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Jane da piccolina era una bimba timida e solitaria con una madre iperprotettiva che non volle mandarla all'asilo, "perché ci si prendono le malattie", e preferì affidarla a una famiglia di vicini, ribattezzati da quel momento: gli Zii.

Jane non si è mai affezionata particolarmente a questi Zii, troppo impegnata com'era a provar rancore verso la madre che l'abbandonava tutti i giorni in quella casa di estranei. La bambina sapeva che i genitori erano al lavoro e la sorella a scuola, ma ciononostante se l'immaginava tutti e tre assieme mentre lei stava con gli altri, che erano gentili ma non erano la sua famiglia.

Jane non ha mai pensato che gli Zii le volessero davvero bene.
Il loro era un lavoro e lei era solo una fonte di reddito per arrotondare e far studiare i figli.

Lo scorso gennaio Jane ha rincontrato i suoi Zii.
Si è trovata di fronte a due vecchietti adoranti, che l'hanno avvolta di un amore infinito, guardandola commossi, abbracciandola con trasporto e trattandola come la figlia femmina che non hanno mai avuto.

I rancori, le recriminazioni, i nodi irrisolti spesso ci fanno vedere il passato attraverso una lente che lo distorce.
Quell'incontro ha permesso a Jane di rimuovere la lente. Ed era anche ora.

Io odio il mio lavoro!
Questo mestiere lo faceva mio padre e, prima di lui, mio nonno ed io non ho avuto altra scelta. Purtroppo certi impegni si ereditano, proprio come le lenzuola del corredo o i piedi piatti.
Ma io ho sempre avuto l'animo poetico ed il mio sogno sarebbe stato quello di fare il cantore di gesta. Ed invece no: fucile in spalla e pedalare!

A me gli animali piacciono tanto.
I loro musetti dolci e gli occhietti vispi mi fanno una tale tenerezza. Ed anche le bestie più grosse e pericolose, come gli orsi ed i lupi, mi emozionano per la loro bellezza e maestosità. 
Non farei mai loro del male di mia spontanea volontà, ma purtroppo la mia vita è questa: fucile in spalla e pedalare!

Se proprio la volete sapere tutta: io sono vegetariano.
Si, avete capito bene, V-E-G-E-T-A-R-I-A-N-O.
No, non c'è proprio niente da ridere!
Io, Capo Cacciatore Supremo del Bosco Nord del Regno, non addenterei una coscetta di coniglio neanche sotto tortura, non sfiorerei un risotto al capriolo neanche dopo una settimana di digiuno, non mangerei un carrè di cervo neanche per ordine diretto del Re.
Ma anche se io vado avanti a tofu, soia e polpette di riso, gli altri, e soprattutto la famiglia Reale, sono ghiotti di carne e mi devo piegare alle loro richieste. Quindi: fucile in spalla e pedalare!

Avete sentito anche voi? 
C'è qualcuno che chiede aiuto. 
Devo correre!

Lo sapevo: è successo un'altra volta.
Osvaldo, il lupo ingordo di questa zona, si è pappato delle persone.
E pensare che è un animale così intelligente e per cacciare usa metodi avanzatissimi: si traveste, camuffa la voce, rimbambisce la preda con dialoghi senza senso. Roba da far impallidire il più cattivo di tutti i cattivi di qualsiasi altra favola. Ma non ha ancora imparato che non dovrebbe dare la caccia agli essere umani o che per lo meno non dovrebbe mandarli giù interi. 
E invece no, lui non resiste, si fa prendere dall'entusiasmo e ingoia senza masticare. E così va a finire che questi chiedono aiuto e io sono deontologicamente obbligato a salvarli. 
Ogni volta la solita storia: dai una botta in testa al lupo, aprigli il pancione, libera i malcapitati, ricucigli il pancione. Ecchepalle!
Che poi ricucirlo, ovviamente, non rientrerebbe nei miei obblighi, ma ve l'ho già spiegato: io ho il cuore tenero e non sono fatto per questo lavoro.

Vediamo a chi è toccata questa volta. 
Non ci posso credere! Ancora? 
Ormai quella di Osvaldo è diventata una vera fissazione. Sarà la quinta volta che cerca di fare fuori la signora Trinciaballe e la sua degna nipote. Del resto, come dargli torto?
La vecchia rimbambita è tanto avida quanto acida: con tutte le volte che l'ho tirata fuori non mi ha neanche dato la mancia a Natale e poi ha già fatto scappare per la disperazione tre badanti rumene, due assistenti sociali e pure quella santa donna della Fata Madrina. 
Per non parlare della ragazzina, cappuccetto munita, che è una mezza delinquente, espulsa da cinque scuole diverse per bullismo, lesioni, spaccio, piedi puzzolenti ed alitosi.

Osvaldo, mi raccomando, la prossima volta: masticale!
"Carissimi lettori,
siamo finalmente giunti alla fine.
La storia finisce da dove è cominciata."

Augusto ed io siamo stati sposati per più di cinquant'anni.

All'inizio eravamo due estranei che dividevano lo stesso letto e dormivano dandosi le spalle, ma a poco a poco ci siamo avvicinati ed abbiamo cominciato a cercarci con gli sguardi e con le mani.

Assieme ne abbiamo passate così tante.
Abbiamo visto la fine della guerra e gli americani che entravano in paese. Quel giorno portarono euforia e cioccolata e la sera, complice l'aria di festa ed il vino, Augusto ed io facemmo all'amore per la prima volta. Eravamo così impacciati: io non sapevo niente di queste cose e lui aveva paura di spaventarmi o farmi male. Quella notte, a più di un anno dal sì pronunciato in chiesa, diventammo realmente marito e moglie.

Abbiamo cresciuto sei figli: un esercito di maschi rumorosi e disordinati ma onesti e con un cuore grande. Ad occuparmi della casa e di quel branco di selvaggi delle volte mi sentivo peggio di una schiava, ma poi a guardarli negli occhi uno ad uno ero orgogliosa come una regina.
Io per loro, per tutti loro, sono sempre stata "mamma Adelì" e lui semplicemente "il Babbo".

Abbiamo cercato fortuna in città, che la poca terra che avevamo ed il ricamo non bastavano più per dare da mangiare a tutti quanti. La campagna ci mancava tanto, ma per la nostra famiglia la fabbrica fu una benedizione.
E mentre i nostri figli si sono sparpagliati per tutto il mondo, noi, una volta che ci siamo fatti vecchi, siamo tornati al paese e ogni estate abbiamo insegnato ai nipotini a cavalcare i muli, cacciare le rane e fare il bagno nel ruscello.

Cinquant'anni sono così tanti che alla fine non ti ricordi neanche com'era la tua vita prima, ti sembra che debba continuare così per sempre e che un giorno passerai al Creatore assieme a tuo marito, a braccetto, come quando andavate a passeggio la domenica. Ma non succede quasi mai purtroppo. Di solito uno dei due se ne va prima e lascia da solo l'altro.

Una mattina di quasi dieci anni fa mi svegliai all'alba, la stanza era buia e tranquilla, ma c'era qualcosa che mi disturbava.
Nella nostra camera da letto di solito non c'era mai silenzio. Augusto russava, ma non russava in maniera normale, lui era come un trattore e una betoniera messi insieme. Soffiava, sbuffava, grufolava, uno poteva stare ad ascoltarlo per ore senza annoiarsi mai, perché lui inventava sempre rumori nuovi.
Ma quella mattina no, quella mattina era come se Augusto nella stanza non ci fosse più. Mi girai a guardarlo e lui era lì, immobile.
"Augù, ma che fai? Non sarai mica morto? Dai non scherza, Augù"
Che cosa stupida da dire: il mio Augusto non avrebbe mai scherzato su una cosa così.
Era proprio morto. Morto stecchito.

Augusto ma che si muore così? Senza avvertire? Senza darmi il tempo di salutarti? Di dirti quanto bene ti ho voluto e quanto mi hai resa felice?

Vengo qua tutti i giorni per dirtelo, Augù, sei stato tutta la vita mia.

Fine.

Prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte, quinta parte, sesta parte, settima parte
No, non avete sbagliato indirizzo. Questa è ancora la paginetta di quella sciroccata di Pancraziuccia vostra.
E' bastato che la piattaforma aggiungesse la voce "Design", con tanto di freccetta ammiccante e suadente annuncio da sexy sirena (...provami, provami, provami...), perché Jane, stufa del solito vecchio rassicurante aspetto, si lasciasse sedurre e, dopo mille milioni di tentativi, scegliesse questo nuovo look.

Vi piace?

Si?
Grazie.

No?
Che significa no???? Come vi permettete? Screanzati! Cafoni! Insensibili!
Mai dire ad una blogger che ha appena cambiato Template che non vi piace o, peggio ancora, che preferivate il precedente. Sarebbe come dire ad una donna che si è appena tagliata i capelli che stava meglio prima. Non farete altro che deprimerla ed attirarvi astio e rancore.
Non lo sapevate? Sappiatelo!

Il verde è alle spalle, abbracciate con me questa nuova era.
Inutili rimpianti e resistenze. Non si torna indietro.

Almeno credo.
I libri sono come gli uomini.

Ci sono quelli pesanti e faticosi che ti aiutano a crescere ma non sono in grado di renderti davvero felice. Una volta che con loro hai chiuso, hai chiuso per sempre e non li riapriresti più neanche sotto tortura.
Ci sono quelli leggeri, magari un po' superficiali ma gradevoli. Non ti cambiano la vita ma sono perfetti per una storia breve e senza pensieri. Adatti per passarci un week end al mare, insieme ad un paio di sandali ed un vestito svolazzante che ti copra appena le gambe abbronzate.
Ci sono quelli belli, anzi bellissimi. All'inizio ti abbagliano, li divori, li consigli in giro. La vostra sembra una perfetta comunione dei sensi. Ma dentro di te lo sai che l'amore vero è un'altra cosa.
E poi ci sono quelli che incontri per caso e ad ogni appuntamento ti conquistano di più. All'inizio pensi che sia una storia senza importanza, ma presto ti rendi conto di non poterne più fare a meno, perché ti hanno presa cuore ed anima. Non sono i più profondi che tu abbia mai conosciuto e neanche i più belli, ma sono perfetti per te.

Mi sono innamorata e non mi succedeva da tempo.
Tutto merito di Michael Zadoorian e del suo "In viaggio contromano".
Un "on the road" della terza età. Una moglie con "più problemi sanitari di un paese del Terzo mondo" e un marito affetto da una grave forma di demenza senile partono per un'avventurosa vacanza, ripercorrendo la celebre Route 66.
Con il loro vecchio camper macinano pagine e chilometri tra hamburger, alcool, diapositive, delinquenti, deambulatori e droga. I ricordi si mescolano con il presente. La nuova America va a braccetto con la vecchia.

Mi sono innamorata di una donna dignitosa che vuole la facoltà di scegliere un finale fuori dall'ordinario.
Ho adorato questa coppia unita, nonostante la mente ormai persa di lui ed il corpo pesante di lei, da un grande amore. Quell'amore reale, delle persone normali, infarcito di compromessi e banale quotidianità e perciò ancora più straordinario.

I libri sono come gli uomini. Non esiste quello giusto in assoluto, ma solo quello giusto per te.


"In viaggio contromano", Michael Zadoorian, edizioni Marcos Y Marcos.
Quella notte non chiusi occhio.
Sapevo cos'era giusto fare. Sapevo cosa avrei voluto fare. Ma non riuscivo a decidermi su cosa avrei davvero fatto.
Avrei dovuto occuparmi dei bambini. Me lo imponeva il senso del dovere e soprattutto l'affetto incondizionato che provavo verso di loro.
Avrei voluto andare da Augusto e prenderlo a male parole. Che diritto avevano lui e mia madre di sconvolgermi la vita? Di darmi un tale peso? Di decidere tutto alle mie spalle?
Ma quando finalmente si levò il sole non avevo ancora deciso cosa avrei davvero fatto.

Arrivata alla sera, dopo una nottata in bianco ed una giornata di lavoro, mi dolevano tutti i muscoli e a tenermi su erano solo i nervi che sentivo nello stomaco come un gomitolo tutto ingarbugliato.
Dopo aver messo i bambini a letto, Augusto si sedette di fronte a me ed io gli vomitai addosso tutto quello che pensavo.
Gli dissi quanto ero arrabbiata con lui e mia madre che si preoccupavano delle voci di paese e se ne fregavano di me.
Gli dissi che mi sarei aspettata della riconoscenza per tutto ciò che avevo fatto per i bambini e non una trappola che non mi lasciava via d'uscita.
Ed infine gli dissi la cosa più crudele di tutte. Gliela dissi perché ero furiosa e sapevo che l'avrebbe ferito. Gliela dissi nonostante avessi ormai imparato a conoscerlo e rispettarlo. "Pensavo che volessi davvero bene a Lucia e invece non vedi l'ora di rimetterti un'altra serva a pulirti casa e a scaldarti il letto"
Lui non alzò la voce, non mi insultò come avrei meritato, ma mi guardò con degli occhi severi e delusi che mi fecero sentire l'ultimo dei vermi sulla terra: "Per me Lucia è stata una benedizione. Ringraziavo il Signore ogni mattina per quell' angelo che mi aveva messo accanto. Penso a lei tutti i giorni e me la sogno tutte le notti, ma ai miei figli non possono bastare i ricordi: loro hanno bisogno di una madre"
Dio solo sa quanta fatica deve essere costata una dichiarazione così al mio Augusto, sempre riservato e geloso dei propri sentimenti.

E' passata una vita intera da quella sera ma io ancora mi vergogno di avere insultato lui e l'amore che provava per mia sorella. E me ne vergognai talmente tanto anche in quel momento che iniziai a piangere come una scema.
Io ero così mortificata che lui si intenerì e mi disse: "Sta serena Adelì. Non c'è fretta, prenditi un po' di tempo per pensarci. E non ti preoccupare, se decidi che non te la senti, ci parlo io con tua madre e le dico che è colpa mia, che sono stato io a cambiare idea. Così non ti darà il tormento."

Mi lavai la faccia, mi avvolsi nello scialle e poi a passi stanchi mi diressi verso casa.
Ero quasi a metà strada quando finalmente nella mia testa si fece chiarezza. Non so se fu l'aria gelida di gennaio o il fatto che Augusto mi avesse fornito una via d'uscita. O forse fu Lucia che da lassù mi mise una mano sulla capoccia e l'altra sul cuore. Fatto sta che tornai indietro a passo spedito, bussai e quando la porta si aprì dissi solo: "Si."

Quella primavera nella chiesetta del paese si celebrò un matrimonio d'amore.
Non quel tipo d'amore che lega un uomo e una donna. Ma quello che ci legava entrambi ai bambini e a Lucia.

Continua...

Prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte, quinta parte, sesta parte
Scatto.
Corsa.
Torsione.
Impatto.
Esplosione.

Estasi.

Jane ha una fissazione. Anzi no. Jane ha tante fissazioni.
Ma per questa volta ci soffermeremo solo su una: l'ineluttabile, inalienabile, irrinunciabile necessità di chiudersi a chiave nel bagno.
Jane non ci entra neanche in una toilette la cui porta non si possa chiudere. Piuttosto si accuccia dietro un albero (ma anche no!) o si trattiene fino a che la vescica non raggiunge le dimensioni di un pallone aerostatico (più probabile).

Qualche mese fa in un ristorante, mossa dalla disperazione che aguzza l'ingegno ed azzera il senso del ridicolo, la vostra blogger bloccò la porta, NOchiavistello e NOchiave munita, piazzandoci contro un' enorme cactus (lo giuro!!!). Una pianta alta due metri e pesante quanto un facocero obeso.
A tutt'oggi, nonostante un'ernia e una miriade di spine conficcate in ogni dove, Ella rimane convinta che l'escamotage scelto fosse un colpo di genio, segno di una mente superiore, e non il chiaro sintomo di una follia (neanche tanto) latente.
Jane, del resto, ha abbandonato da tempo il buonsenso e si chiude in bagno a chiave anche a casa e anche se è da sola. Si, avete capito bene, l'infelice si mura viva pure quando l'appartamento è deserto.

Ciccio trova questa fissazione particolarmente esilarante e non perde occasione per farsi beffe della di lui compagna. Le ha già provocatoriamente proposto una porta corazzata, un ponte levatoio e/o un fossato con alligatori da piazzare proprio davanti alla ritirata.
Lui scherza. Lei finge di stare al gioco ma in realtà l'idea del ponte levatoio non le sembra affatto malvagia e sarebbe pronta ad imbracciare ella stessa pala e piccone per scavare un fossato.

Lo scorso week end la giuliva coppia ha dormito in un Bed and Breakfast.
La porta del bagno presentava una serratura vecchia, capricciosa e facilmente incline a bloccarsi. Nonostante le chiare avvisaglie della tragedia che stava per compiersi, l'incurante Jane ha perdurato nella sua lotta per la privacy, continuando a chiudersi a doppia mandata.
Alla fine è accaduto l'inevitabile: sabato sera, quando nell'appartamento erano presenti solo lei e Ciccio, Ella è rimasta chiusa nel cesso (of course).
All'inizio ha fatto la dura, non ha chiesto aiuto, ha cercato da sola di avere la meglio sulla serratura cocciuta. Ma il tempo passava, la porta non cedeva, le pareti si stringevano, la temperatura si alzava e Jane ha cominciato ad iperventilare.
Per fortuna, attirato dagli squittii spaventati di una donna ormai ridotta all'ombra di se stessa, è giunto in soccorso SuperCiccio (ta-da!).
Egli con sprezzo del pericolo, coraggio ed abilità, è riuscito velocemente a liberare la povera reclusa. Ed Ella, con una spiccata propensione per il melodramma, gli ha letteralmente buttato le braccia al collo, giurandogli riconoscenza, sesso ed amore eterni.

Un eroe non ha bisogno dei superpoteri, gli bastano presenza di spirito, pazienza infinita ed una fidanzata che lo coinvolga in mille inutili avventure.

Dopo la morte di Lucia il peso della sua famiglia ricadde completamente su di me.
Una volta si usava così: gli uomini da soli erano persi ed i vedovi non erano mai lasciati allo sbando, soprattutto se c'erano dei bambini di mezzo.
Augusto poteva lavorare nei campi per dodici ore senza fare una piega, ma non era in grado di cuocersi neanche un uovo e soprattutto non era capace di accudire i propri figli. Li amava con tutto il cuore, ma non sapeva proprio da dove cominciare per occuparsi delle cose pratiche. Insomma, a quei tempi, nessuno si sarebbe mai sognato di chiedere ad un padre di pulire il sedere ai suoi figli, era una cosa inconcepibile e per questo c'era bisogno di una zitella. Io, appunto.

Enrico, il più piccolo, cercava la madre con ogni gesto ed in ogni sguardo. Chiedeva continuamente: "Dov'è mamma? Quando torna?" Noi gli spiegavamo che lei adesso era con gli angeli, che lo guardava dal cielo e lo amava tanto. Lui si chetava un attimo, ma poi ricominciava da capo: "Dov'è mamma? Quando torna?"
Mi si stringeva il cuore a vederlo così confuso e spaventato, lo prendevo tra le braccia e gli promettevo che gli sarei sempre stata accanto, che non sarebbe mai stato da solo.
Sandro invece non chiedeva nulla ma aveva gli occhi tristi e rassegnati. La notte faceva sempre dei brutti sogni e si svegliava piangendo. Piangeva a lungo, forte, con i singhiozzi che gli mozzavano il respiro, gli toglievano le forze e lo lasciavano stremato. Augusto gli si sedeva accanto, gli accarezzava la testolina e lo lasciava sfogare senza dirgli niente. Perché in certi momenti non c'è niente da dire. Che se non è libero di piangere un bambino che ha perso la mamma, allora chi lo è?

Il bello di avere molte cose da fare è che non si ha il tempo di sentire il dolore. Io non avevo neanche il tempo di piangere Lucia. Dovevo lavorare, dare un occhio a mia madre, che dopo la disgrazia sembrava invecchiata di dieci anni, occuparmi di Augusto, dei bambini e della casa. Solo la mattina presto, sdraiata nel lettone accanto a mamma, ripensavo a mia sorella, me la sentivo vicina, mi sembrava di averla di nuovo accanto, ne percepivo quasi il profumo. Ma non potevo abbandonarmi a questi pensieri e così mi alzavo e ricominciavo un'altra giornata.

Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, erano ormai passati sei mesi da quell'orribile notte quando mia madre mi disse: "La gente parla"
"E che dice?"
"Parla di te ed Augusto"
"Che c'è da dire su me ed Augusto?"
"Passate molto tempo assieme"
"Certa gente dovrebbe lavarsi la bocca con il sapone. Io non passo il mio tempo con lui ma con i bambini"
"I bambini hanno bisogno di una madre"
"Appunto! Io faccio quello che posso, ma non è mica facile. Mi ammazzo di fatica ogni giorno. Non ho tempo di dare retta alle chiacchiere dei cretini"
"Hai ragione. Ma Augusto ed io ne abbiamo parlato. Dovete sposarvi"
Ancora me la ricordo, come se ce l'avessi davanti in questo momento, la faccia di mia madre che in tutta tranquillità mi dice che devo sposare il vedovo di mia sorella.

Io lo so che a sentire queste cose adesso ai giovani gli vengo i brividi, ma una volta era una cosa quasi normale. Normale per Augusto e mia madre perlomeno. Non tanto per me.
A me sembrava che il mondo stesse andando alla rovescia, che fossero diventati tutti pazzi. Me la presi con Dio, la morte, mia madre, Augusto e pure Lucia che mi aveva lasciata in un tale pasticcio.
Mamma, che conosceva bene i suoi polli, mi fece sfogare e poi disse soltanto: "Se non ci pensi tu, Augusto cercherà qualcun' altra per crescere i figli di Lucia"
Qualche altra?
A me sposare Augusto sembrava una cosa assurda, una cosa sbagliata, una cosa sporca. Mi sembrava di rubare la vita di mia sorella.
Ma l'idea che un'altra donna crescesse i miei nipoti mi era ancora più odiosa.

Continua...

Prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte, quinta parte
Si possono leggere testimonianze che non si leggono da nessun'altra parte.

Non con la stessa schietta onestà, non con la stessa comprensibile rabbia, non con la stessa travolgente forza.
Testimonianze che vanno oltre la cronaca dei giornali, la morbosa curiosità dei telegiornali o i pietosi siparietti dei contenitori televisivi.

Questa è la testimonianza di Daniela:
Io ho subito lo stupro. Lui si è sentito offeso.
...millemilioni di libri di tutte le forme e dimensioni. Saggi, romanzi, fumetti, dizionari, raccolte di poesie, aforismi, ricette o fotografie. Libri rosa, gialli, verdi o blu. Libri per imparare ad essere genitori, figli, nonni, zii, cugini, amici, vicini di casa o nemici per la pelle. Libri per rilassarsi o per stressarsi fino all'esaurimento.

Case editrici storiche e ricchissime. Case editrici storiche e sull'orlo del fallimento. Case editrici giovani e coraggiose. Case editrici giovani ed alternative. Case editrici alternative e basta. Case editrici furbe e case editrici stronze.

Disegnatori, scrittori, poeti, lettori, distributori, agenti, studenti, insegnanti, giornalisti e curiosi.

Il cantante che non ho capito di cosa parlasse. L'idolo delle ragazzine che per fortuna non ha parlato. Il giornalista feticcio di ogni manifestazione torinese. Il tastierista che una volta era un artista stimato ed ora è quello che ingravida la modella. Il duo comico della tv di cui non ricordo il nome e che non sono neanche tanto sicura che faccia ridere. La figlia onnipresente della madre che si nasconde.

In mezzo a tutta questa confusione, tra tanta varia umanità, c'era anche Lui. L'ho sentito da lontano. Lui. La sua voce mi ha guidata come il canto delle sirene. Lui. Mi sono fatta strada tra una folla oceanica fino a giungere al suo cospetto. Lui. Giacobbo.

LAmicaMeri è schiattata d'invidia.
Lucia ed Augusto erano felici.
Lui era orgoglioso di una moglie così bella che tutti gli invidiavano.
Lei amava occuparsi di lui e della loro piccola casa.

A me mancava la nostra famiglia com'era prima, ma giorno dopo giorno mi abituai e poi, quando iniziarono ad arrivare i nipotini, scoprì che la nuova situazione poteva anche essere meglio della vecchia e che a me fare la zia piaceva tanto.
Il primo a nascere fu Sandrino, grosso come un vitello e scuro come il papà, con le guanciotte tonde da mordere e gli occhi grandi e neri come pozzi.
L'anno dopo fu la volta di Enrico il Bello, chiaro come la mamma, con i capelli sottili e i lineamenti delicati.

Mentre Augusto si occupava della poca terra che avevano e delle loro bestie, Lucia continuava a ricamare con noi. Di lavoro non ce n'era molto, che con la guerra anche i ricchi di città stringevano un po' la cinghia, ma noi riuscivamo comunque ad andare avanti con tanti sacrifici, le ossa che sporgevano, ma una nuova serenità nel cuore.
Ogni giorno mia sorella veniva a casa nostra e si portava dietro i bambini. Quelle quattro mura non erano mai state così vive.
Loro giocavano nel cortile tra le galline e il fango, mentre noi li tenevamo d'occhio dalla finestra. Quando rientravano erano sempre tutti inzaccherati. Mamma e Lucia facevano la voce grossa e li sgridavano e quei due mascalzoni, un po' per finta e un po' sul serio, si rifugiavano dietro di me. L'avevano capito subito che ero io la mollacciona del gruppo, quella che non resisteva ai loro musetti da canaglie ed alle loro vocine lamentose. "Zia Adelìììì" mi chiamavano ed io mi scioglievo come una scema. Per loro sarei andata a piedi fino al santuario della Madonna, per loro avrei sfidato un re a duello, per loro avrei fatto qualsiasi cosa.

Augusto e Lucia desideravano tanto una femminuccia e la benedizione sembrò finalmente arrivata quando Enrico aveva quasi due anni. Mia sorella scoprì di essere di nuovo in attesa ed era talmente convinta che questa volta sarebbe stata una bimba che cominciò a ricamare dei vestitini meravigliosi. Dei piccoli capolavori, così belli che le mogli di Sandro ed Enrico li conservano ancora come dei tesori.
Il tempo passava e Lucia si faceva sempre più grossa e un giorno la Pazza la fermò per strada, le guardò il pancione e le disse: "Ne aspetti due. Due femmine."
Una volta non esistevano mica le macchine che ci sono adesso, che ti dicono se tuo figlio è maschio o femmina, grande o piccolo, bello o brutto, sano o malato. Una volta era una sorpresa fino a quando il bambino non usciva fuori. La levatrice lo prendeva per i piedi, gli dava una sculacciata e poi guardava se aveva tutte le cosine al posto giusto, contava le dita e controllava pure se aveva il pisellino oppure no. Ma la Pazza per queste cose era una vera sicurezza, ci prendeva sempre, meglio di una macchina.
E così Lucia andò da Augusto con il cuore leggero e pesante al tempo stesso: "Sono due femmine. Come facciamo?"
"E che problema c'è? Ne volevamo tanti, no? San Giuseppe ci ha fatto la grazia! Dove potevano mangiare in tre, mangeranno in quattro. La guerra non durerà per sempre: stà serena Lucia, che quando ti preoccupi ti viene la faccia brutta."
Augusto non è mai stato un tipo sdolcinato, ma neanche uno che si spaventava facilmente.
Augusto era una roccia.

Il travaglio cominciò un mese dopo, al tramonto. Mia madre andò a casa di Lucia ed io tenni Sandro ed Enrico con me.
Mi ricordo tutto di quelle ore. I bambini erano molto agitati, non stavano fermi un attimo e crollarono addormentati solo a sera tarda, accoccolati vicino alla stufa come due gattini. A quel punto li presi in braccio uno alla volta e li infilai nel lettone con me.
Loro dormirono profondamente tutta la notte, ma io non chiusi occhio: ero troppo curiosa di vedere le mie nipotine nuove di zecca. Me le immaginavo belle come Lucia, con le guanciotte rosa e le ciglia lunghe, due principessine, due regine. Due bambine belle come le figlie dei Signori.

Scivolai fuori dal letto all'alba, uscì a prendere le uova ed in cortile incontrai mia madre. Aveva una faccia che non le avevo mai visto, con due occhi grandi ma vuoti. Disse solo: "I bambini, dobbiamo pensare ai bambini"
Non avevo mai visto mia madre piangere, neanche quando mio padre l'ammazzava di botte, neanche quando lo stomaco le faceva male dalla fame.
Mia madre piangeva ed io sentivo il mio cuore spezzarsi.
Lucia, la mia Lucia, se n'era andata: il signore si era preso lei e le sue due gemelline.
"I bambini, dobbiamo pensare ai bambini" ripeteva mia madre.
Io avrei voluto scappare, scappare come facevo un tempo, correre fino a quando ti sembra di scoppiare e non senti più il dolore e neanche la paura.
Ma questa volta non potevo, non ero più una bambina, non c'era più Lucia, c'ero solo io.
"I bambini, dobbiamo pensare ai bambini"

I bambini adesso erano l'unica cosa importante.

Continua...

Prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte
Ve lo ricordate il biglietto d'auguri per la nascita della piccola Luna? No? Questo qua. Tra i vari commenti mi colpì quello di suarakamansa che chiedeva "...e poi come va avanti?"
Da questa domanda è nato un altro post, rimasto inedito finora. Ma proprio oggi, in procinto di cancellarlo per sempre, l'ho riletto, ho buttato una polpetta avvelenata al mio Censore, ed ho deciso di pubblicarlo.

"Allora, com'è andata?"

"Com'è andata? Com'è andata??? E' stata l'esperienza più brutta della mia vita! Ma chi l'ha inventata sta' storia del parto? Non si poteva studiare una cosa più semplice?"

"Tipo?"

"Tipo che al nono mese, quando ci si sente pronti, si bussa delicatamente, da fuori ti aprono uno sportello e tu sgusci fuori. Senza traumi per te e per la mamma."

"Quante storie, non sarà poi così drammatico!"

"Sei mai nato tu?"

"Io? No, veramente no"

"Lo immaginavo. Allora taci, Angelo, che non puoi capire"

"Vabbè, ma parliamo di cose serie. Li hai incontrati? Come ti son sembrati?"

"Mica male. Lui mi ha guardata come se fossi la bimba più bella del mondo e, onestamente, nonostante io sia un gran bel bocconcino, dopo tutto quello sballottamento non dovevo avere un aspetto spettacolare. Ma lui era lo stesso in adorazione"

"Praticamente ce l'hai in pugno"

"Già. L'obiettivo 'padre schiavo della propria principessa' è già stato brillantemente centrato"

"Perfetto. E lei?"

"Lei è profumata, morbida ed anche gentile"

"Gentile?"

"Si, quando mi ha vista, invece di prendermi a parolacce per le pene che le avevo fatto soffrire, mi ha stretta dolcemente tra le braccia e mi ha dato un bacino."

"Che tenerezza. E tu che hai fatto per ricambiare?
Come hai sugellato il vostro magico primo incontro?
Quale messaggio subliminale e specialissimo hai lasciato che passasse solo tra voi due?"

"Io ero molto emozionata"

"Certo, è normale"

"E poi ero fisicamente provata"

"Lo capisco e quindi?"

"..."

"Quindi???"

"Quindi...le ho vomitato addosso. Ma poco eh!"

"Azz, proprio quello che si dice: un'entrata in grande stile!"

"La prossima volta che nasco mi devo ricordare il Travelgum."
Il mio Augusto non è mai stato una gran bellezza.
Era piccoletto con la fronte bassa e tanti capelli duri come il fil di ferro, che per sistemarglieli ogni mattina era una battaglia. Lui si sedeva in canottiera ed io bagnavo il pettine in un catino pieno d'acqua. Gli tenevo la testa premuta contro il seno e lui un po' rideva e un po' si lamentava: "Piano Adelì, mi vuoi tirare il collo?" "Ma stai zitto tu, che stai comodo come tra due guanciali". Quello era il nostro momento della giornata e ci piaceva così tanto che andammo avanti a farlo anche quando di capelli glien'erano rimasti pochini.
Augusto era anche zoppo, perché da bambino aveva avuto quella brutta malattia, quella che ti lascia con una gamba più piccola dell'altra: la polio. Per camminare aveva bisogno del bastone, ma lavorava come e più degli altri, faceva il doppio della fatica e non chiedeva mai sconti.

Ma a quei tempi ancora non lo conoscevo e, quel giorno di settant'anni fa, quando lo incontrai non vidi un uomo per bene, ma solo un porco arrivato per mettere le zampacce su mia sorella.
Lui e mia madre rimasero a parlare per ore, facendo conti e progetti: "Soldi ce ne sono pochi, ma non dobbiamo farci ridere dietro da nessuno in paese. Basterà fare qualche sacrificio in più. Sarai bellissima Lucia mia, moriranno tutte d’invidia!"
Io non ci capivo niente, mi sembrava di stare facendo un brutto sogno, uno di quelli che ti ci vuole un pizzico bello forte per svegliarti.
Quando finalmente ci trovammo da sole, sdraiate tutte e tre nel lettone che dividevamo, feci la domanda che mi tenevo dentro da ore: "Perché Lucia deve sposare quello storpio schifoso?"
Non ebbi neanche il tempo di vederlo arrivare, ma sentì solo lo spostamento d’aria: mia madre mi mollò un ceffone, che a ripensarci adesso ancora mi fa male. "Guai a te se lo dici un’altra volta. Tu sei solo una ragazzina, che ne vuoi sapere? Questo matrimonio è una benedizione."
Io piansi in silenzio, al buio, per il dolore e l'umiliazione.
Lucia, accanto a me, attese che il respiro di nostra madre si facesse regolare, poi mi abbracciò stretta stretta e mi sussurrò all’orecchio: "Augusto è un bravo ragazzo"
"E' brutto come il peccato e con quel piede storto sembra un demonio arrivato dall'inferno"
"Esagerata, non è così male. E poi io sono senza dote: è una vera fortuna che almeno lui mi voglia"
"Ma che bisogno c'è di sposarsi?"
"Io voglio una famiglia"
"Io e mamma siamo la tua famiglia"
"Voglio dei figli"
A questo non avevo niente di buono da rispondere e così continuai a piangere.
Piangevo perché il mio mondo veniva stravolto.
Piangevo perché Lucia se ne andava e ci lasciava sole.
E, anche se non l'avrei mai ammesso neanche al diavolo in persona, piangevo perché io sarei rimasta intrappolata in quella vita mentre lei andava avanti.

Lucia ed Augusto si sposarono il 24 aprile del 1938.

Continua...

Prima parte, seconda parte, terza parte
Ad esempio ci si può imbattere in persone come lei.

Black Cat è tornata. Correte a leggerla, ne vale la pena.

The A letter
Con la morte di quellubriaconedetopa', come lo chiamava mia madre, le cose per noi cambiarono. Eravamo finalmente libere da quella croce ma spaventate per il futuro. A quei tempi avere un uomo in casa, anche se pigro, violento e cattivo, era comunque una gran bella comodità. I creditori erano pazienti con un colosso di 130 kg, i truffatori stavano alla larga dagli ubriaconi maneschi ed i porci non allungavano le loro zampacce sulle ragazze con un padre che le poteva difendere. Per fortuna mia madre sapeva benissimo come andava il mondo, era una gran lavoratrice, aveva il cervello fino e non si faceva né spaventare né truffare.
Noi ci mantenevamo grazie al ricamo. Lavoravamo tutte e tre, tutti i giorni, tutto il giorno per preparare tovaglie, lenzuola e tende per le case delle signore di città. Quella vecchia disonesta della Barbagallo, che a ricamare non era mai stata buona ma a far di conto si, faceva da tramite per tutte le ricamatrici del paese. Lavorava poco e si teneva una commissione altissima, che a ripensarci ancora adesso mi prudono le mani dal nervoso.

La mamma parlava sempre "pane al pane e vino al vino" ed un giorno dritta come un fuso, come un generale di fronte ai soldati, ci disse: "Figlie mie, siamo povere e lo resteremo per sempre. Le ragazze senza dote non si sposano. Un uomo che vorrà convincervi del contrario è un mascalzone e dovrete stargli alla larga." Io ero piccola e all'amore neanche ci pensavo, ma per Lucia che sognava una famiglia con tanti bambini fu un bel rospo da mandare giù, povera anima.
Intanto il tempo passava e mia sorella era ogni giorno più bella, col viso dolce e sereno di una Madonna. Mentre tutti gli uomini del paese la guardavano come se fosse un bel polletto arrosto, di quelli con le cosce tenere e la pelle croccantina.
Anch'io mi stavo faticosamente sgrezzando ma si capiva che bella come Lucia non ci sarei mai diventata. Per mia madre era una benedizione, "Che già così ne ho abbastanza di pensieri" diceva.
Ormai, dopo quasi quattro anni, avevamo raggiunto una stabilità: lavoravamo sodo, riuscivamo a mantenerci ed in paese ci rispettavano. Io credevo che le cose non sarebbero mai cambiate, che saremmo sempre rimaste solo noi tre, ed ero contenta così.
Ma un giorno, tornando a casa da una commissione, mi venne incontro sulla porta mia madre che, felice come non l'avevo mai vista, mi tirò dentro ed esclamò: "Che aspetti? Saluta il tuo futuro cognato"
In mezzo alla stanza c'erano due sedie, su una stava Lucia con gli occhi bassi ed un sorriso timido, e sull'altra un uomo dall'aria goffa ed impacciata. Lo riconobbi subito: era uno dei dieci fratelli Parise, quello che era stato malato da piccolo, quello con il piede destro piegato verso l'interno, quello zoppo.
Era Augusto.

Continua...

Prima parte, seconda parte
Più passionali di Paolo e Francesca, più romantici di Romeo e Giulietta, più belli di Orazio e Clarabella, Ciccio e Jane passeranno il week end a Roma.

I due fidanzatini di Peynet, riveduti e corretti da Botero, avranno poco tempo per la cultura e gli scorci romantici che la città eterna ha da offrire. La loro attenzione sarà rivolta soprattutto agli Internazionali d'Italia. Infatti, sperando che il tempo li assista, godranno della visione delle semifinali e della finale del torneo maschile di tennis.

Ciccio, che sogna match epici destinati a lasciare un segno nella storia della racchetta, si è preparato con un'attrezzatura fotografica da professionista e un binocolo da marine.
Jane, che spera d'imbattersi in Boris Becker, sua mai sopita passione adolescenziale, e di scappare con lui in Polinesia, ha infilato furtiva un costume da bagno in valigia.

Chi dei due vedrà esaudito il proprio desiderio?

Buon week end a tutti!
Augusto ed io siamo nati e cresciuti nello stesso paese. Mentre lui era un tipo tranquillo che passava inosservato, io ero conosciuta e additata da tutti come cattivo esempio. Ero una bambina con il muso sempre sporco, una piccola delinquente, un'erba cattiva, una vagabonda che invece di stare chiusa tra le quattro mura di casa, come una signorina per bene avrebbe dovuto, passava le giornate in giro a combinare chissà cosa e chissà con chi. Secondo il parroco, la perpetua e la maggior parte delle donne il mio destino era quello della femmina perduta.
In realtà io avevo le mie buone ragioni per stare sempre fuori e tutti al paese lo sapevano benissimo. Ma si sa che a farsi i fatti propri si campa cent'anni e degli altri chi se ne fotte!

Mio padre aveva due grandi passioni: il vino e le donne. Il vino lo beveva, le donne le menava. Era grasso e pigro, sempre troppo stanco per alzare il sedere e andare a lavorare, ma quando c'era da rincorrerci con la cinghia recuperava tutte l'energie. Ribaltava il tavolo, rompeva le sedie e ci urlava dietro le peggio cose, tanto che io a cinque anni conoscevo certi insulti da fare rigirare i morti nelle tombe e far cadere l'aureola ai santi.
Mia madre, che pesava cinquanta chili bagnati, rimaneva ad affrontarlo, rispondendo colpo su colpo e soprattutto bestemmia su bestemmia, mentre mia sorella ed io correvamo a nasconderci.

Lucia, più grande e giudiziosa, era capace di starsene accucciata nella stalla per ore, aspettando che le urla e le botte finissero, ma io non ce la facevo, a me bruciava la terra sotto i piedi. Così correvo via a cercare la banda dei maschi, che io con le femmine non mi ci sono mai trovata.
Andavamo allo stagno a catturare le rane, giocavamo alla guerra, prendevamo a sassate il cane rabbioso della Pazza, ma la cosa che ci piaceva di più era esplorare la casa diroccata della signora Ines, buonanima. Gli scalini erano quasi tutti marci, i vetri alle finestre rotti e dentro i pochi mobili rimasti si potevano trovare tante bestie diverse: ragni grossi come pagnotte, qualche lepre di passaggio e parecchi topi. A noi un posto così sembrava il paradiso, ci passavamo le ore sfidandoci per vedere chi fosse il più coraggioso e chi il più fifone. Gino, detto il piscialetto, perdeva sempre e gli toccava continuamente pagare pegno. Una volta gli tirarono tutti uno scappellotto, tutti tranne me: "Non ti tiro uno schiaffo se mi fai vedere il pisello", gli dissi.
Lui alzò le spalle e abbassò i pantaloncini. Fu una vera delusione. Mi sembrava impossibile che un coso così insignificante potesse fare tanta differenza. A mio padre bastava quel cosino mollo per comportarsi da padrone? Ovviamente anche due mani grosse come badili lo aiutavano parecchio.
Mia madre era uno scricciolo di donna ma era grande, grandissima. Mio padre era un uomo grosso ma una persona piccola piccola e quando morì, nel 1934, nessuno di noi lo pianse.

L'unica cosa triste fu che in quell'occasione mia madre decise che anch'io, ormai dodicenne, ero abbastanza grande per lavorare e che i miei giorni con la banda erano finiti, "Che se ti becco ancora ad andare in giro te ne dò tante ma così tante che non ti siedi per un mese!"

Continua...

Prima parte
Cari lettori, 
non temete questa storia non sarà infinita come l'Erasmus. 
Il racconto è semplicemente troppo lungo per poter essere sacrificato in un post unico e quindi ho deciso di suddividerlo in varie parti, che verranno pubblicate a pochi giorni l'una dall'altra.
Buona lettura,
Jane

Vengo qua tutti i giorni. D'inverno il freddo e l'umidità mi entrano nelle ossa, ma in primavera con il sole ed il cielo limpido è un vero piacere passeggiare lungo i viali.
I visitatori della domenica sono tanti e diversi, ma in settimana ci sono sempre le stesse facce. Le sorelle Zaccaria che avranno trecento anni in due. La vedova Greco con la cofana color carta da zucchero, il rossetto e le guance dipinte, neanche avesse ancora settant'anni. E poi quello scostumato del Cavalier Casotti che quando mi vede si toglie il cappello, mi saluta con un piccolo inchino e comincia con le sue chiacchiere: "Ma come la trovo bene signora Adelina", "Le andrebbe un caffè signora Adelina?", "Io vado sempre in balera, perché non ci viene anche lei signora Adelina?" Ma per chi mi ha presa? Se il bastone non mi servisse per camminare gliel'avrei già spaccato su quella capoccia pelata.
Gli uomini sono tutti uguali, dai 15 ai 95 anni pensano sempre a quella cosa là.
Tutti uguali tranne il mio Augusto. Lui sì che era una persona seria, un gentiluomo come non ce ne sono più. Non fraintendetemi, era serio ma aveva il sangue caldo anche lui e a letto sapeva fare il suo dovere, lo sapeva fare eccome. Sei figli mi ha dato. Tutti maschi e tutti sani e forti come tori.

Eccolo là. Quant'è brutto in quella foto. Appena la vidi glielo dissi subito: "Augu', sta foto è così brutta che te la metterò sulla tomba"
Lui non rise. Non è mai stato un tipo spiritoso.

Continua...
More powerful than a locomotive. Able to leap tall buildings in a single bound. Look! Up in the sky! It's a bird. It's a plane. It's Superman!

Guarda in alto nel cielo!
E' uno stormo di uccelli.
E' una pattuglia di aeroplani.
No, sono i Diavoli Rossi del Rugby Varese!

Campioni della Serie C territoriale 2009/2010...nonsosemispiego!

(Grazie ad Ale per la fantastica foto)
Una nuvoletta rosa nel cielo Umbro la notte tra il 9 ed il 10 aprile 2010.

"Allora Lu' sei pronta?"

"No"

"Come no?"

"No. Ho le mani sudate, le gambe mi tremano e mi viene da vomitare"

"Tranquilla, è normale essere un po' agitati. Vedrai che andrà tutto bene"

"La fai facile tu. Sono io che devo passare nel frullatore!"

"Non sarai sola: io sarò con te"

"Davvero?"

"Ma certo. Sono il tuo angelo custode, mica pizza e fichi! Andiamo adesso?"

"No. Ancora una cosa"

"Dimmi"

"E se non gli dovessi piacere? Forse mi immaginavano diversa"

"Luna, sono i tuoi genitori, ti hanno desiderata ed aspettata tanto. Certo che sei diversa da come ti hanno immaginata, perché tu sei molto meglio di qualsiasi sogno.
Loro ti amano già adesso e dal momento in cui ti vedranno dimenticheranno ciò che è stato prima. Anche la loro vita, in un certo senso, comincerà con la tua"

"Wow. Ora mi sento molto meglio: sei bravo nel tuo lavoro"

"Grazie. Ho più di 1000 anni di onorata carriera alle spalle, ho versato centofantastamilioni di contributi, ti è capitato un professionista coi fiocchi, piccola. Adesso sei pronta?"

"Si, ma tienimi per mano"

"Certo. Al mio tre saltiamo, ok?"

"Si"

"1...2...3"



Nel caso non dovesse andare bene la carriera medica o dovessi incontrare difficoltà nella stesura del romanzo del secolo, mi rimarrà sempre l'opzione "brillante scrittrice di biglietti d'auguri". L'importante è avere sempre un'alternativa.

Ben un giorno annunciò: "Presto si trasferirà a Berlino il mio carissimo amico irlandese: Alan. Vi piacerà!"
L'innocente dichiarazione dell'ignaro britannico fece scattare in tutto l'Erasmico Gineceo vivide e niente affatto innocenti immagini mentali. La mia, dal basso verso l'alto, era la seguente: scarpe da ginnastica vissute, jeans stropicciati ad avvolgere un paio di celtiche gambe muscolose, maglione teso sopra ampio torace, irresistibile sorriso, barbetta incolta, occhi cerulei, capelli scompigliati e magari, giusto per non farsi mancare nulla, anche una chitarra in spalla. 
Alan divenne rapidamente il più gettonato protagonista delle nostre fantasie ed il più abusato argomento delle nostre conversazioni. Ognuna si nutriva dei deliri delle altre, fino a produrre un mostro di perfezione: bello, sexy, simpatico, arguto e sessualmente instancabile. Del resto nel momento in cui si sogna è giusto non porsi alcun limite, anzi. 
Quel poveraccio se ne stava in Irlanda a preparare i bagagli totalmente all'oscuro di essere già diventato una figura mitica a Berlino. Il tapino, probabilmente, se avesse saputo quanto fossero alte le aspettative su di lui, se ne sarebbe restato a casa sua con la porta chiusa a doppia mandata.

Una sera inaspettatamente accadde il miracolo: incontrammo per caso Ben ed Alan per strada. Ci fermammo a chiacchierare e dopo 5 minuti i due giovani andarono per la loro strada e noi per la nostra.
Rimaste sole, eccitate come dei criceti, cominciammo a parlare tutte assieme: "Ma l'avete visto???" "Si!!!" "Ma quant'è gnocco???" "Tanto!" "Ed i capelli?" "Folti e meravigliosi" "Con i riflessi ramati." "Siii, che meravigliosi riflessi!" "E la voce?" "Stupenda. Certo non che abbia parlato molto, ma quel poco è bastato" "Si. Ho sentito un brivido lungo la schiena quando si è presentato e ha detto A..." "Ha detto Alan, vero?" "Certo, almeno credo." "Io ero tutta emozionata non è che lo stessi ascoltando molto" "Ma certo che ha detto Alan. Forse." "Qualcuna di voi l'ha sentito dire Alan????" "Io no" "Neanch'io" "E poi è strano che Ben non ci abbia avvertito del suo arrivo" "Già, sembrava così desideroso di farcelo conoscere" "E l'accento?" "Era irlandese?" "Io non ho sentito nessun accento." "Neanch'io" "Parlava così bene tedesco" "Proprio come un..." "...tedesco" "Oh cacchio!" 
Eravamo state vittime di un increscioso episodio di Allucinazione Collettiva. Appena incontrato Ben con un ragazzo che non conoscevamo avevamo desunto che costui fosse Alan. Eravamo state cieche e sorde di fronte a tutti gli indizi che indicavano il contrario. Il canto ubriaco delle nostre ovaie aveva coperto il richiamo del buon senso. Avevamo fatto la figura di un gruppo di ninfomani cretine!

Qualche settimana dopo l'imbarazzante episodio, conoscemmo finalmente l'uomo che per tanto tempo avevamo atteso, l'irlandese che aveva mandato i nostri pochi neuroni in pappa, l'essere sulle cui spalle gravavano tutte le nostre aspettative.
I capelli non erano folti, le gambe non erano muscolose ed il torace non era ampio. In effetti, più che un Dio del sesso, Alan sembrava un morbido orsacchiottone. Un ragazzone simpatico e gentile con (pochi) capelli rossi, profondi occhi azzurri e un'inclinazione particolare per le tragedie sentimentali.  Ogni volta che gli piaceva una ragazza questa, nel giro di 24 ore, finiva a letto con qualche amico di lui. Perché egli, oltre ad avere un pessimo gusto nello scegliere le donne, ne aveva uno anche peggiore nello scegliersi gli amici: tutti più belli, privi di sensibilità, estranei a qualsiasi forma di empatia e soprattutto bulimici sessuali. Ed anche quando riusciva a sublimare l'innamoramento con una storia vera e propria, nel giro di poco veniva sistematicamente mollato o per un ragazzo migliore, eventualità a cui lui reagiva con una grande signorilità, o per un lavoro dall'altra parte del mondo, eventualità che lo trasformava in un cane abbandonato in autostrada, o per un'altra donna, eventualità che gli procurò un abbonamento decennale dallo psicanalista.

Alan era decisamente sfortunato in amore, ma la colpa non era solo della cattiva sorte. Se, invece di provarci sempre con le ragazze sbagliate, ogni tanto ci avesse provato con quelle giuste forse le cose sarebbero andate diversamente.

Caro Alan, 
a distanza di 10 anni è giunto il momento che te lo dica. 
Se, putacaso, invece di provarci con le altre, ci avessi provato con me: io ci sarei stata.
Pirla!!!

Con affetto,
la tua amica Jane ( quella a cui volevi bene come ad una sorella)



Continua...

Prologo, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17
De Sica che smanaccia per sbaglio(?) Belen



o la Hunziker che importuna come un'assatanata il povero Travolta

Quest'anno ho partecipato per la prima e, probabilmente, ultima volta in vita mia ad un concorso letterario. E non ho vinto.
Ho scritto il racconto del secolo. E non ho vinto.
E' uno SCANDALO! E' tutta colpa del destino cinico e baro, dei soliti raccomandati, dei giudici comunisti, di Saturno contro, dei servizi segreti e pure della sfiga.
Non ho vinto ma, come avrete già capito, l'ho presa benissimo. L'importante non è vincere, ma partecipare e poi IO SONO UN GENIO INCOMPRESO e LORO PUZZANO.

Comunque non era di questo che volevo parlarvi, ma della premiazione a cui tutti i partecipanti sono stati invitati.
"E' gradito l'abito scuro per gli uomini e il lungo per le donne", mi ha detto l'organizzatrice per telefono.
Ciccio ed io non siamo tipi da serate di Gala. Lui non sa neanche farsi il nodo alla cravatta ed io, ovviamente, non posseggo alcun abito lungo.  Ed è per questo che lui ha opposto una strenua resistenza, condita da crisi isteriche da prima donna e capricci da poppante, ed io ho finto indifferenza, ma mi sono riempita di chiazze rosse ed ho sofferto d'insonnia. Alla fine, però, ha vinto la curiosità di farsi un bel bagno nella morbidosa crème della crème torinese e ci siamo decisi a partecipare. Ma non siamo andati da soli.

Eravamo in 4: Ciccio, CognatoCole, SorellaCole ed io. Perché noi Cole ci muoviamo in gruppo, come gli ovini.
In ordine di apparizione e di decenza:
  • SorellaCole indossava un abito lungo nero ed un giacchetto panna, i capelli raccolti ed il più radioso dei sorrisi. Bella come sempre quella fetente.
  • CognatoCole per l'occasione rispolverava l'abito del matrimonio ed, essendo dimagrito, rischiava seriamente di perdere i pantaloni e rimanere in mutande di fronte a tutti. Purtroppo ciò non si è verificato. Peccato, la serata ne avrebbe sicuramente guadagnato.
  • Ciccio era strizzato in un completo grigio con cravatta rossa.
    Cravatta annodatagli dalle amorevoli mani del cognato che però non ha calcolato la panza del mio consorte, creando un terribile effetto Olio.
  • Ed infine io.
    I miei capelli, colpa del taglio infelice e del tempo orrendo, hanno tenuto la messa in piega per un periodo non superiore ai 5 minuti. E così, sconfitta e quindi incacchiata come una biscia (perché come avrete capito sono una che sa perdere con molto stile), ho dovuto anche sopportare l'umiliazione di un'intera serata con un gatto morto in testa.

Concludo con le illuminate parole di Ciccio: "Bella gente, tanta gnocca, ma il tuo racconto era molto meglio di quello che ha vinto."
Che dolce.
Un porco.
Ma tanto dolce.
Sono nervosa: mi viene il mal di stomaco.

Sono triste: perdo i capelli.

Cota vince le elezioni: mi sanguina il naso.

Il fatto che alla notizia io abbia cominciato a prendere il muro a testate può avere un po' contribuito. Forse.
Per parecchi anni Jane ha portato i capelli lunghi.
Lo scorso autunno, dopo attenta valutazione, si è decisa per un taglio più corto e sbarazzino.

Esperimento perfettamente riuscito: Jane si sentiva soddisfatta ed un bel po' gnocca.

Nel frattempo l'importante chioma è ricresciuta e 10 giorni fa Jane è tornata dalla pettinatrice. Tranquilla e rilassata si è limitata a dire: "Me li fai come l'ultima volta?", e l'altra sorridente e sicura si è limitata a rispondere: "Certo non c'è problema"

Attualmente Jane ha sulla capoccia una via di mezzo tra un nido di uccelli ed un gatto arruffato.

Ora Jane si chiede: invece di "Certo, non c'è problema", non sarebbe stato più onesto un "L'altra volta ci sono riuscita per puro culo. Non mi ricordo minimamente come te li avevo tagliati e quindi ora te li farò alla membro di segugio" ? No?



La vignetta è tratta da questo sito.
Il Sedicesimo capitolo del mio Erasmus ha destato molta curiosità. O meglio l'australiano avvolto in uno striminzito asciugamano ha destato molti pruriginosi quesiti da parte, soprattutto, delle mie affatto morigerate lettrici.
Purtroppo l'incontro in cucina tra me e l'atletico giovine rappresentò di gran lunga l'apice del nostro rapporto, ma per rispondere alle vostre domande e per mio personale diletto ho deciso di proporvi tre finali alternativi. Scegliete voi quello che vi aggrada di più.

Com'è andata a finire tra Jane e Tom? Che fine ha fatto l'australiano (semi)nudo?

Opzione A. Sex, Boomerang and Spaghetti
Il primo incontro tra me e Tom segnò l'inizio di una bollente relazione. Zompavamo come canguri in ogni dove: in camera, in corridoio, sotto la doccia o dentro la stufa; ci esibivamo in rocamboleschi amplessi da koala: appesi fuori dalla finestra, avvinghiati ad un palo della luce o in bilico sul cucuzzolo della Fernsehturm; perdevamo ogni freno inibitore come due passionali ornitorinchi nel reparto materassi dell'Ikea o in metropolitana nell'ora di punta. Eravamo la gioia dei guardoni teutonici e dei fotografi del National Geographic.
Vivevamo l'uno per l'altra. Lui intagliava boomerang e me ne faceva dono: ogni amplesso un boomerang, ogni boomerang un amplesso. Io gli preparavo cofanate di spaghetti con le polpette, cantando con ardore tutto il repertorio della canzone napoletana.
Il nostro idillio continuò fino alla sua partenza.
Tom cercò fino all'ultimo di convincermi a seguirlo, ma io non me la sentì di trasferirmi dall'altra parte del mondo e decisi di rimanere a Berlino, spezzando così il tenero cuoricino australe.

Ora lui è il ricco proprietario della rinomata spaghetteria di Sidney "Sex, Boomerang and Spaghetti" e spesso lo si può trovare fuori dalla porta, mentre malinconico intona "O Sole mio".
Io sono diventata milionaria grazie al commercio di manufatti australiani.

Opzione B. "Come ho potuto????"
Tom mi corteggiò durante la sua intera permanenza in Germania. Mi riempì di fiori, mi recitò poesie, mi cantò canzoni e m'intrattenne anche con veri e propri spettacoli degni di Broadway. Io, offesa dal nostro traumatico primo incontro, rimasi cieca e sorda di fronte alla notevole avvenenza e l'indubbio talento dell'australiano ignudo.
Egli partì sussurrandomi tra le lacrime: "Come with me, pleaseeeeeeee", ma io non esitai a voltargli le spalle, infastidita da tanta melensaggine.

Ora lui lavora stabilmente negli Stati Uniti, dove si fa chiamare Hugh.
Io sono in cura da 5 psicanalisti e la mia principale attività consiste nello sbattere il capoccione al muro frignando: "Come ho potuto? Come ho potuto??? Come ho potuto????????"



Opzione C. Un australiano tra i monti.
Superato lo shock dell'incontro iniziale, Tom ed io iniziammo a conoscerci ed a piacerci. Tra una cenetta innaffiata da abbondante vino rosso ed una maratona di truculenti serial televisivi, finimmo con l'innamorarci teneramente.
Complicità, grandi risate e surreali conversazioni hanno reso unica la nostra relazione.

Lui ha mollato tutto per me, si è trasferito in Italia, ha trovato lavoro in Trentino, è ingrassato trenta kg ed ora si fa chiamare Ciccio.
Io ho aperto un blog per condividere con il resto del mondo le nostre avventure.


Quale finale preferite?
Jane non è una donna vanitosa.
Jane sta bene con se stessa.
Jane non soffre il passare del tempo.
Jane non ha rughe né capelli bianchi ed anche se li avesse li affronterebbe con una grassa risata.

E soprattutto Jane non è rimasta affatto colpita dai commenti di Eppi, Mafalda e La Volpe.

Il fatto che da pochi giorni ella possegga un Gel Contorno Occhi alla jojoba, centenella ed echinacea è solo una curiosa coincidenza.

Radio Cole aderisce con grande piacere alla prima campagna preventiva sul tema della violenza.

Non dimenticare mai che:
  • Hai un solo modo per cambiare un fidanzato violento. Cambiare il fidanzato.
  • Sai già che picchia. Quando picchia alla porta, non aprire.
  • Non sposare un uomo violento. I bambini imparano in fretta.
  • Un violento non merita il tuo amore. Merita una denuncia.
  • Un compagno violento non ti accompagna nella vita. Al massimo all'ospedale.
  • Gli schiaffi sono schiaffi. Scambiarli per amore può farti molto male.
  • Se il tuo sogno d'amore finisce a botte, svegliati.
Se volete adottare anche voi la campagna o semplicemente saperne di più visitate il sito Riconosci la Violenza.
Molti giovani, che si trovano a vivere per un breve periodo all'estero, tornano in patria cambiati, non solo nello spirito, ma anche e soprattutto nell'aspetto.
Io non feci eccezione.

La prima vittima della mia smania di rinnovamento fu la capigliatura che, oltre a subire un progressivo ed inesorabile mutamento dal castano scuro al biondo VorreiEssereSvedese, venne brutalmente ridotta di volume e lunghezza dalle mie stesse mani durante una serata di solitario e sforbiciante delirio.
Mi ero scocciata dei miei capelli, da sciolti avevo un capoccione ingestibile e da legati sembravo una giovane signorina Rottermeier. Era assolutamente necessario prendere provvedimenti!
L'idea di rivolgermi ad un parrucchiere tedesco non mi sfiorò neanche per un momento e preferì fare tutto da sola.
Il risultato fu al di là delle mie più rosee aspettative. Da un insano gesto, che avrebbe potuto costringermi a girare con un sacchetto in testa per almeno un paio di mesi, scaturì invece un taglio molto carino, che avrei conservato per parecchio tempo.

Fu molto più graduale, ma decisamente più devastante l'effetto che l'Erasmus ebbe sul mio guardaroba.
I tedeschi hanno tante qualità, ma non sono certo famosi per il buon gusto nel vestire. Il loro problema, secondo me, sta nell'approccio troppo disinvolto con l'abbinamento di capi e colori differenti. Approccio che può diventare contagioso come il raffreddore.
Mi bastarono alcune settimane in Germania e gli accostamenti, che a Torino avrei definito brutti e di cattivo gusto, divennero ai miei stessi occhi mettibili, interessanti o addirittura "cool".
Questo muovermi al di fuori degli schemi e dei percorsi conosciuti mi diede un senso di vertigine e libertà. La sensazione era tanto piacevole che me la portai dietro anche al ritorno in Italia e ci misi anni per riacquistare il senso del decoro.

Ma se con capelli ed abiti ci vuole poco, se ci si pente, a ritornare sui propri passi, ci sono alcune scelte definitive che lasciano segni indelebili.
Io, ovviamente, feci anche una di quelle scelte.
Un sabato pomeriggio ci ritrovammo in tre in uno storico negozietto del centro. Lui trafficava con i suoi attrezzi, bofonchiando nel proprio idioma. Io, sdraiata sul lettino, mi guardavo attorno, preoccupata che fosse tutto realmente sterilizzato e monouso. Eli, seduta accanto a me, si occupava del supporto morale.
L'oracolo segnò anche quest'occasione con una delle sue ispirate frasi: "Una mia amica l'ha fatto in un tendone dietro ad una stalla, ma è ancora viva."
"Sticaz...ouch!", non ebbi neanche il tempo di risponderle che avevo già il mio nuovo piercing all'ombelico.

Una studentessa Erasmus con una nuova pettinatura, un nuovo guardaroba ed un piercing. Ero praticamente un cliché vivente.

Continua...

Prologo, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16
Il giorno prima trascorri l'intervallo in cortile con la maestra ed i compagni.
Il giorno dopo prepari la tesi.

Il giorno prima vai in bicicletta con le rotelle.
Il giorno dopo prendi la patente e scopri con orrore quanto costa l'assicurazione dell'auto.

Il giorno prima giochi con la Villa di Barbie.
Il giorno dopo passi quattro ore all'Ikea e spendi tanti di quei soldi che ti danno la cittadinanza onoraria in Svezia.

Il giorno prima hai paura del buio e ti rifugi nel lettone.
Il giorno dopo passi la notte a ballare con le amiche, ti mangi la focaccia alle 5 del mattino e rincasi all'alba.
 
Il giorno prima vai in vacanza a Rimini con mamma e papà, ti perdi in spiaggia e piangi come un vitello fino a quando non ti ritrovano.
Il giorno dopo sei in giro per l'Europa con lo zaino in spalla, fai l'autostop e impari ad ordinare le crepes in tre lingue diverse, polacco compreso.

Il giorno prima sei una neonata cicciotta, avvolta in una nuvola di borotalco dopo aver fatto il bagnetto ed il giorno dopo sei una blogger che si mette per la prima volta la crema "contorno occhi"(*).
E' l'inizio della fine. AIUTO!



(*)Era solo un campioncino gratuito: lo giuro!
Il giorno del loro primo incontro lei si presentò all'appuntamento con largo anticipo. Aveva paura di fare tardi o di non trovare il posto e così si era messa in macchina la mattina presto ed era giunta là, in mezzo al nulla, prima di tutti gli altri.

Il resto del gruppo arrivò alla spicciolata.
Sembravano tutti tranquilli e rilassati, da veterani quali erano. Ma lei no. Lei era nuova e si sentiva tesa come una corda di violino.

Passati i controlli di rito e superate tutte le porte ed i cancelli entrarono finalmente nella ludoteca, dove le madri ed i bambini li stavano già aspettando. Dopo pochi minuti erano tutti in piena attività. C'era chi cantava, chi giocava con le costruzioni, chi correva in tondo; solo lei se ne stava immobile, sentendosi assolutamente fuori posto e inadeguata.
Fino a quando una mano piccola piccola le strinse le dita. Allora abbassò lo sguardo e vide una capoccetta di capelli ricci, due grandi occhi nocciola ed il sorriso più dolce del mondo.
Un sorriso tutto per lei. Solo per lei.
Quella mattina loro due giocarono ad innaffiare dei fiori immaginari, a nascondino, a palla e a mille altre cose e quando fu l'ora di andare via, lui la chiamò a lungo, con le braccine tese ed i lacrimoni sul viso.

La prima regola del corso da volontaria era stata: "Non affezionatevi troppo ai bambini, sono solo di passaggio. Attaccarsi troppo ad uno di loro farà soffrire lui e soprattutto voi". Lei queste parole se le ricordava bene e se le ripeteva in testa ogni settimana, ma la magia e la gratitudine che si prova quando un bambino ti sceglie è forte come un innamoramento. E proprio come l'amore rifiuta le regole, per quanto giuste e sensate siano.

Dopo qualche mese accadde l'inevitabile: lui compì tre anni e venne fatto uscire dal carcere per essere riportato al Campo.
Lei sapeva che era meglio così. La prigione non è un posto per bambini, non sono mai felici là dentro, anche se sono con la loro mamma. Ma questa consapevolezza non impedì al suo cuore di spezzarsi.

Ormai sono passati tanti anni da quel giorno.
Lei non l'ha più rivisto, ma ogni tanto ci pensa ancora.
Spera che sia cresciuto sano e forte e che gli sia stata data la possibilità di scegliere come vivere.

Lei non ha ancora avuto figli e non sa se li avrà mai, ma quando immagina un bambino d'amare vede sempre quegli occhi e quel sorriso.
Vede sempre il bimbo con l'innaffiatoio.

Bambini e carcere
Gli stranieri portano manodopera, arricchimento culturale e non solo.

Mi chiamo Giulia, sono italiana e da due anni ho un cuore nuovo.

Mi chiamavo Pablo, venivo dalla Colombia e sono morto in Italia. Io ho sempre creduto nel destino ed evidentemente questo era il mio: attraversare l'oceano per trovare lavoro in un paese straniero, volare giù da un'impalcatura e continuare a vivere nel petto di Giulia.

I donatori stranieri di sangue e di organi in Italia sono in continuo aumento.

Il sangue è uguale per tutti.
...non sono l'unica che dovrebbe rinunciare ai tacchi sul lavoro.

Per otto anni Jane è andata a lavoro con abiti e scarpe comode.
I primi perché, indossando il camice, non ha mai pensato valesse la pena addobbarsi troppo e le seconde perché, dovendo lavorare per lo più in piedi, usare calzature basse e confortevoli le è sempre parsa l'unica scelta ragionevole.

Ieri c'è stata la svolta.
Jane è stata colta da un'improvvisa, inspiegabile ed inopportuna voglia di vestirsi da femmina. E così, al bando pantaloni e ballerine, la sventurata ha optato per un miniabito di maglia ed un paio di aggressivi stivali.
Con questo nuovo look Ella si sentiva gnocca, altissima e meravigliosamente donna.

Ad inizio mattinata Jane era una panterona con l'incedere sensuale e sicuro di Naomi Campbell.
All'ora di pranzo i suoi leggiadri piedini avevano ormai lasciato il posto a due zamponi bolliti e la falcata felina era stata sostituita da un'andatura sgraziata e traballante degna di un pachiderma zoppo.
Dalla Venere Nera ad Antonella Clerici in sole cinque ore.

Che questo post funga da promemoria:
"La prossima volta che metterò i tacchi al lavoro sarà fra altri 8 anni. Lo giuro su Le Tagliatelle di Nonna Pina!"
Jane Pancrazia Cole
E' già accaduto in passato e certamente succederà ancora in futuro.

Mi blocco.
La mia mente si fa fertile quanto il deserto.
Non mi viene un'idea decente per un post neanche a pagarla oro.
Più i giorni passano, più il Censore che vive nella mia testa diventa severo e boccia sul nascere ogni timida proposta.
Come? Non ne avete uno anche voi? Una voce acida che critica ogni argomento scelto, insinua dubbi su congiuntivi e condizionali, bolla metà delle cose che scrivete come spazzatura?
No? Beati voi.
Io ce l'ho.

In questi 2 anni, quasi 3, di onorata carriera da blogger ho imparato che c'è una sola cosa che può aiutarmi a ritrovare la via.
No, non è la droga.
No, non è la fede.
No, non è neanche la Sacher Torte.
E' il Post di Decompressione.

Uno scritto inutile, privo di contenuti, la cui unica funzione è quella di dare qualcosa da leggere a voi, che vi starete iniziando a chiedere dove sia finita, e di zittire il succitato Censore che, di fronte a tanta vuota ovvietà, rimarrà senza parole.

Ogni Post di Decompressione che si rispetti deve essere accompagnato da un po' di musica.

All together:
I'll never forget you
They said we'd never make it
My sweet joy
Always remember me

I'll never forget you
At times we couldn't shake it
You're my joy
Always remember me

Jane: "Domenica è venuto a donare il mio professore preferito del liceo"

Ciccio: "Ti ha riconosciuta?"

Jane: "Certo, perché non avrebbe dovuto?"

Ciccio: "E' passato molto tempo. Sarai un po' inv..."

Jane: "Un po' inv...cosa???"

Ciccio: "Un po' cambiata. Volevo dire, sarai un po' cambiata, no?"

Jane: "No! Sappi che io sono uguale a come ero a 19 anni! U-G-U-A-L-E!"

Jane: "Domenica è venuto a donare il nostro professore preferito del liceo!"

LAmicaMeri: "Ma dai, e come sta?"

Jane: "Bene. E mi ha riconosciuta subito!"

LAmicaMeri: "Certo, perché non avrebbe dovuto? Tu sei uguale a quando facevamo le superiori. Non sei invecchiata di un giorno.
Anzi, ti dirò: sei perfino più bella!"

Prima che me lo chiedate voi, rispondo io.
No, LAmicaMeri non era ironica e neanche sarcastica, ma seria e convinta delle proprie affermazioni; e si, LAmicaMeri è la stessa con l'insana passione per Giacobbo.
Quando ti svegli all'alba di una domenica mattina per andare a lavorare, può capitare di avere le occhiaie di un panda, il colorito di una lucertola e la capigliatura di un leone phonato.

Quando ti svegli all'alba di una domenica mattina per andare a lavorare, può capitare di essere mansueta come una tigre dai denti a sciabola, gentile come una iena e ben disposta verso il prossimo come un grizzly.

Quando ti svegli all'alba di una domenica mattina per andare a lavorare ed un donatore si lamenta acido di essere in attesa da troppo tempo, mentre la sala prelievi è piena come un uovo, tu stai cercando di farti spuntare un paio di braccia in più e nel frattempo trattieni la pipì che ti scappa da almeno tre ore, può capitare che le prime parole che ti vengano da rispondergli non siano appropriate alla boccuccia di una signorina per bene.

Ma può capitare anche che tu riesca miracolosamente a trattenerti perché, in mezzo a tutta quella confusione, improvvisamente riconosci un viso amico che ti sorride e a cui tu sorridi di rimando.

Una domenica mattina di lavoro come tante diventa improvvisamente un giorno speciale grazie a lui.
Lui, che ti faceva sentire importante.
Lui, che sapeva nutrire la tua autostima come nessun altro.
Lui, che ti riconosceva un talento.
Lui, che mostrava orgoglioso i tuoi disegni a tutta la scuola.
Lui, che ti ha insegnato l'amore per l'arte.

Lui, il tuo professore preferito delle superiori.
Per chi, come me, non potrà essere a Bologna giovedì, segnalo il sito ufficiale de "Il Corpo delle Donne".


Sito su cui, tra le altre cose, è possibile la visione integrale del documentario.
Giovedì 4 febbraio 2010, presso l’Aula Magna di Santa Cristina in via del piombo 5 a Bologna, si terrà la proiezione del documentario di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi: "Il corpo delle donne".
Segurà intervento della stessa  Lorella Zanardo.

L’evento è organizzato da Libertà e Giustizia e Centro delle Donne.
In collaborazione con Donne Pensanti, Associazione Orlando e Casa delle donne.

Se vivete dalle parti di Bologna o avete la possibilità di spostarvi, consiglio a tutti, uomini e donne, di partecipare.


Già che ci sono vi ricordo gli indirizzi di Donne Pensanti:
Sito Ufficiale,
Blog e
Social Network.
Marije era la coinquilina perfetta: pulita, affabile e sempre disponibile.
In verità, a voler essere proprio pignoli, un difettuccio ce l'aveva: ospitava continuamente gente a casa.
La sua vita randagia, divisa tra Olanda, Svizzera, Australia e Germania, l'aveva portata ad avere amici sparsi per tutto il mondo. Amici che periodicamente la venivano a trovare.
Tutto questo via vai era molto pittoresco e divertente, ma ogni tanto un po' di tranquillità non mi sarebbe dispiaciuta. Fare colazione con emeriti sconosciuti o sorprendere coppie nordiche che copulano sotto la doccia può anche essere divertente, ma dopo un po' viene a noia.
Ad onor del vero, devo ammettere che tutto questo traffico aveva un suo lato positivo. Ogni volta che doveva arrivare qualcuno, Marije si metteva a pulire casa da cima a fondo e, data la frequenza con cui arrivavano ospiti, l'appartamento era sempre lindo e splendente senza bisogno che io alzassi un dito.
Lei entrava in cucina con secchio e scopettone ed io capivo che di lì a poco avremmo avuto visite.

La prima sera nel nuovo appartamento la trascorsi a chiacchierare con un ragazzo olandese.
Preda della mia solita ansia da prestazione, desiderosa di risultare simpatica e smaniosa di fare "la donna di mondo", non trovai niente di meglio che raccontargli quella volta che, durante un viaggio in Belgio, mi ero spinta fino in Olanda.
In quell'occasione avevo visitato la cittadina di Maastricht, che non mi aveva colpito particolarmente e che quella sera definì senza mezzi termini: anonima ed insignificante.
"Io sono di Maastricht", disse lui asciutto.
Per un attimo sperai che quello fosse un esempio di ironia olandese. Una battuta. Uno scherzo.
Ed invece no.
Lui non era un olandese ironico in vena di spiritosaggini, ma io ero decisamente un'italiana cretina in vena di figuredimerda.

Un giorno aiutai Marije a preparare una luculliana cenetta per due suoi amici: una ragazza svedese ed il di lei fidanzato.
L'innamorato era nuovo di pacca, venuto fino a Berlino proprio per essere presentato alla mia coinquilina.
Lei era il prototipo perfetto della bellezza nordica: capelli color oro, occhi azzurri, zigomi alti ed un corpo aggraziato.
Lui aveva il fisico del Gobbo di Notre Dame, l'eleganza di Homer Simpson e la simpatia di Puffo Quattrocchi.
Marije, superato lo shock iniziale, esibì per tutta la sera un sorriso tirato, molto simile ad un ringhio, mentre io, zitella ma felice, capì finalmente il profondo significato del detto "meglio soli che male accompagnati".

La mia accondiscendenza nei confronti dei continui ospiti vacillò quando mi venne annunciato l'arrivo di alcune amiche.
Sette.
Sette amiche svizzere.
Nove donne ed un solo bagno. Credo che siano scoppiate guerre sanguinose per molto meno!
Il folto gruppo si fermò per una lunga, lunghissima settimana, dormendo spalmato su letti, brandine e materassini. Un accampamento in piena regola.
Questa affollata visita cadde proprio nel bel mezzo della sessione dei miei esami e più di una volta, esasperata dalla confusione ed il chiacchiericcio, ebbi la tentazione di soffocare nel sonno tutte e sette le galline starnazzanti.
Per fortuna non lo feci e la mattina di una prova scritta trovai, attaccato alla porta della mia camera, un post-it d'incoraggiamento firmato da tutto l'elvetico gruppo vacanze.
Erano molto fastidiose, ma sapevano farsi voler bene.

Ma l'ospite numero uno, l'ospite di tutti gli ospiti, fu lui: l'Australiano.
Tornando a casa un pomeriggio, entrai in cucina e mi trovai di fronte ad un bellissimo ragazzo coperto solo da un asciugamano striminzito avvolto intorno ai fianchi.
"Ciao! Io sono Tom, e tu?"
"Io sono Jane e vivo qua."
"Sei l'Italiana? Io sono stato in vacanza in Italia, mi hanno insegnato tantissime parole", e mi vomitò addosso una serie di parolacce e volgarità che avrebbero fatto arrossire la più navigata delle peripatetiche.
Alla fine mi guardò tutto sorridente e fiero di sé, come un bimbo che ha appena recitato la poesia di Natale ed aspetta l'applauso dei nonni.
Io abbozzai un sorriso e lo perdonai immediatamente. Era evidente che non fosse completamente consapevole di tutto ciò che aveva detto.
Era carino e mezzo nudo, non potevo pretendere che fosse anche sveglio.

Continua...

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