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Augusto ed io siamo nati e cresciuti nello stesso paese. Mentre lui era un tipo tranquillo che passava inosservato, io ero conosciuta e additata da tutti come cattivo esempio. Ero una bambina con il muso sempre sporco, una piccola delinquente, un'erba cattiva, una vagabonda che invece di stare chiusa tra le quattro mura di casa, come una signorina per bene avrebbe dovuto, passava le giornate in giro a combinare chissà cosa e chissà con chi. Secondo il parroco, la perpetua e la maggior parte delle donne il mio destino era quello della femmina perduta.
In realtà io avevo le mie buone ragioni per stare sempre fuori e tutti al paese lo sapevano benissimo. Ma si sa che a farsi i fatti propri si campa cent'anni e degli altri chi se ne fotte!

Mio padre aveva due grandi passioni: il vino e le donne. Il vino lo beveva, le donne le menava. Era grasso e pigro, sempre troppo stanco per alzare il sedere e andare a lavorare, ma quando c'era da rincorrerci con la cinghia recuperava tutte l'energie. Ribaltava il tavolo, rompeva le sedie e ci urlava dietro le peggio cose, tanto che io a cinque anni conoscevo certi insulti da fare rigirare i morti nelle tombe e far cadere l'aureola ai santi.
Mia madre, che pesava cinquanta chili bagnati, rimaneva ad affrontarlo, rispondendo colpo su colpo e soprattutto bestemmia su bestemmia, mentre mia sorella ed io correvamo a nasconderci.

Lucia, più grande e giudiziosa, era capace di starsene accucciata nella stalla per ore, aspettando che le urla e le botte finissero, ma io non ce la facevo, a me bruciava la terra sotto i piedi. Così correvo via a cercare la banda dei maschi, che io con le femmine non mi ci sono mai trovata.
Andavamo allo stagno a catturare le rane, giocavamo alla guerra, prendevamo a sassate il cane rabbioso della Pazza, ma la cosa che ci piaceva di più era esplorare la casa diroccata della signora Ines, buonanima. Gli scalini erano quasi tutti marci, i vetri alle finestre rotti e dentro i pochi mobili rimasti si potevano trovare tante bestie diverse: ragni grossi come pagnotte, qualche lepre di passaggio e parecchi topi. A noi un posto così sembrava il paradiso, ci passavamo le ore sfidandoci per vedere chi fosse il più coraggioso e chi il più fifone. Gino, detto il piscialetto, perdeva sempre e gli toccava continuamente pagare pegno. Una volta gli tirarono tutti uno scappellotto, tutti tranne me: "Non ti tiro uno schiaffo se mi fai vedere il pisello", gli dissi.
Lui alzò le spalle e abbassò i pantaloncini. Fu una vera delusione. Mi sembrava impossibile che un coso così insignificante potesse fare tanta differenza. A mio padre bastava quel cosino mollo per comportarsi da padrone? Ovviamente anche due mani grosse come badili lo aiutavano parecchio.
Mia madre era uno scricciolo di donna ma era grande, grandissima. Mio padre era un uomo grosso ma una persona piccola piccola e quando morì, nel 1934, nessuno di noi lo pianse.

L'unica cosa triste fu che in quell'occasione mia madre decise che anch'io, ormai dodicenne, ero abbastanza grande per lavorare e che i miei giorni con la banda erano finiti, "Che se ti becco ancora ad andare in giro te ne dò tante ma così tante che non ti siedi per un mese!"

Continua...

Prima parte
Cari lettori, 
non temete questa storia non sarà infinita come l'Erasmus. 
Il racconto è semplicemente troppo lungo per poter essere sacrificato in un post unico e quindi ho deciso di suddividerlo in varie parti, che verranno pubblicate a pochi giorni l'una dall'altra.
Buona lettura,
Jane

Vengo qua tutti i giorni. D'inverno il freddo e l'umidità mi entrano nelle ossa, ma in primavera con il sole ed il cielo limpido è un vero piacere passeggiare lungo i viali.
I visitatori della domenica sono tanti e diversi, ma in settimana ci sono sempre le stesse facce. Le sorelle Zaccaria che avranno trecento anni in due. La vedova Greco con la cofana color carta da zucchero, il rossetto e le guance dipinte, neanche avesse ancora settant'anni. E poi quello scostumato del Cavalier Casotti che quando mi vede si toglie il cappello, mi saluta con un piccolo inchino e comincia con le sue chiacchiere: "Ma come la trovo bene signora Adelina", "Le andrebbe un caffè signora Adelina?", "Io vado sempre in balera, perché non ci viene anche lei signora Adelina?" Ma per chi mi ha presa? Se il bastone non mi servisse per camminare gliel'avrei già spaccato su quella capoccia pelata.
Gli uomini sono tutti uguali, dai 15 ai 95 anni pensano sempre a quella cosa là.
Tutti uguali tranne il mio Augusto. Lui sì che era una persona seria, un gentiluomo come non ce ne sono più. Non fraintendetemi, era serio ma aveva il sangue caldo anche lui e a letto sapeva fare il suo dovere, lo sapeva fare eccome. Sei figli mi ha dato. Tutti maschi e tutti sani e forti come tori.

Eccolo là. Quant'è brutto in quella foto. Appena la vidi glielo dissi subito: "Augu', sta foto è così brutta che te la metterò sulla tomba"
Lui non rise. Non è mai stato un tipo spiritoso.

Continua...
More powerful than a locomotive. Able to leap tall buildings in a single bound. Look! Up in the sky! It's a bird. It's a plane. It's Superman!

Guarda in alto nel cielo!
E' uno stormo di uccelli.
E' una pattuglia di aeroplani.
No, sono i Diavoli Rossi del Rugby Varese!

Campioni della Serie C territoriale 2009/2010...nonsosemispiego!

(Grazie ad Ale per la fantastica foto)
Una nuvoletta rosa nel cielo Umbro la notte tra il 9 ed il 10 aprile 2010.

"Allora Lu' sei pronta?"

"No"

"Come no?"

"No. Ho le mani sudate, le gambe mi tremano e mi viene da vomitare"

"Tranquilla, è normale essere un po' agitati. Vedrai che andrà tutto bene"

"La fai facile tu. Sono io che devo passare nel frullatore!"

"Non sarai sola: io sarò con te"

"Davvero?"

"Ma certo. Sono il tuo angelo custode, mica pizza e fichi! Andiamo adesso?"

"No. Ancora una cosa"

"Dimmi"

"E se non gli dovessi piacere? Forse mi immaginavano diversa"

"Luna, sono i tuoi genitori, ti hanno desiderata ed aspettata tanto. Certo che sei diversa da come ti hanno immaginata, perché tu sei molto meglio di qualsiasi sogno.
Loro ti amano già adesso e dal momento in cui ti vedranno dimenticheranno ciò che è stato prima. Anche la loro vita, in un certo senso, comincerà con la tua"

"Wow. Ora mi sento molto meglio: sei bravo nel tuo lavoro"

"Grazie. Ho più di 1000 anni di onorata carriera alle spalle, ho versato centofantastamilioni di contributi, ti è capitato un professionista coi fiocchi, piccola. Adesso sei pronta?"

"Si, ma tienimi per mano"

"Certo. Al mio tre saltiamo, ok?"

"Si"

"1...2...3"



Nel caso non dovesse andare bene la carriera medica o dovessi incontrare difficoltà nella stesura del romanzo del secolo, mi rimarrà sempre l'opzione "brillante scrittrice di biglietti d'auguri". L'importante è avere sempre un'alternativa.

Ben un giorno annunciò: "Presto si trasferirà a Berlino il mio carissimo amico irlandese: Alan. Vi piacerà!"
L'innocente dichiarazione dell'ignaro britannico fece scattare in tutto l'Erasmico Gineceo vivide e niente affatto innocenti immagini mentali. La mia, dal basso verso l'alto, era la seguente: scarpe da ginnastica vissute, jeans stropicciati ad avvolgere un paio di celtiche gambe muscolose, maglione teso sopra ampio torace, irresistibile sorriso, barbetta incolta, occhi cerulei, capelli scompigliati e magari, giusto per non farsi mancare nulla, anche una chitarra in spalla. 
Alan divenne rapidamente il più gettonato protagonista delle nostre fantasie ed il più abusato argomento delle nostre conversazioni. Ognuna si nutriva dei deliri delle altre, fino a produrre un mostro di perfezione: bello, sexy, simpatico, arguto e sessualmente instancabile. Del resto nel momento in cui si sogna è giusto non porsi alcun limite, anzi. 
Quel poveraccio se ne stava in Irlanda a preparare i bagagli totalmente all'oscuro di essere già diventato una figura mitica a Berlino. Il tapino, probabilmente, se avesse saputo quanto fossero alte le aspettative su di lui, se ne sarebbe restato a casa sua con la porta chiusa a doppia mandata.

Una sera inaspettatamente accadde il miracolo: incontrammo per caso Ben ed Alan per strada. Ci fermammo a chiacchierare e dopo 5 minuti i due giovani andarono per la loro strada e noi per la nostra.
Rimaste sole, eccitate come dei criceti, cominciammo a parlare tutte assieme: "Ma l'avete visto???" "Si!!!" "Ma quant'è gnocco???" "Tanto!" "Ed i capelli?" "Folti e meravigliosi" "Con i riflessi ramati." "Siii, che meravigliosi riflessi!" "E la voce?" "Stupenda. Certo non che abbia parlato molto, ma quel poco è bastato" "Si. Ho sentito un brivido lungo la schiena quando si è presentato e ha detto A..." "Ha detto Alan, vero?" "Certo, almeno credo." "Io ero tutta emozionata non è che lo stessi ascoltando molto" "Ma certo che ha detto Alan. Forse." "Qualcuna di voi l'ha sentito dire Alan????" "Io no" "Neanch'io" "E poi è strano che Ben non ci abbia avvertito del suo arrivo" "Già, sembrava così desideroso di farcelo conoscere" "E l'accento?" "Era irlandese?" "Io non ho sentito nessun accento." "Neanch'io" "Parlava così bene tedesco" "Proprio come un..." "...tedesco" "Oh cacchio!" 
Eravamo state vittime di un increscioso episodio di Allucinazione Collettiva. Appena incontrato Ben con un ragazzo che non conoscevamo avevamo desunto che costui fosse Alan. Eravamo state cieche e sorde di fronte a tutti gli indizi che indicavano il contrario. Il canto ubriaco delle nostre ovaie aveva coperto il richiamo del buon senso. Avevamo fatto la figura di un gruppo di ninfomani cretine!

Qualche settimana dopo l'imbarazzante episodio, conoscemmo finalmente l'uomo che per tanto tempo avevamo atteso, l'irlandese che aveva mandato i nostri pochi neuroni in pappa, l'essere sulle cui spalle gravavano tutte le nostre aspettative.
I capelli non erano folti, le gambe non erano muscolose ed il torace non era ampio. In effetti, più che un Dio del sesso, Alan sembrava un morbido orsacchiottone. Un ragazzone simpatico e gentile con (pochi) capelli rossi, profondi occhi azzurri e un'inclinazione particolare per le tragedie sentimentali.  Ogni volta che gli piaceva una ragazza questa, nel giro di 24 ore, finiva a letto con qualche amico di lui. Perché egli, oltre ad avere un pessimo gusto nello scegliere le donne, ne aveva uno anche peggiore nello scegliersi gli amici: tutti più belli, privi di sensibilità, estranei a qualsiasi forma di empatia e soprattutto bulimici sessuali. Ed anche quando riusciva a sublimare l'innamoramento con una storia vera e propria, nel giro di poco veniva sistematicamente mollato o per un ragazzo migliore, eventualità a cui lui reagiva con una grande signorilità, o per un lavoro dall'altra parte del mondo, eventualità che lo trasformava in un cane abbandonato in autostrada, o per un'altra donna, eventualità che gli procurò un abbonamento decennale dallo psicanalista.

Alan era decisamente sfortunato in amore, ma la colpa non era solo della cattiva sorte. Se, invece di provarci sempre con le ragazze sbagliate, ogni tanto ci avesse provato con quelle giuste forse le cose sarebbero andate diversamente.

Caro Alan, 
a distanza di 10 anni è giunto il momento che te lo dica. 
Se, putacaso, invece di provarci con le altre, ci avessi provato con me: io ci sarei stata.
Pirla!!!

Con affetto,
la tua amica Jane ( quella a cui volevi bene come ad una sorella)



Continua...

Prologo, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17
De Sica che smanaccia per sbaglio(?) Belen



o la Hunziker che importuna come un'assatanata il povero Travolta

Quest'anno ho partecipato per la prima e, probabilmente, ultima volta in vita mia ad un concorso letterario. E non ho vinto.
Ho scritto il racconto del secolo. E non ho vinto.
E' uno SCANDALO! E' tutta colpa del destino cinico e baro, dei soliti raccomandati, dei giudici comunisti, di Saturno contro, dei servizi segreti e pure della sfiga.
Non ho vinto ma, come avrete già capito, l'ho presa benissimo. L'importante non è vincere, ma partecipare e poi IO SONO UN GENIO INCOMPRESO e LORO PUZZANO.

Comunque non era di questo che volevo parlarvi, ma della premiazione a cui tutti i partecipanti sono stati invitati.
"E' gradito l'abito scuro per gli uomini e il lungo per le donne", mi ha detto l'organizzatrice per telefono.
Ciccio ed io non siamo tipi da serate di Gala. Lui non sa neanche farsi il nodo alla cravatta ed io, ovviamente, non posseggo alcun abito lungo.  Ed è per questo che lui ha opposto una strenua resistenza, condita da crisi isteriche da prima donna e capricci da poppante, ed io ho finto indifferenza, ma mi sono riempita di chiazze rosse ed ho sofferto d'insonnia. Alla fine, però, ha vinto la curiosità di farsi un bel bagno nella morbidosa crème della crème torinese e ci siamo decisi a partecipare. Ma non siamo andati da soli.

Eravamo in 4: Ciccio, CognatoCole, SorellaCole ed io. Perché noi Cole ci muoviamo in gruppo, come gli ovini.
In ordine di apparizione e di decenza:
  • SorellaCole indossava un abito lungo nero ed un giacchetto panna, i capelli raccolti ed il più radioso dei sorrisi. Bella come sempre quella fetente.
  • CognatoCole per l'occasione rispolverava l'abito del matrimonio ed, essendo dimagrito, rischiava seriamente di perdere i pantaloni e rimanere in mutande di fronte a tutti. Purtroppo ciò non si è verificato. Peccato, la serata ne avrebbe sicuramente guadagnato.
  • Ciccio era strizzato in un completo grigio con cravatta rossa.
    Cravatta annodatagli dalle amorevoli mani del cognato che però non ha calcolato la panza del mio consorte, creando un terribile effetto Olio.
  • Ed infine io.
    I miei capelli, colpa del taglio infelice e del tempo orrendo, hanno tenuto la messa in piega per un periodo non superiore ai 5 minuti. E così, sconfitta e quindi incacchiata come una biscia (perché come avrete capito sono una che sa perdere con molto stile), ho dovuto anche sopportare l'umiliazione di un'intera serata con un gatto morto in testa.

Concludo con le illuminate parole di Ciccio: "Bella gente, tanta gnocca, ma il tuo racconto era molto meglio di quello che ha vinto."
Che dolce.
Un porco.
Ma tanto dolce.
Sono nervosa: mi viene il mal di stomaco.

Sono triste: perdo i capelli.

Cota vince le elezioni: mi sanguina il naso.

Il fatto che alla notizia io abbia cominciato a prendere il muro a testate può avere un po' contribuito. Forse.
Per parecchi anni Jane ha portato i capelli lunghi.
Lo scorso autunno, dopo attenta valutazione, si è decisa per un taglio più corto e sbarazzino.

Esperimento perfettamente riuscito: Jane si sentiva soddisfatta ed un bel po' gnocca.

Nel frattempo l'importante chioma è ricresciuta e 10 giorni fa Jane è tornata dalla pettinatrice. Tranquilla e rilassata si è limitata a dire: "Me li fai come l'ultima volta?", e l'altra sorridente e sicura si è limitata a rispondere: "Certo non c'è problema"

Attualmente Jane ha sulla capoccia una via di mezzo tra un nido di uccelli ed un gatto arruffato.

Ora Jane si chiede: invece di "Certo, non c'è problema", non sarebbe stato più onesto un "L'altra volta ci sono riuscita per puro culo. Non mi ricordo minimamente come te li avevo tagliati e quindi ora te li farò alla membro di segugio" ? No?



La vignetta è tratta da questo sito.
Il Sedicesimo capitolo del mio Erasmus ha destato molta curiosità. O meglio l'australiano avvolto in uno striminzito asciugamano ha destato molti pruriginosi quesiti da parte, soprattutto, delle mie affatto morigerate lettrici.
Purtroppo l'incontro in cucina tra me e l'atletico giovine rappresentò di gran lunga l'apice del nostro rapporto, ma per rispondere alle vostre domande e per mio personale diletto ho deciso di proporvi tre finali alternativi. Scegliete voi quello che vi aggrada di più.

Com'è andata a finire tra Jane e Tom? Che fine ha fatto l'australiano (semi)nudo?

Opzione A. Sex, Boomerang and Spaghetti
Il primo incontro tra me e Tom segnò l'inizio di una bollente relazione. Zompavamo come canguri in ogni dove: in camera, in corridoio, sotto la doccia o dentro la stufa; ci esibivamo in rocamboleschi amplessi da koala: appesi fuori dalla finestra, avvinghiati ad un palo della luce o in bilico sul cucuzzolo della Fernsehturm; perdevamo ogni freno inibitore come due passionali ornitorinchi nel reparto materassi dell'Ikea o in metropolitana nell'ora di punta. Eravamo la gioia dei guardoni teutonici e dei fotografi del National Geographic.
Vivevamo l'uno per l'altra. Lui intagliava boomerang e me ne faceva dono: ogni amplesso un boomerang, ogni boomerang un amplesso. Io gli preparavo cofanate di spaghetti con le polpette, cantando con ardore tutto il repertorio della canzone napoletana.
Il nostro idillio continuò fino alla sua partenza.
Tom cercò fino all'ultimo di convincermi a seguirlo, ma io non me la sentì di trasferirmi dall'altra parte del mondo e decisi di rimanere a Berlino, spezzando così il tenero cuoricino australe.

Ora lui è il ricco proprietario della rinomata spaghetteria di Sidney "Sex, Boomerang and Spaghetti" e spesso lo si può trovare fuori dalla porta, mentre malinconico intona "O Sole mio".
Io sono diventata milionaria grazie al commercio di manufatti australiani.

Opzione B. "Come ho potuto????"
Tom mi corteggiò durante la sua intera permanenza in Germania. Mi riempì di fiori, mi recitò poesie, mi cantò canzoni e m'intrattenne anche con veri e propri spettacoli degni di Broadway. Io, offesa dal nostro traumatico primo incontro, rimasi cieca e sorda di fronte alla notevole avvenenza e l'indubbio talento dell'australiano ignudo.
Egli partì sussurrandomi tra le lacrime: "Come with me, pleaseeeeeeee", ma io non esitai a voltargli le spalle, infastidita da tanta melensaggine.

Ora lui lavora stabilmente negli Stati Uniti, dove si fa chiamare Hugh.
Io sono in cura da 5 psicanalisti e la mia principale attività consiste nello sbattere il capoccione al muro frignando: "Come ho potuto? Come ho potuto??? Come ho potuto????????"



Opzione C. Un australiano tra i monti.
Superato lo shock dell'incontro iniziale, Tom ed io iniziammo a conoscerci ed a piacerci. Tra una cenetta innaffiata da abbondante vino rosso ed una maratona di truculenti serial televisivi, finimmo con l'innamorarci teneramente.
Complicità, grandi risate e surreali conversazioni hanno reso unica la nostra relazione.

Lui ha mollato tutto per me, si è trasferito in Italia, ha trovato lavoro in Trentino, è ingrassato trenta kg ed ora si fa chiamare Ciccio.
Io ho aperto un blog per condividere con il resto del mondo le nostre avventure.


Quale finale preferite?
Jane non è una donna vanitosa.
Jane sta bene con se stessa.
Jane non soffre il passare del tempo.
Jane non ha rughe né capelli bianchi ed anche se li avesse li affronterebbe con una grassa risata.

E soprattutto Jane non è rimasta affatto colpita dai commenti di Eppi, Mafalda e La Volpe.

Il fatto che da pochi giorni ella possegga un Gel Contorno Occhi alla jojoba, centenella ed echinacea è solo una curiosa coincidenza.

Radio Cole aderisce con grande piacere alla prima campagna preventiva sul tema della violenza.

Non dimenticare mai che:
  • Hai un solo modo per cambiare un fidanzato violento. Cambiare il fidanzato.
  • Sai già che picchia. Quando picchia alla porta, non aprire.
  • Non sposare un uomo violento. I bambini imparano in fretta.
  • Un violento non merita il tuo amore. Merita una denuncia.
  • Un compagno violento non ti accompagna nella vita. Al massimo all'ospedale.
  • Gli schiaffi sono schiaffi. Scambiarli per amore può farti molto male.
  • Se il tuo sogno d'amore finisce a botte, svegliati.
Se volete adottare anche voi la campagna o semplicemente saperne di più visitate il sito Riconosci la Violenza.
Molti giovani, che si trovano a vivere per un breve periodo all'estero, tornano in patria cambiati, non solo nello spirito, ma anche e soprattutto nell'aspetto.
Io non feci eccezione.

La prima vittima della mia smania di rinnovamento fu la capigliatura che, oltre a subire un progressivo ed inesorabile mutamento dal castano scuro al biondo VorreiEssereSvedese, venne brutalmente ridotta di volume e lunghezza dalle mie stesse mani durante una serata di solitario e sforbiciante delirio.
Mi ero scocciata dei miei capelli, da sciolti avevo un capoccione ingestibile e da legati sembravo una giovane signorina Rottermeier. Era assolutamente necessario prendere provvedimenti!
L'idea di rivolgermi ad un parrucchiere tedesco non mi sfiorò neanche per un momento e preferì fare tutto da sola.
Il risultato fu al di là delle mie più rosee aspettative. Da un insano gesto, che avrebbe potuto costringermi a girare con un sacchetto in testa per almeno un paio di mesi, scaturì invece un taglio molto carino, che avrei conservato per parecchio tempo.

Fu molto più graduale, ma decisamente più devastante l'effetto che l'Erasmus ebbe sul mio guardaroba.
I tedeschi hanno tante qualità, ma non sono certo famosi per il buon gusto nel vestire. Il loro problema, secondo me, sta nell'approccio troppo disinvolto con l'abbinamento di capi e colori differenti. Approccio che può diventare contagioso come il raffreddore.
Mi bastarono alcune settimane in Germania e gli accostamenti, che a Torino avrei definito brutti e di cattivo gusto, divennero ai miei stessi occhi mettibili, interessanti o addirittura "cool".
Questo muovermi al di fuori degli schemi e dei percorsi conosciuti mi diede un senso di vertigine e libertà. La sensazione era tanto piacevole che me la portai dietro anche al ritorno in Italia e ci misi anni per riacquistare il senso del decoro.

Ma se con capelli ed abiti ci vuole poco, se ci si pente, a ritornare sui propri passi, ci sono alcune scelte definitive che lasciano segni indelebili.
Io, ovviamente, feci anche una di quelle scelte.
Un sabato pomeriggio ci ritrovammo in tre in uno storico negozietto del centro. Lui trafficava con i suoi attrezzi, bofonchiando nel proprio idioma. Io, sdraiata sul lettino, mi guardavo attorno, preoccupata che fosse tutto realmente sterilizzato e monouso. Eli, seduta accanto a me, si occupava del supporto morale.
L'oracolo segnò anche quest'occasione con una delle sue ispirate frasi: "Una mia amica l'ha fatto in un tendone dietro ad una stalla, ma è ancora viva."
"Sticaz...ouch!", non ebbi neanche il tempo di risponderle che avevo già il mio nuovo piercing all'ombelico.

Una studentessa Erasmus con una nuova pettinatura, un nuovo guardaroba ed un piercing. Ero praticamente un cliché vivente.

Continua...

Prologo, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16
Il giorno prima trascorri l'intervallo in cortile con la maestra ed i compagni.
Il giorno dopo prepari la tesi.

Il giorno prima vai in bicicletta con le rotelle.
Il giorno dopo prendi la patente e scopri con orrore quanto costa l'assicurazione dell'auto.

Il giorno prima giochi con la Villa di Barbie.
Il giorno dopo passi quattro ore all'Ikea e spendi tanti di quei soldi che ti danno la cittadinanza onoraria in Svezia.

Il giorno prima hai paura del buio e ti rifugi nel lettone.
Il giorno dopo passi la notte a ballare con le amiche, ti mangi la focaccia alle 5 del mattino e rincasi all'alba.
 
Il giorno prima vai in vacanza a Rimini con mamma e papà, ti perdi in spiaggia e piangi come un vitello fino a quando non ti ritrovano.
Il giorno dopo sei in giro per l'Europa con lo zaino in spalla, fai l'autostop e impari ad ordinare le crepes in tre lingue diverse, polacco compreso.

Il giorno prima sei una neonata cicciotta, avvolta in una nuvola di borotalco dopo aver fatto il bagnetto ed il giorno dopo sei una blogger che si mette per la prima volta la crema "contorno occhi"(*).
E' l'inizio della fine. AIUTO!



(*)Era solo un campioncino gratuito: lo giuro!
Il giorno del loro primo incontro lei si presentò all'appuntamento con largo anticipo. Aveva paura di fare tardi o di non trovare il posto e così si era messa in macchina la mattina presto ed era giunta là, in mezzo al nulla, prima di tutti gli altri.

Il resto del gruppo arrivò alla spicciolata.
Sembravano tutti tranquilli e rilassati, da veterani quali erano. Ma lei no. Lei era nuova e si sentiva tesa come una corda di violino.

Passati i controlli di rito e superate tutte le porte ed i cancelli entrarono finalmente nella ludoteca, dove le madri ed i bambini li stavano già aspettando. Dopo pochi minuti erano tutti in piena attività. C'era chi cantava, chi giocava con le costruzioni, chi correva in tondo; solo lei se ne stava immobile, sentendosi assolutamente fuori posto e inadeguata.
Fino a quando una mano piccola piccola le strinse le dita. Allora abbassò lo sguardo e vide una capoccetta di capelli ricci, due grandi occhi nocciola ed il sorriso più dolce del mondo.
Un sorriso tutto per lei. Solo per lei.
Quella mattina loro due giocarono ad innaffiare dei fiori immaginari, a nascondino, a palla e a mille altre cose e quando fu l'ora di andare via, lui la chiamò a lungo, con le braccine tese ed i lacrimoni sul viso.

La prima regola del corso da volontaria era stata: "Non affezionatevi troppo ai bambini, sono solo di passaggio. Attaccarsi troppo ad uno di loro farà soffrire lui e soprattutto voi". Lei queste parole se le ricordava bene e se le ripeteva in testa ogni settimana, ma la magia e la gratitudine che si prova quando un bambino ti sceglie è forte come un innamoramento. E proprio come l'amore rifiuta le regole, per quanto giuste e sensate siano.

Dopo qualche mese accadde l'inevitabile: lui compì tre anni e venne fatto uscire dal carcere per essere riportato al Campo.
Lei sapeva che era meglio così. La prigione non è un posto per bambini, non sono mai felici là dentro, anche se sono con la loro mamma. Ma questa consapevolezza non impedì al suo cuore di spezzarsi.

Ormai sono passati tanti anni da quel giorno.
Lei non l'ha più rivisto, ma ogni tanto ci pensa ancora.
Spera che sia cresciuto sano e forte e che gli sia stata data la possibilità di scegliere come vivere.

Lei non ha ancora avuto figli e non sa se li avrà mai, ma quando immagina un bambino d'amare vede sempre quegli occhi e quel sorriso.
Vede sempre il bimbo con l'innaffiatoio.

Bambini e carcere
Gli stranieri portano manodopera, arricchimento culturale e non solo.

Mi chiamo Giulia, sono italiana e da due anni ho un cuore nuovo.

Mi chiamavo Pablo, venivo dalla Colombia e sono morto in Italia. Io ho sempre creduto nel destino ed evidentemente questo era il mio: attraversare l'oceano per trovare lavoro in un paese straniero, volare giù da un'impalcatura e continuare a vivere nel petto di Giulia.

I donatori stranieri di sangue e di organi in Italia sono in continuo aumento.

Il sangue è uguale per tutti.
...non sono l'unica che dovrebbe rinunciare ai tacchi sul lavoro.

Per otto anni Jane è andata a lavoro con abiti e scarpe comode.
I primi perché, indossando il camice, non ha mai pensato valesse la pena addobbarsi troppo e le seconde perché, dovendo lavorare per lo più in piedi, usare calzature basse e confortevoli le è sempre parsa l'unica scelta ragionevole.

Ieri c'è stata la svolta.
Jane è stata colta da un'improvvisa, inspiegabile ed inopportuna voglia di vestirsi da femmina. E così, al bando pantaloni e ballerine, la sventurata ha optato per un miniabito di maglia ed un paio di aggressivi stivali.
Con questo nuovo look Ella si sentiva gnocca, altissima e meravigliosamente donna.

Ad inizio mattinata Jane era una panterona con l'incedere sensuale e sicuro di Naomi Campbell.
All'ora di pranzo i suoi leggiadri piedini avevano ormai lasciato il posto a due zamponi bolliti e la falcata felina era stata sostituita da un'andatura sgraziata e traballante degna di un pachiderma zoppo.
Dalla Venere Nera ad Antonella Clerici in sole cinque ore.

Che questo post funga da promemoria:
"La prossima volta che metterò i tacchi al lavoro sarà fra altri 8 anni. Lo giuro su Le Tagliatelle di Nonna Pina!"
Jane Pancrazia Cole
E' già accaduto in passato e certamente succederà ancora in futuro.

Mi blocco.
La mia mente si fa fertile quanto il deserto.
Non mi viene un'idea decente per un post neanche a pagarla oro.
Più i giorni passano, più il Censore che vive nella mia testa diventa severo e boccia sul nascere ogni timida proposta.
Come? Non ne avete uno anche voi? Una voce acida che critica ogni argomento scelto, insinua dubbi su congiuntivi e condizionali, bolla metà delle cose che scrivete come spazzatura?
No? Beati voi.
Io ce l'ho.

In questi 2 anni, quasi 3, di onorata carriera da blogger ho imparato che c'è una sola cosa che può aiutarmi a ritrovare la via.
No, non è la droga.
No, non è la fede.
No, non è neanche la Sacher Torte.
E' il Post di Decompressione.

Uno scritto inutile, privo di contenuti, la cui unica funzione è quella di dare qualcosa da leggere a voi, che vi starete iniziando a chiedere dove sia finita, e di zittire il succitato Censore che, di fronte a tanta vuota ovvietà, rimarrà senza parole.

Ogni Post di Decompressione che si rispetti deve essere accompagnato da un po' di musica.

All together:
I'll never forget you
They said we'd never make it
My sweet joy
Always remember me

I'll never forget you
At times we couldn't shake it
You're my joy
Always remember me

Jane: "Domenica è venuto a donare il mio professore preferito del liceo"

Ciccio: "Ti ha riconosciuta?"

Jane: "Certo, perché non avrebbe dovuto?"

Ciccio: "E' passato molto tempo. Sarai un po' inv..."

Jane: "Un po' inv...cosa???"

Ciccio: "Un po' cambiata. Volevo dire, sarai un po' cambiata, no?"

Jane: "No! Sappi che io sono uguale a come ero a 19 anni! U-G-U-A-L-E!"

Jane: "Domenica è venuto a donare il nostro professore preferito del liceo!"

LAmicaMeri: "Ma dai, e come sta?"

Jane: "Bene. E mi ha riconosciuta subito!"

LAmicaMeri: "Certo, perché non avrebbe dovuto? Tu sei uguale a quando facevamo le superiori. Non sei invecchiata di un giorno.
Anzi, ti dirò: sei perfino più bella!"

Prima che me lo chiedate voi, rispondo io.
No, LAmicaMeri non era ironica e neanche sarcastica, ma seria e convinta delle proprie affermazioni; e si, LAmicaMeri è la stessa con l'insana passione per Giacobbo.
Quando ti svegli all'alba di una domenica mattina per andare a lavorare, può capitare di avere le occhiaie di un panda, il colorito di una lucertola e la capigliatura di un leone phonato.

Quando ti svegli all'alba di una domenica mattina per andare a lavorare, può capitare di essere mansueta come una tigre dai denti a sciabola, gentile come una iena e ben disposta verso il prossimo come un grizzly.

Quando ti svegli all'alba di una domenica mattina per andare a lavorare ed un donatore si lamenta acido di essere in attesa da troppo tempo, mentre la sala prelievi è piena come un uovo, tu stai cercando di farti spuntare un paio di braccia in più e nel frattempo trattieni la pipì che ti scappa da almeno tre ore, può capitare che le prime parole che ti vengano da rispondergli non siano appropriate alla boccuccia di una signorina per bene.

Ma può capitare anche che tu riesca miracolosamente a trattenerti perché, in mezzo a tutta quella confusione, improvvisamente riconosci un viso amico che ti sorride e a cui tu sorridi di rimando.

Una domenica mattina di lavoro come tante diventa improvvisamente un giorno speciale grazie a lui.
Lui, che ti faceva sentire importante.
Lui, che sapeva nutrire la tua autostima come nessun altro.
Lui, che ti riconosceva un talento.
Lui, che mostrava orgoglioso i tuoi disegni a tutta la scuola.
Lui, che ti ha insegnato l'amore per l'arte.

Lui, il tuo professore preferito delle superiori.
Per chi, come me, non potrà essere a Bologna giovedì, segnalo il sito ufficiale de "Il Corpo delle Donne".


Sito su cui, tra le altre cose, è possibile la visione integrale del documentario.
Giovedì 4 febbraio 2010, presso l’Aula Magna di Santa Cristina in via del piombo 5 a Bologna, si terrà la proiezione del documentario di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi: "Il corpo delle donne".
Segurà intervento della stessa  Lorella Zanardo.

L’evento è organizzato da Libertà e Giustizia e Centro delle Donne.
In collaborazione con Donne Pensanti, Associazione Orlando e Casa delle donne.

Se vivete dalle parti di Bologna o avete la possibilità di spostarvi, consiglio a tutti, uomini e donne, di partecipare.


Già che ci sono vi ricordo gli indirizzi di Donne Pensanti:
Sito Ufficiale,
Blog e
Social Network.
Marije era la coinquilina perfetta: pulita, affabile e sempre disponibile.
In verità, a voler essere proprio pignoli, un difettuccio ce l'aveva: ospitava continuamente gente a casa.
La sua vita randagia, divisa tra Olanda, Svizzera, Australia e Germania, l'aveva portata ad avere amici sparsi per tutto il mondo. Amici che periodicamente la venivano a trovare.
Tutto questo via vai era molto pittoresco e divertente, ma ogni tanto un po' di tranquillità non mi sarebbe dispiaciuta. Fare colazione con emeriti sconosciuti o sorprendere coppie nordiche che copulano sotto la doccia può anche essere divertente, ma dopo un po' viene a noia.
Ad onor del vero, devo ammettere che tutto questo traffico aveva un suo lato positivo. Ogni volta che doveva arrivare qualcuno, Marije si metteva a pulire casa da cima a fondo e, data la frequenza con cui arrivavano ospiti, l'appartamento era sempre lindo e splendente senza bisogno che io alzassi un dito.
Lei entrava in cucina con secchio e scopettone ed io capivo che di lì a poco avremmo avuto visite.

La prima sera nel nuovo appartamento la trascorsi a chiacchierare con un ragazzo olandese.
Preda della mia solita ansia da prestazione, desiderosa di risultare simpatica e smaniosa di fare "la donna di mondo", non trovai niente di meglio che raccontargli quella volta che, durante un viaggio in Belgio, mi ero spinta fino in Olanda.
In quell'occasione avevo visitato la cittadina di Maastricht, che non mi aveva colpito particolarmente e che quella sera definì senza mezzi termini: anonima ed insignificante.
"Io sono di Maastricht", disse lui asciutto.
Per un attimo sperai che quello fosse un esempio di ironia olandese. Una battuta. Uno scherzo.
Ed invece no.
Lui non era un olandese ironico in vena di spiritosaggini, ma io ero decisamente un'italiana cretina in vena di figuredimerda.

Un giorno aiutai Marije a preparare una luculliana cenetta per due suoi amici: una ragazza svedese ed il di lei fidanzato.
L'innamorato era nuovo di pacca, venuto fino a Berlino proprio per essere presentato alla mia coinquilina.
Lei era il prototipo perfetto della bellezza nordica: capelli color oro, occhi azzurri, zigomi alti ed un corpo aggraziato.
Lui aveva il fisico del Gobbo di Notre Dame, l'eleganza di Homer Simpson e la simpatia di Puffo Quattrocchi.
Marije, superato lo shock iniziale, esibì per tutta la sera un sorriso tirato, molto simile ad un ringhio, mentre io, zitella ma felice, capì finalmente il profondo significato del detto "meglio soli che male accompagnati".

La mia accondiscendenza nei confronti dei continui ospiti vacillò quando mi venne annunciato l'arrivo di alcune amiche.
Sette.
Sette amiche svizzere.
Nove donne ed un solo bagno. Credo che siano scoppiate guerre sanguinose per molto meno!
Il folto gruppo si fermò per una lunga, lunghissima settimana, dormendo spalmato su letti, brandine e materassini. Un accampamento in piena regola.
Questa affollata visita cadde proprio nel bel mezzo della sessione dei miei esami e più di una volta, esasperata dalla confusione ed il chiacchiericcio, ebbi la tentazione di soffocare nel sonno tutte e sette le galline starnazzanti.
Per fortuna non lo feci e la mattina di una prova scritta trovai, attaccato alla porta della mia camera, un post-it d'incoraggiamento firmato da tutto l'elvetico gruppo vacanze.
Erano molto fastidiose, ma sapevano farsi voler bene.

Ma l'ospite numero uno, l'ospite di tutti gli ospiti, fu lui: l'Australiano.
Tornando a casa un pomeriggio, entrai in cucina e mi trovai di fronte ad un bellissimo ragazzo coperto solo da un asciugamano striminzito avvolto intorno ai fianchi.
"Ciao! Io sono Tom, e tu?"
"Io sono Jane e vivo qua."
"Sei l'Italiana? Io sono stato in vacanza in Italia, mi hanno insegnato tantissime parole", e mi vomitò addosso una serie di parolacce e volgarità che avrebbero fatto arrossire la più navigata delle peripatetiche.
Alla fine mi guardò tutto sorridente e fiero di sé, come un bimbo che ha appena recitato la poesia di Natale ed aspetta l'applauso dei nonni.
Io abbozzai un sorriso e lo perdonai immediatamente. Era evidente che non fosse completamente consapevole di tutto ciò che aveva detto.
Era carino e mezzo nudo, non potevo pretendere che fosse anche sveglio.

Continua...

Prologo, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15
Chi è Lupina?
E' il mio "cane a distanza".

L'Associazione Canili Lazio offre questa possibilità: si può versare un contributo mensile (un minimo di 10 euro) in favore di uno dei cagnoni ospitati nell'Oasi Locatelli. I soldi verranno utilizzati per il cane scelto, nel caso necessiti di cure sanitarie urgenti o altro, oppure per il mantenimento di tutti i cani ospitati.


Non è un'idea favolosa?
Si, lo è.

Io ho scelto Lupina perché ha il musetto tenero, il portamento fiero e soprattutto perché è una meticcia di pastore con orecchie a parabola. E chi mi legge da tempo conosce i miei trascorsi con i pastori tedeschi e le loro orecchie.


Fatevi dare un'annusatina, non siate timidi!


Per maggiori informazioni leggete qui, oppure qui, o cliccate direttamente sul cagnetto che vi fa gli occhi dolci dalla colonna di destra.



Aggiornamento:

Lupinaaa!!!!





Abbiamo vinto il TEFPOW!






bravo
Tutto ebbe inizio con quel brutto incidente e la lunga convalescenza.
Furono giorni di forzata immobilità e frustrazione, che le lasciarono malcelate insicurezze ed una leggera zoppia. Difetto che l'avrebbe accompagnata per sempre senza intaccarne la bellezza.

Quando fu il momento s'innamorò e venne riamata.
Affrontò la gravidanza ed il parto da sola, in casa, sul letto. Strinse i denti e lasciò che si compisse con naturalezza il miracolo della vita.

Il figlio divenne il centro del suo mondo, il suo unico compagno, la sua ragione d'essere.
Sempre assieme, sempre uniti.
L'uno cresceva, l'altra s'indeboliva.
Lui si nutriva di lei, succhiandole energia e linfa vitale.
Lei sopravviveva, dimentica di sè stessa e delle proprie esigenze.
Questo amore assoluto, folle e disperato giunse ad un passo dal distruggerla, fino a quando il figlio se ne andò per non fare più ritorno.

Lei fu sul punto d'impazzire dal dolore.
Ci vollero giorni, settimane, mesi per farla uscire dal buco nero in cui era precipitata, per risvegliare il suo istinto di sopravvivenza, per riaccendere il fuoco che le ardeva dentro, per far rifiorire l'antica bellezza.

Ora lei è così: viva, fiera ed elegante.
Una gatta bellissima.
Ciccio e Jane, in occasione del di lei genetliaco, hanno deciso di compiere la transumanza da est ad ovest, dalle montagne alla pianura, dal paesello alla città, dal Trentino al Piemonte per festeggiare con tutta l'allegra famigliola Cole.

I due innamorati hanno stabilito un rigido rullino di marcia a cui attenersi. I tre punti fondamentali che lo costituivano erano i seguenti:

1)preparare i bagagli la sera precedente;
2)partire entro e non oltre le 11:30 a.m.;
3)effettuare una sola rapida sosta presso un autogrill dove consumare uno spartano panino.
I due sciagurati, ovviamente, non hanno tenuto fede a nessuno dei tre punti sopracitati.

La metà di valigia riguardante Jane è stata diligentemente completata secondo i tempi stabiliti ma, vuoi per la stanchezza di lei, vuoi per l'inoperosità congenita di lui, la metà di Ciccio è stata rimandata al mattino successivo. Grave errore!
Alle 11 a.m. del 9 gennaio, una riccia isterica si aggirava per casa in pigiama, maledicendo il disordine e la svogliatezza del compagno, raccogliendo a casaccio mutande e calzini e cercando disperatamente una camicia persa per sempre nei meandri del faraonico armadio. Tutto ciò mentre un uomo flemmatico, pacioso ed indifferente al mondo circostante, se ne stava spaparanzato sul divano, guardando la tv, grattandosi il sedere e chiedendosi perplesso tra sé e sé: "Ma che avrà da agitarsi tanto questa pazza?"

Tra le valigie da completare, le ultime pratiche da sbrigare in ufficio e la Ciccio's family da salutare, la partenza è avvenuta alle 12:50 e la prima sosta solo mezz'ora dopo presso un ristorante.
I due abbuffini hanno ordinato: primo e secondo, lei; primo, secondo, contorno, caffè e ammazzacaffè, lui. Il già importante pranzo è stato ulteriormente rallentato dai messaggi e le telefonate giunte ad intervalli regolari di 20 secondi. Gli auguri sono stati molto apprezzati, ma la digestione ne ha fortemente risentito, il tempo perso è stato parecchio, Ciccio si è oltremodo irritato ed amici e parenti sono stati salutati rapidamente e in maniera fin troppo sbrigativa.
In pratica, in una sola ora, Jane ha compromesso la propria vita sentimentale, quella sociale ed anche quella famigliare. Una catastrofe!

Ripresa la strada i due satolli eroi hanno ritrovato l'armonia e si sono finalmente rilassati.
Fino a quando l'uomo, il cui nome pellerossa è VescicaDebole, ha espresso l'impellente necessità di una nuova sosta. Dopo aver escluso un autogrill perché troppo grande ed un altro perché troppo piccolo, egli ha optato, con la mira degna di un cecchino, per la peggior stazione di servizio di tutto il Nord Italia. Un luogo piccolo, freddo, sporco, con i bagni usciti direttamente da un film splatter.
Non contento della scelta infelice, Ciccio non ha resistito al diavolo tentatore del gioco ed ha ingaggiato la sua personale battaglia contro la sorte avversa ed i Gratta & Vinci. Con il risultato che venti minuti ed enne biglietti dopo, Jane si era ormai rassegnata a festeggiare il compleanno con Dimitri, camionista bulgaro campione di rutto libero, uno stantio Camogli ed una birretta per affogare i propri dispiaceri.

Solo quando la sua riccia fidanzata ha iniziato a piagnucolare senza dignità ed a sbattere la testa sul bancone senza ritegno, Ciccio si è riavuto dal trip del gioco e, riacquistata un po' di lucidità mentale, ha permesso che si riprendesse il viaggio.

I due, stanchi e stropicciati, sono finalmente giunti a destinazione alle 18. Evviva!
ecco la sorella maggiore .... che guardava con gli occhi tristi la piccola dentro l'acquario .. e poi con occhi felici la piccola che dormiva serena con la sua testolina tonda tonda dentro la culla finalmente a casa ...
Ebbene sì, l'unica, la sola, l'inimitabile SorellaCole ha lasciato un commento su queste verdi pagine.

Quella santa donna si è fatta un giro nel delirante mondo della sciroccata sottoscritta, ed invece di scappare a gambe levate o procedere all'avvio delle pratiche per il disconoscimento fraterno, si è fermata a leggere con gusto e perfino a commentare.

Ripetete tutti con me: "Benvenuta SorellaCole!"
Tutti i bambini mitizzano la loro nascita. E' un tratto universale. Volete conoscere qualcuno? Mente, anima e cuore? Chiedetegli di raccontarvi quando è nato. Ciò che ne ricaverete non sarà la verità; sarà una storia. E niente è più rivelatore di una storia.
"La tredicesima storia", Diane Setterfield, Mondadori.

Era un freddo inverno torinese, freddo come solo un inverno sotto le Alpi può essere. Con l'aria che ti taglia la faccia, gli occhi che lacrimano, i cumuli di neve ai bordi delle strade e l'asfalto ghiacciato.
Una 500 arrancava con le ruote che slittavano ed il motore che rombava disperato ed eccessivo. Dentro due figure piccoline: una lunga e nervosa ed una tonda, dolorante, ma stoica.

In ospedale lei si unì alle giovani donne panciute che ancheggiavano per i corridoi, una mano su un fianco e l'altra sull'ombelico.
Alcune erano belle come madonne, altre solo molto stanche. Lei era lei.
Lui prese posto in sala d'attesa tra gli altri uomini, del resto il parto era una cosa da femmine.
Tra i futuri padri c'erano quelli euforici, quelli preoccupati, quelli emozionati e poi c'era lui. Lui era lui.

La sala travaglio era così affollata, tante facce e tante voci concitate che si accavallavano: "La signora ce la fa da sola? Non ce la fa?".
Ad un passo dal cesareo si decise per il parto naturale.

La bambina si presentò al mondo come altre decine, centinaia o forse migliaia di bambini allo stesso momento: con un pianto dirotto, acuto ed arrabbiato.
Furiosa e frustrata. Era stata cullata per 8 mesi in una placenta a foglia d'edera. Chissà come doveva essere stata scomoda.
Forse era stato quello il motivo ad indurla all'evasione, forse era per quello che, nonostante fosse ancora troppo piccola, si era tuffata a testa in giù verso la luce, senza pensare alle conseguenze.

La bambina lottò per giorni con le mani strette a pugno e gli occhietti cisposi. Giorni trascorsi dentro una scatola trasparente, mentre la sua famiglia l'osservava dall'esterno, come in un acquario.
Lei da una parte, gli altri da un'altra. Metafora e preludio di una sensazione che l'avrebbe accompagnata per sempre.

La bambina lottò grazie al cuore forte, il sangue della propria madre ed un carattere cocciuto.
La bambina lottò e vinse.

A febbraio la portarono a casa.
Finalmente c'erano tutti: la madre, il padre, la sorella maggiore, la piccolina e, sotto la culla, il cane a fare la guardia.
Ho iniziato il 2010 combattiva come non mai.
Un Panzer in gonnella, un marine con i riccioletti, una gianduiotta con il coltello tra i denti.

Ad oggi posso già esibire le mie prime ferite di guerra: un graffio sul mento causato dall'esplosione di una lampadina ed un livido sul sedere dovuto ad una rovinosa, inelegante ed oltremodo imbarazzante caduta sul ghiaccio.

Mi auguro che le prossime ferite, se ci saranno, siano per lo meno un po' più dignitose.
Ecchecavolo!
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