavamo, ma ci sarà un modo per arrivarci, no? Un percorso alternativo?"
"Certo"
"Sarebbe così gentile da indicarcelo?"
"Andate in Italia e fate il Frejus"
"Dovremmo tornare indietro? No, la prego, noi arriviamo dall'Italia! Non ci sarebbe un'altra via?"
"Ovviamente sì", sorride.
"Evviva!" ricambiamo.
E ci apre sotto il naso una cartina.
"Vedete questa stradina piccolina?" dice puntando il dito sopra un sottile serpentello.
"Sì..."
"Dovete prendere questa"
"E' molto brutta?"
"E' una strada di montagna"
"Sì, ok, ma è molto molto molto brutta?"
"No, tranquilli. E' solo una strada di montagna"
Perplessi, ignoriamo i cattivi presentimenti che già frignano nelle nostre orecchie, e ci rimettiamo in marcia. Cinque minuti dopo raggiungiamo la famosa "strada di montagna".

Da quel momento iniziano i 30 km più lunghi della nostra vita.
Lui guida e suda.
Io me la faccio sotto.
Tornante, tornante, tornante, gli faceva schifo mettere un muretto?, tornante, tornante, tornante, galleria, banco di nebbia, all'anem e chi t'è muort, tornante, tornante, tornante, foschia, morte apparente, tornante, tornante, tornante. Dopo un tempo che sembra ed è infinito, superiamo il tratto peggiore, scendiamo fino alla pianura e poi, finalmente, imbocchiamo la tanto agognata autostrada francese. Il peggio è passato.

La giornata non è finita ma il post sì.
Inutile infierire. Inutile raccontarvi del succo d'arancia rovesciato nella borsa frigo e sulle valigie, dei costi da strozzinaggio dei pedaggi francesi, e del tizio del Airbnb che ci ha messo 40 minuti per aprirci la porta. Tutte sciocchezze al confronto di quei dannati 30 km tornante, dopo tornante dopo tornante.

A domani...
Al cinema è appena uscito il remake di National Lampoon's Vacation.
Avete presente? Quella commedia in cui una famiglia americana si sciroppa millemilioni di chilometri per raggiungere un mega parco di divertimenti. Pellicola che ebbe molti sequel e rallegrò spesso i pomeriggi estivi della nostra infanzia. Perché, anche se molti di voi giovini scellerati non ne avranno memoria alcuna, durante gli anni '80 non era davvero estate se Italia Uno non riempiva i propri caldi pomeriggi di programmazione con le mitiche commedie americane adolescenziali-familiari. Noi giovani-vecchi, che ci siamo a lungo abbeverati a quella fonte di leggero divertimento, ancora ci ricordiamo tali ore rilassate e le rimpiangiamo assai.

Io, per festeggiarne il ritorno sugli schermi e dimostrare tutta la mia devozione a quel vecchio film, quest'estate sono partita per una vacanza simile. Ho detto simile, mica uguale. Niente famiglia al seguito, niente parco di divertimenti come meta finale, niente America. Ma nove giorni tra Italia, Francia e Spagna, spostandosi in auto, macinando chilometri e inanellando una notevole serie di situazioni che "tra tanti anni ripensandoci ci faremo grasse risate".

E cosa fa una blogger che si rispetti quando gliene capitano di ogni? Scrive.
Ed è per questo che da domani parte la serie: Nove giorni Nove Post.
Un post ogni giorno.
Un post per ogni giorno di vacanza.

Siete pronti?
No? Peggio per voi.
Chi c'è c'è. Domani si parte!

 
In metropolitana. Per strada. Sull'autobus.
Immersa nei tuoi pensieri. Stanca. Sfatta.

Succede.
L'incontro casuale con un amico. Anche per pochi secondi. Anche di corsa.

Ricarica di volti familiari, parole complici, e sorrisi sinceri.
E si torna a casa un po' più contenti. Un po' più vivi.

Proseguite nella lettura a vostro rischio e pericolo, quello che segue è un post ad alto contenuto di nulla.

L'avete mai visto "Ribelle-The Brave"?
Il cartone animato.
Quello del 2012.
Agevolo locandina.

L'avete mai visto?
Io sì, l'altro giorno.
Ne vogliamo parlare?
Parliamone!
I capelli della protagonista sono FAVOLOSI!

Rossi, ricci e selvaggi, più stanno alla straca##o e più belli sono.
Li adoro!
Anzi no, li adorerei nella realtà ma li IDOLATRO in versione digitale.
I capelli di  Merida, così si chiama la fanciulla fulvocrinita, hanno un effetto calmante e ipnotico. Loro se ne stanno là, sullo schermo, fluttuanti e vivi. Sembra addirittura che respirino. Tu li osservi e ti rilassi, nulla ha più importanza, nulla può farti del male. La vista si annebbia e i muscoli si decontraggono.
Nel frattempo potrebbero svaligiarti casa, fregarti la poltrona da sotto il sedere, o cambiarti addirittura lo status su facebook, e tu neanche te ne accorgeresti!
Quei capelli sono una droga. Danno dipendenza e assuefazione.

Non c'è altra spiegazione: questo film deve essere stato confezionato dai servizi segreti, da una dittatura internazionale trasversale o dagli alieni. Questa pellicola è progettata per rimbambirci, fiaccare la nostra volontà, e renderci tutti schiavi.

Ogni resistenza è inutile.
Brindo ai conquistatori ed agito i miei ricci collaborazionisti.
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