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"Sono arrabbiata con la maestra", disse la bambina con gli occhiali grandi e tondi e le gambette da ragnetto.
"Oggi ci ha fatto fare i biglietti di Natale per mamma e papà. Abbiamo dovuto scrivere tutti le stesse cose. Quelle che ci diceva lei. Ma come faccio io a spiegare quello che sento davvero nel cuore se me lo dice lei? Lei che ne sa?"

La bambina sulla Metro mi ha regalato un sorriso e tanta fiducia nel futuro. Molta meno nella sua maestra.
spacchettati
Avete già deciso i regali per questo Natale? Che bravi.
Io invece, com'è nel mio stile di procrastinatrice olimpionica, sono ancora in alto mare.
Solo per Ciccio ho un'idea che mi frulla nella capoccia da un po'. E che idea!
Vorrei regalargli una capra. Una bella capra di quelle che ti guardano fisso negli occhi e sembra che stiano per farti qualche grande filosofica rivelazione sulla vita.
No, non sono impazzita. E no, non ho messo su una fattoria. Ma sì, come avrete già capito, vi sto solo prendendo un poco in giro. Ma solo un poco. Sono una blogger burlona ma non troppo.
In realtà ciò di cui vorrei parlarvi è un'iniziativa dal nome folle e simpatico ma l'obiettivo nobile e il metodo, a parer mio, molto efficace: "Con Oxfam la capra canta!"
Avete mai sentito parlare di Oxfam? E' un'associazione umanitaria costituita da 15 organizzazioni attive in 98 paesi. Lo scopo che si prefigge è quello di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni più in difficoltà, ed il principio base che la muove è ottenere questo risultato dando alle popolazioni stesse il potere e soprattutto le risorse per esercitare i propri diritti.
Dovete fare un regalo a chi ha già tutto? Siete alla ricerca di qualcosa di veramente divertente ed originale e non l'avete ancora trovato? Oppure, data l'infelice congiuntura economica, avete un po' di pudore a spendere anche quest'anno soldi in fesserie che finiranno dimenticate nel fondo di un cassetto? Qualunque sia lo scrupolo o la difficoltà che ancora non vi ha portato a scegliere tutti i pacchetti da mettere sotto l'albero, io ho la soluzione giusta per voi. O meglio, Oxfam ce l'ha!
Andate sul sito de Gli Spacchettati, oppure telefonate al numero verde 800 99 13 99. Scegliete un dono tra i tanti disponibili e dedicatelo a chi volete.
Il regalo attraverserà montagne ed oceani per giungere da chi ne ha davvero bisogno mentre al vostro destinatario, oltre che la piacevole consapevolezza di essere stato "involontario complice" di un gesto bello ed utile, giungeranno i vostri buffi auguri personalizzati tramite e-card o cartolina postale, E così sarete tutti felici. Anche la capra, che canterà, eccome se canterà!
Si può scegliere tra tanti doni: quaderni, condom, semi, tende ed anche animali. Sì, persino una capra, non me lo sono inventato. Ma attenzione, ovviamente i regali sono solo simbolici e rappresentano le attività dell'organizzazione che, con il vostro contributo, aiuterete a finanziare.


E se volete "tenere d'occhio" Gli Spacchettati e i benefici di questi doni nelle diverse parti del mondo basta che li seguiate sulla loro pagina facebook.
Che ne dite allora? La mia idea regalo per Ciccio non è fantastica?


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Che poi una passa giorni a ballare felice con la leggiadria di un'otaria spiaggiata.
Che poi una vorrebbe pure cantare a squarcia gola e non lo fa solo perché ha un minimo di pudore e conosce i propri limiti e soprattutto quelli delle proprie corde vocali.
Che poi una è consapevole di avere dei gusti musicali dozzinali ma chissenefrega.
Che poi una decide: "ora scrivo un post su questa canzone che mi piace tanto e mi riempie d'energia!"
Che poi una cerca il video in rete, lo trova, lo guarda e le cadono le braccia.

Che poi Beyoncé sarà pure bella come il sole e con la voce di un usignolo ma quell'orrido cappello tutto stellette e mostrine, che sembra trafugato dal guardaroba di un libico colonnello passato a miglior vita, è una roba così brutta che grida vendetta.

Non ci posso credere.
Risale a solo una settimana fa il post in cui ricordavo Francesco Azzarà e la sua condizione di sequestrato. Post in cui mi ripromettevo di riprendere questa vicenda almeno una volta a settimana: in modo da poter, nel mio piccolo, mantenere viva l'attenzione.

Oggi avevo intenzione di scriverne ancora. Volevo dare il giusto risalto al commento lasciatomi da Ross e segnalarvi anche ciò che aveva scritto Lumaca a 1000 sul proprio blog.
E invece, a quanto pare, non ce ne sarà bisogno.

Francesco è stato liberato!
Qua si piange, si ride e ci si autoconvince di portare un po' fortuna.
Africa che tutti ha fatto nascere, anche noi, sbiaditi dal tempo e dalla nebbia.
(letteredalucca.wordpress.com)

In una rete dove a dominare sono i social network, con la comunicazione stereotipata di facebook o quella creativa ed essenziale di twitter, sembra esserci sempre meno spazio ed attenzione per i blog. Troppo dispersivi. Troppo impegnativi. Troppo faticosi da leggere e da scrivere.

Poi però trovi un post di una penna felice e un'anima grande. Di una donna che mi onoro di conoscere, anche se solo attraverso la sua scrittura, e che spero un giorno di poter incontare per guardarci occhi negli occhi e raccontarci anche a voce.

Il giorno dopo la follia che è accaduta a Firenze Lucia ha scritto un post che è un gioiello e che vi farà comprendere perché lei "mi garba " così tanto.
A Firenze, il giorno dopo.
In questi giorni dal blog "Ma Che Davvero?" è nata un'iniziativa particolarmente sfiziosa. Wonderland, giovane mamma biondo crinita, che una ne fa e cento ne pensa, per domani, 14 dicembre, si è inventata il giorno di #leaveamessage.
E che è? Direte voi.
Mo ve lo spiego. Dico io.

Leave a message: lasciate un messaggio!
Lasciate in giro per la città una traccia positiva. Uno o più biglietti recanti frasi ispiranti ed ispirate. Scrivete ciò che a voi stessi piacerebbe leggere: un invito a vedere il bicchiere mezzo pieno, a non abbandonare i propri sogni, a farsi una bella risata perché tanto nella cacca già ci siamo e almeno stiamo al calduccio.
Si possono citare autori famosi o, meglio ancora, spargere a piene mani la farina del proprio sacco.

E perché tutto ciò?
Ma che ne so!
Perché è una cosa carina. Perché è divertente. Perché da ragazzini abbiamo scritto tutti qualcosa su un biglietto da mille lire, attaccato un messaggio a un palloncino, o addirittura provato le brezza di buttare tra i flutti una bottiglia con dentro una lettera.

E poi il periodo è quello che è, e donare un sorriso a qualcuno non può essere certo un male.

Nel caso siate dei patiti di twitter, dopo aver piazzato da qualche parte i messaggi, potreste anche scriverlo sulla timeline ed invitare i vostri sfaccendati follower ad una vera e propria caccia al tesoro.

Io, nonostante adori il cinguettante social network, mi limiterò solo a lasciare dei biglietti in giro, sperando che capitino tra le mani di qualcuno che sappia apprezzarli.

Per leggere a fondo dell'iniziativa vi invito a dare un'occhiata al post da cui tutto ha avuto inizio: #leaveamessage.
Una bugia. Una scusa. La rabbia. Il fuoco.

Non ci sono vittime, per fortuna.
Ma ad uscirne ferita è una città che brucia e si divide tra chi comprende e giustifica, e chi non ha più parole per esprimere la propria incredulità.

Io non trovo le parole nel presente e così le ricerco nel passato. Le ricerco in un vecchio racconto che scrissi una vita fa in occasione di un concorso di beneficenza. Una storia nata dall'elaborazione e le suggestioni di una vicenda raccontatami da altri, e di un'esperienza vissuta in prima persona.
Il primo vero racconto che io abbia mai scritto. Un racconto ingenuo, il cui stile ora sento appartenermi poco. Ma i cui sentimenti ancora riconosco. Quelli sono i miei. Sono ancora vivi dentro di me e bruciano. Bruciano nel cuore e negli occhi.

                      L’ultimo giorno di scuola.

Oggi è l’ultimo giorno di scuola e si è appena conclusa la recita di fine anno.
Bambini e genitori si riversano rumorosi e allegri nel giardino. C’è Lucia con la maglia piena di brillantini e i codini trattenuti da fiocchetti rosa. C’è Marco con le mani sporche di colori ed i capelli a scodella. C’è Justine con la pelle di cioccolata e il sorriso di vaniglia. C’è Peter che corre in tondo e non si fa acchiappare mai.
E poi ci sono loro: Gabriele ed Eric, due bimbi stretti stretti in un abbraccio. Da domani non si vedranno più, la scuola materna è finita.

Gabriele è nato una calda mattina di giugno.
La clinica aveva muri imbiancati da poco, lenzuola fresche di bucato ed un parco verde e rigoglioso tutt’attorno. Lui aveva la pelle chiara e i capelli color oro.
Gabriele era un bambino piccolo e gracile che si ammalava spesso. E quando iniziò a camminare, e poi anche a correre la situazione peggiorò. Correva per gioco dietro agli altri bimbi o al gatto della vicina. Correva e rideva ma poi di colpo era costretto a fermarsi. La gola gli si faceva stretta ed il posto delle risate era preso da una tosse forte, terribile che sembrava non finire mai.
Lui era fragile, troppo fragile per poter avere una vita uguale agli altri. Niente asilo nido, “Attento! Non correre!”, niente giochi nei parchi, “Attento! Non correre!”, nessun luogo affollato, “Attento! Non correre!”.
Ma in quel corpo di carta velina erano imprigionate una mente brillante ed una personalità vivace. Troppo vivace per poter essere trattenuta.
Non bastavano più le favole ed i racconti a saziare quegli occhi curiosi e quelle orecchie attente. I genitori dovettero arrendersi alla fame di vita del loro piccolo eroe.
Gabriele cominciò finalmente l’asilo.
Le maestre lo definirono subito "sopra la media".

Eric è venuto al mondo una fredda notte d’inverno.
La sua giovane madre non fece in tempo a correre all’ospedale ed il piccolo nacque nella roulotte di famiglia, mentre la pioggia scrosciante spazzava il Campo.
Lui era un neonato grande e robusto, con la pelle scura, folti capelli color del carbone ed occhi grandi e neri da perdercisi.
Visse gran parte del primo anno in braccio alla madre, avvolto in una fascia colorata. Mentre andavano in giro per le strade della città, lui veniva cullato dolcemente dall’ondeggiare dei fianchi di lei, ancora troppo piccolo per capire cosa significassero la mano tesa della donna e gli sguardi di disapprovazione dei passanti.
Una mattina degli uomini in divisa vennero a prendere sua madre al Campo. Lui stava giocando in mezzo alla polvere con i cuginetti, ma quando la vide allontanarsi le corse dietro. Lei si fermò, lo prese in braccio e lo portò con sé.
Nel nuovo mondo che li attendeva non c’erano più il cielo azzurro e la libertà, ma muri, sbarre e regole da seguire. Non c’erano più i giochi del papà e le nenie della nonna ma visi sconosciuti e sguardi ostili.
Il bambino smise di ridere e di parlare.
Ogni giorno che passava il suo mutismo si faceva più ostinato e lo sguardo più rabbioso. Le sue manine si chiusero a pugno, sempre pronte a colpire chi si avvicinava troppo. La sua mente ed il suo cuore si negarono a chiunque cercasse di avvicinarsi.
In gabbia lui divenne selvaggio e cattivo. Secondo alcuni divenne perfino stupido.
Eric, come vuole la legge, rimase in carcere con la madre fino al compimento del terzo anno di età.
Il primo giorno di scuola materna venne catalogato come "un po' indietro".

Un pomeriggio nel cortile i due si trovarono per caso l’uno accanto all’altro.
"Vuoi giocare con me?”
"Si.”

Due bambini così diversi s'incastrarono perfettamente.
Eric comprese la fragilità di Gabriele.
Lo aiutò a rialzarsi dopo ogni caduta, inventò giochi più tranquilli per quando l’altro era troppo affaticato, lo protesse dai dispetti dei compagni, lo affiancò nelle mille folli avventure che inventarono.
Gabriele si accorse delle difficoltà di Eric.
Prese a spiegargli le cose con una pazienza che nessun adulto riuscirebbe mai ad avere, lo aiutò con discrezione e rispetto, lo accompagnò passo per passo nelle scoperte delle cose straordinarie che gli stavano attorno e delle potenzialità infinite racchiuse dentro di sé.

Oggi è l’ultimo giorno di scuola.
Due bimbi si abbracciano stretti stretti.
Uno adesso è più forte e sicuro, conosce la bellezza di un gioco all’aria aperta e di uno sguardo d’intesa con un amico. L’altro ora ha riaperto la mente ed il cuore, ha ripreso a ridere ed è ogni giorno più sveglio e curioso.

Oggi è l’ultimo giorno di scuola.
Due bimbi si abbracciano stretti stretti.
Da domani non si vedranno più, la scuola materna è finita.
Uno a settembre comincerà le elementari vicino a casa dei nonni, l’altro tornerà al Campo e poi chissà.

#torinoburning su twitter
Delicato e Poetico.
Un canto leggero.
Una danza aggraziata.

Oggi mi ero ripromessa di fare mille cose e, per tutta la mattinata, ero riuscita più o meno a mantenere l'impegno. Poi, verso l'ora di pranzo, mi è partito l'embolo, mi si è impazzito il neurone e, senza nessun motivo valido apparente, ho deciso di prendere tante ore, utilizzabili in fruttuose attività, e buttarle letteralmente nel cesso.

Dimostrando per l'ennesima volta di essere un'emerita fessa ho scelto di prodigarmi nella terribile attività cosiddetta "diamo una sistemata al blog".
Orrore e raccapriccio.

Ho passato un tempo infinito a scandagliare il web tutto alla ricerca di una grafica che si adattasse a me ed alla mia amata Radio Cole.
Che l'operazione sarebbe stata difficile già lo sapevo, ma non avevo calcolato che alla mia cronica indecisione, alla mia paura dei cambiamenti, alla mia ansia da prestazione applicata a tutti gli ambiti, si sarebbe aggiunta la consulenza telefonica del mio fidanzato.

Sì, proprio lui, il noto e tanto amato Ciccio che, ad ogni nuovo sfondo, si premurava di darmi un suo attento giudizio telefonico. E così abbiamo trascorso il pomeriggio scambiandoci piacevolezze del tipo:

"Che ne dici di questo?"
"Fa schifo!"
"Ciccione"

"Questo ti piace?"
"Questa carta da parati da vecchia? Ma stai scherzando?"
"Ti odio!"

"E questo?"
"Fa un po' meno schifo degli altri"
"Ma vaff..."

Insomma alla fine vada per il gufetto sul ramo. Potrebbe restare per i prossimi vent'anni o durare venti minuti. Non lo so. Ma ora sono davvero stufa, a un passo dall'esaurimento nervoso e quindi mi arrendo. E vi prego non ditemi niente. Pure se lo trovate orribile: lasciatemi andare in giro con gli spinaci in mezzo ai denti. Ne avete facoltà.

Quasi dimenticavo, i più attenti di voi si saranno accorti che la grafica non è l'unica cosa ad essere cambiata. Nella colonna di destra, sotto l'inequivocabile logo del Carosello, ho aggiunto dei video pubblicitari.  
Quella è pubblicità. Vi interessa? Cliccatela.
Non v'interessa? Ignoratela. Anzi stateci proprio lontano perché purtroppo, se ci si passa sopra con il mouse, il quadrato si allarga e diventa molesto. Io vi ho avvertiti.

Gli argomenti ed il tenore dei post rimarranno invariati, state sereni.
E non tenetemi il muso, per cortesia, che mi sento già sufficientemente mercenaria da sola senza bisogno che mi facciate la predica voi. Perdincibacco! C'è crisi. Ve lo devo dire io?

Ok. Ora vado a farmi una camomilla. Direttamente endovena.
Ormai è da parecchio tempo che espongo la sua foto sul mio blog.
Francesco Azzarà è stato rapito lo scorso 14 agosto. Oggi è l'8 dicembre e sulla sua sorte è sceso ormai da mesi un pericoloso e preoccupante silenzio.
Per questo motivo ho deciso che, d'ora in poi, ogni settimana dedicherò un post a questo operatore di Emergency scomparso.
Nel mio piccolo, piccolissimo, spero di mantenere accesa una fragile fiammela su questa oscura faccenda. E so che i miei pochi, affezionati e sensibili lettori, nei limiti delle loro possibilità, cercheranno di fare da cassa di risonanza in rete e fuori.

Liberate Francesco.
Destinati ad amarsi senza comprendersi.
Vicini ma distanti.
L'una protesa verso il cielo, l'altro rivolto alla terra.
Voi che mi leggete da tempo ormai lo sapete già: dentro questo gran pezzo di adulta si nasconde una bambina. Una bambina che ama il Natale. Una bambina che ama i regali. Una bambina che ama  i Panda.  E, a proposito di Panda. A voi cosa viene in mente pensando al pacioso bicolore mangiatore di bamboo?
adozioniA me viene in mente il WWF che di questo animale meraviglioso, e da tempo in pericolo d'estinzione, ha fatto il proprio simbolo. Quando ero piccola, sia dentro che fuori, questa organizzazione per la salvaguardia della natura già esisteva da molti anni e già godeva della stima e della fiducia del mondo. Un mondo che si è sempre impegnata a proteggere ed aiutare. Perché per salvare gli animali in via d'estinzione bisogna innanzitutto salvaguardarne l'habitat. Fauna e Flora, come già sapevano gli antichi, sono unite indissolubilmente.
E adesso che non sono più piccola, per lo meno non fuori, il WWF continua ad esistere e lottare. Ma, come dicono loro, la conservazione senza fondi è solo conversazione. Quindi c'è sempre bisogno di nuovi iscritti e nuove donazioni. A tal proposito, una delle trovate più originali per raccogliere fondi e sensibilizzare il sopito animo ecologista della gente è sicuramente l' Adozione delle Specie da Salvare. Dodici specie simbolo, e diversi tipi di adozione tra cui scegliere per fare un regalo a se stessi, ai propri bambini e soprattutto al nostro pianeta.
Tigre, Panda, Orango, Orso Polare, Foca, Pinguino, Ghepardo, Scimpanzè, Elefante, Lupo, Orso Bruno, Delfino. Sono queste le 12 specie in pericolo. Sono questi i testimonial scelti: altro che modelle o attrici! Come si può resistere alla maestosità di un orso polare, all'intelligenza di uno scimpanzè o alla sfacciata bellezza di una tigre? Non si può, e quindi per questo Natale regaliamoci una specie e con questa una speranza e un sogno per i bambini che eravamo, e per i bambini che ci sono e ci saranno dopo di noi.
Le possibilità di adozione sono moltissime ed anche il contributo da versare varia da pochi euro a cifre più impegnative. Non importa: ogni adozione è importante, ogni contributo è un regalo meraviglioso.  Inoltre ai grandi e piccoli nuovi genitori verranno inviati dei simpatici gadget: dal più classico e morbido peluche al planisfero con indicate le aree di azione del WWF. Quest'ultimo dono, in particolare, è il migliore dei regali da fare ai bambini più grandicelli che già vanno a scuola. E che potranno quindi condividerlo con compagni di classe e maestre. E da ciò potrebbe nascere un'interessante lezione d'ecologia e di vita.
Oltretutto il WWF, dimostrando di essere un'associazione seria, moderna, che non lascia nulla al caso, da anche la possibilità di fare un'adozione ad impatto zero. In seguito alla vostra offerta non vi verranno consegnati pacchi a casa ma uno screensever, uno sfondo e una firma digitale direttamente sul vostro computer. A me sembra la quadratura del cerchio!



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Viral video by ebuzzing
Franca è una donna normale di 64 anni, nata ad Alcamo il 9 gennaio del 1947.
Una donna con un passato difficile, combattuto e sconfitto grazie ad una volontà  fuori dal comune e ad una famiglia straordinaria alle spalle.
Una donna con un presente sereno e normalissimo che si sorprende ogni volta che la sua storia torna d'attualità e che qualcuno parla di lei come di un'eroina, un simbolo.

Franca aveva solo 17 anni quando il destino le riservò il trattamento barbaro che in quei tempi riservava a molte giovani donne italiane. Venne rapita dal suo corteggiatore respinto.
Rapita e tenuta ostaggio per una settimana.
Rapita e violentata.

In quell'Italia così lontana eppure vicinissima questa era un'usanza socialmente e penalmente accettata. La donna non ti voleva? Tu la rapivi, la stupravi e poi lei era costretta a sposarti. Il matrimonio cancellava il reato del carnefice e la vergogna della vittima.
Colpa e vergogna, perché se non eri più vergine eri disonorata. Sporca. Intoccabile. 

Franca disse no. Disse no al suo violentatore. Forte di un grande carattere, e dell'appoggio incondizionato della propria famiglia e del legittimo fidanzato.
Franca è stata ed è una donna straordinaria, circondata da uomini straordinari, che l'hanno sostenuta contro le minacce e il dileggio. Il "cornuto" ha sopportato le risate di scherno dei paesani. Il padre della svergognata ha visto andare letteralmente in fumo una vita di lavoro ma non ha ceduto di un passo.

La vicenda si concluse con un matrimonio, quello tra Franca ed il suo legittimo fidanzato, ed una condanna a 12 anni di carcere per il suo stupratore.

Perché vi ho raccontato la storia di Franca Viola?
Forse perché oggi, 25 novembre, è la giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne.
Forse per le storie che arrivano dall'Egitto in questi giorni. Una su tutte, ma non l'unica, quella di Mona.
Forse perché il padre di Franca Viola, povero ed ignorante ma dignitoso e intelligente, avrebbe ancora così tanto da insegnare a tutti noi.

O forse semplicemente perché questa vicenda mi emoziona ogni volta che ci penso ed era da molto che volevo condividerla con voi.
Rimembrate quando vi parlai della raccolta "Quel giorno in un attimo..."? No? Questo perché siete più rintronati di me ed io perciò vi amo.

Vi faccio un rapido riassunto: la Giulio Perrone Editore aveva indetto un concorso. Bisognava scrivere un racconto a partire da un incipit uguale per tutti i partecipanti.
Da questo concorso è nata un'antologia che include anche una mia storia. Che ora, col permesso dell'editore (perché sono una signorina precisa ed educata, e prima di fare le cose chiedo), condividerò con tutti voi.

Io spedii il racconto senza titolo e senza titolo è stato pubblicato.
No, non lo feci per darmi un tono o aggiungere un accattivante alone di mistero, ma perché lo finii di scrivere 5 minuti prima dello scadere del tempo utile e quindi, in preda al panico e facendo tutto di corsa com'è nel mio stile (perché io sono una procrastinatrice cronica e se non mi complico la vita da sola non sono contenta), semplicemente me ne dimenticai.

Ora però, per l'occasione, il mio parto letterario è stato adeguatamente battezzato ed è pronto per essere esibito sul palco a me più caro.
La Radio Cole Enterprise è lieta di presentare su questi schermi in prima blogosferica mondiale:

                                       Il pesce rosso.

Si è appena svegliato e aprendo gli occhi dimentica di essere in ferie. Guarda la sveglia, la mette a fuoco, per un istante teme che sia tardi. Poi ricorda. Decide che farà colazione al bar. Si lava, si veste in fretta. E’ una giornata strana, il tempo potrebbe cambiare da un momento all’altro. Ordina il suo caffè, si siede a un tavolo appartato, da cui non distingue le parole degli altri. Solo un fittissimo, uniforme ronzio. Getta un’occhiata distratta al giornale, gli sembra di sapere già tutto. Ma quanto sono vecchie queste notizie? Sfoglia veloce, in cerca delle pagine di cronaca. La tazzina resta sospesa a mezz’aria. In una fotografia gli è sembrato di vedere un volto somigliante al suo. Lo fissa più a fondo, il cuore sembra già impazzito. Legge il titolo, sillaba per sillaba. Riguarda lui.

Non riesce a crederci. Pensava di aver chiuso quel maledetto capitolo. Ed invece no. Il suo orrido segreto è nuovamente uscito allo scoperto. La macchia scura sulla sua anima ha lasciato il passato per ripresentarsi sfacciata nel presente.
Si guarda intorno, tutti gli occhi sembrano puntati su di lui, si sente soffocare. L’avranno riconosciuto? Solleva il colletto della polo, calca il berretto sulla fronte e corre fuori dal bar il più velocemente possibile. Corre con le gambe storte e le ginocchia puntute all’infuori. Corre fino a trovare rifugio nell’androne semibuio del suo palazzo. Respira a bocca aperta, con gli occhi sbarrati dal terrore ed il sudore che gli scende lungo la schiena. Le scale sono deserte. Per fortuna. Si arrampica fino al terzo piano, entra nell’appartamento e scivola a terra sul pavimento freddo. Vorrebbe vomitare o nascondersi sotto le coperte e seppellircisi per sempre. Nella ricerca del miglior compromesso si accartoccia sul marmo in posizione fetale.
Dieci anni. Dieci anni buttati nel cesso.
Il pesce rosso gira nella boccia. Lui inspira dal naso ed espira dalla bocca cercando di calmarsi. Per dieci anni era andato tutto bene. O quasi. Non che non sentisse mai l’impulso. Non che non percepisse dentro di sé quell’inconfessabile desiderio. Ma era sempre riuscito a controllarsi. Aveva spinto tutto giù, sempre più a fondo, sempre più giù. Aveva finito la scuola. Era diventato un impiegato modello, un inquilino puntuale, uno come tutti gli altri. Uno dei tanti. Uno.
Dieci anni.
L’acqua della boccia sarebbe da cambiare. E’ torbida e puzza. Lui cerca di fare ordine tra i suoi pensieri confusi. Ormai pensava di esserne uscito per sempre ma quella foto lo inchioda alle sue responsabilità. C’è ricascato. Un’altra volta. Che schifo.
L’ha fatto inconsapevolmente ma questa non è una giustificazione. Non esistono giustificazioni possibili.
Era cominciato tutto tanti anni prima, quando era ancora solo un bambino ma già la colpa si annidava dentro di sé. La mamma lo lasciava scorrazzare in spiaggia nudo come un puttino ma poi doveva rincorrerlo per ore per riuscire a infilargli di nuovo le braghette. La mamma gli faceva il bagnetto a casa ma poi doveva inseguirlo scivolando sul pavimento bagnato mentre lui faceva il pazzo, ridendo con la bocca larga e agitando le braccine in aria. La mamma gli cambiava il pannolino e lui usciva a ballare col cosino al vento sul balcone per il divertimento di tutti i vicini che gli battevano le mani e ridevano. Anche la mamma rideva. All’inizio. Ma gli anni passavano e lei rideva sempre di meno.
Lui coglieva ogni occasione per mettersi nudo come un verme. Nelle situazioni accettabili ed anche e soprattutto in quelle inaccettabili. Fino a quella volta in cui, a tredici anni compiuti, aveva esibito il proprio ossuto e sgraziato corpo da adolescente durante la rappresentazione natalizia della parrocchia. Ai tempi gli era sembrata una così buona idea. San Giuseppe era corso nel presepe con indosso i soli sandali. Gli avevano risposto le urla isteriche della Madonna, le risate dei pastori, la rabbia delle catechiste e le lacrime della madre: “Che ti ho fatto di male? Perché mi fai questo?” Lui non aveva saputo risponderle. Non lo sapeva il motivo. Lo faceva e basta. “Perché? Dimmi almeno perché?”, gli aveva chiesto scuotendolo per le spalle. Furono gli occhi delusi e disperati di sua madre a fargli finalmente capire quanto schifo facesse. L’ultimo dei peccatori ed il peggiore tra i figli.
Da quel momento ha nascosto la propria vergogna nel fondo dell’anima. Ha fatto finta di essere normale davanti a tutti: la madre, gli amici, persino se stesso. Ma quella foto sul giornale gli sbatte in faccia la realtà. Lui non sarà mai pulito. Lui è sporco dentro, nel cuore, nello spirito e nella testa. Lui non può essere salvato.
Si alza da terra. Attraversa il corridoio ed apre la finestra. Non vuole più combattere.
Il pesce rosso galleggia a pancia all’aria a pelo d’acqua. Lui sta per salire sul davanzale quando si rende conto di stringere ancora in mano la pagina stropicciata del giornale. Una foto sgranata di un uomo con le gambe storte e le ginocchia ossute all’infuori. Tra le solite notizie di cronaca, sempre uguali a loro stesse, troneggia lui col suo peccato primigenio.
“Un uomo nudo tra noi” urla il titolo. Lo sguardo gli cade distrattamente sul sommario: ”Un nostro concittadino, in probabile stato di sonnambulismo, è stato avvistato la scorsa notte nel parco mentre, completamente nudo, correva tra alberi e piante.”
Deciso a bere il calice della vergogna fino in fondo, comincia a leggere tutto l’articolo. A quanto pare l’hanno visto in tanti, soprattutto i ragazzi in giro fino a tardi con la scusa delle vacanze. Molti ridono di lui, alcuni si dicono scandalizzati, ma ci sono anche gli altri. Quelli che lo definiscono “un poeta”, “un genio”, “un’immagine struggente”. “Un uomo libero, capace di farsi armonia di carne e spirito con l’universo”, dice una ragazza.
Lui chiude la finestra. Si volta. Sfila pantaloncini, maglietta, sandali e berretto. Apre la porta di casa e si precipita giù per le scale. Per strada qualcuno urla, qualcuno applaude, qualcuno ride. Lui corre. Corre fino alla spiaggia.
“Armonia di carne e spirito”, è questo ciò che ha sempre desiderato. Qualcuno ha trovato le parole al posto suo. Qualcuno ha trovato finalmente la risposta. E lui corre in acqua in cerca di battesimo e rinascita.

N.d.A. L'incipit uguale per tutti corrisponde al primo paragrafo in corsivo da "Si è appena svegliato" a "Riguarda lui".
Questa grafica è orrenda. Lo so.
I colori sono male assortiti e l'insieme è di una tristezza infinita.
Ne ho presa consapevolezza per la prima volta solo stamattina.
Che volete che vi dica a mia discolpa? Meglio tardi che mai?

E comunque soprattuto voi, miei lettori più intimi ed assidui, potevate farmelo presente. Non mi sarei mica offesa. Cioè all'inizio magari sì, ma poi avrei aperto gli occhi e sarebbe subentrata l'eterna riconoscenza.
Che vi costava un commento simpatico, un delicato messaggio privato o almeno un'email anonima?

E invece no. Mi avete lasciata andare in giro con la rucola incastrata in mezzo ai denti, i collant sfilati, l'etichetta ancora attaccata al giaccone nuovo.

Appena avrò un poco di tempo a disposizione cercherò di rendere l'aspetto di questa pagina più gradevole. E, considerando il livello orripilante attuale, non sarà poi un'operazione così difficile.

Nel frattempo portate pazienza e concentratevi solo su quei gran gnocchi dei miei post.
L'ho adottata e si chiama Spassionatezza.
Non vi piace?
Illetterati che non siete altro.

Spassionatezza è il "Carattere di chi, di ciò che è spassionato."
Spassionato: privo della passione che acceca e inquina i pensieri.
Spassionatezza è sinonimo d'imparzialità, obiettività. E vi pare poco?
La spassionatezza figlia giudizi scevri da affetti pregressi, emozioni e pregiudizi.
I nostri parlamentari dovrebbero annegarci nella spassionatezza.
Non vi è ancora del tutto chiaro il significato? Passo al "pensierino esplicativo".
Alle superiori, pur di non giocare a pallavolo, una delle tante attività sportive per la quale ero assolutamente negata, sceglievo di rivestire l'ingrato compito dell'arbitro. Un arbitro noto per la rigida imparzialità, per l'inamovibile obiettività, per l'esasperante spassionatezza. Un arbitro così riusciva sempre a scontentare entrambe le squadre. Soprattutto quella costituita dalle proprie compagne che, attendendosi un trattamento di favore, rimanevano immancabilmente deluse.
Ed infatti, alla fine di ogni match, dovevo rimanere abbarbicata sul seggiolone mentre le mie amiche, cui generalmente stavo anche molto simpatica, minacciavano me e la mia famiglia tutta, generazioni passate e future comprese.
La spassionatezza è una scelta di vita che solo i più coraggiosi sono in grado di fare.

Se volete anche voi adottare una parola visitate il sito della società Dante Alighieri.

ps: ammettetelo, quanti di voi, leggendo il titolo del post hanno pensato "Ecco perché non scrive da un po', Pancrazia ha figliato!" ?
Lo sguardo non tradì alcun sentimento mentre affondava la lama nella carne.
Una, due, tre volte.
"Ti piace?", gli chiese Lei.
"Deliziosa", mentì Lui. Mandando giù quella bistecca dura quanto una suola di scarpe.
Scrivo questo post per segnalarvi un interessante ed utile iniziativa.

La mia blogger-amica usadifranci, insieme ad un gruppo agguerrito di ragazze, sta lavorando alla stesura di un report e alla creazione di un documentario sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili: "The dam curse".

Serve l'aiuto di donne nate a Milano o che nel capoluogo meneghino abbiano vissuto. Non vi preoccupate, niente di impegnativo, basteranno pochi minuti della vostra vita per compilare, in maniera del tutto anonima, un questionario.

Forza donne milanesi, non siate timide.
Dipinsi ogni giorno per quattro anni, con la testa rivolta all'insù, il collo incriccato e la faccia sporca di colore. Lavorai come un dannato dello inferno, in fretta e senza pause, in fretta prima che lo muro si facesse asciutto, in fretta colla paura che l'ispirazione dello core e dello animo volasse via leggera come un augelletto di primavera.

M'attendevo complimenti e danari ma ricevetti solo critiche, scherno e pochi spiccioli che mi bastarono appena per bere un goccio di quello buono al di là dell'acqua.
Camminai infelice pe le strade acciottolate del borgo, tra i canti della gente e i gridi delli mercanti. Camminai co la pancia colma di rabbia tra il profumo dei pentoloni sullo foco. Camminai co i piedi che mi doleano, fino al giorno in cui Esso passò di lì e quei taccagni delli fraticelli lo chiamarono a convegno, "Guardate, guardate che porcheria c'ha fatto quello sciocco", gli dissero, "Quattro anni di lavoro per un'accozzaglia di gambe! Cosa sono, beati o rane? Quanti spicci potrà mai valere un'offesa pe li occhi tanto grande?"
Il Maestro alzò lo sguardo e si stupì: "Quanto? Prendete la cupola e riempitela di monete d'oro. E' questo lo valore di codesta opera."

Nessuna ricompensa sarebbe mai stata più preziosa del di lui rispetto pe lo lavoro mio.

Ho sempre amato la storia dell'arte e domenica, durante la mia gita a Parma, mi hanno raccontato un aneddoto che mi ha molto colpita.
Avete riconosciuto i protagonisti del racconto?

Vi lascio tre indizi:
1) l'artista incompreso veniva da un paese in provincia di Reggio Emilia ma l'episodio narrato si verificò a Parma;
2) il Maestro era veneto;
3)
Photo by Ciccio De Ciccis


Il vincitore verrà premiato con onore e gloria. E basta.

N.d.A: se per caso mi legge qualche reggiano che ha voglia di convertire il racconto in dialetto, sappia che avrebbe la mia eterna riconoscenza.
Vorrei scrivere di più ma non ho tempo o forse sono solo molto disorganizzata. Abbiate fede, magari prima o poi vedrò la luce, uscirò dal tunnel della procrastinazione e smetterò di rincorrere gli impegni e le scadenze con il fiatone e la netta impressione di essere sempre in ritardo.

Intanto vi aggiorno un poco.
PrincipeV continua a crescere e ad essere sempre più bello e simpatico. Io, grazie a lui, sto imparando a conoscere il magico mondo dei giardinetti. Luogo in bilico tra fiaba e realtà, sogno ed incubo, pace e delirio. Tra altalene e panchine si aggirano mamme logorroiche e disperatamente bisognose di relazionarsi con degli adulti, e mamme ostili a cui farebbe tanto bene relazionarsi con un Pit Bull isterico. Tra scivoli ed alberi si scapicollano bambini carini e simpatici come orsetti gommosi ma anche piccoli sociopatici destinati a diventare serial killer oppure, per combattere il proprio complesso d'inadeguatezza, a scendere in politica.

SorellaCole non commenta e non frequenta più queste pagine perché ormai è caduta nel gorgo della maternità. Ora è una donna felice, magra come un chiodo(la carogna) e senza più neanche un secondo libero per andare in bagno. Ripetete tutti con me: "Hai voluto la bicicletta..." uahuahuahauahauha

Ciccio è sempre un gran bell'ometto, nonché mio augusto (non)consorte, e anche se non ne parlo spesso, continua ad occupare il mio morbidosamente mediterraneo fianco.
Miei adorati lettori di Roma e d'intorni, avete da fare stasera?
Sì? Beati voi, buon divertimento.
No? Meglio, vi trovo io un'impegno molto Intellettual Chic.

Prendete un qualsiasi mezzo di locomozione e recatevi in via Saluzzo 53, presso il caffè letterario-libreria Books&Brunch. Dove, dalle ore 19 in poi, potrete assistere all'entusiasmante presentazione dell'Antologia "Quel giorno in un attimo...", edita da Giulio Perrone Editore. Una raccolta di racconti inediti, nati tutti dal medesimo incipit.

Tra quelle pagine ve ne sono tre, o forse 2 dipende da come è stato redatto il volume, scritte da me medesima.
Un mio racconto.
In un libro vero. Uno di quelli col codice ISBN. Che, tra l'altro, vuol dire International Standard Book Number e fa subito molto figo.

Non vi preoccupate, non mi sono montata la testa. Ho solo partecipato ad un concorso aggratisse e sono stata selezionata. Ed insieme a me chissà quanta altra gente. Sono perfettamente consapevole che queste antologie di solito le comprano solo gli autori ed i loro parenti stretti. Ma io sono una che si entusiasma con poco. E poi non rovinatemi la festa, ecchecavolo!

Comunque, ovviamente, fino a Roma non ci posso proprio venire e quindi questa presentazione ISBNmunita me la devo perdere. Ma sarebbe proprio carino se qualcuno di voi, evidentemente pieno di tempo libero, andasse a farsi un aperitivo alla mia salute. E, già che c'è, mi procurasse un feticcio fotografico che io possa tenere ad eterna memoria.

Sì, lo so che avrei dovuto avvertirvi prima, ma tanto io di lettori romani non credo di averne molti e tutto questo post serviva solo per dirvi che mi hanno pubblicato un racconto. Che sarà pure poca cosa, ma io ne sono contenta e se non lo dico qui? Dove lo dico?
Il sito Vita da Streghe ha indetto un concorsone che non potete proprio perdervi: "The Real Miss Italia 2011".

Cito direttamente dalla fonte ufficiale:
"Una volta tanto, non saranno le misure del corpo, l'avvenenza o la giovane età a fare la differenza, quanto piuttosto ciò che queste candidate hanno detto o fatto e quanto la loro personalità sia stata fondamentale da poter essere, secondo voi, da esempio o da rappresentare a buon diritto molte donne italiane."


Tra i 29 nomi proposti è impossibile che non troviate quello secondo voi più adatto. Quindi correte dalle "Streghe" e VOTATE VOTATE VOTATE!

(Non vi dirò a chi è andato il mio voto, perché non sarebbe corretto, ma lei lo sa.)
In linea con il percorso di promozione e celebrazione della creatività propria e di quella altrui che sto sposando ultimamente, non potevo che segnalarvi questo bellissimo sito.
In realtà dietro questa deliziosa idea si nasconde una compagnia che escludo abbia bisogno di Radio Cole per farsi pubblicità, ma si sa che io sono naif e mi piace comunque sentirmi partecipe.
E non dimenticate: be creative every day!
Vi ricordate il post che scrissi sulle storie brevi ed il sito dell'Einaudi?
No?
Come no?
Fatevi una cura di fosforo ragazzi miei: l'ho scritto solo dieci giorni fa!
Vabbè, nella mia infinita bontà ve lo linko: eccolo. Andate a leggerlo, io vi aspetto.
...
...
...
Fatto?
...
...
...
Fatto???
...
...
...
Sentite, vi amo, ma mica posso passare la giornata qua!
Io vado avanti e poi voi mi raggiungete. Con calma.

Stavo dicendo: ve lo ricordate il post sulle storie brevi ed il sito dell'Einaudi?
Si? Molto bene.
Claudia Molinari, una bravissima illustratrice, si è ispirata a quelle microstorie per creare delle finte copertine di libri.
Volete vedere la mia? Ma sì che volete.
Eccola.


Per vederla al meglio cliccateci sopra.

Ma quanto è bellina?
A me piace da morire.
Semplice ma struggente.
Un lavoro impeccabile.
Le altre cover le trovate qua. Vi consiglio di dare un'occhiata: sono una più bella dell'altra.

Che dire? Tutta questa creatività, questi scambi, questi intrecci mi mettono una goduriosa allegria, una frizzante voglia di fare, un lussurioso entusiasmo che manco un ippopotamo nella sua pozza è più contento di me.
Rose mise le lasagne nel forno a microonde. Dopo pochi minuti la salsa di pomodoro iniziò a sfrigolare ed un delizioso profumo si diffuse per tutta la casa. Bob sprofondò meglio sul divano, con il vassoio ancora vuoto sulle gambe e la birra già aperta sopra il tavolino.

Si erano sposati quasi quarant'anni prima, durante la guerra. Lei con i capelli tirati su e nascosti da un velo, lui con la divisa e le scarpe lucide. Si erano conosciuti a ballare. Lei era molto brava, leggera come una piuma. Lui le aveva fatto la proposta dopo il primo boogie woogie. Lei aveva nascosto la risata sorpresa dietro le mani da ragazzina.

Rose gli portò il piatto.
"Perché non resti qui a farmi compagnia? Fra poco inizia la ruota della fortuna."
"Si mangia in cucina", gli rispose lei con finto rimprovero, tornando a sedersi al vecchio tavolo di formica.

La televisione era stato un regalo della loro unica figlia, un apparecchio ancora buono anche se ormai datato. Lucy l'aveva portato una sera di dicembre di dieci anni prima. Era arrivata con il televisore ed il piccolo Jimmy. Li aveva lasciati entrambi. Bob amava molto quell'apparecchio anche se ormai tutte le immagini viravano al blu.

Rose mangiava a piccoli bocconi, canticchiando un motivetto tra sé e sé ed osservando la parete. La macchia d'umidità si stava allargando sempre di più. Bisognava chiamare un idraulico o almeno dare una mano di vernice.
"Ci penserò io", disse Jimmy entrando dalla porta di servizio.
"A cosa?"
"Alla macchia. Ci penserò io", e si sedette di fronte al suo piatto ancora fumante.
Aveva diciotto anni, i capelli lunghi davanti agli occhi e le orecchie a sventola.
Un bravo ragazzo, pensò Rose.

Quella sera stessa Jimmy ridipinse la cucina e la camera dei nonni.
Un bel color crema.
Per nascondere l'umidità.
E tutto quel sangue.
Quanto sono fastidiose quelle mamme che parlano in continuazione dei propri bambini?
Quanto sono insopportabili quei nonni che descrivono i loro piccoli eredi come geni in erba?
Quanto sono patetiche quelle zie che con sguardo sognante ed aria ispirata fanno l'elenco dettagliato di tutte le straordinarie virtù dei nipotini?
Quanto? Tanto. Anzi, tantissimo.

Detto questo: voi non avete idea di quanto sia intelligente, spiritoso e bello mio nipote.
Un ometto alto 83 cm che parla italiano meglio di molti miei conoscenti, è più divertente della maggiorparte dei comici che si vedono in tv, e può sfoggiare un paio di fascinosi occhioni neri che pure George Clooney schiatterebbe d'invidia a vederli. Il piccoletto oltretutto può vantare delle microspalle da rugbista, uno scatto da centometrista e la resistenza fisica di un maratoneta. Il Principe che fu Cavaliere possiede anche il coraggio di un leone, un sorriso da squaletto e l'appetito di un bufalo a regime ipocalorico.

E' evidente, non sono io ad aver perso dignità e ragione, è lui ad essere uno spettacolo.
Quando avevo 20 anni sognavo di diventare ricchissima.
No, non volevo riempirmi la casa di borse col monogramma o di scarpe dalla suola rossa.
No, onestamente non pensavo neanche di eliminare la fame nel mondo o rattoppare il buco dell'ozono.
A me in realtà ha sempre stuzzicato l'idea di fare la mecenate, la scopritrice di talenti, la finanziatrice di artisti giovani (ma anche no), meritevoli e sconosciuti.

Ormai non ho più vent'anni ma solo un paio (...ehm...ehm...) in più, nel frattempo non sono diventata ricchissima e onestamente, ora come ora, se lo diventassi prima di ogni altra cosa finanzierei me stessa ed il mio sogno latticino-letterario in Corsica. Però in questi anni di frequentazione della rete ho scoperto che il passaparola può fare miracoli, e che avere una vetrina in più dove esibire il proprio talento e le proprie idee non può far altro che bene.

E' con questo spirito che vi propongo l'episodio zero di una serie comico-surreale: Radio Vertigo. Episodio che "a bunch of guys without money" si è autoprodotto.
Secondo me è un progetto con buone potenzialità.
Guardatelo e, se vi piace, passate parola.

Buona visione a voi e in bocca al lupo a loro!

L'altro giorno su twitter Einaudieditore ha fatto partire il trend #storiebrevi e tutto l'italo mondo tuittero l'ha seguito. Bisognava scrivere un racconto avendo a disposizione solo 127 caratteri. Spazi inclusi. Una storia breve, anzi brevissima.

Un gioco, una sfida, un'esibizione d'intellettuale vanità che ci ha coinvolto in molti.
Ho letto vicende drammatiche o lievi, divertenti o introspettive e, a mio insindacabile giudizio, ho deciso di porgere il virtuale scettro di Miglior Storia Breve a writer_arbeiter, il cui racconto spicca per sintesi, ironia ed originalità:

"Scusate il ritardo", disse Dio.

Oggi la stessa Einaudi ha dedicato uno speciale sul proprio sito a questi microracconti. A questo esempio di creatività divertita e divertente che per ventiquattro ore ha cinguettato sul web.

A questo punto vi starete chiedendo: e il titolo che c'entra?
Tra le storie citate nello speciale ce n'è anche una mia. Quindi, di fatto, oggi mi ritrovo sul sito dell'Einaudi Editore.
E quando mi ricapita?

Allego testimonianza fotografica a futura memoria.


Il pastello colorato sfuggì alla cartella,
rotolò nel cortile,
si tuffò nel tombino,
seguì la corrente,
raggiunse il mare,
nuotò attraverso l'Oceano,
approdò alla spiaggia e


disegnò fiori colorati sui marciapiedi di tutto il Brasile.
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